MOSÈ, Justus. - Pubblicista e storico, n. a Osnabrück il 14 dic. 1720, m. ivi 18 gen. 1794. Avvocato, partecipò alla vita pubblica della città natale: nel 1742 divenne segretario, e poi sindaco, della Ritterschaft, nel 1747 advocatus patriae.
Studioso delle antichità germaniche, difese l'origine natale del carattere nazionale dall'influaso francese (cf.
Versuch einiger Gemälde der Sitten unserer Zeit [Hannover 1747] e il dramma Arminius del 1749), esaltando, contro la poetica razionalistica imitatrice di canoni classici, l'immaginazione creativa dell'artista, contro il moralismo estetico, il valore delle passioni. Nell'Arlequin oder Verteidigung des Grotesk-Komischen (1761) fu pittore dei costumi popolari; contemporaneamente studiava le origini storiche della società germanica, individuando nella proprietà terriera la fonte della libertà e la base della nazione. Su questa linea traccia, nell'incompleta Osnabrückische Geschichte (1768-1824), una storia costituzionale e sociale della sua patria, in cui si dimostra ostile al dispotismo illuminato e fautore dell'autogoverno delle comunità contadine; motivi ripresi nelle Patriotische Phantasien (Berlino 1774-78). Protestante, mostrò aperta comprensione per il cattolicesimo. Dopo un giovanile disprezzo delle virtù cristiane, ispirato a secenteschi motivi libertini, riconosce infatti, negli Schreiben an den Herrn Vicar in Savoyen (1765), il valore delle religioni positive contro il deismo; attribuisce loro, sommamente alla cattolica, un valore politico di difesa della libertà. Prevalente carattere politico dà pure all'antitesi cattolicesimo-luteranesimo negli Schreiben... über die künftige Vereinigung der Evangelischen u. Katholischen Kirche (Francoforte e Lipsia 1780).