PUNIZIONE e PREMIO. - Punizione è il castigo o la penalità inflitta per la violazione di un dovere. Premio è il riconoscimento di un servizio prestato o di un dovere compiuto.
L'una e l'altro, studiati sotto l'aspetto del loro valore educativo, presentano alcuni caratteri convergenti ad un'intima armonia. a) Rispondono, infatti, ad una esigenza della stessa natura umana, la quale sente vivo il bisogno di vedere i concetti di bene e di male, di legge e di arbitrio, di virtù e di vizio, di giustizia e di ingiustizia, trasportati efficacemente sul terreno pratico mediante la sanzione positiva o negativa che li accompagna e li rappresenta. Se diamo ad una persona ciò che le piace, si porta facilmente a fare il nostro volere; se le minacciamo ciò che le dispiace, le incutiamo paura e più facilmente essa rinuncerà a quello che pur vorrebbe fare, ma con suo discepito. b) Però il castigo e il premio non devono significare una semplice sensazione piacevole o spiacevole, come si trattasse di una multa o di una paga, perché al- trimenti il castigo sarebbe al male e il premio al bene, come una pura aggiunta, una successione cronologica, e la persona non vi vedrebbe tanto l'effetto della sua condotta e della sua azione, quanto l'effetto di una volontà estranea, che si vuole imporre. Perché castigo e premio rivestano il loro vero valore educativo, devono essere come l'espressione esterna dello stato interiore del nostro spirito quando si fa il male o si compie il bene: il castigo diventa simbolo della nostra diminuzione o impoverimento interiore; il premio simbolo del nostro interiore arricchimento. In questo modo castigo e premio orientano a scoprire i valori dello spirito, mettono in vista il disonore e la dignità della coscienza e avviano alla consapevolezza della propria felicità interna, sgorgante dal bene, con il consenso di onore e di compiacenza tributato da altri al di fuori di noi, e viceversa alla consapevolezza della propria diminuzione o viltà interna, che rompe dal male, con la disapprovazione e l'ostilità incontrata al di fuori di noi. c) Il premio è stimolo al bene e al proprio perfezionamento (quante volte una semplice parola di comprensione o di lode rasserenza la monotonia della giornata e spinge al lavoro con una maggiore diligenza e interiorità!); il castigo è una remora, un ritegno, un richiamo (quante volte un semplice sguardo severo del babbo o una lacrima furtiva colta sul ciglio della mamma hanno raddrizzato per la vita una deviazione!); castigo e premio sono mezzi assai validi a risvegliare energie latenti e a trasformare tutta un'esistenza. d) Il premio, infine, è una specie di glorificazione, che viene dall'esterno ad aggiungersi alla nostra interna soddisfazione e a rilevare lo sforzo compiuto; il castigo è un'espiazione, e una purificazione, una privazione del lecito per aver toccato prima l'illecito.
Questi quattro caratteri fondamentali devono generare armonicamente il fatto educativo, nel suo complesso; sarà poi proprio della prudenza dell'educatore, studiando il carattere dell'educando, di ripartire in pratica premi e castighi secondo una certa graduatoria, puntando ora su di un motivo e ora sopra un altro.
