PICONARDI ELISABETTA - PICO DELLA MIRANDOLA
(la fenice degl'ingegni» del suo tempo), n. alla Mirandola (Modena) il 23 febbr. 1403, m. a Firenze il 17 nov. 1404. Giovanni, a Bologna, a Ferrara, a Firenze strinse amicizia con alcuni dei maggiori dotti del tempo e prese vivo interesse alle dispute letterarie e filosofiche. A Padova (1480-82) fu iniziato allo studio della AVERROISMO (v.), di cui erano campioni Nicoleto Vernia, nell'insegnamento ufficiale, e, fra i ripetitori e i pedagoghi, l'ebreo cretese Elia del Medigo, che per lui compose trattatelli sull'unità dell'intelletto e sulla possibilità del congiungimento dell'intelletto umano con l'intelletto agente. Ma a Padova aveva stretto salde relazioni anche con tomisti, come Domenico Grimani e Antonio Pizzamanno; e s'era pure familiarizzato con le dispute tra tomisti e scottisti.
Il bisogno di conoscere direttamente i commenti greci ad Aristotele (Alessandro d'Afrodisia, Temistio, Simplicio, Filopono) e di penetrare nel mondo platonico lo condusse a studiare il greco, a procurarsi non pochi testi greci e ad avvicinarsi (lasciata Padova nel 1482) Ficino (v.), del quale lesse la Theologia platonica. Plotino (v.) svegliò in lui un vivo ardore speculativo, ben altrimenti profondo che non fosse l'umanesimo retorico di Ermolao Barbaro. Sospinto da questo ardore e dall'esempio dei neoplatonici, pensò si potessero ridurre a concordia, penetrando nel vivo del loro pensiero, non solo Platone e Aristotele, ma perfino Alessandro d'Afrodisia e Averroè e tutti i grandi pensatori dalla più remota antichità ai suoi tempi.
Intorno al 1484 era a Firenze, nel centro del rinnovato platonismo, assunto dal Ficino a propedeutica al cristianesimo. Le quotidiane conversazioni con l'autore della Theologia platonica e del De christiania religione, con Lorenzo il Magnifico, con il Poliziano e con Girolamo Benivieni lasciarono una traccia incancellabile nel suo spirito. Nel luglio 1485 si recò in Francia. Nel marzo 1486 ritornò a Firenze. Un'avventura amorosa lo costrinse a riparare a Perugia e, quindi, a Fratta; dove, raggiunto da Elia del Medigo, riprende con lui le discussioni sull'averroismo e da lui ABBA (v.) cui veniva iniziato da Flavio Mitridate, ebreo siciliano convertito. Con l'aiuto di quest'ultimo imparò l'ebraico e il caldaico. La Cabbala, per mezzo dell'interpretazione allegorica della Bibbia, pareva eliminare molte delle difficoltà che si frapponevano all'accordo delle filosofie con i testi sacri. Inoltre la Cabbala era tutta impegnata di dottrine neoplatoniche e di mistica esoterica. Grazie alla speculazione cabbalistica, Zoroastro e i caldei, il favoloso Ermete Trismegisto, ritenuto già dal Ficino padre dell'antichissima sapienza egiziana, s'incontrano con Mosè, e tutti insieme con Platone, con Plotino, Giamblico (v.) e con i neoplatonici arabi, si che l'intelletto agente degli aristotelici viene a identificarsi con il Matatron dei cabbalisti, capo degli angeli preposti al mondo della creazione. Questo panorama filosofico, che seduceva ormai l'animo del P., si rivela chiaramente già nel commento alla Canzone d'amore composta per Hieronymo Benivieni fiorentino secondo la mente e opinione de' Platonici, dettato durante il ritiro a Fratta, e si mostra in tutta la sua vastità e complessità nelle contemporanee Conclusiones nongentae che avrebbero dovuto essere oggetto di una pubblica disputa a Roma, e alle quali doveva servire come premessa la Oratio de hominis dignitate.
Tratte da Aristotele e dai suoi commentatori greci e arabi, da Platone, da Plotino e dagli altri neoplatonici, da pensatori ebrei e cristiani, da Alberto Magno, da S. Tommaso, da Duns Scotto e da altri maestri della scolastica, dagli scritti cabbalistici e da quelli ermetici, esse