NOGARET, *GUGLIELMO*

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NOGARET, *GUGLIELMO*. - N. verso il 1260 a St-Felix de Caraman (Tolosa). Professore di diritto a Montpellier (1291), poi giudice di Beaucaire (1294), fu caro a Filippo il Bello e divenne membro della Curia regia (1296); fu creato cavaliere, guardasigilli e barone, venendo arricchito di feudi e di signorie.

Armato di tutti i cavilli dei legisti, fu il ministro delle scelleratezze del Re, specie nella lotta contro Bonifacio VIII, in cui sostenne le falsità e le mistificazioni dei nemici papali, soprattutto dopo la pubblicazione della bolla *Ausculta fili* (5 dic. 1301). Si unì ai Colonna nella lotta contro il Papa, e nella primavera del 1303, con una schiera di facinorosi, entrò nelle terre pontificie con l'ardito disegno di imprigionarlo e condurlo in Francia. Alla vigilia del giorno in cui doveva essere pubblicata la bolla di scomunica contro Filippo il Bello *Super Petri solio* (7 sett. 1303), penetrò in Anagni con Sciarra Colonna, assalì il Palazzo pontificio e fece prigioniero il vecchio Pontefice, il quale rifiutò di cedere alle violenze usategli. Il giorno seguente la città insorse e, dopo aspra lotta, liberò il Pontefice e cacciò i Francesi.

N., tornato in patria, ebbe nuovi grandi favori e venne poi nominato vice cancelliere di Francia (22 sett. 1307); partecipò attivamente alla questione della soppressione dei Templari e al processo inscenato alla memoria di Bonifacio VIII. M. nell'apr. del 1313, dopo avere ottenuto l'assoluzione *ad cautelam* da Clemente V.

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(da G. Chierici, in *Ambrosiana*, ..., lav. 51)

NOLA, DIOCESI di - Basilichetta dei SS. Martiri. Abside - Cimitile.

più celebrato a N. In questi versi sono riferiti i dati di una tradizione popolare, più che una vera e sicura storia; vi manca ogni cronologia certa, per cui solo per congettura si potrebbe stabilire il tempo in cui visse il vescovo Massimo. Più tardi una tradizione fece anche di Felice un vescovo e per di più un martire.

Quanto è il secondo vescovo di N. di cui sia giunta notizia, dovuta anch'essa a s. Paolino nel suo V Natale. Il terzo vescovo è Paolo, che consacrò nel 403 o 404 la Basilica monumentale innalzata da s. Paolino in onore di s. Felice (cf. Ep., XXXII). L'episcopato di s. Paolino (v.), che succedette a Paolo, non cominciò che tra il 408 e il 416. Seguono: Paolino iunione, m. Iri sett. 442 (epitaffio); Felice, m. il 9 febbr. 484 (epitaffio). Eli-minando un vescovo Deodato, mai esistito, ma confuso con un archipresbyter omonimo, succedono Giovanni Talaia (484) che, costretto dai monofisiti a lasciare la sede di Alessandria e a rifugiarsi a Roma, ebbe da Felice III la Chiesa di

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Nola, diocesi di - I · Gigli · di N. in una stampa in legno di F. Ruggiero (1900).

N. (Liberato, Breviarium, 18); Teodosio, m. il 7 dic. 490 (epitaffio); Sereno, di cui parlano diverse lettere di papa Gelasio (492-96) e che fu presente al Sinodo romano del 449; Pisco, 23 febbr. 523 (epitaffio); Le
N. (Liberato, Breviarium, 18); Teodosio, m. il 7 dic. 490 (epitaffio); Sereno, di cui parlano diverse lettere di papa Gelasio (492-96) e che fu presente al Sinodo romano del 449; Prisco, 25 febbr. 523 (epitaffio); Leone I, di questo nome (536), presente al Sinodo tenuto in questo anno sotto il patriarca Mena; Giovanni (535-60), ricordato in due lettere di Pelagio I (sfuggite al Lanzoni); Gaudenzio, ricordato in due lettere di s. Gregorio Magno (594, 595). Ad anno incerto del sec. VII appartengono Aureliano e Senato noti per i loro epitaffi. Posteriori sono Leone III, Lupino, Sisto, un altro Leone, Giovanni intorno al 940. Contemporaneo di Urbano II (1088-99) e di Pasquale II (1099-1118) fu il vescovo Guglielmo. Quando Salerno fu eretta a metropoli intorno al 983, a quanto pare, Giovanni XV il 12 luglio 989 sottomise N. ad essa; e caduto il principato per opera di Roberto il Guiscardo, Napoli accampò i suoi diritti sulla diocesi di N., ma Pasquale II (1100-1106) dichiarò ancora N. soggetta all'arcivescovo di Salerno, Alfano. Solo nel 1179 si trova N. chiaramente dipendente da Napoli; nel Concilio Lateranense di quell'anno il vescovo nolano Bernardo è registrato tra i suffraganei della Chiesa di Napoli di cui è oggi pure suffraganea.

