Cresciuto nell'ambiente dominato dalle grandi personalità della pittura romantica francese, assisté al trionfo delle teorie impressioniste. Tuttavia l'arte sua acquista significato in quanto, insieme a quella di Gustavo Moreau, può anche apparire, come di fatto è apparsa, una solenne protesta contro l'impressionismo.
Le sue pitture nell'Hôtel de Ville di Parigi, della Sorbona, del Pantheon, come i suoi quadri nei Musei di Amiens, di Lione, di Rouen, di Marsiglia denotano infatti da parte di lui il proposito di riaffermare il dominio del disegno sul colore. E ciò in composizioni di pince a toni giustapposti a volte luminosissimi che mostrano all'evidenza lo studio da parte di P. de C. dell'arte di Piero della Francesca, da lui considerato il maggiore artista italiano del Rinascimento.
Le qualità di P. de C. sono essenzialmente quelle di un grande pittore decoratore. Egli si infatti trasfonde alle sue immagini un senso idillico di pace e una indiscutibile nobiltà di pose e di gesti, disponendole con semplice armonia entro gli spazi concessi nell'architettura alla decorazione pittorica. Così soprattutto nelle sue pitture del Pantheon parigino raffiguranti le Storie di s. Elisabetta, da lui portate a compimento fra il 1876 e il 1898.
EPILOGO
ADDIS. - Preghiera liturgica ebraica in lingua aramaica. « Santificazione » del Nome di Dio, di cui il tratto essenziale (« Sia il Suo Santo Nome benedetto per tutti i secoli ») trae le sue origini da Dan. 2,20 e Ps. 113,2. Il primo a menzionare questa importante eulogia fu José ben Hala-phitá (ca. 150 d. C.). Il q. in origine era recitato per riguardo al suo contenuto messianico alla fine delle lezioni haggadhiche (v. AGGADA). Si invoca la santificazione del Nome e la venuta del Regno. È evidente il nesso con Ez. 36-38 (in particolare con 38,23). È stata spesso rilevata l'affinità con il Pater noster (Mt. 6,9-10).
Il q. fu composto in Palestina ed ebbe grande diffusione fra gli Ebrei babilonesi. Durante il sec. VI d. C. (tratt. Sáphériim), il q. figura già come testo liturgico e fu recitato in origine dopo la pericope del Pentateuco e, con il tempo, alla fine di tutta la preghiera pubblica, ha anche alla fine delle singole parti di essa. Più tardi cominciarono a recitare il q. le persone in lutto per la morte d'un congiunto. L'importante « ciclo » di preghiera Mah-zôr Vitry non conosce affatto l'uso di far recitare il q. agli orfani nell'anno di lutto. È appena Jisjáq (O'zara?) ben Môséh di Vienna che parla (1220) di tale uso sorto in Boemia. La nota dominante del q. è la venuta del Regno « in vita della nostra comunità » e « così si rileva da frammenti ritrovati nella génizah del Cairo » « durante la vita del nostro esilarca N.N. ». Le comunità ebraiche dello Maimonide (v.).