ORATORIO SECOLARE DI SAN FILIPPO NERI

ORATORIO SECOLARE DI SAN FILIPPO NERI. - Divenuto sacerdote, Filippo Neri vide polarizzarsi attorno a sé fin dal 1552 un nucleo di amici ed estimatori, che egli guidava nella via della perfezione e cui dette gradualmente una forma stabilite di attività che prese il nome di «esercizi dell'O.», dal luogo dove si riunivano e dalla principale attività svolta, cioè orazione vocale e mentale.

Gli esercizi dell'O., che dettero così origine al nucleo sociale, che tuttora perdura a fianco di ogni famiglia religiosa filippina, consistettero all'inizio (i tempi hanno portato poi adeguamenti o riduzioni) nella lettura di un libro devoto (Bibbia, Laudi di Jacopone, Vita del Colomba, opere del Cartusiano, ecc.) su cui si imbastiva con spontaneità un discorsetto edificante. Era questo il «discorso sul libro», ripetuto quattro volte al giorno, alternato con canti di laudi in volgare (v. (MUSICA)). Si effettuavano anche pellegrinaggi alle chiese e specialmente alle 7 basiliche principali (la «visita delle sette chiese»), visite agli ospedali, ove ogni giorno i fratelli dell'O. si recavano a servire i malati o far loro dei doni. La materia dei sermoni si specializzò nelle discipline, che rimangono tipiche dell'O. filippino: storia ecclesia-

ORATORIO SECOLARE DI S. FILIPPO NERI - ORAZIONE

zione dell'anima con Dio. Essendo il modo naturale di comunicare proprio dell'uomo la parola, l'o. vien detta talora anche «una conversazione» con Dio («oratio est conversatio sermonicatioque cum Deo»: s. Gregorio Nisseno, De orat. dom., Orat. I: PG 44, 1125). S. Paolo enumera diversi modi di o.: petizioni deo, lodi prosoo, deprecazioni evo, rendimenti di grazie eo, (I Tim. 2, 1). Nella S. Scrittura si parla ordinariamente dell'o. impetratoria o di petizione (Ps. 4, 2; 16, 1; 38, 13), che Dio esaudisce (Mt. 7, 7; Lc. 11, 5-13; Io. 16, 24). S. Giovanni Damasceno definisce l'o. petitio decentium a Deo (De Fide, loc. cit.): cf. s. Tommaso (Sum. Theol., 2a-2ae, q. 83, a. 1).

L'o. è un atto appartenente alla virtù di religione, perché è un riconoscimento implicito di tutti gli attributi di Dio, particolarmente della sua bontà e potenza e della dipendenza della creatura da lui. L'o., specialmente di petizione, è il mezzo comune e ordinario per il raggiungimento della giustificazione degli adulti (S. Schiffini, De Gratia, n. 315); nessun altro è più facilmente a portata di tutti, giusti o peccatori, fedeli o infedeli, per impetrare le grazie necessarie alla salvezza. Perciò Leone XIII esortava non solo i cattolici, ma anche i protestanti all'o. per ottenere l'unità della Fede (Acta Leonis XIII, VI, p. 36 sg.). La dignità soprannaturale di un membro della Chiesa ridonda in un certo modo sugli altri, in maniera che le anime più sante hanno maggior efficacia nelle loro o. in vantaggio del prossimo (Prümmer, Theol. mor., I, n. 340). Perché esse siano salutari esigono l'aiuto della Grazia e devono procedere dalla Fede e dalla Speranza teologale (Rom. 10, 14; Iac. 1, 6). Lo Spirito Santo aiuta le anime a pregare, specialmente in casi di grazie particolarmente necessarie al compimento degli occulti disegni di Dio sul governo delle anime e del mondo (R. Cornely, In Rom. 8, 26).

II. O. MEDITATIVA E CONTEMPLATIVA. - L'o. mentale, che può essere metodico-discorsiva (v. MEDITAZIONE) e contemplativa (v. CONTEMPLAZIONE), ha una estensione più ampia di quella puramente vocale. Ad essa appartengono l'o. affettiva di semplicità, di raccoglimento, di semplice sguardo, di quiete, di unione, affettiva, per sua natura, ogni o. Prima infatti dell'o. l'anima dovrebbe prepararsi pensando a Dio col quale sta a parlare; perciò è necessario un sentimento di raccoglimento alla presenza del Signore e di fervore, ossia di umiltà e di dedizione, per cui il cuore e le potenze tutte siano unite per ricercare Dio presente e fare quello che egli ispira. Essendo essenziale all'o. il trattenersi con Dio, l'o. dovrebbe cominciarsi con uno spogliamento di qualsiasi altro pensiero, per ricercare puramente lui. Inoltre l'anima deve nell'o. cercare soprattutto la volontà di Dio per aderirvi con tutto l'affetto; anzi dovrebbe pervenire a sentire in sé la volontà di Dio interamente ed a gustarla. Dio infatti suole attirare la volontà creata in modo che l'anima gli aderisca. Nel totale desiderio di unirsi a Dio, di abbandonarsi in lui e di gustare la volontà divina, l'anima passa facilmente all'elevazione in Dio (B. de Canfield, La Règle de perfection, II, 1, pp. 199-200). Perciò i maestri spirituali consigliano che l'o. passi agli affetti. Quando l'anima ha già una pratica costante d'o. dovrebbe fermarsi prevalentemente in tali atti verso Dio, ossia in espressioni di fede, di lode, di adorazione, di ammirazione, di gratitudine, di speranza, di contrizione, soprattutto di amore. Anche s. Ignazio raccomanda che non si abbia premura di andare avanti nell'o., ma di fermarsi là dove si trova devozione «poiché non è l'abbandanza della scienza che sazia l'anima, ma il gustare le cose internamente» (Exer. spir. adnot., 2).

Tale o. in cui predominano gli affetti è stata chiamata o. affettiva. In essa diminuisce il lavoro della mente, pur non essendo soppresso. Non esclude ancora l'azione discorsiva, ma l'intuizione della verità la sostituisce in gran parte. L'o. affettiva ha particolari vantaggi. La difficoltà di praticare le virtù infatti, più che da difetto di