I. IL CASTIGO
I. Perché punire
Il castigo è una esigenza della giustizia, la quale vuole che al male tocchi la sua pena e che l'educando stesso riconosca di meritarla, se trasgredisce il suo dovere; è quindi un mezzo, che serve a correggere, emendare, raddrizzare. Sarà quindi cosa buona in sé, quando sia inflitto secondo questo spirito e disponga ad esso; se sarà congegnato in modo da essere moralmente salutare, senza essere fisicamente dannoso; se l'educatore non si lascerà dominare da passioni di risentimento personale. Con ciò si avvierà a diversi mali, abbastanza comuni nella educazione.E prima di tutto al modo sentimentale, che sotto lo specchio pretesto di una malintesa delicatezza fa sì che molti educatori si dimostrino in realtà altrettanti schiavi dell'amore ai propri comodi e della propria inerzia. Il non castigare mai o quasi mai non è sempre segno di mitezza, ma solo un comodo lasciare andare le cose per il loro verso, per non prendersi fastidi o evitare contrasti; l'educazione, che vuol essere tutta la mente e si concentra con dire: «questa sia l'ultima volta» o «alla prima nuova mancanza ti punirò davvero», dà a divedere che non si comprendono le proprie responsabilità, né la natura umana. In secondo luogo, molti pensano di essere buoni educatori soltanto se sanno punire. Ma la p. è una medicina e di sole medicine non si vive. Quindi non si tratta tanto del castigo come fatto bruto, ma piuttosto di saper castigare come fatto di anima intelligente e riflessiva. Può inoltre accadere che si castighi non per difetto, ma con difetto. Infatti, come si può castigare virtuosamente per dovere, così si può anche non castigare per virtù. Però in questo caso il non castigare deve chiaramente apparire come un atto di cortesia, di perdono, di amore, che impegni il cuore dell'educando a farsi migliore, e non invece come un atto di debolezza da parte dell'educatore e di vittoria da parte del colpevole, che ha saputo insistere, intessere scuse, piagnucolare, servendosene come pretesto che si emenderebbe (non si dice spesso: «se domando perdono, evito il castigo»).
2. Come punire
Le p. possono essere fisiche e moralie; secondo che si infligge un castigo corporale o morale. I castighi fisici esagerati, che recano danno al corpo, non si devono usare, perché non solo umiliano, ma irritano, e finiscono con mostrarsi inadeguati al fine dell'educazione; hanno troppo poca presa sull'uomo interiore, fondano tutta la loro forza sulla paura. Però alcuni castighi fisici non sono sempre e del tutto da riprovare: «Qui parci virgine, odit filium suum» (Prov. 13, 24) e «Virga atque correptio tribuit sapientiam» (Prov. 29, 15) osserva la Scrittura. L'educando, infatti, ha molti incitamenti e impulsi di natura edonistica, fa molte cose solo per la sensazione piacevole che ne ricava, e molte ne evita o trascurra per la sensazione di dolore o di sforzo, a cui dovrebbe andare incontro; è bene perciò fargli capire in modo pratico che, mancando al suo dovere, si espone alla perdita di un piacere sensibile, o ad una sensazione di disagio.Tuttavia restano sempre da preferire i castighi morali: ammonizioni, rimprovero a parole o gesti, con lo sguardo, o il silenzio, ecc., perché in essi sta il germe vivo di un miglioramento individuale, cioè la vergogna, il rimorso, il disappunto ed il dispiacere del male fatto. Tanto più che il castigo va preso come punto di partenza e non di arrivo; deve servire per i primi anni, in cui nell'educando predomina la sensibilità e l'indolenza, per impedire che si contraggano abitudini pericolose, in attesa che si risvegliino in esso l'intelligenza e la coscienza, i sentimenti di dignità, di stima, di altruismo, che apporteranno un valido soccorso; si dovrà, anzi cercare di risvegliarli al più presto e rafforzarsi quanto più sarà possibile.
