RAVELLO. - Antica diocesi e cittadina in provincia di Salerno. Alcuni ritengono R. fondazione dell'età gotica, altri di Amalfi del cui Ducato fece poi parte; fu saccheggiata dai Pisani nel 1137; il suo periodo più florido fu durante il sec. XIII, a cui appartengono l'artistico Palazzo Rufolo e alcune chiese.
La diocesi fu creata nel 1087 dal papa Vittore III che ne consacrò il primo vescovo Orso, monaco benedettino. Urbano II la dichiarò immediatamente soggetta e consacrò secondo vescovo Costantino Rogadeo. Seguirono G. Rufolo, P. Pironti, L. Rogadei, G. Allegri Ottano, F. Castaldi, A. Agnensi poi cardinale, N. Campanile; nel 1536 ne fu amministratore il card. Quignones; più tardi L. Beccadelli, P. De Curtis, teatino, poi vicegerente di Roma sotto Clemente VIII, m. a Roma nel 1629. Nel 1603 il detto Papa unì la sede di R. con quella di Scala, rimanendo i vescovi direttamente soggetti quali vescovi di R., e suffraganei di Amalfi quali vescovi di Scala. Furono a capo delle due diocesi i mons. F. Benni, M. Bonsi, O. Verme, C. Puccitelli, B. Pannicola, G. Sagezi, L. Di Capua, N. Rocco, G. Perimezzi, ultimo S. Micci traslato ad Amalfi nel 1804. Pio VII con la bolla De ultiori soppresse le due diocesi, unendole ad Amalfi.
Il Duomo dedicato alla B. V. Assunta è a tre navate divise da pilastri; fu eretto dal vescovo Orso e venne trasformato nel sec. XVIII nello stato attuale. Il pulpito eseguito da Niccolò da Foggia nel 1272, rappresenta le scene di Giona; contemporanea è pure la cattedra. Il campanile del sec. XIII è a bifore; il portale in bronzo è di Barisano da Trani e porta la data del 1179. Altre chiese notevoli sono S. Giovanni in Toro, pure a tre navate, S. Agostino, S. Maria a Gradillo, l'Annunziata, S. Martino e S. Antonio con elegante chiostro. In R. fiorirono i monasteri di S. Maria, SS. Trifone e Biagio (fine sec. XI) e quello femminile della S. Maria (metà sec. X). - Vedi tav. XXIII.
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RAVELLO. - Antica diocesi e cittadina in provincia di Salerno. Alcuni ritengono R. fondazione dell'età gotica, altri di Amalfi del cui Ducato fece poi parte; fu saccheggiata dai Pisani nel 1137; il suo periodo più florido fu durante il sec. XIII, a cui appartengono l'artistico Palazzo Rufolo e alcune chiese.
La diocesi fu creata nel 1087 dal papa Vittore III che ne consacrò il primo vescovo Orso, monaco benedettino. Urbano II la dichiarò immediatamente soggetta e consacrò secondo vescovo Costantino Rogadeo. Seguirono G. Rufolo, P. Pironti, L. Rogadei, G. Allegri Ottano, F. Castaldi, A. Agnensi poi cardinale, N. Campanile; nel 1536 ne fu amministratore il card. Quignones; più tardi L. Beccadelli, P. De Curtis, teatino, poi vicegerente di Roma sotto Clemente VIII, m. a Roma nel 1629. Nel 1603 il detto Papa unì la sede di R. con quella di Scala, rimanendo i vescovi direttamente soggetti quali vescovi di R., e suffraganei di Amalfi quali vescovi di Scala. Furono a capo delle due diocesi i mons. F. Benni, M. Bonsi, O. Verme, C. Puccitelli, B. Pannicola, G. Sagezi, L. Di Capua, N. Rocco, G. Perimezzi, ultimo S. Micci traslato ad Amalfi nel 1804. Pio VII con la bolla De ultiori soppresse le due diocesi, unendole ad Amalfi.
Il Duomo dedicato alla B. V. Assunta è a tre navate divise da pilastri; fu eretto dal vescovo Orso e venne trasformato nel sec. XVIII nello stato attuale. Il pulpito eseguito da Niccolò da Foggia nel 1272, rappresenta le scene di Giona; contemporanea è pure la cattedra. Il campanile del sec. XIII è a bifore; il portale in bronzo è di Barisano da Trani e porta la data del 1179. Altre chiese notevoli sono S. Giovanni in Toro, pure a tre navate, S. Agostino, S. Maria a Gradillo, l'Annunziata, S. Martino e S. Antonio con elegante chiostro. In R. fiorirono i monasteri di S. Maria, SS. Trifone e Biagio (fine sec. XI) e quello femminile della S. Maria (metà sec. X). - Vedi tav. XXIII.
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**ENRICO JOSI**
RAVELLO. - Antico ambone con scene relative al profeta Giona (sec. XII). Ravello, Cattedrale.

RAVELLO. - Antica diocesi e cittadina in provincia di Salerno. Alcuni ritengono R. fondazione dell'età gotica, altri di Amalfi del cui Ducato fece poi parte; fu saccheggiata dai Pisani nel 1137; il suo periodo più florido fu durante il sec. XIII, a cui appartengono l'artistico Palazzo Rufolo e alcune chiese.
