SERVETO, MICHELE (MIGUEL SERVET). — Erectio antitrinitario, n. probabilmente il 29 apr. 1511 a Villanueva de Signa, in Aragona, m. a Ginevra il 27 ott. 1553. Studiò a Saragozza, poi a Tolosa; accolto nel 1530 a Bologna come segretario del confessore di Carlo V, segui l'imperatore ad Augusta; di lì si trasferì a Basilea, poi a Strasburgo, dove ricevette grandi accoglienze da Ecolampadio e da Capitone. Nel 1531 pubblicò ad Hagenaul il De Trinitatis erroribus, in cui attaccava il dogma. Ricercato si celò sotto il nome di «Villanovanus» ed esercitò medicina a Parigi, poi passò a Lione come correttore nella tipografia dei fratelli Trechsel, presso i quali pubblicò nel 1535 una Geografia di Tolomeo.
Si ritiene comunemente che fin da allora egli abbia scoperto e resa nota, assai prima di Harvey, la cui opera risale al 1628, la circolazione del sangue, o almeno la circolazione polmonare. Nel 1540 S. passò, come medico, a Vienna nel Delfinato, protetto dall'arcivescovo Paulmier. Cattolico esternamente inappuntabile, compose di nascosto la sua opera principale, comparsa con il titolo Christianismi restitutio (Vienna 1553) come replica all'Institutio religionis christianae di Calvino.
Fin dal 1547 aveva indirizzato a Calvino un abbozzo del suo libro; Calvino irritato gli rispose, con durezza, comunicando a Farel, che se S. si fosse recato a Ginevra, non «ne sarebbe uscito sano e salvo». Sei anni più tardi, quando comparve l'opera, un certo G. de Trie, di Lione, rifugiato a Ginevra, probabilmente d'accordo con Calvino, lo denunziò ai cattolici di Lione che ne in
teressarono l'Inquisizione. Calvino asserì (Opera, ed. in Corpus Reformatorum, XXXVI, Braunschweig 1863 sgg., p. 479) che era una stupida calunnia l'accusarlo come autore della denuncia del S. all'Inquisizione. Gli storici contemporanei ritennero, invece, che la denuncia fatta dall'amico di Calvino non sarebbe stata possibile senza l'autorizzazione di Calvino.
S., arrestato, riuscì a fuggire il 7 apr. 1553. Il processo continuò a Vienna e il 7 giugno S. subì la condanna a morte in effigie. S., per recarsi in Italia prese la via di Ginevra, dove fu riconosciuto, arrestato il 13 ag. e sottoposto a processo. Al tribunale di Ginevra furono presentati 38 capi di accusa contro di lui. Un rifugiato al servizio di Calvino, Nicola de la Fontaine, si costituì accusatore professandosi pronto a subire la pena di S., se la colpevolezza di questo non si fosse dimostrata. S. ebbe l'appoggio degli avversari politici di Calvino, soprattutto di Filiberto Berthelier; con ciò più che di una questione teologica si trattava ormai della situazione stessa di Calvino in Ginevra. Questi notando la gravità della cosa il 17 ag. si presentò personalmente a sostenere l'accusa, estromettendo Nicola de la Fontaine. Il 21, il Piccolo Consiglio decise di chiedere il parere di Berna, Basilea, Zurigo, Sciaffusa: ciò secondo gli amici del S. offriva grande possibilità di sottrarlo a una condanna a morte. Il 31 ag. il Piccolo Consiglio rispose con un cortese rifuto al tribunale dell'Inquisizione di Vienna che reclama l'estradizione del S. Il 1° sett. si ebbe una discussione teologica tra Calvino e il S., il cui risultato non è noto. S. domandò di discutere per scritto e gli fu accordato; l'attacco di Calvino fu firmato da tutti i pastori di Ginevra; S. rispose con violenza (cf. Opera Calvini, ibid., pp. 501-553). Nel frattempo scoppiò una forte discussione tra Calvino e Berthelier, relativamente al potere di scomunica che Calvino rivendicava. La tesi di Calvino prevalse aggravando la posizione del S.; il 18 ott. arrivarono le risposte dei pastori e magistrati dei cantoni consultati; tutte le lettere, specialmente quella di Berna, dichiaravano che si doveva «allontanare tale peste» dalle chiese, e pertanto il 26 ott. il S. fu condannato ad essere bruciato vivo. Egli che aveva sperato sino alla fine, si mostrò coraggioso in faccia alla morte; la sua ultima parola fu una preghiera: «Gesù, Figlio del Dio eterno, abbi pietà di me». Nel 1903 fu innalzato sul luogo del rogo un monumento, in riparazione. Si è potuto osservare (W. Walker, J. Calvin, Parigi 1909, p. 367, n. 3) che tutto il dibattito si riassume nell'ultimo grido del S.: «Gesù, Figlio del Dio eterno», invece di «Figlio eterno di Dio»; la differenza è essenziale. S. pretendeva riformare il cristianesimo; a suo giudizio la Trinità sarebbe una «specie di Cerbero con tre teste». Partendo da una concezione panteista, che egli riteneva fondata nella Scrittura, sosteneva che il Padre Eterno si è manifestato nella carne di Cristo, il quale era divenuto sì il Figlio di Dio, ma soltanto con la nascita; pertanto respinse la dottrina trinitaria del Concilio di Nicea e quella cristologica di Calcedonia, il Battesimo dei bambini e la predestinazione, com'era intesa da Calvino; ammetteva invece il merito delle buone opere, credeva nella fine imminente del mondo e nel regno millenario di Cristo, alla preparazione del quale egli si credeva inviato. L'antitrinitarismo del S. non era razionalista, come quello di Socino, ma mistico.