SCORPIONE. - Animale degli aracnidi artrogastri di colore bruno olivastro; il corpo piatto è munito di due grandi cheliceri e di un addome lungo e articolato che termina con un aculeo velenifero. La specie europea è piccola e la sua puntura procura soltanto disturbi temporanei; le punture invece delle specie tropicali, di taglia assai maggiori, possono essere mortali.
I Greci e i Romani hanno fatto dello s. il simbolo della cattiveria per la sua insidiosa e mortifera puntura addominale e l'hanno considerato come animale profilattico contro il malocchio, a causa della sua malvagità (cf. Steier, Spinnentiere, in Pauly-Wissowa, III A, 2 [1929], coll. 1786-1809). Nella letteratura cristiana antica e medievale lo s. è simbolo: 1) dell'eresia (cf. Tertulliano, Scorpiace, 1: PL 2, 121) e dell'eretico « quia arcuato vulnere in Ecclesiae corpus venena diffundit » (s. Girolamo, Contra Vigilantium: PL 23, 363; cf. anche Comm. in Ezechielem, I, 1: ibid., 25, 33; Comm. in Joel: ibid., col. 948; s. Agostino, Serm., 126, 8: ibid., 38, 623; s. Bernardo, Epist., 196: ibid., 182, 363; i bestiari latini medievali a carattere mistico e dogmatico); 2) della falsità e dell'ipocrisia: « scorpiones ergo sunt - dice s. Gregorio Magno - qui blandi et innoxii in facie videntur, sed post dorsum portant unde venenum fundant » (Hom. in Ezechielem, I, 9: PL 76, 879; cf. anche i bestiari moralizzanti). Il Physiologus non lo conosce.

Michel). In Italia invece se ne hanno le prime testimonianze pittoriche e plastiche che provengono dall'ambiente artistico senese e risalgono al sec. xiv (cf. Bibbia miniata da senesi, Bibl. nazionale di Parigi, ms. franc. 9561; il Barna a S. Gimignano). Diffusosi nell'Italia centrale e adoperato, ad es., dal Beato Angelico (Firenze; Perugia), da Donatello (Firenze), Paolo Uccello (Urbino), Niccolò da Bologna (Bibl. Vaticana), ecc., questo nuovo simbolo passa poi nell'Italia settentrionale, dove è usato da Giacomo Jaquerio (Ranverso), Luini (Milano), Gaudenzio Ferrari (Varallo), Giov. Boccati (Venezia), ecc., nella Francia e nella Germania. Però a mano a mano che si allontana dalla patria d'origine, perde il suo significato primitivo e scompare con il sec. xvi. Lo s. è simbolo del popolo ebreo soprattutto quando è raffigurato: 1) sullo stendardo generalmente giallo della sinagoga, vinta e respinta da Cristo, nelle scene delle Altercationes tra Chiesa e Sinagoga o nelle « Croci viventi »; 2) sugli stendardi, sulle vesti o sugli scudi degli sgherri nelle scene della Passione di Cristo. Allo s. è abbinata in queste scene la sigla S.P.Q.R.,
oppure l'aquila, per additare la presenza e la responsabilità dei due popoli deicidi, l'ebreo e il romano.
In monumenti italiani e francesi dalla fine del sec. xiv e del sec. xvi, lo s. è pure raffigurato come attributo della dialettica o logica in sostituzione del serpente (cf., ad es., Andrea Bonaiuti, S. Maria Novella, Firenze; Botticelli, Louvre; A. Pollaiolo, tomba di Sisto IV nelle grotte della basilica di S. Pietro, ecc.). - Vedi tav. V. BIBLICA.: M. Bulard, Le scorpion symbole du peuple juif dans l'art religieux des XIVe, XVe, XVIe siècles, Parigi 1935; A. P. Frutaz, Lo s. simbolo di un popolo, in Amici delle catacombe, 5 (1935), pp. 6-13. A. Pietro Frutaz