La diocesi fu creata nel 1087 dal papa Vittore III che ne consacrò il primo vescovo Orso, monaco benedettino. Urbano II la dichiarò immediatamente soggetta e consacrò secondo vescovo Costantino Rogadeo. Seguirono G. Rufolo, P. Pironti, L. Rogadei, G. Allegri Ottano, F. Castaldi, A. Agnensi poi cardinale, N. Campanile; nel 1536 ne fu amministratore il card. Quignones; più tardi L. Beccadelli, P. De Curtis, teatino, poi vicegerente di Roma sotto Clemente VIII, m. a Roma nel 1629. Nel 1603 il detto Papa unì la sede di R. con quella di Scala, rimanendo i vescovi direttamente soggetti quali vescovi di R., e suffraganei di Amalfi quali vescovi di Scala. Furono a capo delle due diocesi i mons. F. Benni, M. Bonsi, O. Verme, C. Puccitelli, B. Pannicola, G. Sagezi, L. Di Capua, N. Rocco, G. Perimezzi, ultimo S. Micci traslato ad Amalfi nel 1804. Pio VII con la bolla De ultiori soppresse le due diocesi, unendole ad Amalfi.
Il Duomo dedicato alla B. V. Assunta è a tre navate divise da pilastri; fu eretto dal vescovo Orso e venne trasformato nel sec. XVIII nello stato attuale. Il pulpito eseguito da Niccolò da Foggia nel 1272, rappresenta le scene di Giona; contemporanea è pure la cattedra. Il campanile del sec. XIII è a bifore; il portale in bronzo è di Barisano da Trani e porta la data del 1179. Altre chiese notevoli sono S. Giovanni in Toro, pure a tre navate, S. Agostino, S. Maria a Gradillo, l'Annunziata, S. Martino e S. Antonio con elegante chiostro. In R. fiorirono i monasteri di S. Maria, SS. Trifone e Biagio (fine sec. XI) e quello femminile della S. Maria (metà sec. X). - Vedi tav. XXIII.
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**ENRICO JOSI**
RAVELLO. - Antico ambone con scene relative al profeta Giona (sec. XII). Ravello, Cattedrale.
Il Regno teodoricano si chiuse nel 526, quando alla morte del Re maggiormente infuriava la lotta tra conquistati e conquistatori. R. fu conquistata da Belisario nella primavera del 540. S'iniziò in quell'anno per la città il terzo periodo della sua potenza politica, che si protrasse sino al sec. VIII; forse anche il più fastoso. Giustiniano la volle sede del suo rappresentante in Italia (v. ESARCA). Dopo alterne vicende la città cadde nel 751 in mano di Astolfo e fu la fine del dominio bizantino in Italia; tuttavia, dopo che Astolfo fu costretto ad abbandonare l'Esarcato, gli arcivescovi, forti della speciale posizione, che erano venuti conquistando, si atteggiarono ad eredi e continuatori del dominio bizantino, divenendo i governatori della città e del suo territorio. L'alleanza con l'aristocrazia locale dette origine a quella numerosa serie di duchi, che in nome dell'arcivescovo dominò in Romagna nei secc. IX-XI. Con gli Ottoni gli arcivescovi divennero grandi feudatari dell'Impero e la città conobbe un nuovo periodo di fasto e di grandezze, anche perché fu spesso la residenza dell'Imperatore, che vi aveva palazzo. Dalla Signoria arcivescovile sorse il Comune aristocratico, che per tutto il sec. XII rimase ancora sotto l'alta autorità dell'arcivescovo. Dal Comune aristocratico fu breve il passaggio alla Signoria, che tennero alcune famiglie rimaste celebri, quali gli Anastagi ed i Traversari, eternati da Dante. La signoria di quest'ultimi terminò nel 1240 con la conquista della città da parte di Federico II. Trentasei anni dopo, Rodolfo d'Asburgo cedeva definitivamente la Romagna al Papa e R. passò quindi a far parte del dominio della S. Sede. Sorgeva intanto la signoria dei Polentani, vicari della Sede Apostolica, ma di fatto governatori indipendenti. Guido Novello a Dante Alighieri diede tra le sue mura asilo e conforti. Con Obizzo da Polenta, la famiglia divenne di fatto vassalla della Repubblica veneta, che sin dai primi del sec. XV ogni anno mandava a R. un suo podestà. Finché, relegato Ostasio nell'isola di Candia, Venezia divenne palesemente e facilmente signora della città. Il dominio veneto durò sino al 1509, e fu una pausa in quella rapida decadenza, cui aveva contribuito fortemente l'allontanarsi del mare e l'abbandono dei lavori di manutenzione del porto. Nel 1509, per trattato, fu restituita a Giulio II. Tre anni dopo, stretta d'assedio dal Re di Francia e da Alfonso d'Este, alleati contro Papa e Spagna, dopo una furiosa battaglia, che da R. prende nome, il 12 apr. 1512 fu espugnata e messa a ferro e fuoco. Dopo la rovina, solo alla prima metà del sec. XVIII si ebbe una nota lieta, quando il legato card. Giulio Alberoni provvide alla diversione dei fiumi Ronco e Montone che, uniti in unico alveo, liberarono la città dal loro terribile abbraccio, causa frequentemente d'inondazioni. Da lui R. ebbe anche il nuovo canale naviglio ed il porto, i quali dal nome di famiglia di Clemente XII furono e sono detti Corsini. Con il Trattato di Tolentino (1797) fu da Pio VI ceduta ai Francesi, il cui governo fu quanto mai nefasto alla città, specie al suo patrimonio artistico. Ritornò al Pontefice nel 1815 e fu sede di legazione. Il 13 giugno 1859, partito il Delegato Apostolico, fu costituita una giunta provvisoria di governo, preludio all'unione definitiva al Regno d'Italia.
