RELIGIOSO, INSEGNAMENTO

RELIGIOSO, INSEGNAMENTO. – Quella parte dell’educazione e della istruzione, che ha per oggetto la spiegazione e l’apprendimento delle verità religiose.

L’uomo, infatti, e il cristiano, non sono, nell’individuo, due parti distinte e separabili, di modo che se ne possa educare e istruire l’una senza educare e istruire l’altra; ma sono strettamente congiunte così che, formando il cristiano, si viene a formare tutto l’uomo nella sua completezza, e, viceversa, formando l’uomo, si dovrebbe nello stesso tempo formare il cristiano.

Secondo l’insegnamento del Maestro divino, unico precettore di tutta l’umanità, l’uomo non deve più vivere soltanto una vita naturale, ricca di virtù, di cultura, di affetti umani, ma anche una vita soprannaturale, in cui quelle medesime virtù, quella stessa cultura e quegli stessi affetti si rivestono di una luce superiore e più intima, di un significato e di una forza affatto nuovi e più profondi, che daranno frutti migliori perché migliore e la finta di cui vengono nutriti, e la sostanza con cui li maturano. Come in un albero selvatico innestato si coltiva nel medesimo tempo e si cura sia il tronco rimasto selvatico, sia il ramo innestato, così nell’uomo si devono coltivare con le facoltà naturali anche le facoltà soprannaturali, che vengono infuse in lui nel Battesimo; in altri termini si deve coltivare l’uomo in quanto uomo, e l’uomo in quanto, elevato all’ordine soprannaturale, sale a far parte della figliolanza divina.

L’i. r. adempie a quattro finalità, che sempre più dimostrano la saldezza della congiuntura: uomo-cristiano.

I. FINALITÀ CULTURALI

Oltre alle cognizioni acquistabili mediante l’esperienza, la scuola, lo studio perso

nale e le ricerche, l’i. r. fornisce all’uomo tutto un altissimo patrimonio di verità. Alcune di queste riguardano direttamente Dio nella sua essenza, nei suoi attributi e nelle sue opere, manifestandone la grandezza (creazione, provvidenza, vita divina) e la bontà squisita (Incarnazione, Redenzione, istituzione della Chiesa e dei Sacramenti, ricompensa eterna); altre riguardano la nostra vita e la nostra condotta sotto la luce del soprannaturale, mostrandone la nobiltà (adozione divina mediante la Grazia), il valore in tutte, anche le più umili, penose, sconosciute circostanze (dolori, ingiustizie, privazioni), che diventano mezzi efficaci di espiazione e di redenzione; la immensa fecondità delle opere buone anche le più nascoste (la Comunione dei santi). Ora, queste verità non ci sarebbero altrimenti note senza la Rivelazione divina, che forma, appunto, l’oggetto dell’i. r. La quale Rivelazione, inoltre, mentre dà una risposta sicura ai più assillanti problemi dell’umanità (ragione del dolore e del male, esistenza dell’oltretomba, ecc.), serve pure a dirigere rettamente le ricerche e il progresso delle stesse verità scientifiche, in quanto sgombra il campo dalle deviazioni e dalle false ideologie.

II. FINALITÀ RELIGIOSE

Poiché la religione consiste nell’adempimento dei nostri doveri verso Dio, nostro creatore, conservatore e rimuneratore, l’i. r. mira a informare, fin dai primi anni, tutta la vita all’adempimento di questi doveri, trasformandoli in un lieto e pronto servizio da compiere verso il Sovrano Padrone e Signore e ce ne addita in Gesù Cristo il più alto modello. Ci spiega inoltre i mezzi con cui acquistare, mantenere, ricuperare, sviluppare il carattere di figliolanza e di partecipazione alla stessa vita divina, alla quale siamo stati elevati; e ci fa conoscere il culto cristiano, incentrato nell’Eucaristia, soprattutto considerata come sacrificio, avvicendosi a comprenderlo, gustarlo e viverlo con una partecipazione cosciente.

III. FINALITÀ ETICHE

L’etica è la somma dei nostri doveri specialmente riguardo a noi stessi e al prossimo, che possono comprendersi nella massima: «fare il bene e fuggire il male morale», che è la colpa. Ora l’i. r. è, in questo, avviamento e guida sicura in mezzo a tante vane costruzioni morali, inventate dalla volubilità, in sufficienza o malizia umana, e cercanti invano di sostituirsi alla vera e unica moralità, fondata sulle nostre relazioni con Dio. Esso addita inoltre alla nostra riprovazione non solo il male esterno, ma anche il male interno dei pensieri e dei desideri; compenetra i doveri con lo spirito di amore, che fa riguardare tutti gli uomini come figli di un medesimo Padre e quindi fratelli e fonde tutti gli amori in un solo, l’amore verso Dio, da cui deriva poi ogni carità verso noi stessi e verso il prossimo. Nessun’altra concezione etica, trovata da intelligenza umana, è così sublime e vera autrice di bene.

