NAZIONALSOCIALISMO. - Movimento, a tendenza genericamente socialista, ma a struttura gerarchica ed accentrata, sotto in Germania nel 1919-20 ed ivi lentamente affermato attraverso alterne vicende e rimasto, poi, totalitariamente, a capo di quello Stato dal 1933 al 1945; quindi, travolto dall'esito disastroso della seconda guerra mondiale, dal n. stesso essenzialmente determinata.
I. ORIGINI E SVILUPPO FINO AL 1933
Con l'ingresso di A. Hitler (allora ufficiale di propaganda in un reggimento di Monaco) nel Partito operaio tedesco (fondato da A. Drexler il 5 genn. 1919), il n. sussunse presto in Baviera un inatteso sviluppo; il 24 febbr. 1920 lo stesso Hitler gli dava un ampio programma in 24 punti, mentre la sua denominazione veniva mutata, nell'apr., in quella di Partito nazionalsocialista operaio tedesco (National-socialistische Deutsche Arbeiterpartei: N. S. D. A. P.); ed il 25 luglio 1921, infine, Hitler ne conseguiva la presidenza e, specie valendosi di appositi gruppi militarmente organizzati (le Sturmbeteilungen o squadre d'assalto: S. A.), riusciva a ridurre all'inattività i socialdemocratici suoi più diretti oppositori. Sin da allora si affiancavano a lui parecchi dei futuri dirigenti: ex-ufficiali come H. Göring ed E. Röhm, giornalisti come A. Rosemberg (futuro teorico del razzismo) e studenti come R. Hess (per lungo tempo segretario del Partito e successore designato del Führer nel 1939).Tuttavia, la sfortunata partecipazione ad un colpo di mano contro il governo bavarese, organizzato da vari gruppi di destra che facevano capo al generale Ludendorff (cosiddetto Putsch di Monaco dell'8-9 nov. 1923), terminato con la condanna di Hitler a 5 anni di fortezza e la fuga all'estero di alcuni suoi collaboratori, parve segnare il declino del Partito. Ma Hitler, nella sua cella, compilava un volume di memorie e di considerazioni, destinato a diventare (con titolo di Mein Kampf) l'inappellabile testo ideologico del movimento.
Liberato lui, la propaganda del N. S. D. A. P. rapidamente si estendeva anche fuori della Baviera (nel nord, particolarmente ad opera di G. Strasser, che si sarebbe tuttavia poi staccato da Hitler nel 1932, e nella Renania, ad opera di J. Goebbels). Il Partito creava, inoltre, numerose altre organizzazioni dipendenti (fra cui quella per i giovani, diretta da B. von Schirach), bandiva un vasto programma agrario in difesa delle categorie contadine (ispirato da W. Darré) e iniziava su larga scala la sua partecipazione alle più disparate competizioni elettorali, fino a conseguire, con le elezioni al Reichstag del 30 luglio 1932, la maggioranza dei seggi parlamentari.
Era così ormai matura l'ascesa al potere; tanto più che le masse, sfiduciate e depresse (nel 1929 i disoccupati avevano raggiunto i 3 milioni), scorgevano in un deciso cambiamento di regime una speranza di ripresa. Il presidente Hindenburg chiamava al cancelliere Hitler il 30 genn. 1933; le elezioni del 5 marzo al Reichstag, condotte in un clima di palese intimidazione, davano al Partito 17 milioni di voti; il 23 marzo per legge si conferivano i "pieni poteri" al gabinetto nazionalsocialista ed il Paese cadeva in mano ai dirigenti del n., arbitro così del suo destino.
II. LA DOTTRINA POLITICO-SOCIALE
I 24 punti del programma del 1920, malgrado il loro iniziale carattere di provvisorietà, costituirono per molti anni il nucleo essenziale delle rivendicazioni del n.: riunione di tutti i Tedeschi in una grande Germania, non più vincolata da trattati imposti con la forza e nuovamente dotata delle sue colonie; formazione di una più stretta comunità fra tutti i cittadini (Volksgemeinschaft), scartandone, però, tutti quelli disangue non germanico (in particolare gli Ebrei); protezione della classe media nelle industrie e nei commerci, eliminando gli eccessivi profitti e tutelando in ogni modo il lavoro; pari valido aiuto alle classi rurali, oberate da imposte e da debiti; estesa e multiforme attività a favore della sanità fisica e ideale del popolo; accettazione d'un cristianesimo positivo senza vincoli con particolari confessioni, ammesse solo nel caso che non «ponessero in pericolo la sicurezza dello Stato e non recassero danno ai costumi ed ai sentimenti della razza germanica»; infine, costituzione di un forte potere centrale nel Reich.