III. LE NUOVE COSTRUZIONI PAOLINIANE. I MONUMENTI SUPERSTITI DI CIMITILE. — Quando Paolino giunse per la seconda volta a N. (394 e 395) trovò intorno alla tomba del suo patrono altre basiliche; secondo il carme natalizio VI (400) cinque, secondo la lettera XXXII, a Severo (403 e 404), quattro.

S. Felice era stato sepolto fuori le mura, in aperta campagna; la sua salma era stata chiusa in una tomba modesta, coperta da una lastra di marmo rivestita d'ar-gento; due fori, aperti nel marmo, permettevano che aromi giungessero sin nell'interno della tomba, protetta da un'edicola di legno. Più tardi vi si era costruita una basilica a tre navate, la cui volta poggiava su informi pilastri in muratura, e l'edicola occupava l'estremità occi-dentale della navata maggiore. Paolino ampliò la Basilica, sostituì ai pilastri colonne di marmo, sostenenti archi a tutto sesto, su cui poggiava una volta, decorata forse di stucchi, ora distrutta. Nell'intradosso degli archi e sul fregio che li sormonta una ricca decorazione musiva a fondo azzurro e gialli di racemi; sul fregio, un'iscrizione di otto esametri, in lettere d'oro, che si svolgeva in doppia fila intorno alle quattro pareti. È il carme che comincia: Paruus erat locus, ante sacris augustus agendis. Sul fregio di questo stesso peristilio, ma dal lato esterno, un altro carme in lettere d'oro, di cui non restano che misere tracce. Dietro l'altare sorgono due colonne con due santi scolpiti in tutto rilievo sulla faccia anteriore dei capitelli, sancus Faustillus, sancus Felix, Faustillus è sconosciuto. A sinistra le tombe del successore di s. Paolino, Paolino iunione, m. nell'anno 444, e del vescovo Felice, m. nel 484. Sulla parete a cui queste si appoggiano, un af fresco rappresenta tante una città, cinta da mura munite di torri, forse la rappresentazione di Gerusalemme, che offre una forte analogia con il museico di Madaba. Dietro il lato nord del peristilio s'innalza un muro traforato da arcate che ha l'aspetto di una iconostasi: sulla faccia verso l'abside è decorato da una serie di pitture che vanno dal sec. VII al XIV. La parete è tagliata da due valichi arcuati; e nel tratto tra i due valichi si vedono tre immagini, che rappresentano la Vergine fiancheggiata da s. Paolino e s. Felice.

Uscendo dalla Basilica dalla porta di mezzogiorno, si trova la cosiddetta Basilica dei martiri. Si tratta in sostanza di tre ambienti quadrati con affreschi dei secc. XIII, XIV, con due piccoli altari nell'ambiente di mezzo e affreschi che rappresentano s. Eusebio nell'altare di sinistra e s. Maria Maddalena in quello di destra. Nell'ambiente più a sinistra, gli scavi del 1935 misero in luce una serie di tombe terragne, orientate da est ad ovest, con la testata a sezione semicircolare. In una di queste testate fu scoperta una pittura con la scena di Giora rigettato dal nostro. Di particolarissima importanza il protrario di questa basilica, sostenuto da due pilastri, coperti d'orato su tutte e quattro le facce; sulla mensola che poggia sul capitello iscrizione LEO TERTIVS EPISCOPUS FECIT. Questo vescovo è stato, sulla traccia degli scrittori nolani, ma senza sicuro fondamento, assegnato al sec. VIII. Notevoli anche due frammenti (ora presso la Soprintendenza ai monumenti) che formavano una lastra triangolare destinata a fare da rampa ad un ambone; rappresentano parte della scena di Giora (rimane la coda del mostro circondato da pesci), e all'orlo inferiore vi si legge: HOC OPVS LUPINVS ERS RENO (cavit). Altre due lastre, di epoca e stile diverso, rappresentano l'una il vitello e il leone, simboli degli evan-gelisti Luca e Marco, l'altra l'aquila e il leone, simboli anch'essi, con in mezzo l'agnello divino, che con la sua zampa destra regge una croce a stile.

