SIBILLA I

SIBILLA

I. Le S. Nelle Religioni non cristiane. — In Grecia questa figura (di cui non si trova traccia nella religione olimpica) si è venuta sviluppando sotto l'influenza del culto di Dioniso, caratterizzato appunto dalla possessione demoniaca, da quella stessa possessione, cioè, dalla quale è nata in Delfi la Pizia. La S. e la Pizia differiscono tra loro in questo, che, mentre la Pizia ha una manifestazione più determinata e più controllata nel modo e negli effetti, la S. gode di una maggiore libertà d'ispirazione personale, non legata necessariamente né a un santuario né a un sacerdozio.

La S. in genere profetizza sciagure: questo suo carattere pessimistico è ben sintetizzato dal frammento di Eraclito (σὰς, ed. Diels): «La S. con bocca invasata (cioè posseduta dal nume) pronunzia cose tristi (pessimismo) senza ornamento né profumi e attraversa con la sua voce migliaia di anni (decrepietas) per opera del nume».

Pur essendo unica nella concezione, la S. ha avuto varie specificazioni locali associate quasi sempre a una fonte sacra o a un antro; Varrone (in Lattanzio, Div. Inst., I, 6) ne fissa il numero a 10 e le dispone nel seguente ordine cronologico: Persica, Libica, Delica, Cimmeria, Eritrea, Samia, Cumana, Ellespontica, Frigia, Tiburtina. Di queste e di altre nominate dagli autori tre sono le principali, l'Eritrea di nome Erofe pertinente alla Ionia; la Cumana che è quella Eritrea trasportata in Italia; la Babilonese (di nome Sabitu o Sambe) sconosciuta a Varrone e venuta in voga durante l'epoca ellenistica come reazione dell'Oriente al dominio romano.

II. I libri sibillini in Roma

Essi sono quasi certamente di origine etrusca e grazie a un re etrusco, Tarquinio Prisco secondo Varrone (in Lattanzio, Div. Inst., I, 6), Tarquinio il Superbo secondo Plinio (Nat. hist., XIII, 88). furono introdotti in Roma da Cuma, luogo celebre per il culto di Apollo e per la presenza della S. Secondo la tradizione una vecchia avrebbe offerto al Re nove di questi libri, bruciando due tre ad ogni rifiuto di acquisto. Il Re acquisito gli ultimi tre e li fece collocare nel tempio capitolino dove un'apposita commissione di duumviri, poi decemviri, poi quindecimviri sacris faciundis li consultava (libros adire, libros inspicere) dietro invito del Senato. Erano detti anche libri fatales con chiara allusione al loro contenuto (Lattanzio, Divinae Institutiones, I, 6, 13).

Conforme allo spirito rigidamente legalistico della religione romana, che aboriva dalle manifestazioni entusiastiche del sentimento religioso, la S. in Roma si riduce nelle mani dei Quindecimviri ad essere una voce scritta, interpretata, dietro ordine dell'autorità, da un sacerdozio tecnicamente addestrato, in casi nei quali si trattava piuttosto di calmare che d'intensificare l'eccitazione religiosa e ad deponendosi potius quam ad suscipiendis reali giones; e cioè soprattutto in occasione di pubbliche calamità naturali o sociali, affinché suggerisse il modo di placare gli dèi restaurando così la «pax deorum». Ed invero i libri sibillini furono consultati 9 volte in occasione di caduta di pietre (meteoriti) oltre a casi sporadici di terremoti e carestie. I rimedi suggeriti sono sempre dello stesso genere: supplicazioni, lustrazioni, lettisterni, sacrifizi espiatori, edificazioni di templi.

Distrutti nell'incendio dell'83 a. C., il Senato volle che fossero ricostituiti e inviò all'uopo un'ambasceria nei luoghi celebri come dimora di S. (Tacito, Ann., VI, 12). Questa ritornò con un migliaio di versi che furono nell'anno 76 depositati nel ricostruito tempio capitolino. E poiché vi si erano infiltrate falsificazioni di carattere politico, Augusto li fece sottoporre ad una rigorosa revisione e li collocò nel nuovo tempio da lui dedicato ad Apollo sul Palatino (Svetonio, Aug., 31).

Fu la S. Cumana ad annunziare, conforme alle nuove idee neopitagoriche, la nascita di una nuova era, che sembrava aprirsi allora, alla fine delle lotte civili (Ultima Cuma veniti am carminis aetas: Virgilio, Ecl., IV, 4) in coincidenza con il trionfo di Augusto; furono i libri sibillini a prescrivere nel 17 a. C. la celebrazione dei ludi secolari (Orazio, Carm. saec., 5) che nel pensiero di Augusto do

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SIBILLA - Una S., scultura di Giovanni Pisano (1298), Particolare del pulpito della chiesa di S. Andrea - Pistoia.

vevano significare la chiusura di una torbida epoca e il principio di una era nuova.

I versi sibillini avevano la caratteristica di essere acrostici sia per motivo mnemonico sia per garanzia d'inalterabilità (Cicerone, De div., II, 11). Il loro tenore era volutamente oscuro e generico tale da poter essere adattato alle più varie circostanze. Essi furono consultati durante tutta la Repubblica e l'Impero fino a Giuliano l'Apostata (Ammiano Marcellino, XXIII, 17). Verso il 400 Stiliconed ordino che fossero bruciati (Rutilio Namaziano, II, 52).