La storia della Chiesa di R. è molto spesso legata alle vicende della città. Nel 1756 fu scavata a poca distanza dalla basilica di S. Apollinare in Classe un'arca sepolcrale, sicuramente usata dai cristiani, che in un secondo tempo era stata occupata dall'arca (v.) di una basilica, ritenuta quella del vescovo Probo. Sulle tombe a forma si rinvennero molti titoli classici riadoperati e tre epigrafi cristiane, di cui 2 ancora nella posizione originaria: la stele di Antifone ed il marmo di Flavio Anastasio (CIL, XI, 1, n. 320 e 323). Tutte di alta antichità. La prima con la raffigurazione del Buon Pastore, già illustrata da G. B. De Rossi (Bull. di arch. crist., 3ª serie, 4 [1879]), va assegnata alla fine del II sec. o al principio del III; la seconda, più tarda, al IV sec. Grande importanza ha la stele con il Buon Pastore, perché è la testimonianza più antica del cristianesimo non solo ravennate, ma dell'intera regione circostante; inoltre conferma la tradizione locale, che pone le origini del cristianesimo e la sede prima dei vescovi ravennati presso il porto romano di Classe: qui con tutta verisimiglianza l'elemento orientale, numeroso in Classe
bassorilievo su marmo pario. Prima sua sede fu la ora distrutta Basilica fuori le m
sin dagli inizi, dovette portare e diffondere la fede. Oggi, però, non si può affermare se Apollinare sia stato il primo evangelizzatore, o non piuttosto l'organizzatore di una comunità già esistente, perché la tradizione ha circondato di un alone di leggenda l'unico martire della chiesa di R. Il primo che di lui parla è s. Pietro Crisologo (v.). Ma dal sermone di lui (n. 128) si può solo raccogliere che egli fu il primo vescovo; che morì in seguito ai tormenti subiti; che il suo corpo riposa in mezzo ai figli della sua chiesa. Più tardi, forse per opera dello Pseudo-Ambrogio, autore della leggenda dei ss. Vitale ed Ursicino, fu composta una «passio», in cui Apollinare è presentato come discepolo di Pietro, da lui mandato a R., per evangelizzare la moltitudine di popolo, che vi dimorava. R. si avviava alla gloria e alla potenza, la sua chiesa doveva dimostrarsi superiore all'ariania, che Teodorico vi aveva insediata; per questo l'apostolicità del fondatore faceva comodo. Essa era conosciuta già ai primi del sec. vi, quando documenti e monumenti vi alludono chiaramente. Al Concilio di Sardica è presente Severo; tra lui ed Apollinare altri 10 vescovi si sono succeduti nella sede di Classe e vi furono sepolti. Probo I, o, secondo altri, Probo II avrebbe eretta la prima Cattedrale, sulla zona sepolcrale, sopra accennata; basilica antichissima, nella sua origine, che ebbe il suo fonte. D'altre due zone cimiteriali antiche si ha notizia sicura: quella dove fu sepolto Eleucadio, il terzo vescovo, e l'altra dove trovò sepoltura Severo, ca. la metà del sec. IV. Forse una quarta, separata da quella di Probo, va riconosciuta nel sepolcreto molto povero, che è sotterra, nel cortile della canonica della basilica di S. Apollinare, in cui fu il primo sepolcro del Santo ed ai margini del quale sorse la Basilica, come hanno dimo-

Ravenna, Arcidiocesi di - Abside restaurata della basilica di Ravenna.

di S. Vitale (sec. vi) - Ravenna.
strato gli scavi del 1949. L'importanza della Chiesa ravennate comincia quando la Corte si stabilì in R. Orso, non prima della fine del sec. IV, ma più probabilmente al principio del v, trasferì la sede entro l'agglomerato urbano ravennate e costruì la prima Basilica intramuranea, da lui detta ursiana; la Chiesa classificata con il suo clero continuò però lungamente a godere di particolare autonomia. La nuova Basilica si addossava al lato orientale delle mura dell'ippidur romano. In una piccola aggiunta, che fu forse il primo ampliamento della città romana, sorse la sede sepolcrale, il Tricoli, come attraverso i secoli fu ed è chiamata la residenza degli arcivescovi, che da allora, assieme alla Cattedrale rimase e rimane al posto primitivo, nella prossimità di quella che fu la porta Sallustra, di cui l'episcopio ha incorporato una delle due torri cilindriche. Con S. Pier Crisologo avviene un fatto nuovo. Ca. il 430 e edicotochristiani principi (Valentiniano III) ed decreto beati Petri (Celestino I) un gruppo di chiese dell'Emilia (Forum Livii, Faventia, Forum Cornelii, Bononia, Mutina, Vicus Habentinus), staccato dalla giurisdizione metropolitica milanese, fu costituito in unità a sé, dipendente dal vescovo di R. che ne consacrava i presuli e li presiedeva con autorità metropolitica; però in quanto vescovato ravennate egli rimase suffraganeo della sede romana. Era il primo passo ed il Crisologo fu considerato alla pari degli altri metropoliti.
Dopo il Crisologo emergono le figure di Neone e di Ecclesio, il vescovo dell'epoca teodoriciana. Nel 540 Vettore assistette al passaggio di giurisdizione politica dal Regno goto al dominio di Bisanzio, ed alla sua morte si avverò un fatto decisivo nella storia della chiesa di R. Papa Vigilio era lontano da Roma; si era all'inizio della lotta dei Tre Capitoli e Giustiniano vi voleva presente un uomo che gli desse affidamento pieno. Perciò quando gli fu presentato il nome di colui (rimasto ignoto) che clero e popolo avevano canonicamente eletto a succedere a Vittore egli mise da parte quest'elettore. Su proposta dell'imperatore, Vigilio in Patrasso d'Acacia, il 14 ott. del 546, consacrava vescovo di R. Massimiano di Pola, che condusse la lotta contro i Tre Capitoli, con tenacia e fortezza. Costruttore instancabile, riorganizzatore e riformatore della sua chiesa, con il Crisologo è, forse, il più grande dei successori di Apollinare, iniziatore di quella potenza, che doveva, dopo di lui, portare spesso gli arcivescovi di R. contro Roma. Gli successe Agnello, cui era riservato il compito di purgare la città e la diocesi da ogni traccia di arianismo e di consacrare al culto cattolico i templi ariani. Nel VII sec. la lotta con Roma raggiunge forse il suo acme con Mauro, arcivescovo, che nel 666 ottiene dall'imperatore Costante il decreto di autoscelia. Anche se limitata, nella sua essenza, alla giurisdizione metropolitica, come vuole lo
Ravenna, arcidiocesi di Velo per le offerte liturgiche con intesute frasi scrittuali. Stoffa in seta della fine del sec. VII, proveniente da S. Apollinare in Classe, rinvenuto in un sarcofago nel 1949 - Ravenna, Museo arcivescovile.