La nuova grande Basilica Paoliniana iniziata nel 401, consacrata nel 403, guarda di fianco l'antica Basilica in cui riposava il martire. Le tre porte di entrata a sud corri-spondevano a tre ingressi posti nel fianco dell'antica Basilica, attraverso cui si poteva scorgere la tomba di s. Felice. Era a tre navate, con doppia fila di colonne sormontata da archi; l'abside era tricora. Delle due absidi minori, quella di sinistra era destinata alla meditazione e alla preghiera, e vi si conservavano, modello di biblioteca ecclesiastica, i libri sacri: quella di destra custodiva le sacre suppellettili.

Da alcuni frammenti si deduce che le pareti erano rivestite di lastre policrome di marmo, componenti di-

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segni geometrici. Ma non resta più nulla delle celebri pitture murali fatte eseguire da Paolino, rappresentanti un ciclo di scene, bibliche, e delle iscrizioni che le accompagnavano.

Questo Santuario insigne, uno dei più celebri luoghi di pellegrinaggio nei secc. IV e V, conobbe le profanazioni peggiori dei barbari della fine del mondo antico, dei Longobardi e dei Saraceni, le rapine e l'incuria degli uomini dell'800. Solo dal 1931 al 1935 si ripresero le ricerche e gli scavi.

Monumento paleocristiano di N. - Nell'ipogeo della cattedrale di N. si conserva una lastra di marmo di cui il pannello centrale rappresenta una croce gemmata con le lettere apocalittiche sospese al braccio trasversale; dalle piede della croce sgorgano i quattro fiumi simbolici. Poco più su del braccio trasversale due stelle sotto raggi: ai lati della croce, due piante di melograno, e, in giro, cinque colombe. Tutta la scena è inquadrata in una cornice decorata da tralci di vite, che partendo da un vaso ai piedi della croce, si ricongiungono sulla sommità di essa. Ai lati del pannello centrale, due minori pannelli laterali, su cui sono rappresentati due candelabri accesi. L'idea dominante di questo prezioso monumento è la croce, ossia il Cristo, trionfante. Il simbolismo si accentua, se si pensa che si tratta di un paliotto d'altare. Lo si assegna alla fine del V sec., al più tardi agli inizi del VI.
N. e le Campane. - Il primo ad usare la voce «N.», per indicare un campanello sarebbe stato lo scrittore di favole Avieno (sec. IV-V). Per trovare «N.», con il significato di campane, bisogna arrivare a Flodoardo (sec. X). Della connessione della campana con N. la prima testimonianza è in Walafrido Strabone (sec. IX); ma la connessione delle campane con S. Paolino, nel senso che S. Paolino sarebbe stato autore delle campane, è di epoca assai recente, del sec. XVI. Ma se S. Paolino non entra nella invenzione delle campane, né la città di N. nelle origini di esse, la Campania ha una parte importantissima nella loro storia perché la testimonianza più antica dell'uso delle campane per chiamare i monaci a preghiera si riferisce propria alla Campania, e precisamente ad Eugenio, il celebre abate del Lucullanum, che sorgeva a Napoli sull'altura denominata oggi Pizzofalcone.

