PACIOLLI, L'C.A

PACIOLLI, L'C.A. - Francescano, matematico, n. a Borgo S. Sepolcro tra il 1445 e il 1450, m. a Roma.
PACIOLLI, L'C.A. - Francescano, matematico, n. a Borgo S. Sepolcro tra il 1445 e il 1450, m. a Roma.

Il 1450, m. a Roma dopo il 1514. Ebbe vita molto movimentata: giovannisimo è a Venezia, istruttore dei figli d'un ricco mercante per i quali scrive un suo primo trattatello di algebra, ca. il 1470. Nello stesso anno è a Roma accanto a Leon Battista Alberti; poco dopo, forse in patria, prende l'abito francescano. Dal 1475 fu professore di matematica a Perugia, dove compose un trattato che è forse quello contenuto nel cod. Vat. 3129. Nel 1481 è a Zara, poi nuovamente a Perugia, a Napoli, a Roma. Nel 1494 a Venezia pubblica l'opera sua capitale: Summa de arithmetica, geometria, proportioni et proportionalità, forse di poca originalità, ma di grande importanza nella storia della matematica, perché è il primo trattato del genere dato alla stampa, servendo assai alla divulgazione della scienza.

Opera assai interessante fu la Divina proportione, composta nel 1496, illustrata da Leonardo da Vinci, suo amico, con cui fu in relazione particolarmente da quell'anno, da quando cioè Ludovico il Moro l'aveva chiamato a Milano per l'insegnamento istituendo per lui la cattedra di matematica. Alla caduta del Moro, vagò qualche tempo con Leonardo: fu a Firenze, poi insegnò a Pisa (1500), a Bologna (1501-1502), nuovamente a Firenze (1502-1505) e nel 1508 spiegano Euclide a Venezia. Per un Libellus corporum regularium fu accusato di plagio, come usurpato all'amico Piero della Francesca, che del P. dipinse un magnifico ritratto, scomparso dopo aver servito da modello all'altro che ci resta, attribuito a Jacopo de' Barbari (Pinacoteca di Napoli: V. riprod. alla voce MATEMATICA, vol. VIII, coll. 341-42).

BIBL.: P. Cassoli, Scritti inediti, a cura di B. Boncompagni, Roma 1837 (elogio di fra L. P.; estratto della Somma di fra L. P.); E. Narducci, Intorno a due edizioni della Summa de arithmetica di fra L. P., Roma 1863; V. ANELLO, L. P. nella storia della ragioneria, Messina 1866; G. Mancini, L'opera De corporibus regularibus di Pietro Franceschi, detto Della Francesca, usurpata da fra L. P., in Memorie della classe di sc. mor. e fil. della R. Accad. dei Lincei, 5° serie, 14 (1915), pp. 446-477; A. Agostini, Il De viribus quantitatis di L. P., in Period. di matematica, 4 (1924).

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PACOLLI LUCA - PACOMIO

pp. 165-92; I. Ricci, Fra L. P. L'uomo e lo scienziato. Sansepolcro 1940; R. E. Taylor, No royal road L. P. and his times. Chapel Hill 1942.

Pacomio, santo. -

I. Vita

Istituto del centro biblico, n. nella Tebaide Superiore da genitori pagani verso il 290-92. Soldato ad Esneh, vi conobbe i cristiani e risolse di imitari. Licenziato poco appresso, si diresse verso il sud, fermandosi a Senesit per eseguire il suo proposito. Qui prese alloggio in un piccolo tempio abbandonato, chiamato dagli antichi tempio di Serapide. Intanto veniva istruendosi nelle verità della fede, ricevendo, poco dopo, il Battesimo; e proprio la notte appresso avrebbe avuto una visione, che gli svelava la sua futura missione.