Zattoni, fu sempre lotta ai ferri corti, con un alternarsi di sottomissioni e di ribellioni, a seconda del vescovo sedente, che durò per secoli e si può comprendere ed esprimere solo con il testamento di Mauro stesso, di cui sono eco le parole, scritte sulla sua tomba - Liberavit ecclesiam suam de jugo Romanorum servitutis. Il sec. VIII, che vede la distruzione totale di Classe, ha per la storia della Chiesa ravennate una sua importanza particolare. Caduto l'Esarato il governo s'accentra, come si è detto, nelle mani degli arcivescovi. In questo secolo si può anche documentare presso la basilica classense di S. Apollinare una comunità monastica. È sul cadere del secolo che Grazioso, figura caratteristica di vescovo, la cui semplicità rimarrà proverbiale, accoglie in R. Carlomagno, venuto per spogliare dei suoi marmi e dei migliori ornamenti il Palazzo di Teodorico, per adornare le sue costruzioni di Aquisgrana. Di ribellioni a Roma e di spirito anticromano è testato qualificato nel sec. Agnello (v.) con il suo Liber pontificalis Ecclesiae Ravennatis. Nel medesimo secolo i Benedettini si insediano a S. Vitale, a S. Giovanni Ev., mentre nel seguente si trovano anche presso S. Apollinare Nuovo. Con gli Ottoni, si riafferma l'importanza della sede. Sono gli anni in cui Romualdo degli Onesti, dopo la conversione, diviene monaco di Classe e compie nell'abbraccio una vasta riforma. Sono gli anni in cui il Santo si ritira al Però e dà inizio alla sua riforma ermetica. Partono da questo eremo, posto a ca. 15 km. dalla città, e la cui chiesa fu una delle prime dedicata al martire s. Adalberto di Praga, il primo nucleo di missionari camaldolesi, condotti da S. Bruno di Querfurt. La chiesa di R. nel biennio 998-99 è retta da quel Gerberto di Aurillac, che doveva salire al trono di Pietro con il nome di Silvestro II. Dopo il Mille s. Stefano d'Ungheria fonda nel territorio della diocesi l'abbazia di S. Pietro in Vincoli, per essere sostituita ai romei della sua nazione e la cui chiesa fu consacrata da s. Gerardo. Nella prima metà del sec. XI ha luogo la lotta accanita tra R. e Milano per il diritto di precedenza; questione risolta nel 1047 in favore di R., per cui fu riconosciuto al suo presule il diritto di sedere alla destra del Papa, assente l'Imperatore, alla sinistra, lui presente.
Poi di nuovo l'antagonismo latente con Roma si apertamente sentire e sfocia nell'episodio più triste, quando il suo arcivescovo, Guiberto, viene eletto antipapa con il nome di Clemente III e trascina R. nello scisma. Sono gli anni dell'opera indefessa di s. Pier Damiano, che muore (Faenza 1072) reduce da una missione conciliatrice tra Roma e R. La fedeltà a Roma condusse nei primi anni del sec. XII alla fondazione di quella canonica portuense, in cui l'Ordine dei Canonici Regolari ebbe un centro importantissimo di riforma e la cui Regola si diffuse in Italia e fuori. Ne fu istituto e riformatore Pietro chierico, una figura intimamente e caramente unita alla storia di R., spesso confuso con s. Pier Damiano, per il comune
epiteto di «Peccatore» e che ancor oggi non è possibile meglio identificare. Poi ormai, come comincia la decadenza per la città, così la chiesa di R. rientra nell'ambito comune. Nei primi secoli dopo il Mille, però, ebbe il massimo della estensione metropolitana, comprendendo tutte le diocesi dell'Emilia, da Piacenza a Rimini e sino oltre il Po con Adria.
