MELÉZIO (MELIZIO) DI LICOPOLI

MELÉZIO (MELIZIO) di LICOPOLI. - Vescovo di Licopoli nella Tebaide (Egitto), m. ca. il 325-26, autore dello scisma, da lui detto meleziano, che cominciò probabilmente nel 306 e non si estinse del tutto che verso il principio del sec. VI.
Dalle fonti non sempre concordi sembra che tra il 305 e la Pasqua del 306, mentre inferiva la persecuzione di Diocleziano, e parecchi vescovi e fedeli erano in prigione e Pietro vescovo di Alessandria era nascosto, M., vescovo di Licopoli, si arrogasse di fatto un po' dovunque, compresa la stessa Alessandria, di procedere come superiore della Chiesa egiziana, visitando, ordinando chierici e scomunicando. Di sentimenti rigoristi, sembra aver considerato la fuga di Pietro e dei suoi vicari come tradimento e forse per questo lo stesso Pietro come decaduto dal suo ufficio. Riusci a persuadere anche alcuni sacerdoti alessandrini, per cui alcuni vescovi in prigione protestarono contro l'agire di M. (Frammento della loro lettera, ed. Kettler, op. cit., V. BIBLICA., p. 159 sg.) e Pietro in una lettera mise i suoi fedeli (ibid.) in guardia contro di lui.

Dopo la Pasqua del 306, rallentata la persecuzione, molti fedeli che si erano più o meno compromessi (lapsi) vollero tornare alla Chiesa, e Pietro, in una lettera pastorale (PG 18, 467-508) regolò la loro situazione, stabilendo che solo nei casi più scusabili i lapsi fossero subito ammessi alla penitenza canonica, mentre per gli altri solo dopo un anno di prova sarebbe esaminato il caso; nello stesso tempo difendeva la legittimità, in certe circostanze, della fuga in tempo di persecuzione. M., contrario a questa remissività, istigò contro Pietro buon numero di quelli che avevano pubblicamente confessato la fede (Epifanio, Haer., 68, 1-3: PG 42, 184-89), per cui Pietro fece deporre M. da un sinodo di vescovi (Atanasio, Apol. c. Ar., 59: ibid., 25, 356; Socrate, Hist. eccl., I, 6: ibid., 67, 52 sg.). M., ormai apertamente scismatico (Atanasio, ibid., e Ep. ad episc. Aegypti et Lyb., 22: ibid., 25, 589), si diede ad organizzare la cosiddetta «chiesa dei martiri» ossia dei confessori (Epifanio, Haer., 68, 3: ibid., 42, 189). Nel 308-309, riaccesai la persecuzione, M. venne deportato ad metallo in Palestina. Tornò nel 311 con l'aureola di confessore, ciò che aumentò il prestigio della stella. Il vescovo Pietro, per contrastare il progresso, dichiarò invalido il battesimo dei meleziani, provocando così l'opposizione di alcuni membri del suo clero, tra i quali si distinse il diacono Ariò, il futuro eresarca, il quale, già da laico, aveva aderito a M. Pietro lo scomunicò (Sozomeno, Hist. eccl., I, 15: PG 67, 905). Verso la fine del 311 Pietro stesso morì martire e a lui successe Achillas e poi (313) Alessandro. Ma M. continuò nel suo scisma e la gerarchia scismatica si organizzò per tutto l'Egitto (Atanasio, Apol. c. Ar., 71: ibid., 25, 373), ed Osio di

Cordova, venendo ad Alessandria nel 324 per l'affare di Ario, ebbe ad occuparsi anche dei meleziani (Eusebio, Vita Const., II, 62-63: ibid., 20, 1036; III, 4: ibid., 1057). Lo stesso fece nel 325 il Concilio niceno (v. Socrate, Hist. eccl., I, 9: PG 67, 77-81): M. venne riconosciuto come vescovo di Licopoli, ma senza diritto di fare ordinazioni; i chierici ordinati da lui dovevano essere riordinati e così avrebbero potuto esercitare tra i cattolici le funzioni del loro grado, prendendo posto, nel rango corrispondente, dopo i membri della gerarchia regolare, pur con la speranza di essere anche promossi nel caso di una regolare elezione. Il Concilio, nel suo can. 6, confermò esplicitamente al vescovo di Alessandria i suoi tradizionali ed ampi diritti metropolitani su tutto l'Egitto, la Libia e la Pentapoli (Cirenaica; Mansi, II, 669 sg.).

I meleziani interpretarono ricorso a Costantino (Eusebio, Vita Const., III, 23: PG 20, 1084), chiedendo l'aiuto di Eusebio di Nicomedia (Epifanio, Haer. 68, 5 sg.: PG 42, 192-93); ma l'esilio di Eusebio costrinse i meleziani, più o meno sinceramente, a riconciliarsi con

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(da Puglia-Luzania-Calabria, TCI, VIII, Milano (VII, p. 130) MeliP e RAPOLLA, diocesi di - Sarcofago proveniente da R. (spoca imperiale).
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Alessandro (Atanasio, Apol. c. Ar., 71: PG 25, 376). Senonché M., prima di morire (ca. 325-26), riuscì a darsi un successore, Giovanni Arkaph che fece vescovo di Menfi (Sozomeno, Hist. eccl., II, 21: PG 67, 985) e la setta, ormai in stretta alleanza con gli ariani, condusse una lotta spietata contro il nuovo vescovo di Alessandria, Atanasio (328), lotta di cui dà non chiarimenti i recenti papiri (v. BIBLICA) e Atanasio stesso nella sua Apologia contra Arianos, per cui i meleziani furono senz'altro annoverati tra gli ariani (Sozomeno, ibid.) di cui subirono anche le sorti. Se ne hanno tracce nel sec. V (Teodoro, Hist. eccl., I, 8: PG 82, 932) e al principio del sec. VI, specie tra i monaci. Sono palesi, nella questione meleziana, le somiglianze con il caso dei donatisti e dei novaziani.

Bibl.: Le fonti essenziali, oltre Atanasio, sono i frammenti del m. di Verona 60 sull'origine dello scisma: lettera dei vescovi e di Pietro di Alessandria contro M. (ed. F. H. Kettler, in Zeitschr. für neutestamentliche Wissenschaft, 35 (1936), pp. 159-63), e le notizie di Epifanio, Haer., 68: PG 42, 184 sg. Tra i lavori recenti si noti: E. Schwartz, Zur Geschichte des Athanasius, in Nachrichten der K. Gesell. der Wissenschaft. zu Göttingen, 1905, pp. 164-87; G. Ghedini, Luci nuove dei papiri sullo scisma meleziano, in La scuola cattolica, 1925, II, pp. 261-80; E. Amann, s. V. in DTHC, X, coll. 531-36; E. Schwartz, Über die Sammlung des cod. Veronensis 60, in Zeitschr. für neutestamentliche Wissenschaft, 35 (1936), pp. 1-23; F. H. Kettler, Der meletianische Streit in Ägypten, ibid., pp. 155-193 (tirpende tutta la questione dell'origine dello scisma); id., Petros I., Bischof von Alexandrien, in Pauly-Wissowa, XIX, II, coll. 1281-88.