«MORTALIUM ANIMOS». - Prime parole della lettera enciclica di Pio XI del 6 genn. 1928 De vera religionis unitate fovenda (AAS, 20 [1928], pp. 5-16), pubblicata quasi all'indomani della Conferenza di Losanna (3-21 ag. 1927) e della risposta negativa della Congregazione del S. Uffizio al dubbio se sia lecito ai cattolici partecipare ai congressi pan
cristiani (8 luglio 1927, in AAS, 19 [1927], p. 278). In opposizione infatti all'atteggiamento della Chiesa cattolica, ferma nei suoi principi, si faceva strada, dopo le Conferenze pancristiane di Stoccolma e di Losanna, la concezione di un cattolicesimo a più largo respiro, di una specie di alleanza tra la Chiesa di Roma e le altre comunità cristiane separate, allo scopo di opporre all'incredulità invadente la fraternità universale dei discepoli di Gesù.
L'enciclica è una presa di posizione della Chiesa contro questa nuova concezione; e si divide in tre parti. Nella prima il Pontefice rileva il fatto del desiderio degli uomini di unirsi tra di loro, desiderio che assume tre diverse forme: unione di tutti gli uomini come aventi tutti la stessa comune origine e natura, quale base e garanzia di collaborazione e di pace, unione davvero desiderabile; unione di tutti gli uomini che hanno una religione, qualunque essa sia, come argine contro l'empietà e la irreligiosità: una simile forma di unione non può così semplicemente essere appoggiata dai cattolici; unione di tutti i cristiani o pancristianesimo. Di questa terza forma vuole trattare il Pontefice. Nella seconda parte, si afferma che per diritto naturale e divino-positivo l'unica religione vera è la religione cristiana-cattolica, e che Gesù fondò una sola Chiesa come una società visibile e sovrana destinata a raccogliere nel suo grembo tutti gli uomini. Di conseguenza il Papa denuncia l'errore di coloro che vedono la Chiesa solo come una federazione di comunità; che affermano che il desiderio del Signore di un solo ovile non ha ancora potuto realizzarsi, come se non esistesse ancora la vera Chiesa di Gesù Cristo o esistesse senza Pastore; che aspirano ad una unione pratica con Roma, risultato di compromessi e di vicendevoli concessioni. Nella terza parte Pio XI afferma che di conseguenza né la S. Sede né i cattolici possono credere parte o favorire questi movimenti in quanto «falsae cuidam christianae religioni auctoritatem adiungerent». Né ciò è contrario alla carità, perché la vera carità non può essere contro la verità e la fede. L'esclusione di un unico magistero che costituisca un impegno per tutti, è un coefficiente di disgregazione e non di unione ed apre la via all'indifferentismo. La discriminazione tra verità fondamentali e non fondamentali con un minore impegno per queste (v. JANNI, UCO, Ugo), quando si tratti di verità rivelate, non ha senso. La vera unione non è quindi possibile se non con il ritorno dei dissidenti alla vera Chiesa e con l'accettare il primato di s. Pietro e dei suoi successori. L'enciclica, che fu pubblicata in circostanze analoghe a quelle in cui nel 1896 Leone XIII pubblicò la Satis cognitum, è meno ampia della precedente; però rivela un senso di decisione nell'affermare la dottrina della Chiesa di fronte alle dichiarazioni volutamente elástiche e piene di reticenze circospette delle Conferenze di Stoccolma e di Losanna. La quale decisione, se può a prima impressione sembrare un ostacolo al ritorno dei fratelli separati, per il fatto che esclude l'addio ad ogni pericoloso equivoco, rappresenta un passo avanti, che può sembrare breve, ma che è sicuro.