Alcune altre norme concorrono a fissare nei giusti limiti la p.: a) punire l'educando quando veramente se lo merita; altrimenti gli si susciterà in cuore una profonda avversione per l'educatore, la cui influenza perderà così ogni efficacia. b) Non punire in momenti di ira o di passione o di risentimento egoistico, perché questo non conduce ad alcun miglioramento (si dirà soltanto, p. es.: «oggi il maestro ha i nervi»; «qualcosa gli è andata a rovescio», ecc.). L'educando, invece, deve capire che l'educatore, se punisce, lo fa con rincrescimento, e per coscienza del proprio dovere e che chi lo costringe a servirsi è lui stesso. c) Il punire deve essere l'a ultima ratio, quando gli altri mezzi non si dimostrano sufficienti, altri-
menti ci si abitua al castigo e lo si prende con indifferenza e talora anche con una certa fierezza, in questo caso, assai nociva. d) La p. deve essere proporzionata alla colpa, cioè né troppo grave, né troppo leggera. Come la pena immeritata offende la coscienza dell'educando, così la p. sproporzionata gliela perverte, inducendolo a ritenere grave una mancanza leggera, o leggero un fallo grave. La gravità della mancanza si deve giudicare dall'età e dalla comprensione dell'educando e anche dall'esame di coscienza che l'educatore deve fare su se stesso per vedere se egli con i suoi metodi, la sua impulsività e il suo contegno non possa aver causato o almeno cooperato alla mancanza. e) È fuori del quadro dei valori pedagogici attivi anche la p. troppo umiliante o condita di inettive e sarcasmi o poggiata su difetti fisici o carenze ereditarie o familiari del colpevole; ciò da una parte inasprirebbe l'animo del punito e per l'altra esporrebbe questo al ludibrio dei compagni, con detrimento di quella educazione morale e di quella pietà, che è il più caro degli affetti umani. f) La p. deve essere imparziale e vanno messe a parte le predilezioni e le preferenze, tanto più se fondate nell'alto o basso stato familiare dell'educando, o sulla maggiore o minore potenza della sua famiglia, sui maggiori o minori favori possibili ad ottenere questo provoca dispetti e invidie e talora anche ribellioni contro l'educatore. g) L'esecuzione della p. deve significare che la partita è chiusa. L'educatore, compiuto il castigo da parte dell'educando, deve evitare di serbargli rancore, di perseguirlo con richiami continui al passato o con più accesi rimproveri; altrimenti questi ripeterà la frase solita: «Ce l'hanno con me!» ed ogni efficacia della p. va perduta e produce piuttosto un'ostinatezza perniciosa.
II. IL PREMIO
3. Perché premiare
Anche il premio è un'esigenza della giustizia e della stessa natura umana, le quali vogliono che come al male debba corrispondere una penalità, così al bene un premio. Il quale, nel campo della moralità, rappresenta e concretizza l'emblema della sanzione positiva: stimola, infatti, e aiuta le inclinazioni dell'educando, anzi di ogni persona, con eccitare l'emulazione, sostenere e rinfrancare lo sforzo contro la monotonia, le difficoltà e distrazioni della quotidianità occupazione, suscitare la speranza di un compenso lusinghiero per l'interesse che si ha alla stima e alla buona ripetizione, preparare alla lotta e alla concorrenza, dispiegare e intensificare lo sfruttamento della proprie capacità, spingere a superare gli eventuali insuccessi senza lasciarsi attanagliare da paralizzanti scoraggiamenti e depressioni.Contro i benefici effetti dei premi c'è chi insiste sul fatto che essi possono stimolare un senso di vanità, di egoismo, di autosufficienza, provocare una brama insaziata di apparire, di pubblicità, di onori, con i conseguenti quasi inevitabili sorpresi e inganni, pur di ottenere il primato, di assicurarsi il successo, di farsi largo anche passando sul corpo delle vittime. Ma questo quadro, pur ricco di evidenza psicologica e purtroppo confermato dall'esperienza, non è in contrasto, anzi è in perfetta armonia con i motivi che consigliano l'uso dei premi; d'altra parte fra i vari argomenti che formano oggetto della educazione totalitaria dell'individuo ci sono pure le norme che valgono a frenare quelle tendenze e quegli stimoli, che possono condurre a deviazioni, perciò anche la passione della vanità deve essere educata a rimanere nel giusto mezzo e a non sconfignare nel campo delle ingiustizie. L'abuso non deve pregiudicare o distruggere l'uso, e la vittoria deve apprendere che il merito migliore è di saperla portare con naturalezza e semplicità; senza fogni futuro ridicolo o esibizioni simpatici.