Cominciò a condurre vita ritirata, di preghiera e di carità, ma avvedutosi presto che nel villaggio non poteva condurre vita solitaria, risolse di abbracciare la vita anacoretica, andandosi a mettere sotto la direzione di un monaco famoso in quei dintorni, di nome Palafiore. Questi dirigeva una colonia di anacoreti, ai quali imponeva il suo genere di vita: digiuno quotidiano nella estate, a giorni alternati nell'inverno; mangiare solo pane e sale e un po' di legumi, niente olio o vino; far lavori manuali, dandone il ricavato ai poveri; passare la metà od anche l'intera notte in preghiera. P. visse alcuni anni nell'intimita di Palafiore ed ebbe tutto l'agio di osservare le defezioni della vita anacoretica non soggetta ad una vera regola e all'obbedienza stretta ad un superiore. Si maturò così in P. la persuasione che per essere d'aiuto ad un più grande numero di anime bisognava introdurre la vita comune, in un monastero, sotto la dipendenza diretta di un superiore.

Per attuare il suo disegno si separò da Palafiore andando a stabilirsi a Tabennisi, villaggio abbandonato situato sulla riva destra del Nilo. Poco appresso cominciò a costruire un monastero attorniato da una cinta per ricevere altri monaci, ma sembra che le prime esperienze non siano state lusinghiere, poiché non riuscì a sottomettere alla vita comune i primi venuti. Presto però vennero altri disposti ad accettare il genere di vita stabilito e poi altri ancora, sicché in breve tempo il monastero di Tabennisi radunò un centinaio di monaci. Fu questo il momento che P. impose la sua Regola e fece la distribuzione degli uffici e dei lavori e costruì nel monastero una chiesa.

Non bastando più Tabennisi all'afflusso delle nuove reclute, P. fondò poco discosto un nuovo monastero a Pebü. Sinora la famiglia di P. si era accresciuta in modo normale con l'accogliere singoli innominati. Ma ora si incrementa per accessione di intere colonie di asceti che abbracciavano la nuova istituzione, sottomettendosi all'obbedienza di P. e alla sua Regola. Primo fu un gruppo di asceti di Senesit; P. vi portò alcuni monaci dei primi monasteri e vi ordinò la vita come in essi; seguì un'altra colonia vivente a poca distanza dalla prima, ma sulla riva opposta del Nilo, a Temusson; indi un terzo gruppo di anacoreti, viventi a Thebìu sotto la direzione di Petronio. Quest'ultima conquista aveva un significato particolare, in quanto col dono che Petronio fece alla Congregazione di tutti i possedimenti della sua famiglia si accrebbe di molto le risorse materiali di P. I cinque monasteri erano situati relativamente vicini l'uno all'altro. Presto ne sorsero altri più distanti: tre al nord intorno a Panopolis (Ahmim), il primo dietro richiesta del vescovo del luogo, Ario, gli altri due, di Schedsinà e di Tescinè, per iniziativa di P.; uno a sud, a Phenum.

Prescindendo dalla espansione verificatasi appresso, la Congregazione contava durante la vita di P. nove monasteri di uomini e due di donne. E tale susseguirsi di fondazioni si realizzò nel breve spazio di ca. 25 anni, tra il 320 e il 346. Mentre si effettuava tale espansione, P. trasportò, per comodità di governo, la sede centrale da Tabennisi a Pebü, dove in seguito risiederà il superiore generale e l'economo generale, e dove avranno luogo le riunioni generali della Congregazione. E fu poco dopo una di queste riunioni, quella della Pasqua del 346, che a Pebü, scoppiò la peste ed in breve mieté più di cento vittime, la più illustre delle quali fu proprio P., m. il 9 maggio 346, dopo quaranta giorni di attori sofferenze e dopo aver designato come suo successore Petronio, che però fu due mesi appresso rapito dalla peste. Gli successe Orsici, che, per scongiurare uno scisma, affidò il governo al discepolo prediletto di P., Teodoro, ritirandosi nel frattempo a Senesit, per tornare a governare da solo dopo la morte di Teodoro (27 apr. 368).

