QUODLIBETI. - I q., come risulta dai mano- scritti rimasti, sono redazioni letterarie di quelle so- lenni dispute che furono inaugurate fin dal sec. XIII dalla Facoltà di teologia di Parigi, imitate poi dalle Facoltà di arti, di diritto e di medicina.
Accanto alle dispute ordinarie, esercizi dialettici a cui attendevano, sotto la direzione del maestro e nell'interno della scuola, i baccellieri e gli studenti, si sviluppò nella Facoltà di teologia di Parigi, verso il 1230, un eser- cizio più solenne, sotto la responsabilità del maestro stesso, che si diffuse in tutto il sec. XIII e in quello successivo: la disputa quodlibetica, così chiamata perché è de quo- libet, a quodlibet o ad voluntatem cuiuslibet.
A quodlibet: l'iniziativa della questione e pertanto della scelta era sottratta al maestro e dipendeva dagli assistenti, dai maestri vicini, dai baccellieri o altre perso- nalità estranee alla scuola. Ciascuno aveva il diritto di proporre il suo argomento, fare le obiezioni, argomentare contro il maestro. De quodlibet: poteva salire all'onore della discussione qualsiasi argomento che avesse atti- nenza alla materia di insegnamento: teologia, S. Scrit- tura, morale, pastorale, diritto canonico, sacramentaria, filosofia, casi di coscienza, ecc. Il maestro poteva rifu- tare l'argomento che gli sembrava inopportuno; in tal caso però i presenti manifestavano il loro disappunto. La tornata pertanto non era senza difficoltà, sia per il numero, sia per la varietà delle questioni proposte. Se ne facevano in media 20-25; si arrivava talvolta a 34-39 (Trivet), a 44 (Pietro de Trabibus), fino a 53 (Peckham).
Il maestro aveva alle sue dipendenze uno o più bac- cellieri, i quali subivano il primo attacco, davano una prima risposta alle obiezioni (gli statuti stabilivano, in- fatti, che nessun baccelliere si presentasse alla licenza se almeno una volta non avesse preso parte al de quodlibet). Era il maestro però che, dopo le prime schermaglie dia- lettiche, presentava le soluzioni, trattava la questione a fondo, «determinava» e dava alle obiezioni la risposta definitiva. Qualche giorno dopo, il primo del corso «le- gibilis», il maestro riprendeva a scuola, per i soli studenti, le questioni dibattute nella precedente tornata; fissava
un certo ordine, classificando, come meglio credeva, le questioni proposte disordinatamente nella discussione, e dava loro la forma definitiva. Era dopo questa seconda tornata che il maestro redigeva il suo testo. Accade talvolta (tipico, in proposito, ad es., il caso del Quodlibet XII di s. Tommaso) di non avere del testo che la reportato, fatta da un uditore. In certi casi, rarissimi, si hanno gli appunti presi durante la discussione, che rivelano l'improvvisazione, la sconnessione e lo svolgimento della disputa solenne. I tempi riservati ai q. erano due: in Natali, nella 2a e 3a settimana di Avvento; in Pascha, verso la 4a settimana di Quaresima. Il giorno delle discussioni quoddibetali venivano sospesi tutti i corsi, in modo che maestri e baccalieri potessero prendervi parte. Pertanto era detta disputatio solemnis, o disputatio communis. Nella tornata a cui prese parte Ruggero Marston non c'erano forse meno di 25 maestri in teologia. Nessun regolamento obbligava il maestro a subire tale prova. Taluni, difatti, non vi si sottoponevano mai; altri, una o due volte in tutta la loro carriera di insegnamento; c'erano di quelli che si esponevano più spesso, né mancavano altri che facevano la loro prova ad ogni sessione. Gerardo d'Abbeville, ad es., aveva al suo attivo 20 q.; Enrico di Gand e Goffredo di Fontanesi 15; Giovanni di Napoli 13; s. Tommaso 12; Nicola Trivet 11; Raimondo Rigaud 9.
L'importanza di tali discussioni è notevole per la storia del pensiero filosofico e teologico, per l'ampiezza e il valore della documentazione, come per le precisazioni cronologiche che forniscono. La stessa loro natura di dispute quoddibetiche impedisce di racchiuderle dentro un quadro troppo angusto; un'infinità di problemi vi si inseriscono; è sufficiente gettare uno sguardo agli indici delle materie per farsene un'idea; tutti gli argomenti scottanti, tutte le discussioni in corso, tutte le tesi di nuovo proposte, talvolta gli stessi avvenimenti di cronaca contemporanea, vengono alla luce nitidamente; la pubblicità loro riservata ne diffondeva la conoscenza in maniera singolare. Forniscono, d'altra parte, su tali argomenti il pensiero genuino e profondo del maestro che difendeva il proprio punto di vista; egli non era preso alla sprovvista, anche se la scelta delle questioni era a lui estranea (in certi casi, d'altronde, egli poteva giocare d'astuzia, facendosi interpellare in antecedenza da persone interessate su quelle questioni sulle quali desiderava pronunziarsi), aveva lungamente studiato i problemi, che ne potevano scaturire; era possibile, così, avere, tanto sulla sua dottrina personale che sulle grandi correnti di pensiero dell'ambiente universitario, precisazioni di prim'ordine. Tali documenti, inoltre, contrariamente a tante opere del medioevo, permettono di essere fissati cronologicamente con molta esattezza, spesso circa l'anno, più spesso circa il mese, talora circa il giorno. Oltre le precisazioni fornite dai manoscritti con i colofoni che portano, la carriera magistrale del loro autore già restringe il campo delle ipotesi. Soprattutto le frequenti allusioni sia agli avvenimenti contemporanei sia alle discussioni conosciute e fissate cronologicamente «aliunde» o ad altre opere ugualmente datate aiutano a dare maggiore precisazioni. Basta che una sola delle 20 o 30 questioni contenute in un q. si lasci datare, perché tutte siano datate; tutte, infatti, furono proposte e difese in una stessa tornata. Tali dispute divengono così elementi utilizzati di informazione e di datazione per la storia del pensiero filosofico e teologico del medioevo. Il periodo aureo di tale specie di letteratura va dal 1250 al 1320; i q. precedenti non sono che tentativi; quelli posteriori subiscono sviluppi imprecisi e abbondano di sottigliezze; si conoscono attualmente più di 117 nomi di autori che presero parte a tali dispute con un totale di 358 q.
L'esempio dato nell'Università di Parigi fu seguito altrove, a Oxford, indubbiamente su suggerimento di Giovanni Peckham, a Bologna, Tolosa, Colonia, un po' dappertutto. Tale esercizio scolastico fu adottato presto negli «Studia generalia» degli Ordini religiosi, Domenicani, Francescani, Eremiti di S. Agostino, ecc. con gli opportuni adattamenti. Anche le altre Facoltà, oltre quelle di teologia, ebbero le loro solenni dispute; molto noto è il regolamento esistente nelle Facoltà di arti o in quella di medicina; meno noto, invece, quello della Facoltà di diritto. Per farsi un giudizio sull'evoluzione e sulla degenerazione del q., ci si può riferire utilmente al q. sostenuto da Giovanni Hus nella Facoltà delle arti a Praga nel genn. 1411, edito da Bohumil Ryba (Praga 1948).