A differenza di quanto era avvenuto per il fascismo, preso indubbiamente a modello da Hitler sotto molteplici aspetti, in prevalenza esteriori, la lunga attesa prima di raggiungere il potere permise al n. di elaborare una completa dottrina politico-sociale e poi di tradurla in termini giuridici attraverso un'ampia coordinata legislazione nei primi anni di governo. È, quindi, possibile coglierne a grandi linee i capitali essenziali quali apparvero delineati nella sua fase più progredita.
Il valore politico dominante, per il n., non era più lo Stato, secondo lo schema scientificamente elaborato dai classici giurisprudenziali dell'8o, ma il popolo (Volk), quale unità etnica, essenzialmente determinata dall'identità del sangue. E si affermava di raggiungere siffatta intima comunanza razziale (Volksgemeinschaft) con l'eliminare dal popolo decesso gli elementi non ariani. Infatti, secondo tale pregiudizio, la razza ario-nordica si trovava nella sua maggiore purezza specificatamente in Germania, e sulla traccia della teoria dell'ineguaglianza delle razze umane, formulata, già assai prima, dal francese Gobinneau e dall'inglese Chamberlain, veniva considerata la più evoluta fra quelle esistenti. In particolare, occorreva radicare dal novero dei cittadini l'individui di sangue non assimilabile (fra gli Europei, ad es., gli Ebrei e gli zingari), che vi erano entrati in epoche in cui non si teneva in alcun conto il fattore razziale, riducendoli nella condizione di meri sudditi quali semplici Staatsangehörige, invece che Reichsbürger. Ed è chiaro che solo i secondi dovevano ritenersi membri effettivi del popolo germanico (Volksgenossen).
La formola Blut und Boden sintetizzava, in proposito, il pensiero del n.; ma il termine Blut richiamava anche il concetto di stirpe (Abstammung), ossia la sostanza biologica, psichica e morale determinata dalla nascita, mentre l'altro, Boden, indicava non soltanto lo spazio, dominato dalla potestà suprema dello Stato, ma anche quella zona di superficie terrestre, cui un popolo deve considerarsi intrinsecamente legato dal suo lavoro e dalla sua storia.
Si spiega, quindi, come accanto alle cosiddette leggi razziali di Norimberga del 15 sett. 1935, a netto carattere antisemita, fossero emanate la legge 14 luglio 1933 sulla sterilizzazione (malattie mentali inguaribili, delinquenti abituali, ecc.), quella 18 ott. 1935 sul divieto di matrimonio per le persone affette da particolari malattie contagiosi, ed, inoltre, la legge 29 sett. 1935 sulla masseria ereditaria (Reichsbehoftgesetz), che, attraverso il divieto di dividere ulteriormente l'unità culturale familiare, mirava a creare, mediante una valida e numerosa popolazione rurale, una sorgente di sangue sano.
L'accennata «comunità popolare germanica, basata sull'identità del sangue e delle tradizioni storiche» doveva stringere tutti i suoi componenti in un vincolo di sincero cameratismo, e nel suo seno l'utile collettivo avrebbe così avuto naturalmente la prevalenza sull'utile individuale («Gemeinutz geht vor Eigennutz»): si leggeva, infatti, allora sulle monete del Reich). Il singolo doveva, perciò, essere preso in considerazione solo nella sua qualità di membro della collettività popolare: la quale, a sua volta, doveva farsi sempre più omogenea, abolendo i molteplici particolari politici, sociali e culturali, fino a realizzare integralmente, nei riguardi della intera razza germanica, anche al di fuori dei confini territoriali dello Stato, l'assoma «ein Volk, ein Reich, ein Führer».
Il diritto, che doveva recare ordine e potenza alla accennata comunità, non era, infatti, concepito come un qualcosa d'esterno e d'estraneo al popolo stesso, bensì come un qualcosa che in esso sussisteva allo stato diffuso, nell'attesa che sopravvenisse un Führer in grado di dargli una forma concreta, esprimendolo in termini normativi. Il Führer appariva, infatti, come colui che, meglio di ogni altro Volksgenosse, era atto di interpretare tale spirito comunitario (Volksgeist); ed egli, nella sua attività diretta a tutelare e potenziare la Volksgemeinschaft, non avrebbe già dovuto servirsi di un coercitivo potere di impero (Herrschaft), bensì soltanto marciare innanzi come chi guida (führ), seguito da tutti i suoi camerati in piena spontaneità e fiducia, costituendo la sua fedele Gefolgschaft.
I principali mezzi necessari al Führer, per raggiungere tali finalità, risultavano essere: il Partito nazional-socialista (o Bewegung, ossia Movimento politico) e lo Stato, concepito ormai come il complesso delle organizzazioni burocratiche, militari e paramilitari (Beamten-tum, Wehrmacht, Arbeitstidienst), cioè come un semplice Apparat, puro strumento della sua azione di Führung.
