PUBLICA (ΤΕΛΌΓΟΣ)

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PUBLICA (τελόγος). — Incaricati, per contratto d'appalto, di riscuotere le imposte dello Stato. A Roma si distinguevano i p. (da publicum, sottinteso vectigal), che costituivano una potente corporazione (ordo publicanorum), dai portitores o exactores, che ne erano gli agenti per l'immediata riscossione.

Poiché la somma da anticipare allo Stato per il contratto d'appalto era ingente, i p. si univano in società per azioni (societas publicanorum), rette a Roma da un magister e nelle province da un pro-magister. A Roma i p. appartenevano spesso all'ordine equestre (la professione era giudicata indegna dei senatori), ed erano meno dispettosi che i teletòvici in Grecia, dov'era proverbiale il detto: «Tutti i p. sono ladri». Il sistema d'appalto, che assicurava allo Stato la riscossione delle imposte in maniera semplice e facile, riusciva esso al contribuente, a causa della cupidigia dei p., che talora avevano coniunveniti e partecipi degli utili le stesse autorità statali (cf. Cicerone, De off., I, 42; Tacito, Ann., XIII, 50).

I p. menzionati nel Vangelo sono (anche Matteo-Levi, Mt. 9, 9; Mc. 2, 14; Lc. 5, 27) esattori (portatores) anziché appaltatori delle imposte, ad eccezione probabilmente di Zaccheo, detto ἀρχιτελώνης, «capo di p.» (Lc. 19, 2), che poteva avere ottenuto l'appalto delle imposte nel distretto di Gerico, dove il commercio era assai fiorente. Data la divisione della Palestina ai tempi di Gesù (ibid. 3, 1), non tutti i p. riscuotevano ivi per lo stesso signore. Agenti diretti di Roma erano i p. della Giudea e della Samaria; gli altri venivano ingaggiati dai tetrarchi. Anche per questo era diversa la posizione di Zaccheo, a Gerico in Giudea, dipendente da Pilato, e di Matteo, a Cafarnao in Galilea, nella tetrarchia di Erode Antipa.

Che i p. fossero detestati come cupidi rapaci, nonché traditori della religione e della causa d'Israele, risulta dalle fonti profane e dal Vangelo, quantunque questo sia per la misericordia anche verso di essi. I p. sono senz'altro peccatori (Mt. 9, 10-13; 11, 19; Mc. 2, 15 sgg.; Lc. 5, 29-32; 7, 34), da mettersi a fianco delle donne di mala vita (Mt. 21, 31 sgg.). Gesù stesso, adottando il linguaggio in uso, abbina infedeli e p. Tuttavia Egli chiama alla propria sequela Levi e Zaccheo, siede alla mensa con i p. e oppone, in una classica parabola, il p., cosciente della propria indigenità e quindi umile, al fariseo, orgoglioso di una giustizia di cui dà tutto il merito a se stesso (Lc. 18, 9-14). I p. avevano ascoltato con docilità la predicazione di Giovanni Battista (ibid. 7, 29 sgg.), che, ponendo il dito sulla piaga, ingiungeva loro di non esigere più di quanto era stabilito (ibid. 3, 12 sgg.).

La letteratura rabbinica riteneva impossibile il pentimento e la salvezza dei p. (Bābha' qamma', 9,4b), posti senz'altro tra i ladri e gli assassini (Nēdhārīn, III, 4) ed era lecito ingannarli nel denunciare le cose soggette a tributi. I p. avrebbero però trovato misericordia diminuendo le somme da sborsare dai propri compatrioti (Sanhedrin, 25b).

BIBL.: L. Fillion, Publicains, in DB, V, coll. 8, 8-61; W. Schwahn, Τελωνή, in Pauly-Wissowa, 2° serie, V, coll. 418-423; G. Mancini, 8, V. ENOCH. Ital., XXVIII, pp. 487 sgg.; M.-J. Lagrange, Évangile selon St Marc, 4° ed., Parigi 1928, p. 41 sgg.