IV. FINALITÀ SOCIALI

La convivenza sociale importa questi postulati: famiglia, patria, proprietà, lavoro, autorità, ordine. Ora l’i. r. dà a questi postulati il fondamento più stabile e inconsuoso e offre le soluzioni pratiche più solide e integrali, indicando nello stesso tempo i mezzi, anche soprannaturali, perché l’attuazione ne sia eseguita in maniera sempre più perfetta.

V. L’INFLUSSO DELL’

I. R

Lo studio di queste varie finalità dell’i. r. vale a dimostrare quale influsso benefico esso apporti alla coscienza morale, all’educazione della volontà e alla formazione del carattere.

Alla coscienza morale, infatti, che non dipende solo dal giudizio delle leggi o dalle consuetudini umane, ma ha bisogno di principi interni ed esterni sul bene e sul male, che continuino ad essere validi anche sotto l’impero delle passioni, gl’impulsi dell’interesse, dell’egoismo personale, delle false ideologie, esso offre la visione sicura del nostro fine ultraterreno, lo spirito di amore che convalida, anzi supera lo spirito del timore, la persuasione della presenza di Dio, che tutto vede e vigila e di tutto chiederà conto un giorno. Alla volontà, che rifugge facilmente da quanto è pensato e soprattutto dall’annegazione di sé e dalla vittoria sul proprio io, presenta un motivo superiore, fonte di inesauribile energia: il dovere per amore di Dio. Alla formazione del carattere, che

importa una continua coerenza fra le proprie convinzioni e le proprie azioni pubbliche e private, offre non solo i motivi umani (filantropia, civismo, patriottismo) ma anche motivi soprannaturali; l'amore di Dio, l'esempio di Gesù e dei Santi, che sempre cooperano efficacemente agli eroismi più alti. Lo stesso quando per formarsi un carattere forte ci si deve assoggettare a una quantità di rinunce penose; in questi casi l'ir. r. si appella alla nobiltà e all'efficacia formativa che esse hanno rispetto alla nostra natura, guasta e indebolita dal peccato.

VI. L'ir. R. NELLA SCUOLA. — Quanto è accennato dà la ragione del continuo e vigile interesse della Chiesa a che l'ir. r. sia mantenuto o reintegrato in tutte le scuole, comprese quelle dello Stato (cf. CIC, art. 1374 e le fonti ivi citate). Contro di esso, invece, si sono sempre adoperati, fin dall'epoca dell'illuminismo, con maggiore o minore accanimento e sotto i più svariati pretesti, i fautori della scuola laica o neutra. I laicisti ad oltranza proclamano l'ostracismo assoluto dell'ir. r. dalle scuole statali; altri, meno astiosi, si adatterebbero ad ammetterlo, ma fuori dell'orario e delle sale scolastiche; altri ancora lo tollererebbero anche nelle sale scolastiche, ma generalmente solo nelle classi elementari, circondando però la loro tolleranza con tali restrizioni e cautele da renderlo il meno efficace possibile; così, pensano, da una parte si allontana il pericolo dell'invadenza clericale, dall'altra si conserva all'ir. r. la natura di materia a sé, senza collegamenti o riferimenti importanti alle altre materie. C'è pure chi vorrebbe si parlasse e trattasse nella scuola anche della religione, ma solo sotto l'aspetto storico; il cristianesimo non sarebbe che una delle tante religioni (anche, se si vuole, la migliore), pullulare sulla terra a seconda dei tempi e dei luoghi. Altri, infine, giungono a pensare che al fanciullo, privo ancora di senso critico, si debba impartire un ir. r. dogmatico, come prima posizione possibile della sua mente e della sua coscienza dinanzi alla virtù e al dovere: più tardi, il fanciullo, fattosi giovane, crescendo la maturità e la personalità del proprio spirito, potrà superare questa concezione puerile, primordiale, fantastica o sentimentale della religione e passare ad una concezione filosofica. Il che avverrebbe gradatamente nella scuola media e superiore (cf. M. Barbera [V. BIBLICA.], p. 322).

La Chiesa, invece, si dimostra, e logicamente, in transigente sul punto della scuola laica o neutra, sia per altri motivi, sia soprattutto per il motivo religioso ed educativo, giustamente preoccupata o dell'assenza assoluta dell'ir. r. o di un ir. r. non impartito rettamente, conforme alla verità. La quale preoccupazione è pienamente giustificata anche in sede pedagogica. La pedagogia, infatti, postula l'« unità educativa », per cui ciascuno ha il diritto di un'educazione e istruzione non contraddittoria. Ora è contraddittorio sia il silenzio (quando una parte tace, come cosa secondaria e irrilevante, quello che da un'altra parte si proclama fondamentale), sia la parola (quando il professore di fisica, di scienze naturali, di filosofia, affermano vero ciò che il professore di religione deve negare come falso). In una società cristiana bisogna dunque porre come fondamentale il principio religioso cristiano.

