MELETIO (MELIZIO) di ANTIOCHIA, santo. - Vescovo di Antiochia, n. a Metilene, nella seconda Armenia, agli inizi del sec. IV, m. a Costantinopoli nel maggio del 381. Il suo nome è legato alla storia dei torbidi, della confusione di idee e delle situazioni personali che la reazione ariana contro l'ortodossia nicena scatenò ad Antiochia tra il 330 e il 378. Due punti nella vita di M. sollevano non facili questioni: quello dell'evoluzione delle sue opinioni personali in materia trinitaria, sulla quale le stesse antiche fonti sono incerte e divise; e quello delle sfumature dottrinali e delle differenze terminologiche che si palesano nella stessa materia tra i diversi partiti ortodossi, che si affrontarono nella storia della sua vita.
Va messa a parte, perché manca di fondamento, la spiegazione del Loofs basata sull'ipotesi dell'esistenza tra i vescovi della seconda metà del sec. IV, di un partito detto «neoniceno», di cui M., assieme ai grandi capi
padoci, sarebbe un rappresentante e che avrebbe interpretato l'omousios, contrariamente al significato originario tenuto ancora dagli alessandrini e dagli occidentali, nel senso di unità sola specifica e non numerica tra le persone divine in Dio; ciò che, per via traversa, avrebbe fatto penetrare nella Chiesa orientale un vero tritesimo e avrebbe fomentato dapprima sospetti ed incomprensioni tra i due partiti (M., meleziani, cappadoci; Roma, Alessandria, eustaziani di Antiochia), poi finalmente una intesa basata sull'equivoco di una parola comune, omousios, interpretata diversamente. Rimane però la realtà di una evoluzione nelle idee trinitarie di M. stesso, il quale cominciò sospetto di omeismo (v. ARIANESIMO) e solo più tardi raggiunse la chiara ortodossia attraverso formole omousiane; rimane specialmente la diversità delle formole tra le due parti sopra accennate per esprimere una dottrina sostanzialmente identica; rimangono finalmente le complicate questioni di persone. Ecco, in questo senso, come si presentano i principali tratti delle fortunose vicende della vita di M. Appare nella storia a partire dal 338, anno in cui fu eletto a successore del deposito vescovo Eustazio di Sebaste. Nel 360, per opera di Acacio di Cesarea, capo della fazione ariana degli omeiani, venne elevato alla sede di Antiochia, segno che M. aveva fino allora avuto un atteggiamento dottrinale che poté sembrare agli omeiani sufficiente garanzia.
S. Epifanio lo ritenne omeiano del partito di Acacio (Haer., 73, 23; PG 42, 445 A) in lotta contro la fazione ariana omeiana capeggiata da Basilio di Ancira e da Eustazio di Sebaste. Lo stesso Epifanio sembra dire che M. assistette al Concilio omeiano di Seleucia (359; ibid., 445, 448 B), mentre Socrate e Filostorgio dicono espressamente che egli firmò il formulario di quel Sinodo (Hist. eccl., II, 44; PG 67, 356-57; Hist. eccl., V, 1, ed. J. Bidez [CB, 21], p. 67).
Comunque, arrivato ad Antiochia, M. deluse talmente le speranze degli omeiani e dette tale un impulso al movimento antiariano che il partito di Acacio, appena un mese dopo il suo arrivo, ottenne dall'imperatore Costanzo che fosse mandato in esilio (360-62). Il motivo fu certo sostanzialmente dottrinale, senza di che gli omeiani non avrebbero certo insistito su alcuni pretesti di irregolarità canoniche nella condotta di M. La tradizione ortodossa ha visto una professione di fede nicena e la vera causa dell'esilio nel discorso tenuto da M. davanti all'Imperatore sul testo allora tanto discusso nelle lotte ariane di Prov. 8, 22, discorso conservato da Epifanio (Haer., 73, 29-33; PG 42, 457-65). Comunque Costanzo fece sostituire M. con un amico di Ario, Euzoio.
Ma la massa degli antiariani rimase fedele a M. e, capiggiata da Flaviano, il futuro successore di M., formò una comunità detta dei meleziani. Questa era separata non solo dagli ariani di Euzoio, ma anche da quel gruppo di credenti, ortodossi niceni stretti, che sin dal 330 erano rimasti fedeli al deposito vescovo ortodossi Eustazio di Antiochia, non avevano mai riconosciuto altri vescovi e, diretti dal sacerdote Paolino, erano detti eustaziani. La causa di questa separazione degli ortodossi in due fazioni era essenzialmente una questione di terminologia trinitaria. I meleziani accettavano la formula esservi in Dio una sostanza o usia (οὐσία) in tre ipostasi nel senso di persone, formula che, esprimendo esplicitamente la distinzione reale delle persone in Dio, pareva loro necessaria per togliere alla dottrina nicena ogni sospetto di sabbilansimo; gli eustaziani invece avevano questa formula in sospetto di arianesimo e, attenendosi, insieme agli alessandrini e agli Occidentali, all'antica terminologia che identificava usia e ipostasi, dicevano esservi in Dio un'unica usia ossia ipostasi, e tre prosopa, formula che i meleziani sospettavano di sabbilansimo.
