ŠĒMŌNEH 'EŠRĒH («Diciotto», sottinteso bērākhōth «benedizioni»). - Principale preghiera ufficiale del giudaismo, detta tēphilāh («preghiera») per eccellenza, o (specie presso i sefarditi) āmīdhāh (lo «stare in piedi») perché la si deve recitare ritti, con i piedi uniti e la faccia rivolta ad oriente; è, insieme allo šēma' (v.), la più antica professione di fede nella liturgia d'Israele. Rabbān Gamaliele II (fine sec. 1) le fece dare la forma definitiva da Simone il Cotoniere e fece formulare la «benedizione» contro i mīnīm da Samuele il Piccolo (Bērākhōth, 28b) in occasione del Sinodo di Jabneh, ca. 90 d. C. (Ier. Bērākhōth, 5a e 5a).
Preghiera pubblica e privata, si trova in tutti i libri liturgici e devozionali. Il cantore (bāzān), o un invitato a ciò, recatosi dinanzi all'area aperta della Tōrāh, recita ad alta voce la preghiera, e la comunità risponde «Amen» (Bērākhōth, V, 4; Ta'onith, II, 5). In privato, ogni israelita deve dirla 3 volte al giorno (Bērākhōth, III, 3; IV, 1), mattina, pomeriggio, sera; l'uso di pregare tre volte al giorno era antico (Dan. 6, 11, 14; 9, 21; Esd. 9, 5; Indt. 9, 1), ma nella Miṣnāh l'obbligo si limita ancora allo šēma' biquotidiano (Bērākhōth, II-III).
Il più antico testo è quello della recensione palestinese, rinvenuto nella gēntzāh del Cairo (1896) e pubblicato da S. Schechter (1898) e G. Dalman (1898). Le 18 strofe glorificano (1-3), implorano (4-16 e 18), ringraziano (17) Dio; ognuna si chiude con la «benedizione» (bērākhāh) enunciante un attributo divino che riassume il tema della frase precedente: ritornello variato detto ḥathīmāh («sigillo» o «conclusione»). Notevole ne è il ritmo, rafforzato dalla rima, che sarebbe poi imitata nel Pater secondo K. G. Kuhn. La forma ora in uso (recensione babilonese) comprende 19 benedizioni, perché la 14ª (messianica) si divise poi in due, separando Sion e David. Nel sidār («ordine», libro di preghiere privato) si suol oggi dare alle 19 «benedizioni» o strofe un nome che ne esprime l'argomento: 1ª ābhōth «padri» (conclusione: «Scudo d'Abramo»); 2ª gēbhūrōth «forza» (concl.: «Vivificatore dei morti»); 3ª gēbhūtōth «santificazione» (concl.: «Dio santo»); 4ª bīnāh «scienza» della Legge (concl.: «Che fai la grazia della scienza»); 5ª tēlūbhāh «conversione»; 6ª tēlūbhāh «perdono»; 7ª gēlūbhāh «redenzione»; 8ª tēphūāh «guarigione»; 9ª bīrkath haš-lānīm «preghiera per gli anni (buoni)»; 10ª gēbūy gēlūyōth «riunione dei dispersi» al suono della «grande tromba» intorno al «vessillo»; 11ª bīrkath mīšpāy «benedizione, preghiera per il giudizio (retto governo)»; 12ª b. ḥammīnīm «pr. contro gli eretici» o apostati; 13ª b. sadāqīm «pr. per i giusti» (proseliti); 14ª b. Jērūsāqīm «pr. per Gerusalemme»; 15ª b. Dāwīdh «pr. per (il regno della casa di) David»; 16ª tēphilāh «preghiera» (di domanda); 17ª ābhōdhāh «servizio» (di Dio); 18ª hōdhāh «ringraziamento»; 19ª b. hōhānīm «pr. dei sacerdoti» (echessante la fine della benedizione sacerdotale [Num. 6, 26 sg.]). Le 3 prime e le 3 ultime formano, con l'aggiunta della gēdhūtāth haj-jōm («santificazione del giorno»), la tēphilāth tēbha' («sette preghiere») del sabato e feste, in cui si omettono le 13 strofe di mezzo che sono domande «per i bisogni dell'uomo». Le 3 prime e le 3 ultime, che costituiscono il quadro permanente della tēphilāh, sono le più antiche e dovevano essere in uso già prima dell'era cristiana (ma a torto i talmudisti attribuiscono le Š. 'e. alla «Grande Sinagoga» di Esdra); anteriori al 70 pare siano, anche, la 6ª e 7ª (riservate inizialmente a giorni di digiuno) e l'11ª; la 17ª sembra supporre che il culto è interrotto, dopo distrutto il Tempio nel 70. Il tono è collettivo, nazionale, a differenza del Pater (spesso raffrontato con le Š. 'e.), che è insieme universale e personale.
Nella recensione palestinese la 12ª «benedizione» maledice («sradica... periscano») i mīnīm («apostati»; dalla 2ª metà del sec. 1 i giudeo-cristiani) e i nōšērīm (cristiani), come ben sapevano s. Giustino (C. Tryph., 16, 47, 93, 96, 108, 133), s. Epifanio (Haer. 29, 9) e s. Girolamo (In It., 52, 5 [PL. 24, 498]: «ter in die in Christianos congerunt maledicta»); quest'odio conferma l'ori-
gine farisaica della preghiera. Dal testo odierno è scomparsa la menzione dei « nazareni » e « apostati », al cui posto si nominano « i calunniatori » e i « nemici ».