Nel sec. XIII emerge la figura dell'arcivescovo Filippo. Uomo di grande energia, fu prigioniero di Ezzelino da Romano; riformatore e flagellatore dei mali costumi diffusi tra clero e popolo, introdusse in R. nel 1261 i Minori di s. Francesco, cui concesse l'antica basilica di S. Pietro Maggiore. All'inizio del secolo successivo, si ebbe Raimaldo da Concorrezzo, venerato come beato. È l'arcivescovo di Dante e muore nemmeno un mese prima del Poeta (18 ag. 1321). Lo spirito della riforma cattolica, già nella prima metà del sec. XVI trova in R. un ambiente preparato, cui dovette contribuire l'opera di due donne, le bb. Margherita da Russi e Gentile Giusti. Sotto la ispirazione della prima il ven. Gerolamo Malucelli, fondo quella congregazione dei Preti regolari del Buon Gesù, che fu nella Chiesa tra le primissime famiglie di chierici regolari. Ebbe vita puramente locale e fu soppressa nel 1651 con bolla di Innocenzo X. Con l'episcopato del card. Giulio Feltrio della Rovere (1566-78) s'inizia la serie dei vescovi riformatori, secondo lo spirito del Concilio di Trento. Nel 1567 fondò il Seminario; provvide alla riforma del clero della Cattedrale, sopprimendo i due Capitoli dei canonici-cardinali e dei canonici cantori, per formarne un unico di beneficiari corali. Con lui, teste Giorgio Rossi, storico contemporaneo, sparì dai libri liturgici ravenati ogni superstite traccia di riti non romani: l'unica testimonianza sicura è questa della sopravvivenza in R. di preci e riti in lingua greca, ma ciò non autorizza a credere che l'antica liturgia ravenante fosse in tale lingua. Ogni testimonianza epigrafica e documentaria ci dà assicurazione, che nel sec. VI la lingua latina era la lingua liturgica della chiesa di R. Solo più tardi, con l'affermarsi dell'Esarato, usi e costumi non latini poterono entrare nella liturgia. Ma è certo che già nel 1454 era in uso nella Basilica Ursiana il Messale romano (codice di quell'anno nell'Archivio capitolare ravennate). Cominciarono con il Della Rovere gli Atti della S. Visita alla diocesi, che proseguono durante il pontificato del suo successore, Cristoforo Boncompagni (1578-1604), durante il quale sorge in R. una modesta congregazione femminile, secondo lo spirito di S. Filippo Neri: le Pie terziarie viventi in comune, fondate da suor Adriana Tavella, comunità esistente tuttora. Con Pietro Aldobrandini l'opera di riforma prosegue alacremente e gli atti delle sue visite dàmo per la prima volta un panorama completo. Cominciarono però contemporaneamente le prime mutilazioni della giurisdizione metropolitana, con il distacco di Bologna, poi costituita essa stessa in metropoli, con chiese suffraganee già soggette a R.
Le leggi rivoluzionarie francesi annientarono, alla fine del sec. XVIII, tutte le comunità religiose, che durante i secoli eran venute formandosi. Undici famiglie religiose maschili furono soppresse. Tra di esse le grandi abbazie, che tanta parte avevano avuta nella vita di R. Quella dei Benedettini neri di S. Vitale disparve dopo quasi mille anni di vita. Così quella formatasi all'ombra della basilica placidiana di S. Giovanni Evangelista, in cui nel 1459 il commendatario card. Besserione aveva introdotti i Canonici Regolari, ed in cui egli finì i suoi giorni il 18 nov. 1472. L'abbazia classense, centro di cultura, seguì la sorte comune. Da S. Apollinare in Classe i monaci camaldolesi si eran trasferiti entro città nel 1515. Così pure, a seguito di una decisione della Repubblica veneta, all'inizio del sec. XVI, dall'antica sede sul lido adriano era emigrata in città la canonica portuense, eretta in abbazia nel 1566. Fu l'unica delle 4, che dopo la restaurazione fu riaperta ed ebbe vita grama sino alle leggi eversive del Regno

Ravelosa, arcidiocesi di - Velo per le offerte liturgiche con intonute frasi scritturali. Stoffa in seta della fine del sec. vir, proveniente da S. Apollinare in Classe, rinvenuto in un sarcofago nel 1949 - Ravenna, Museo arcivescovile.
d'Italia. Tra le numerose comunità femminili, cessarono per opera dei Francesi la loro vita ultracentenaria i monasteri benedettino di S. Andrea Maggiore e domenicano di S. Stefano de Ulivi, tra le mura del quale era stata monaca Beatrice figlia di Dante.
La bufera napoleonica trovò arcivescovo un uomo dalle larghe vedute e dal gran cuore: Antonio II Codronchi. Il suo atteggiamento di fronte al nuovo monarca può essere discusso: vescovo giurato, grande elemosiniero di corte, cavaliere della corona di ferro, presente al battesimo del Re di Roma, sembrò ad alcuni ligio in tutto all'Imperatore. Eppure nei 40 anni di episcopato (1785-1826) svolse un'opera multiforme, sagace, prudente, costruttiva. Salvò dalla rovina e dalla profanazione tutte, o quasi, le chiese conventuali d'importanza storica ed artistica, trasferendovi le sedi parrocchiali. Comprati con il proprio i chiestri dell'ex abbazia di S. Giovanni Evangelista vi trasportò il vecchio ospedale di S. Maria delle Croci, che dotò di numerose rendite.
Gli successe il romano C. Falconieri-Mellini, sin dalla giovinezza unito in amicizia a Pio IX, che accolse in R. nel suo ultimo viaggio alle Legazioni. Creato cardinale nel 1834, morì il 22 ag. 1859; pochi mesi prima era cessato in R. il governo pontificio. Cominciò da allora il periodo d'anticlericalismo più smaccato e della scritta-nizzazione della Romagna. Dopo lo smarrimento dei primi anni, il disorientamento anche del clero, la ripresa fu promettente sin dagli inizi del secolo nostro. Nel 1904 diveniva arcivescovo il milanese Pasquale Morganti, figura tipica dell'episcopato contemporaneo. Autore di scritti ascetici per il clero (Sic orabitis, Vos dixi amicos), nella sofferenza, nell'umiliazione, preparò la rinascita della diocesi. Il suo governo si concluse con la celebrazione veramente degna dei cattolici in onore di Dante, nel secentenario della morte del Poeta (1921).
Il Monumenti. - Della R. romana, di cui sono note con esattezza l'estensione e la forma, rimane qualche avanzo delle mura di cui era già cinta nel 43 d. C. e miseri avanzi in situ della Porta Aurea, aperta allora dall'imperatore Claudio. Nel Museo nazionale le due patete e qualche altro elemento marmoreo della medesima porta; stelle classiche, il fregio augusteo e poco più. Del porto di Classe, più nessun vestigio sopra terra. Come nulla è rimasto degli edifici, che formarono il castrum classis.