II. Organizzazione

L'istituzione pacomiana rappresenta un progresso, meglio il termine logico cui tendevano le varie forme di vita monastica quali si praticavano in Egitto ai suoi tempi. Dalla primitiva forma eremitica si era passati a quella anacoretica col raggrupparsi, intorno ai più famosi eremiti, di discepoli che compiono qualche atto in comune, abitano però ancora in celle separate e conservano la propria libertà di azione. Spetta a P. l'avere introdotto la vita comune, dentro un monastero, sotto la direzione d'un superiore, secondo un corpo di norme regolanti l'intera vita dei monaci. È la forma di vita religiosa che si è poi affermata e vige tuttora nella Chiesa.

1) P. è il primo che abbia scritto una regola. Questa si conserva intera nella versione latina che nel 404 ne fece s. Girolamo da un esemplare greco, che a sua volta proveniva dall'originale copto, dietro richiesta e per comodità d'un gruppo di latini di Canopo che non comprendevano né il greco né il copto. L'autenticità della traduzione geronimiana, in 194 articoli, è ora confermata dalla scoperta di frammenti copi rispondenti appieno alla versione latina. Con ciò è anche risolta la questione intorno alla recensione breve: essa è solo un estratto della Regola originale. Non che P. abbia composto sin dall'inizio e in una volta la sua Regola. Piuttosto si è andata completamente man mano che le circostanze mostravano la necessità di nuove prescrizioni. Da questa Regola e da indicazioni sparse nelle Vite di P. si può delineare l'organizzazione del cenobitismo pacomiano.

2) Esso è una vera congregazione religiosa. A capo di tutti i monaci sparsi nei vari monasteri stava il superiore generale, con sede dapprima a Tabennisi, poi a Pebü. Il generale aveva la massima autorità su tutti i monasteri, su tutti i superiori che nominava direttamente e su tutti i monaci. Manteneva l'unità della famiglia dispersa visitando regolarmente i vari monasteri e mantenendo frequente commercio epistolare coi vari superiori. Per mantenere in tutti la coscienza di essere membri di un corpo, due volte l'anno, a Pasqua e in ag., li radunava tutti intorno a sé, a Pebü. In questa riunione i fratelli si edificavano a vicenda ed ascoltavano le esortazioni del padre, e questi regolava il buon andamento della comunità, confermava o cambiava i superiori dei monasteri e i preposti delle case. La prima riunione aveva per scopo principale la celebrazione delle feste pasquali; la seconda invece l'amministrazione temporale - a Pebü risiedeva anche l'economo generale che pensava all'acquisto delle cose necessarie a tutti i conviventi e alla vendita dei prodotti del lavoro dei monaci - e il ristabilimento della fraterna carità col perdono che i monaci si concedevano per i torti che potessero essersi fatti.

3) I monasteri erano attorniati da una cinta muraria, dentro la quale sorgevano varie costruzioni: le case di abitazione dei monaci (ogni monastero si divideva in varie «domus», sino a quaranta, ciascuna con 20-40 monaci aventi ognuno la propria cella); chiesa, refettorio, cucina, dispensa, guardaroba, infermeria, biblioteca, varie officine, luogo di riunione per l'intera comunità. Ogni monastero aveva il suo superiore, nominato dal generale, assistito da un secondo. Anche le singole case del monastero avevano il proprio preposto con il secondo. Ogni tre-quattro case formavano una tribù. I

monaci erano assegnati all’una o all’altra casa a seconda del mestiere esercitato, non già, come attesta Palladio, a seconda del diverso carattere, ed avevano il proprio grado dipendentemente dall’anzianità di professione.

Il vestito dei monaci consisteva in una tonaca di lino senza maniche, stretta ai reni da una cinghia. Una pelle di capra conciata scendeva dalle spalle alle ginocchia, e sopra di essa avevano una corta cocolla portante un cappuccio, sul quale era il segno del monastero e della casa cui ciascuno apparteneva.