Come è evidente, tale dottrina politico-sociale del n. con la sua valorizzazione, quasi mistica, della razza, con il suo assoluto disprezzo per tutti gli individui non appartenenti alla Volksgemeinschaft, con il suo culto per la pura violenza ecc., non poteva venir accolta dalla Chiesa cattolica. E quindi, malgrado che il 20 luglio 1933, specie con la mediazione di F. von Papen, si stipulasse un concordato con il Reich (che riassumeva quelli prima sussistenti con alcuni Länder), sorsero ben presto numerose controversie sulla sua interpretazione; ed intanto si cercava subdolamente d'indebolire il prestigio della Chiesa con numerosi processi nei confronti di sacerdoti incolpati di supposti reati contro le leggi valutarie (1935) e contro la morale (1936-37). Il Pontefice, peraltro, reagì in modo nettissimo al crescente soffocamento della vita religiosa con la lettera Mit brennender Sorge (14 marzo 1937); cui fecero eco numerose lettere pastorali e dichiarazioni dell'episcopato tedesco. In realtà l'opposizione cattolica fu l'unica a mantenersi validamente anche durante gli anni più duri dell'oppressione. Del resto, anche il proposito del n. di asservire totalmente la Chiesa protestante, dato il suo carattere nazionale (legge 11 luglio 1933), incontrò notevoli difficoltà da parte di non pochi pastori.
III. LA SUA EFFIMERA AFFERMAZIONE IN GERMANIA
Specie durante i primi anni della seconda guerra mondiale i capisaldi programmatici ora enunciati apparivano in gran parte effettivamente raggiunti anche se gli eventi ulteriori ne mostrarono poi l'effimera consistenza.Di fatto il Führer, dopo la morte del presidente Hin-denburg (2 ag. 1934), era rimasto l'unico legislatore; tutti i pubblici funzionari (compresi gli appartenenti alle forze armate) dipendevano da lui solo e gli giuravano personale fedeltà; una devota milizia di partito (le Schutz-staffeln, o squadre di protezione: SS), con compiti di polizia, faceva capo direttamente a lui; anche la magistratura risultava ormai dipendente dai suoi voleri, mentre egli poteva intervenire di persona in ogni giudizio per stabilire e persino eseguire la pena, come aveva fatto, ad es., nel 1934, quando si era trattato di soffocare la rivolta ordinata dal capo di Stato Maggiore delle SA, Röhm. Inoltre: in base al dettame «autorità verso il basso, responsabilità verso l'alto», tutte le pubbliche funzioni, senza alcuna partecipazione democratica del popolo al governo, apparivano attribuite ad una complessa gerarchia di Unterführer, subordinati, al vertice, all'unico irresponsabile Führer (cosiddetto Führerprinzip). Parimenti: i cittadini non godevano più di alcuna seria garanzia costituzionale, dato che i giudici potevano applicare pene anche quando mancassero appropriate norme.
1711
NAZIONALSOCIALISMO - NAZIONE
punitive, qualora discrezionalmente ritenessero che la azione perseguita fosse contraria al diritto immanente, allo stato latente e diffuso, nella stessa Volksgemeinschaft. Quest'ultima, infine, all'interno, era stata realmente epurata da numerosi elementi non assimilabili (specie con l'implicabile applicazione delle leggi antisemite), e raggruppata in un saldo Stato unitario attraverso la completa abolizione dell'autonomia dei Länder e l'aggregazione dei nuclei germanici finiti, compiuta con l'incorporazione dell'Austria, dei Sudeti, ecc.; e verso l'estero, aveva raggiunto una palese situazione di supremazia sopra vari gruppi etnici minori confinanti con la formazione del protettorato di Boemia e Moravia, del governatorato di Polonia, ecc.
Con la vittoria delle Nazioni Unite, nel 1945, il totale rovesciamento delle istituzioni politiche del n. seguenti, con processo davvero rapido e definitivo nelle sue conseguenze, anche il completo dissolversi del «mito ideologico» che ne formava il fondamento e che aveva trovato forza solo nel loro apparente successo. L'assurdo morale che era alla base di siffatte teorie non poteva, infatti, restare più a lungo celato e ciò, malgrado taluni aspetti a prima vista seducenti come il conclamato spirito di cameratismo o l'asserita spontanea subordinazione all'utile collettivo. Essi mascheravano, in realtà, un ingiustificabile sprezzo per la dignità eminente di ogni singola persona umana.
zioni più universali, eguali in tutti i membri della specie, donde poi la grande latitudine del suo fine naturale, che si estende a tutti i beni necessari ad una vita sufficiente, mentre umana e progredita, mentre quello della n. si restringe alla conservazione del suo patrimonio culturale.