Scomparsi i palazzi imperiali, gli edifici civili teodoriciani, esarcati ed ottoniani, R. è oggi famosa nel mondo per un gruppo singolare di monumenti paleocristiani. Prima del sec. V. è solo il ricordo della più antica cattedrale classica, costruita fuori delle mura del castrum classis di cui non si conoscono né la forma né l'ubicazione precisa; unico punto fisso architettonico il quadriportico, che ebbe non prima dell'età massimiana. Tre i gruppi principali dei monumenti paleocristiani di R. corrispondenti a tre specifici periodi di vita e sviluppo politico, di cui occorre tener conto della loro valutazione. Il sec. V. s'inizia con la costruzione della nuova Basilica intramurana del vescovo Orso e del contiguo battistero. A 5 navate con 56 colonne marmoree, essa è arrivata sino alle soglie dell'età contemporanea. Abbattuta nel 1733, rimangono i disegni allora eseguiti a cui si è prestato troppa fede da storici dell'arte e da critici. Difatti nulla oggi si può dire di sicuro sulle sue particolarità originarie, essendo essa arrivata al sec. XVIII dopo molti rimaneggiamenti, non ultimo quello del sec. X, che le dette la cripta, ancora esistente sotto l'abside dell'attuale Basilica settecentesca, che dell'antica conserva l'ampiezza ed il titolo. Il Battistero, fortunatamente, è arrivato sino a noi. Costruito dalle fondamenta da Orso, ci si presenta nella splendida decorazione musiva, che gli dette il vescovo Leone nella seconda metà del sec. V. A pianta ottagona, con 4 absidio alternanti nei lati, appare oggi sfasato nelle sue proporzioni, specie all'interno, per l'interramento di ca. 3 m. Dopo il complesso ursiano, quello oronario-placidiano. Appartiene ad esso quel singolare gruppo di edifici, che lo storico Agnello chiama «monasteria», spari purtroppo da secoli. Unico esempio tuttora esistente è il piccolo sacello, che si continua a chiamare erroneamente

«Mausoleo di Galla Placidia» (v.). Del S. Lorenzo in Cesarea, eretto da Onorio e già ricordato da S. Agostino, più nulla. Ridotta ai minimi termini e, per giunta, con la parte sopraterra già rifatta prima del Mille, la basilica palatina di S. Croce, che dalla croce ebbe il nome e la forma. Nelle sue immediate vicinanze, ad alcuni metri di profondità, stanno ancora sotterra bellissimi pavimenti musivi. In condizioni migliori è invece giunta la basilica placidiana di S. Giovanni Evangelista eretta dall'Augusta, per voto fatto in una tempesta di mare, mentre dall'Oriente tornava a R. nel 424. A pianta basilicale, con l'abside affiancata dalle due pastoformi, si presenta oggi molto rimaneggiata (anche per i danni gravissimi dell'ultima guerra) e priva del suo complesso musivo, descritto dall'Agnello. In Classe, della grandiosa Basilica Petriana, eretta dal Crisologo, e del suo battistero tetragono, più nulla; nemmeno è nota la forma di questa che fu la seconda cattedrale della Chiesa classicana, sorta entro il recinto intramuraneo del «castrum», quando già la sede era stata trasferita a R. da alcuni decenni.
Per il secondo periodo bisogna attendere il Regno di Teodorico. Il Goto volle forse emulare gli antichi imperatori, volle che la R. «sua» nulla avesse da invidiare alla precedente. È un periodo di pochi decenni, ma le costruzioni sacre si moltiplicano: tutte araine. Per la Chiesa cattolica ravennate è invece un periodo di stasi: unico monumento, la cappella dell'episcopio. Caratteristico edificio a tre piani, a croce greca, come elemento architettonico comune ai tre ambienti principali. Al piano superiore il «monasterium S. Andreae» del Tricoli, abbiato e preceduto da un piccolo atrio. Fu costruito da Pietro II (494-519). Del complesso ariano è pervenuta l'antica Basilica Palatina, a tre navate, dedicata al nome di Gesù, ed oggi conosciuta con quello di S. Apollinare Nuovo. Spoglia di ogni ornamento, rimane ancora in piedi la minore basilica dell'Anastasi ariana (chiesa dello Spirito Santo), che ha contiguo il proprio battistero, il quale nella forma ripete quello dell'Ursiana. Solenne, possente, quasi opera romana, dove già fu il sobborgo settentrionale con le abitazioni, chiese ed episcopi dei Goti, sta ancora la «Rotonda», il mausoleo del Re, unico edificio tra gli antichi non in cotto, cui fa da cupola l'immenso monolito in pietra d'Itria del peso di 300.000 kg.