BIBL.: C. Schultes, Die sibyll. Bücher in Rom, Amburgo 1895; E. Norden, Vergil. Aen. Buch VI, Lipsia 1903; H. Stülze, Die Sibyllen und Sibyllinen, I, Erlangen 1904; P. Crossen, Die Sibyllen im sechsten Buch der Aeneis, in Socrates, I (1913), p. 1; S. Ferri, La S., Pisa 1915; J. Geffcken, Die Sibyllen in Preuss. Jahrb., 106 (1930); W. Hoffmann, Wandel und Herkunft der Sibyllinischen Bücher in Rom, Lipsia 1933; A. Bloch, Origines étrangères des livres sibyllins, in Mélanges. Parigi 1940, pp. 21-28. Il volumetto di Th. Zielinski, La Sibylle, Parigi 1924, si riferisce al nostro argomento per l'ultimo saggio, dedicato alla profezia sul destino di Roma. Nicola Turchi

III. ORACOLI SIBILLINI

Gli storici greci accennano a predizioni attribuite alle S. Presto do- vettero circolare le loro raccolte, intitolate Χρησμοὶ Σύμβλαχοι; ma ne sono giunti solo scarsi frammenti (C. Alexandre [V. op. cit. in bibl.], II, pp. 118-47).

La raccolta ben determinata, tramandata con il nome di Oracoli sibillini, non ha nulla a che fare con la religione pagana. Si tratta di 14 libri di epoca e di origine diversissime, i quali sfruttano il nome delle S. a scopo propagandistico. Nel tentativo di assimilazione letteraria, compiuto specialmente dai Giudei di Egitto, si era ricorso spesso all'espediente di presentare opere intere oppure detti isolati sotto il patrocinio di qualche celebre storico o poeta greco. Con tale artificio letterario si ostentava una presunta dipendenza della civiltà greca da quella ebraica. Il mistero, che avvolgeva i detti autorevoli delle S., facilitava questa falsificazione letteraria, talvolta molto accorta, tal'altra piuttosto puerile, che fu cominciata nel sec. II a. C. e si protrasse fino nel medioevo.

Si conoscono 14 libri sibillini, comprendenti i testi più antichi (sec. II a. C., sec. IV - d. C.), dei quali non sempre si può descrivere l'origine. I II. IX-X sono perduti,

seppure furono mai composti. I primi due mostrano in maniera evidente di essere effetto di un poco felice sdoppiamento di un'unica opera primitiva. Si hanno solo pochi versi dei II. IV, VI, VII, XIII (rispettivamente: 192, 28, 164, 173), mentre sussistono alcuni frammenti (Geffcken ne riporta 8, con un centinaio di versi fra tutti) dei quali non si sa a quale libro appartenessero. Da ciò appare come la loro trasmissione manoscritta offra molteplici problemi, aumentati dalla difficoltà per stabilire le varie stratificazioni in brani evidentemente interpolati.

Il 1. III è la parte più antica della raccolta, secondo molti iniziati già al tempo dei Maccabei (metà del sec. II a. C.). Il libro comprende 829 esametri datili. Fu composto in greco, come dimostra un esame anche solo superficiale della lingua. Nella finzione poetica si suppone che la S., anteriore ad Omero, narri la storia futura in maniera velata, con molte ripetizioni ed anacronismi. È celebre la descrizione della torre di Baebele. Si esaltano le glorie giudaiche; secondo lo stile profetico si maledicono le nazioni idolatriche e si propugna il monoteismo. Rari e discutibili sono gli elementi messianici ed escatologici (vv. 652-68). Secondo alcuni autori Virgilio nella sua ecloga IV si sarebbe ispirato a tale libro, specialmente ai vv. 785-95, ove con immagini simili a quelle di Is. 11, 6-9 descrive la pace messianica. L'opera sembra immune da interpolazioni cristiane, cui si assegnano talvolta i vv. 767-84.

D'origine senza dubbio cristiana sono i II. VI e VII, dei quali il primo è un breve inno a Cristo. Nel I. VIII (500 vv.), dopo la finta profezia sugli imperatori romani da Giulio Cesare ad Adriano, si ha il noto acrostico 'Ἰησοῦς Χρυσοῦς δοῦν υἱὸς σωτήρ-στάυρός' (vv. 217-50), del quale parla a lungo s. Agostino (De civitate Dei, XVIII, 23), che ne riporta la traduzione latina e l'attribuisce alla S. Eritrea o Cumana. L'imperatore Costantino (Oratio ad sanctum coelum, 18-19: PG 20, 1285-92) non solo cita l'acrostico, ma ne difende l'autenticità attribuita alla S. Eritrea, affermando che esso fu già tradotto in latino da Cicerone. L'asserzione probabilmente dipende dall'avere frainteso un testo del De divinatione (II, 54). Cristiano è anche il I. XIII (vv. 173), che parla degli imperatori romani fino a Galeno. I II. XI (vv. 324), XII (vv. 209) e XIV (vv. 361), di sacro interesse storico, sono opera di Giudei, ma con notevoli rimaneggiamenti ed interpolazioni cristiane. Essi, che di certo non sono anteriori al sec. II-III d. C., mostrano come in tale periodo si ebbe una riviviscenza della S. giudaica con il proposito polemico anticristiano. In epoca posteriore sorsero ancora carmi isolati, attribuiti in modo particolare alla S. Tiburtina.

L'influsso degli Oracoli sibillini fu più letterario ed artistico che ideologico. Antichi scrittori ecclesiastici, in modo particolare Clemente di Alessandria, Teofilo di Antiochia e Lattanzio, il quale ha tutto un capitolo De divinis testimoniis et de Sibyllis et earum carminibus (Divinae institutiones, I, 6), ricorsero spesso ai testi sibillini per provare l'aspettativa messianica fra i pagani. Un'allusione al loro brani escatologici si trova ancora nel noto V. Teste David cum Sibylla del Dies irae (cf. Orac. sibill., IV, 172-79).

Bibl.: edd.: X. Birken, Σύμβλαχόν λύγον Ὀρακόν βασίλεια 1545; C. Alexandre, Χρυσόλιαν

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