Il Sinodo di Alessandria del 362, presieduto da Atanasio, riconobbe la legittimità di ambedue le formule (Tomo ad Antiochinos: PG 25, 796-809), ma cionostante le due comunità ortodosse di Antiochia non vennero a conciliazione, ché anzi Paolino, capo degli eustaziani, venne irregolarmente consacrato vescovo dal focolo Lucifero di Cagliari (v.), e poco dopo (363) Atanasio stesso, non avendo trovato
corrispondenza alla sua offerta di comunione a M. (s. Basilio, Ep., 189: PG 32, 472), pare l'accordasse ai soli eustaziani, per cui in seguito la Chiesa di Alessandro usò a loro favore tutta la sua influenza presso Roma.
M. a quel momento (363) sembra essersi impegnato in un lavoro di raggruppamento intorno a una forma che spiegava l'omousios nicono con l'espressione: «sì-mile secondo l'essenza», formola del resto così poco impegnativa che Acacio e i suoi simili potevano sottoscrivere (Socrate, Hist. eccl., III, 25: PG 67, 452-56; Sozomeno, Hist. eccl., VI, 4: ibid., 1301). La posizione di M. non appariva allora chiara a nessun partito; gli eustaziani la respingevano (v. opuscolo anonimo: PG 38, 85-88); gli omeniani poco dopo ottenevano dall'imperatore Valente il secondo e il terzo esilio di M. (365-67; 371-78); gli ariani omeniani, tra i quali alcuni amici di M. stesso, sembra che lo ignorassero quando trattarono (ca. 366) con papa Liberio; Roma finalmente, per ben tredici anni ancora (366-79) lo ebbe in sospetto, dando il suo riconoscimento e appoggio al suo rivale eustaziano Paolino. Ma s. Basilio di Cesarea, il quale, pur nella sua scrupolosa ortodossia, credeva avere garanzie sufficienti dei retti sentimenti di M. e stimava che un raggruppamento di tutti gli ortodossi in Oriente era possibile solo intorno alla sua persona, sin dal 371 moltiplicava a suo favore reiterati sforzi sia presso Alessandria sia presso papa Damaso (numerose lettere degli a. 371-78: PG 32), non senza lasciarsi sfuggire nel corso delle trattative espressioni di delusa amarezza sull'atteggiamento pratico di questi (Ep., 215: ibid., 32, 792).
Solo dopo che il potere civile, sotto l'ortodossio imperatore Graziano, restituendo a M., ritornato dal suo terzo esilio, le chiese tolte agli ariani, lo ebbe riconosciuto come legittimo rappresentante degli ortodossi (378), e M. stesso, insieme ad altri 150 vescovi, ebbe aderito in un Sinodo antiocheno del 379 alle decisioni dottrinali dei concili romani degli anni precedenti sotto papa Damaso (v. TEODORO, Hist. eccl., V, 9: PG 82, 1216 D, e tra le lettere di papa Damaso, Ep., 2, fragmenta: PL 13, 353-54), la situazione tra M. e Roma si chiarì.
Nel 381 M. era presente al Concilio di Costantinopoli di cui venne eletto presidente, evidente segno dell'enorme ascendente ch'egli godeva ormai in tutto l'Oriente. Morì prima della fine dello stesso Concilio, ca. la metà del mese di maggio, ed ebbe eseguito trionfali alle quali lo stesso imperatore Teodosio volle assistere. Gregorio Nisseno, tra gli altri, ne fece l'elogio funebre (PG 46, 852-64), e Giovanni Crisostomo, che era stato ordinato diaconato da M., ne pronunciò nel 386-87 una magnifico panegirico (ibid., 50, 515-20). È venerato come santo sia dalla Chiesa greca (12 febbr., 23 e 24 ag.) che dalla latina (12 febbr.).
Lo scisma antiocheno non finì con la morte di M. perché, nonostante le premure di Roma e di Gregorio Nazianzeno affinché tutti gli ortodossi antiocheni si raggruppassero ormai intorno a Paolino, i vescovi orientali elessero Flaviano a successore di M. (381), e nemmeno la morte di Paolino (388) riconduce l'unità, perché questi, prima di morire, aveva ordinato a suo successore Evagrio. È vero che né Roma né Alessandria riconobbero Evagrio, ma si tardò ancora a riconoscere Flaviano, il quale non volle accettare di sottomettere la sua questione a un concilio (v. s. Ambrogio, Ep., 56: PL 16, 1220-22). Solo verso il 394 gli alessandrini, dietro le istanze di s. Ambrogio (Ep., 56, 6: ibid., 1221-22) e per conformarsi alla mente di papa Siricio, riconobbero Flaviano in un sinodo a Cesarea di Palestina (v. Severo d'Antiocchia, in E. W. Brooks, The sixth book of the select letters of Severus, trad. ingl., II, Oxford 1903, p. 223). Verso la stessa epoca moriva Evagrio, e Flaviano poté impedire che gli venisse dato un successore. È probabile che in questo stesso periodo sia avvenuto a Roma il riconoscimento di Flaviano, sebbene alcuni, con Sozomeno (Hist. eccl., VIII, 3: PG 67, 1520-21), vogliano attribuire il merito alle istanze di s. Giovanni Crisostomo nel 398. I resti degli eustaziani si riunirono alla grande comunità nel 413 sotto il vescovo Alessandro (Teodoreto, Hist. eccl., V, 35; ibid., 82, 1265).