Più fastosa la fase bizantina. Ad essa è unito il nome di Giuliano Argentario, figura ancora misteriosa nelle sue attribuzioni, ma intimamente legata ai maggiori monumenti del secondo quarto del sec. VI. Con lui, la basiliche venanti hanno tramandato il nome di Massimiano, che nei primi anni del governo di Bisanzio resse la chiesa di R. la basilica di S. Vitale, che nella sua pianta centrale, si differenzia da tutte le altre di R.; l'altra coeva di S. Apollinare in Classe, in cui il trionfo del fondatore della Chiesa ravennate raggiunge il suo apogeo. Altre di quest'epoca sono cadute: S. Stefano Maggiore, S. Andrea Maggiore S. Michele in Africisco. Altre sono arrivate a noi più o meno straformate: S. Maria Maggiore, S. Agata Maggiore, i SS. Giovanni e Paolo. Ma le superstiti furono e
di S. Apollinare Nuovo, con i quadri evangelici superiori, la solenne Vergine in Trono, la raffigurazione delle città di R. e di Classe, le figure dei Profeti, tra le finestre, il Cristo in trono (sebbene in gran parte rifatto). Anche quelli della Cappella arcivescovile, con i clipi dei santi (forse quelli dell'antico canone ravennate), hanno una pacatezza di colore ed una bellezza di forma, che non si troverà più tardi. Singolarmente interessanti qui, la più antica immagine di s. Cecilia che abbia tramandata l'arte cristiana; la testa di s. Paolo e quella caratteristica di s. Andrea. Mentre la figura del Cristo guerriero nell'atrio, richiama il più antico stucco del vicino battistero. In S. Vitale, in Classe, nei musicali giulianesi, il disegno cede al colore. L'oro, lo sfarzo cromatico regnano talmente sovrani, che i difetti di disegno appaiono trascurati. Eppure anche in queste due Basiliche la mano degli artisti è sempre guidata da un concetto preordinato, che non è fine a se stesso. Così in S. Vitale per i due grandi quadri storici di Giustiniano e Teodora e nelle raffigurazioni dei sacrifici. Così in S. Apollinare in Classe, dove la figura del Santo copinio campeggia sovrana, nel concetto dominante del Buon Pastore, di cui Cristo, trasfigurato e raffigurato al centro della gran Croce gemmata, è il tipo e l'esempio ed Apollinare l'imitatore. R. è per antonomasia la città del musaico, del più bel musaico, che per il suo colore possa colpire occhio umano. Ma nella valutazione anche di questa sua prerogativa, contrasti e dissensi. Certo più vicino allo spirito di Roma ed a quello che ha animato i musicisti di Napoli e Milano, i nostri del sec. V, specie le raffigurazioni placidiane del Buon Pastore e del s. Lorenzo del Mausoleo. Già preludio di uno spirito nuovo quelli del periodo teodoriziano: spirito nuovo, che si manifesta in pieno nei musaici della metà del sec. VI e, quasi maggiormente, nelle due teorie di santi e sante, con cui Agnello, successore di Massimiano, decorò le pareti di S. Apollinare Nuovo, quando consacrò al culto cattolico ed al nome di s. Martino di Tours la chiesa palatina ariana. Arte, che durò nei secoli, quella dei musicisti ravennati; che più tardi poté comporre alcune raffigurazioni di sostituzione o di restauro; che si diffuse nell'alto Adriatico e in R. dette gli ultimi suoi prodotti, non indegni del passato, nel grande ciclo della rinnovata Basilica Ursiana, ai tempi dell'arcivescovo Geremia (1112). Raffigurazione questa, che ora è nota solo attraverso i disegni settecenteschi ed i resti lasciati dai distruttori (Vergine orante e teste di santi nel Museo arcivescovile).
Oltre ai musici R. ha un complesso particolare di sculture, i cui pezzi maggiori sono dati da un numero singolare di sarcofagi in marmo greco, i quali, iconograficamente, si distinguono dai paleocristiani di Roma. Se circa i musaici e le basiliche vi sono state e vi saranno ancora discussioni, i dissensi e le teorie non sono minori per le opere sculture. Manca per i sarcofagi un punto sicuro di riferimento. Ed anche i pezzi cui è possibile dare una data non di tale natura, che non servono al raffronto. Da quelli romano-pagani riadoperati, ai cristiani dallo schema semplice, con Cristo in cattedra o ritto, che dà la legge, agli altri scompariti ad edicolete, ma sempre con figure umane si va alle casse in cui domina sempre e solo il simbolismo, sino agli ultimi, sicuramente del sec. VIII, di lavorazione rozza, quasi infantile. Sono sparsi un po' ovunque per R.; nelle sue basiliche e tra il verde della zona dantesca e del prato circostante S. Vitale; pochi esemplari nel Museo nazionale. In S. Vitale quello detto di Isacio, dove i temi cimiteriali si fanno ancora vedere; in Bracciforte il grandissimo, già presunta tomba del profeta Eliseo, dove il Cristo seduto in cattedra, conculca leone e drago mentre nei fianchi sono due scene mariane: la Visitazione e l'Annunziazione. A Porto fuori, tratto di tra le macerie della Basilica, il bellissimo sarcofago di Pietro peccatore ed in S. Francesco due, ad edicolete, che sono tra i più importanti. In Metropolitana un gruppo di 4 (uno nascosto entro l'altar maggiore), tra cui due grandissimi e ricchissimi nell'ornamentazione. In S. Apollinare in Classe, il gruppo più cospicuo, tra i quali quello detto di Teodoro, che per la sua ornamentazione si avvicina tanto, anche in piccoli particolari, ad un altro
Ravenna, arcidiocesi di - Facciata della chiesa di S. Apollinare Nuovo (sec. VI) - Ravenna.
sono così ricche di marmi e così splendenti nei loro musaici da lasciare un ricordo incancellabile. Di tutti questi monumenti di sacra architettura, nei quali il mattonone forma l'unico materiale costruttivo; così semplici, ma alle volte anche così pieni di movimento nel gioco delle masse e delle cortine esterne, si è parlato e si con- tinuo a parlare. Roma od Oriente? Roma o Bisanzio? Chi potrà mai risolvere il dilemma? Occorre però tener presente, nella loro valutazione, sempre, ch'essi sorgano in una città che con l'Oriente ha avuti continui contratti. Spesso si continua a ripetere che certe loro particolarità costruttive attribuiscono ad essi un primato, che invece non hanno. Peculiarità delle chiese di R. l'abside piogo- nale all'esterno e volta ad oriente; l'uso del pulvino, co- stante anche negli edifici noti solo attraverso documenta- zione grafica (Ursiana); ma son caratteristiche codeste che non appaiono certo per la prima volta a R. Con più facilità si sente ancora ripetere o si legge, ed è opinione meno contrastata, che son proprie dell'architettura sacra ravennate la protesi ed il diaconicon, anche se di origine non ravennate, e l'ardica o quadriportico. Ma anche in questo si è voluto generalizzare troppo. Le due pastoporie sono proprie solamente di un numero limitato di basiliche (S. Giovanni Evangelista, S. Vitale, S. Apollinare in Classe, tra quelle a noi note. La costruzione della prima è legata al ritorno dell'Augusta dell'Oriente; quella delle altre due risale ad un periodo in cui Bisanzio domina già, anche se l'una e l'altra hanno per mandanti due vescovi ante- riori all'occupazione di Belisario: Ecclesio ed Ursicino); mancano in tutte le altre, sia anteriori, che posteriori. Così pure l'ardica, la cui esistenza avanti alle basiliche non si può provare prima di Massimiano.