Da notare, inoltre, che « il solo fatto di impartire l'istruzione religiosa non è sufficiente per dire che quella scuola è conforme ai diritti della Chiesa e delle famiglie cristiane; a quest'effetto è necessario che tutto l'insegnamento e tutto l'ordinamento della scuola: insegnanti, programmi, libri, in ogni disciplina, siano governati da uno spirito cristiano sotto la direzione e vigilanza materna della Chiesa, per modo che la religione sia veramente fondamento e coronamento di tutta l'istruzione, in tutti i gradi, non solo elementare, ma anche media e superiore» (cf. encic. di Pio X: Divini illius magistri, del 31 dic. 1929, in Denz-U, 2220).

VII. L'ir. R. NELLA SCUOLA ITALIANA. —

I. Nella scuola primaria o elementare

La legge Casati (13 nov. 1859) disponeva nell'art. 315 e l'ir. r. come materia obbligatoria nelle scuole primarie, e nell'art. 374 ammetteva l'esenzione per gli allievi i cui parenti avranno dichiarato di prendere essi stessi cura della loro istruzione reli

giosa». Ma due circolari ministeriali, del 27 sett. 1870 e 12 luglio 1871 capovolsero arbitrariamente la legge stabilendo che i Comuni dovevano far impartire l'ir. r. solo quando i genitori degli alunni lo avessero richiesto. La legge, poi, del 15 luglio 1877 enumerava le materie obbligatorie in tutte le scuole elementari pubbliche, ma non faceva menzione dell'ir. r., sostituendo invece una nuova materia: le nozioni dei doveri dell'uomo e del cittadino. Il Regolamento dell'istruzione primaria (6 febb. 1938) rendeva l'ir. r. facoltativo anche da parte dei Comuni, lasciandoli liberi di farlo impartire, o no, agli stessi alunni, i cui genitori lo avessero richiesto, liberi anche i maestri di accettare o rifiutare. Ma la circolare del ministro A. Anile (20 ott. 1922) dichiarava illegittima la pretesa di fare autenticare le firme dei genitori richiedenti l'ir. r. e avvertiva i Comuni che non potevano affatto rifiutarsi di concedere allo scopo le aule scolastiche; e autorizzava gli interessati a rivolgersi al ministro nel caso non fosse riconosciuta l'idoneità dei parroci e dei loro coadiutori ad impartire l'ir. r.

Finalmente per opera del ministro Giovanni Gentile ebbe il R. Decreto-Legge n. 2185 del 10 ott. 1923, in cui all'art. 3° si poneva a fondamento e coronamento dell'istruzione elementare l'insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta nella tradizione cattolica. La Superiore commissione ecclesiastica pubblicò una Guida d'insegnamento religioso per le scuole elementari secondo i vari punti del programma ministeriale.

2. Nelle scuole secondarie o dell'ordine medio

La legge Casati sopra citata prescriveva ancora che l'ir. r. fosse impartito in ogni ordine di scuole secondarie dal direttore spirituale incaricato delle pratiche collettive di culto. A poco a poco si passò a considerare l'ir. r. quale materia facoltativa per gli alunni, i cui genitori lo richiedevano; mancando poi ordinariamente le richieste, i direttori spirituali, già soppressi di fatto nei due terzi delle scuole secondarie del Regno, furono aboliti in tutti i ginnasi, scuole tecniche e licei con la legge del 23 giugno 1877, cessando essi del tutto sia l'ir. r., sia le pratiche collettive di culto.

L'ir. r. non rientrò nelle scuole secondarie che nel 1927-28, in base all'art. 62 del Regolamento 30 apr. 1924, che ne autorizzava corsi facoltativi in tutte le scuole medie, e alla circolare del ministro Fedele del 27 nov. 1926. E finalmente il Concordato concluso tra la S. Sede e l'Italia (1 febb. 1929), art. 36, notava che il Governo italiano consentiva a che l'ir. r. impartito già nelle scuole elementari, avesse un ulteriore sviluppo nelle scuole medie, secondo programmi da stabilirsi d'accordo tra la S. Sede e lo Stato. In esecuzione di questo articolo la legge n. 824 del 5 giugno 1930 istituiva l'ir. r. in tutti gli istituti d'istruzione classica, scientifica, magistrale, tecnica ed artistica come materia obbligatoria, salvo dispensa per gli alunni, i cui genitori ne facessero richiesta scritta. La S. Congr. del Concilio, con circolare del 21 giugno 1930, ne tracciò i programmi e le norme di attuazione pratica.

3. Università

La legge Casati conserva anche nelle Università le Facoltà teologiche che già vi esistevano. Ma queste furono soppresse dal Governo con la legge del 26 gen. 1873, la quale dava al ministro della Pubblica istruzione il potere di istituire presso le Facoltà di lettere e filosofia cattedre di quelle materie religiose che hanno un interesse di cultura storica, filologica e filosofica. Di fatto, alcune vennero istituite in varie università e durarono ancora (cf. G. Monti, La scuola laica, Brescia 1947, pp. 75-82).
Bibl.: L. Vigna, L'intuizione nella istruzione religiosa, Torino 1920, pp. 6-17; M. Barbera, L'ir. r. nella scuola; propositi del governo e spropositi dei liberali, in Cie. Catt., 1923, 1, pp. 321-321; G. Modugno, Religione e vita, 2a ed., Brescia 1941.

Celestino Testore