Altri ancora definiscono ingiustificato il premio perché «si risolve in una falsificazione dei fini etici immanenti nell'attività spirituale e quindi in una vera e propria corruzione... Abituare i giovani a guardare fuori di se stessi a un fine, il cui raggiungimento non dipenda in tutto da loro... è sostituire nell'anima loro alla certezza del pregio attuale e indefettibile della vita il dubbio del premio, in vista dal quale può aver pregio la vita» (G. Gentile, op. cit. in bibl., pp. 56-57). Lasciando alla filosofia e teologia la soluzione della questione della morale interessata, a cui richiamano queste righe, si deve osservare: a) La dottrina cristiana non dà all'individuo questa auto-sufficienza, per cui si racchiuda in sé come nell'assoluto e guardi sé come l'assoluto, ma lo coordina a Dio, essere distinto da lui, trascendente e perfettissimo e quindi giusto, che perciò premia il bene e punisce il male «non arbitrariamente né capricciosamente, con un estrinsecismo puerile, sibene legato come conseguenza dello stato spirituale, in cui, assecondando o paralizzando l'azione divina, il soggetto volontariamente si è posto e volontariamente formato... Il mettersi dell'uomo nell'ordine e nell'armonia voluta da Dio, non può né deve essere frustrato con mancanza finale di successo; ma avrà per conseguenza logica provvidenziale il suo premio, nel caso contrario la sua pena» (D. Bassi, op. cit. in bibl., p. 203).
b) L'educazione che non solo è teoria, ma anche prassi, non può prescindere dalle inclinazioni della natura umana. Ora l'interesse è una tendenza istintiva che, se può facilmente degenerare, può anche riuscire e di fatto riesce a operare di bene e di efficacia personale e sociale. La moralità non è isolabile, nel mirabile complesso umano, dalla varietà delle forze, dei motivi e dei toni, che giocano in esso. I motivi estrinseci all'atto umano, tra cui anche l'interesse-premio, possono e devono preparare la formazione della coscienza, danno il modo di iniziare un movimento, che a poco a poco si potrà portare in direzioni sempre più nobili ed alte, che si possono chiamare interessi morali e spirituali; ma in fondo giocherà sempre il problema della felicità, che è, si voglia o no, il supremo interesse di ogni individuo.
4. Come premiare
Perché il premio abbia tutto il valore educativo, che gli spetta, occorre adoperarlo secondo queste linee direttive: a) non si deve ritenere come fine del premio il puro riconoscimento del risultato conseguito; più che non il risultato conseguito si deve considerare l'energia adoperata e lo sforzo individuale della buona volontà. b) Né il premio ha come fine soltanto di ricompensare del bene fatto l'educando, ma piuttosto di mantenerlo nella via del bene, fortificarlo nel bene sempre più e sempre meglio. c) Rafforzare nell'educando la persuasione che il migliore dei premi, il più nobile e consolante, deve essere sempre l'approvazione e la contentezza della sua coscienza. d) Il premio non deve distribuirsi con troppa frequenza, perché allora si riceverà con indifferenza e perderà il suo mordente. e) Anche la lode, che sotto un certo aspetto rappresenta il premio più perfetto, deve usarsi paramente, perfettamente dosata e proporzionata al merito che la produce, massime quando la si dà in presenza di altri. Una facilità eccessiva o un modo indiscriminato nell'uso della lode la svuota di tutta la sua efficacia, dà all'opera educativa un tono untuoso, dolciastro che può facilmente fermare l'insicerità, l'ipocrisia, l'orgoglio. f) Soprattutto si deve badare che l'educando non consideri il premio come motivo principale dello sforzo da compiere per agire bene. Del premio si può godere come di un riconoscimento e di un sostegno per progredire nel proprio perfezionamento; ci si può per conseguenza aspirare: ma nello stesso tempo bisognerà temprar l'animo al dovere, e rafforzare la volontà, in modo da di portarsi bene, anche nel caso che il premio per qualsiasi motivo venisse a mancare. - g) Nei non premiati non devono sorgere sentimenti di invidia, ma di emulazione; tutti si deve sempre godere con sincerità e pienezza di cuore del trionfo degli altri; e considerare nel loro premio non tanto l'effetto, quanto la causa che l'ha prodotto; cioè l'applicazione, lo studio e lo sforzo. Così il premio diventerà oggetto di nobile emulazione e cesserà l'invidia demoralizzatrice e paralizzante.PUNTO ARENAS, DIOCESI di - Veduta di P. A.