Anche i complessi musivi ravennati seguono crono- logicamente le diverse fasi costruttive e dei singoli periodi risentono l'influenza. Appartengono al periodo più antico e sono più sobrii nella composizione e nel cromatismo, quelli del mausoleo detto di Galla Placidia e del bat- tistero dell'Ursiana. Al periodo teodoriziano risalgono le composizioni del battistero ariano, la gran parte di quelli

Ravenna, arcidocesi di - Facciata della chiesa di S. Apollinare Nuovo (sec. vi) - Ravenna.
cospicuo monumento ravennate sicuramente attribuibile al sec. VI: la cattedra eburnea di Massimiano, pezzo più unico che raro. Altre sculture: i due amboni del sec. VI, il mutilo della Cattedrale, che reca il nome dell'arcivescovo Agnello (m. nel 569) e la parte anteriore di quello dei SS. Giovanni e Paolo, degli ultimi anni del secolo. Il concetto, che ha guidato i due artisti, è il medesimo, ma quanto differente l'esecuzione! In riquadri son raffigurati animali, dai pesci sino agli angeli ed ai volatili.
Sino al 1000-1100, oltre che con i musaici l'arte di R. si prolunga anche con quelle costruzioni sacre, diffuse maggiormente nelle campagne, le quali hanno tutte uno schema generale e le navate son divise non più da colonne, ma da pilastri, spesso con appendici rostrate. È quella che è stata chiamata l'architettura deutero-bizantina o protoromanica, architettura che ha i suoi primi prodotti nelle torri campanarie, che verso il 900 cominciano a sorgere ai lati delle antiche basiliche e delle nuove chiese. Torri così caratteristiche nella forma cilindrica, la più diffusa, che dànno una nota specifica alla città di R.
Dopo gli ultimi fulgori dei musaici dell'arcivescovo Geremia e la costruzione delle basilichele rurali, anche nel campo artistico la grande missione di R. è finita. Nel '200 e nel '300 gli Ordini religiosi nelle loro chiese o nuovamente erette, o frutto di trasformazioni, dànno qualche bell'esempio del gotico italico ed i cicli pittorici di S. Francesco, di S. Maria in Porto fuori, di S. Chiara (i primi due quasi per intero scomparsi); ma son maestri costruttori, che vengono dal di fuori. Sono i maestri del colore della scuola di Rimini, che, seguaci di Giotto, tengono in Romagna il campo. Il sec. XV, veneziano, lascia in R. alcune costruzioni civili, semplici e piacevoli; il Palazzetto di Piazza maggiore, in cui furono reimpiegate le colonne di granito della distrutta Basilica e gotorum, che nei capitelli recano il monogramma di Teodorico. Come Pietro Lombardi lavora per la città il complesso delle due colonne di Piazza, con la statua benedicente di S. Apollinare, e l'opera marmorea della tomba di Dante. Il XVI, lascia invece le nuove costruzioni monastiche imponenti di S. Maria in Porto in città, con la nuova Basilica, la loggetta del giardino ed il chiostro veramente mirabili. Così pure i grandiosi chiostri di S. Vitale e del cenobio urbano classense, pieni di eleganza. Nella scultura Tullio Lombardi lavorerà per R. il suo capolavoro nella statua giacente di Guidarello Guidarelli. Per munificenza del card. Pietro Aldobrandini, nei primi anni del '600, sorge, quasi appendice dell'antica Ursiana, la cappella del S. mo Sacramento, una delle più belle di Romagna, di cui dette il disegno il Maderno, e curò la decorazione pittorica Guido Reni. Già nei due secoli precedenti alcuni pittori ravennati, buoni, ma non ottimi, diffusero nella chiesa di R. le loro opere: Niccolò Rondinelli, quattrocentesco, e Luca Longhi, del '500. Il sec. XVIII fu invece terribilmente nefasto, perché antiche chiese furono malamente trasformate, troppe cose, che forse era possibile salvare, furono condannate al piccone. In compenso si ebbe la nuova Cattedrale e da Camillo Morigia, architetto non di scarso valore, il complemento dell'imponente facciata di S. Maria in Porto e l'attuale tempietto sepolcrale di Dante. L'Ottocento serbò solo di struzioni, il Novecento sembra voler trasformare il volto della vecchia città, mentre i lavori di consolidamento degli antichi monumenti formano la preoccupazione di cittadini e governo. Si hanno i ripristini, non sempre lodevoli, si procede al distacco ed alla pulitura dei complessi musivi, lavoro che ancora prosegue.
III. PERSONAGGI ILLUSTRI
Uomini celebri R. ha spesso accolto tra le sue mura, ma pochi dei suoi figli sono usciti dalla mediocrità, come pochi hanno raggiunto la celebrità e la gloria.Veneziano Fortunato, sebbene figlio della Marca Trevigiana, ebbe in R. la sua formazione culturale e di educazione potrebbe quasi chiamarsi ravennate. Nel sec. IX Andrea Agnello, il PONTIFICALE (v.). Poi Guidone, meglio conosciuto come l'Anonimo o il Geografo di R. Negli anni attorno al Mille, dominano figure gigantesche, i tre Santi ravennati: Romualdo, Guido Strambiati, abate di Pomposa, Pietro Da