Nelle ultime determinazioni ha cominciato già ad affiorare un particolare concetto della n., per la cui intera formulazione occorre procedere all'esame dal dato sperimentale.
Sembra evidente, innanzi tutto, che la n. appartenga alla categoria degli aggregati sociali naturali, essendo costituita da un nucleo di esseri intelligenti, congiunti da un principio interno, effetto dell'innata socievolezza umana, che tende spontaneamente a cementare insieme quei soggetti, i quali sono tra loro vicini e uniti da particolari somiglianze d'origine, d'indole e di cultura. L'opinione contraria, che attribuisce l'origine della n. allo Stato, è dimostrata infondata dal fatto che, prima ancora che si formassero gli odierni Stati nazionali, esistevano già, nel territorio sottoposto al loro dominio politico, cellule sociali ben individuate come gruppo etnico, alle quali non si può negare la qualità di n. Non la n. suppone lo Stato, ma questo suppone la n., come ambiente nel quale si produce il fenomeno dello Stato.
Come aggregato sociale naturale, la n. appare composta da una somma d'individui somiglianti, oltre che nella natura, in alcune specificazioni accidentali ben definite. Ora, essendo l'uomo un essere razionale, non si collega in un'associazione di fatto, se non mediante un legame spirituale, e conseguentemente uno degli elementi essenziali della n. deve essere ricercato in qualche cosa di coscientemente avvertito. Tale elemento consiste nella coscienza della nazionalità, ossia di tutte quelle note comuni, che contrassegnano gli individui, o unità parziali che, come proprietà dell'aggregato, sono un suo patrimonio sociale e producono nei soggetti la volontà di vivere insieme e il sentimento di essere legati a un comune destino.
Questo primo elemento di ordine spirituale viene ancor meglio specificato dal fine, al quale naturalmente tende l'azione associata, giacché anche la n. come ogni altra formazione sociale, resta specificata dal suo fine. Questo a sua volta propriamente consiste, come ha ben dimostrato il Delos, nella conservazione e nello svolgimento del patrimonio culturale comune a beneficio della più compiuta e perfetta formazione della persona umana. Quello, infatti, che produce la coscienza unitaria e la volontà di collaborazione dei membri di una n. sono le unità parziali organiche e spirituali, che formano un legame di fatto, prima ancora del sorgere della coscienza nazionale. Il fondamento oggettivo, sul quale riposa il sentimento d'unità sociale nella n., sono, dunque, le svariate somiglianze, che svolgono essere chiamate fattori della nazionalità. Ne deriva che, estenuando oltre un certo limite, l'unità di religione, di lingua, di tradizioni e di cultura, l'istinto di socievolezza perderebbe il suo stimolo e l'aggregato nazionale la sua coesione. Se vuole conservarsi in essere, deve conservare e sviluppare, proteggere e preservare il suo patrimonio culturale; ciò vuol dire che il suo scopo naturale consiste appunto in questa conservazione e difesa, che non può andare disgiunta da un ragionevole progresso.
Ma la cultura nazionale, la sua conservazione e svolgimento non avrebbero importanza alcuna come fine collettivo, se non ridondassero a beneficio della persona umana. I portatori e gli artefici della civiltà sono le persone, e non la n. concepita o idealizzata come un soggetto a sé stante; la comune cultura deve pertanto rifluire sui suoi artefici, quale patrimonio, al quale tutti indistintamente hanno diritto. L'importanza naturale della n. è proporzionale al servizio che essa rende all'uomo, e questo è singolarissimo e proprio. Essa imprime nelle sue facoltà abiti operativi, disposizioni permanenti, che daranno alle loro operazioni dirittura e facilità, attuando la potenzialità con la quale l'essere umano viene alla vita. Svolge così una funzione nell'interno dell'uomo e ne forma l'anima e il carattere, ne plasma il sentimento, imprimendo a tutto il complesso modo delle sue funzioni psichiche atteggiamenti speciali, che diverranno permanenti.
Mediante un'azione lenta e continua la n. innesta nell'uomo in modo inavvertito gli elementi della sua cultura, gli comunica il patrimonio del suo spirito, delle sue idee, delle sue tradizioni, della sua lingua e della sua religione, sigillandone per sempre l'anima, come la comunità d'origine dallo stesso ceppo ne ha sigillato il corpo.
Raccogliendo in sintesi gli elementi finora descritti, si può raggiungere una definizione compiuta della n. Essa è nella sua essenza un aggregato sociale naturale che, nella coscienza della sua unità d'origine e di cultura, tende alla conservazione e allo svolgimento delle proprie peculiarità e note distintive, in ordine alla più compiuta formazione della persona umana.