4) La vita spirituale porta l’impronta della preoccupazione di P. di renderla possibile e facile anche agli incipienti, ed ha per nota caratteristica la moderazione. Per le pratiche di pietà, erano prescritte cinque riunioni al giorno: al mattino verso l’aurora, a mezzogiorno e a sera prima del pasto comune, prima di andare a riposo nelle singole case, con sei preghiere ed alcuni salmi, quindi verso mezzanotte assemblea generale. Questa era generalmente presieduta dal superiore e constava di tre parti: salmodia, lezioni dalla S. Scrittura ed alcune preghiere. Per la celebrazione dell’Eucaristia, dapprima il sabato si recavano alla chiesa del villaggio e la domenica venivano i preti del villaggio a celebrare nella chiesa del monastero, poi, quando si ebbero preti tra i monaci, si sarebbe celebrato ambedue i giorni nella propria chiesa. Non consta se si celebrare la Messa negli altri giorni. Il progresso spirituale era fomentato da istruzioni tristettimali del superiore del monastero e bisettimanali dei preposti delle case per i loro sudditi. A ciò si aggiungevano frequenti collazioni spirituali, frequenti colloqui del superiore con i singoli, esortazioni occasionali, lo studio a tutti imposto della S. Scrittura, per il che P. esigeva che tutti imparassero a leggere. La stessa moderazione appare negli esercizi ascetici: a tutti imposto il digiuno il mercoledì e il venerdì, mentre negli altri giorni venivano apprestati due pasti frugali sì, a base di pane, legumi, frutta, formaggio, ma sufficienti e tali da permettere ai monaci di mortificarsi volontariamente in qualche cosa. P. permetteva ad alcuni mortificazioni speciali ed anche digiuni, tali però che non impedisse loro di attendere al proprio ufficio, giacché egli aveva in tutto presenti le esigenze della vita comune.

5) Tutti i monaci, cominciando dal superiore, dovevano attendere al lavoro manuale, che al principio consentiva in esser corde, stuoie e canestri coi giunchi del Nilo e le foglie di palma; poi nel successivo sviluppo sorsero tutte quelle professioni indispensabili sia per la vita di un grande organismo, sia per procurarsi col ricavo le risorse necessarie al mantenimento di tanti monaci. Grande sviluppo prese pure col tempo la coltura dei campi fuori del monastero, e al tempo del raccolto numerosi gruppi di monaci si disperdevano nei dintorni offrendo il loro lavoro in cambio di una determinata quantità di derrate. Per tutti questi lavori, sia all’interno sia all’esterno del monastero, detto T. regole precise e sapienti, che però non sempre si osservavano, specie all’esterno.

6) La Regola rivela inoltre, sotto molti aspetti, il genio organizzativo di P.; lo spirito di moderazione e di sano equilibrio che caratterizza tutta la sua istituzione, non è contraddetto dalla minuziosità delle prescrizioni, dalla regolamentazione di tutti gli atti da compiersi, dall’elaborazione d’un completo codice penale; giacché tutto ciò, oltre ad esser necessario per impiantare una vita di comunità, corrispondeva pienamente all’indole degli Egiziani di quel tempo.

7) È difficile tentare una statistica, sia pure approssimativa, dei monaci pacifissimi; Cassiano e la prima recensione etiopica della Regola di P. computano i monaci intorno ai 5000, Palladio a ca. 7000, S. Girolamo, invece, nel prologo della versione latina della Regola li fa salire a più di 5000, cifra che vale per la fine del sec. IV e l’inizio del V. In genere gli storici ritengono quest’ultimo numero oltremodo esagerato. Se però si considera che il monachesimo pacifismo oltre che un moto ascetico spirituale rappresentava anche un vero moto sociale, esso dovrebbe essere molto vicino al vero, pur ammettendo un considerevole incremento dopo la morte di P.