BIBL.: fondamentali le opere di Ambrogio Leone, del Guadagno, del Remondini, dell'Ambrosini, dell'Ughelli, segnalate da P. Fr. Kehr, Italia Pontif., VIII, Berlino 1935, p. 279; e DACL XII (1935), pp. 1422-65, bibl. 1455-57. Per l'epigrafia cristiana CIL, X, 1338 seg.; E. Diehl, Inscr. latinae christ. vet., I-III, Berlino 1925-31. Per il carme damasiano: A. Ferrara, Epigrammata Damasiana, Roma 1942, pp. 213-15. Per S. Paolino: V. Fabre, Essai sur la chronologie de l'oeuvre de St Paulin de Nolé, Parigi 1948; id., St Paulin et l'amitié chrétienne, ivi 1949 (comprimi bibl.); e inoltre: D. Mallardo, Cronologia della lettera XIX di S. Paolino, in Rendic. d. R. Accad. di archéol., 20 (1940), p. 107 seg. Per i monumenti di Cimitile: H. Holtzinger, Die Basilika des Paulinus in N., in Zeitschr. f. bild. Kunst, 20 (1885), pp. 135-41; F. X. Kraus, Gesch. der christl. Kunst, I, Friburgo in Br. 1896, p. 302 seg.; F. Wickhoff, Das Aspismosalk des Paulinus in N., in Röm. Quartalschr., 3 (1889), pp. 15-45; A. W. Byvanck, Mededeelingen van het Nederlandsch histor. Instituut de Rome, 9 (1929), pp. 49-70; id., Byzant. Zeitschr., 30 (1929-30), pp. 447-554; M. T. Tozzi, Bollettino d'arte, 25 (1931-32), pp. 272-81; 504-16; G. Chierici, Lo stato degli studi intorno alle basiliche della Cimitile, in Riv. d'arch. crist., 16 (1939), pp. 59-72, riprodotto in Atti del IV Congresso internaz. di arch. crist., 11 (1948), p. 29; id., Sant'Ambrogio e le costruzioni paoliniane di Cimitile, in Ambrosiana, Milano 1942, p. 315 seg.; R. C. Goldschmidt, Paulin- und 'Church. s. at Nole, Amsterdam 1940. Per N., come meta di pellegrinaggi nel sec. IV-V e i miracoli di S. Felice, V. B. Koetting, Peregrinatio religiosa, Ratisbona 1950, pp. 250-54. Per i paliotto d'altare, D. Mallardo, Una fronte d'altare nolana della fine del sec. V, Napoli 1938 (Campania Romana, pp. 269-291, tav.).

IV. GIGLI DI N

Sono così chiamate otto altissime «macchine» in legno, a forma di obelischi o campanili, che vengono recate in processione a N. per la festa di S. Paolino. Esse vengono costruite da artigiani locali sotto la direzione dei «maestri di festa». I disegni variano di anno in anno e riflettono motivi di architetture rinascimentali, barocche, orientali o moderne, con adattamenti a gusti paesani.

Nel 1931, XV centenario della morte del Santo, le decorazioni svolsero un tema unico, il commento apologetico della vita e delle opere del Santo. Ciasculano «giglio» e costruito con un'ossatura di legno a forma di piramide quadrangolare alla base, triangolare poi, e intimamente unita, si da dare solidità al tutto: su questo scheletro si applica l'«addobatura» composta di cinque pezzi. Il giglio termina, di regola, con una statua sacra e al terzo pezzo, che è quello centrale, vi è sempre la figura di S. Paolino. La processione vuol ricordare l'accoglienza che i nolani fecero al loro vescovo quando tornò dalla prigionia. La festa dura tre giorni e propriamente il sabato, la domenica e il lunedì dopo il 22 giugno (dies natalis del Santo). La sera del sabato i gigli vengono «vestiti» davanti alle case dei «maestri di festa»: la mattina della domenica vengono portati in Piazza del Duomo, e benedetti dal vescovo tra il tripudio della folla, suono di musiche, e lanci di coriandoli e di confetti sul busto argenteo del Santo. Le pesanti macchine sono recate a palla da squadre di ca. quaranta portatori, dette «paranze», che procedono danzando, in gara di agilità fra loro. In mezzo ai gigli sta la barca, che ricorda l'arrivo del Santo dal mare, e vi è immancabile un «moro», a ricordare che essa veniva dal continente nero. La sfilata si svolge secondo un ordine tradizionale che, nell'interpretazione del popolo, vorrebbe riprodurre la successione con cui i diversi esercenti, le varie arti mossero incontro al Santo per accoglierlo; presumibilmente, trattasi di un ordine di precedenza tra antiche corporazioni di mestiere. Esso è il seguente: ortolano, taverniere, salumai, panettiere, beccai, calzolai, ferraio e sarto. Il lunedì ha luogo la «vestizione» dei gigli e tra musiche, luminarie e canzoni la festa ha fine. L'origine del nome sta nel fatto che, da principio, furono usati veri e propri fiori, i quali ben presto vennero attaccati a delle mazze e più tardi a canne intrecciate finché, per spirito agonistico, si giunse alle attuali «macchine» alle ca. 30 metri; ma non è scomparsa del tutto la tradizionale mazza fiorita, o, come dicono, torcia infiorata: due di esse si conservano ancora e vengono recate davanti ai primi due gigl

i. Tutto ciò in analogia con quanto è avvenuto con i «candelieri» di Nulvi e di Sassari, o con i «ceri» di Gubbio

Vedi tav. CXXI.

BIBL.: numero unico de La Festa, Bologna, 14 giugno 1931; XV Centenario paoliniano, numero unico, Nola 1931; A. D'Amato, La tradizionale festa dei gigli a N., in Lares, 2 (1931), pp. 52-63.