SCOPIA (SKOPLJE, USKUB), DIOCESI DI

SCOPIA (SKOPLJE, USKUB), DIOCESI di. - Immediatamente soggetta alla S. Sede, e situata nella Jugoslavia meridionale fra l'Albania, la Grecia e la Bulgaria.

Antichissima diocesi, già rappresentata al Concilio di Sardica (343) e nel sec. V sede metropolitana di Dardania. Giustiniano ricostruì la città distrutta dal terremoto nel 518 sotto il nome di Giustiniana prima, che papa Vigilio elevò ad arcidiocesi indipendente. Dopo le incursioni degli Slavi, nel 1020 S. fu incorporata alla confederazione di Acrida, divenendo così scismatica. Sotto Kalojan, re di Bulgaria, per breve tempo fu unita a Roma (1024). Nel 1246 fu annessa alla chiesa scismatica serba e dal 1364 fu sottoposta al patriarcato di Ipek. Attualmente è anche sede metropolitana serba ortodossa.

Durante i secc. XIV, XV, XVI i vescovi latini di S., ricordati dai documenti ufficiali, sono tutti titolari, cioè in partibus infidelium e nessuno ne prese possesso. Dal 1656 i vescovi latini vi cominciarono a dimorare. La diocesi latina di S. dal 1701 al 1921 fu arcidiocesi. Dopo una breve vacanza nel 1924 in seguito al Concordato tra la S.

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(da K. Hielscher, Jopoderien, Derlina 1935, tav. 127)
Scopia, mocchi di - Veduta di Priaren, residenza del vescovo.

SCOVIA - SCOTISMO

Michel). In Italia invece se ne hanno le prime testimonianze pittoriche e plastiche che provengono dall'ambiente artistico senese e risalgono al sec. XIV (cf. Bibbia minata da senesi, Bibl. nazionale di Parigi, ms. franc. 9561; il Barna a S. Gimignano). Diffusosi nell'Italia centrale e adoperato, ad es., dal Beato Angelico (Firenze; Perugia), da Donatello (Firenze), Paolo Uccello (Urbino), Niccolò da Bologna (Bibl. Vaticana), ecc., questo nuovo simbolo passa poi nell'Italia settentrionale, dove è usato da Giacomo Jaquenio (Ranverso), Luini (Milano), Gaudenzio Ferrari (Varallo), Giov. Boccali (Venezia), ecc., nella Francia e nella Germania. Però a mano a mano che si allontana dalla patria d'origine, perde il suo significato primitivo e scompare con il sec. XVI. Lo s. è simbolo del popolo ebreo soprattutto quando è raffigurato: 1) sullo stendardo generalmente giallo della sinagoga, vinta e respinta da Cristo, nelle scene delle Altercations tra Chiesa e Sinagoga o nelle «Croci viventi»; 2) sugli stendardi, sulle vesti o sugli scudi degli sgherri nelle scene della Passione di Cristo. Allo s. è abbinata in queste scene la sigla S.P.Q.R., oppure l'aquila, per additare la presenza e la responsabilità dei due popoli deicidi, l'ebreo e il romano.

In monumenti italiani e francesi dalla fine del sec. XIV e del sec. XVI, lo s. è pure raffigurato come attributo della dialettica o logica in sostituzione del serpente (cf., ad es., Andrea Bonaiuti, S. Maria Novella, Firenze; Botticelli, Louvre; A. Pollaiolo, tomba di Sisto IV nelle grotte della basilica di S. Pietro, ecc.). - Vedi tav. V. BIBLICA.: M. Bulard, Le scorpion symbole du peuple juif dans l'art religieux des XIVe, XVe, XVIe siècles, Parigi 1935; A. P. Frutaz, Lo s. simbolo di un popolo, in Amici delle catacombe, 5 (1935), pp. 6-13.