8) Fu tutto oro di pura lega nei monasteri paco-

miani? La risposta è differente a seconda che si interroghino le Vite greche o quelle copte. Le prime presentano un quadro quanto mai luminoso con appena qualche neo e riducono le mancanze dei monaci a ben poca cosa; le seconde invece, pur convenendo con le prime quanto alla sostanza e alla figura del protagonista, riferiscono più frequenti e più gravi infrazioni alle regole, anzi trascorsi gravi anche in materia delicata. È questo il quadro che meglio sembra corrispondere alla realtà. Il che tuttavia nulla detrae al merito grandissimo di P.

Bibl.: fonti: oltre le brevi notizie fornite da Palladio, *Historia Lausiaca*, cap. 32 (ed. Butler, pp. 87-97) e da Sozomeno, *Hist. eccl.*, III, 14; PG 67, 1069, rimangono parecchie *Vite di P.* in copto, greco, arabo, siriaco; inoltre la *Regola di P.* nella traduzione latina di S. Girolamo, in alcuni estratti greci e frammenti copi, 11 *Epist. di P.*, 1 *Epist. di Teodoro* e il Testamento spirituale di Orsiesi, sempre nella versione di S. Girolamo, infine *Paralipomena* e *L’Epistola Ammonis* in greco. Quanto alle *Vite di P.*, l’edizione di quelle greche fu curata da F. Halkin, *Pacchioni vitae graecae*, Bruxelles 1932; l’edizione di quelle copte da L. Th. Lefort, *S. Pacchioni vita bohairice scripta*, e *S. P. vitae sahodice scriptae* (Corp. Ser. Chr. Orient.: Script. Oct., 3ª serie, 7 e 8), Parigi 1925-34. Di queste vite copte e di altri frammenti editi in *Museo*, 49 (1936), pp. 219-30 ha poi il *Lefort* pubblicato anche la traduzione francese, *Les vies coptes et Pacheme et de ses premiers successeurs* (Bibliothèque du Musée de 1616), Lovanio 1943; l’edizione di una *Vita in arabo* con traduzione francese fu curata da E.-C. Amélineau, *Histoire de St Pahone et de ses communautés* (Annales du Musée Guimet, 17), Parigi 1896; il p. P. Peeters stava preparando l’edizione di tutti i documenti pacchiani arabi che manca tuttora; l’edizione di una *Vita siriaca* fu curata da P. Bedjan, in *Acta Martyrum et Sanctorum*, V. Parigi 1895. Gli studi del Lefort e dell’Halkin hanno cercato che il primato spetta alla tradizione copta, mentre le vite greche sono compilazioni che non raggiungono la tradizione primitiva, quelle arabe sono versioni dal s’afido, quella siriaca dal greco. Quanto alla *Regola*, l’edizione di B. Albers, *S. Pacchioni abbatis Tabennensis regulae monasticae*, Bonn 1923, è superata da quella di A. Boon, *Pacchioniana latina*, *Règle et Epîtres de Pacheme*, *Epître de st Théodore et «Liber» de S. Orsiesius*, Lovanio 1932. Studi: Tillemont, VII, pp. 167-235, 674-92; E.-C. Amélineau, oltre l’opera sopra citata, *Etude historique sur St Pahone*, Cairo 1887; id., *Monument pour servir à l’histoire de l’Egypte chrétienne*, Parigi 1888-95; P. Ladeuze, *Etude sur le civilitisme pakhôniens pendant le IVe siècle et la première moitié du XVe*, Lovanio 1888; G. Grützmacher, *Pacchimus und das älteste Klosterleben*, Friburgo in Br. 1896; St. Schiwietz, *Das morgenländische Mönchtum*, I, Magonza 1904, p. 119 sgg.; H. Leclercq, *Cenobitisme*, in DACL, II, coll. 3091-98; id., *Monachisme*, ibid., XI, coll. 1807-17; id., s. V. ibid., XIII, coll. 499-510.

Vincenzo Monachino