TEOCRASIA

TEOCRASIA. - Dal greco θεός, diò, e κρᾶσις, fusione, in un suo primo significato il termine (adoperato da Giamblico, Vita Pythagorae, 33, 240, e da Damascio, Vita Isidori, 5, presso Fozio, Bibl., CCXLII 526) denota quell'intima unione (ἔνωσις παντελῆς) dell'anima con Dio, che fu, nel pensiero neoplatonico e teurzico, il supremo fine della speculazione filosofica. Il termine appartiene ai tardi neoplatonici e non appare mai in Plotino, che pur tuttavia fu, nel mondo classico antico, uno dei primi teorici dell'esperienza mistica (Eun., V, 8, 11; VI, 9, 9-10).

Il suo secondo significato, di uso schiettamente moderno, rientra nell'ambito della scienza storico-religiosa e vuol significare la tendenza a fondere in una sola diverse divinità. Questa tendenza sembra essere stata peculiare del genio ellenico, a differenza della stirpe semitica, portata dal suo stesso monoteismo a una decisa intransigenza. Già ad Erodoto sembrava naturale ritrovare nell'Egitto i suoi stessi dèi, nella Bubastia Artemide (II, 137), in Horus Apollo, in Osiride Dioniso (II, 144): se queste divinità esistono, esse devono pur essere venerate, sotto nomi differenti, presso i vari popoli della terra. Ma la t. non fu soltanto il sintomo di un atteggiamento di tolleranza religiosa: fu soprattutto l'espressione di una profonda esigenza unitaria, che operò in modo particolare nell'orfismo (v. ORFICI MISTER). Un frammento, probabilmente molto antico, fonde insieme in una sola divinità Zeus, Ade, Helios e Dioniso: εἰς Ζεύς, εἰς Λάθης, εἰς Ἠλίας, εἰς Διόνυσας, εἰς θεὸς ἐν πάντεσαι (Macrobio, Saturn., I, 18, 17; ps. Giustino, Cohort, ad Gent., 15; Giuliano l'Apost. [Orat., IV, 136], lo cita sotto questa forma: εἰς Ζεύς, εἰς Λάθης, εἰς Ἠλίας ἕστι Σάραπις. Cf. W. Kroll, in Rhein. Mus., 71 [1916], p. 315; E. Peterson, Εἰς θεός, diss., Gottinga 1920). In Zeus l'orfismo fondeva e identificava tutti gli dèi: «Orpheus non solum deos omnes in uno Iove collocat, sed etiam in quolibet deo saepe numina cuncta commemorat» (M. Ficino, Comm. in Platonis Phaedr., 10). In realtà, la t. dell'orfismo superava la tradizione politeistica e avviava a una concezione unitaria del divino che, pur essendo inequivocabilmente immanentistica e panteistica, poteva sembrare senz'altro monoteistica. Di indubbio sapore panteistico sono infatti l'uno a Zeus (in Eusebio, Praep. ev., III, 9; Stobeo, Ecl., I, 23) e l'ἱερός λόγος (in Clemente Alessandrino, Protr., VII, 74, 4; ps. Giustino, Cohort., 15; Eusebio, op. cit., XIII, 12), che ebbero una vasta risonanza sino al nostro Rinascimento; gli scrittori cristiani (cf. ps. Giustino, Monarch., 3; Teofilo, Ad Antolyc., III, 117 c) ci videro invece un'aperta professione di monoteismo: soprattutto nell'ἱερός λόγος, in cui Orfeo, dopo aver sconfessato la vecchia fede politeistica, avrebbe dichiarato l'esistenza di un solo Dio (cf. specialmente il V. 8: εἰς ἕστ., αὐτογενής, ἑνὸς ἔγγανα πάντα τένυκται). Ma la t., oltreché rappresentare nell'orfismo più antico una esigenza dello spirito, fu anche, nell'orfismo più tardo dei secc. 1-11 a. C., l'espressione del sincretismo dell'epoca. Soprattutto gli inni orfici (di cui V. la recente scelta, a cura di G. Faggin, Firenze 1949), benché sembrino confermare la tradizione politeistica per il gran numero di dèi cui sono dedicati, in realtà obbediscono al criterio

teocrasico e testimoniano di una fusione già consumata. Basterà citare, a titolo di esempio, le identificazioni, complesse e per certi aspetti misteriose, di Eros-Helios-Zeus-Eone-Phanes-Protogono-Biridopo-Dioniso e di Dioniso-Adone-Pan-Apollo-Proteo-Helios-Coribante (cf. ed. cit., pp. 155 e 163). Anche le cosiddette « litanie di Iside » (pubblicate da B. Grenfell e A. S. Hunt, Oxyrh. Pap., XI, Londra, n. 1380), che risalgono alla stessa epoca degli inni orfici, sono una delle più cospicue testimonianze della t.: Iside è invocata via via con i nomi di Afrodite, Hestia, Hera, Dictynna, Themi, Atargati, Astarte, ecc. « En adsum... (così parla Iside in Apuleio, Met., XI, 5) rerum naturam parens : ... summa numinum... prima coelitum, deorum dearumque facies uniformis : ... me primigenii Phryges nominant Pessinuntiam deum matrem, ... Cyprii Paphiam Venerem, Cretes... Dictynnam; Siculi... Proserpinam ».

Alla t. si poteva arrivare anche per un'altra strada : il pensiero filosofico, in possesso di una concezione cosmologica unitaria e organica, era naturalmente indotto a una interpretazione naturalistica dei miti e a una fusione delle divinità. È questa la posizione dello stocismo (v.) : « Stoici autem dicunt non esse nisi deum unum et unam potestatem, quae pro ratione officiorum nostrorum variis nominibus appellatur : unde eundem Liberum eundem Apollinem appellant, item Lunam eandem Proserpinam dicunt » (Servio, Ad Georg., V, 1; cf. Macrobio, Saturn., I, 18). L'esegesi stoica diventa così la giustificazione filosofica definitiva della t., apprestando i titoli di credito all'orfismo e al sincretismo e tentando insieme di salvare il credo naturalistico della concezione pagana in declino : nessuna meraviglia perciò che gli inni orfici denuncino evidenti influenze stoiche (cf. C. Petersen, Über den Ursprung der unter Orpheus Namee vorhandenes Hymnen, in Philologia, 27 [1868]), p. 385 sgg.

È chiaro dunque quale sia stata la funzione storica della t. : espressione di un'esigenza spirituale di un popolo e di un clima culturale e insieme di un interesse speculativo, essa segna lo sforzo del mondo antico di uscire dai grovigli del politeismo tradizionale pur senza rinnegarlo violentemente; ma essa denota ancora il bisogno, più o meno consapevole, di riconoscere, sotto il segno di Zeus, un'unica patria degli uomini, una sola civitas humana.

BIBL.: C. A. Lobeck, Aphosiphanus, Könisberg 1829, pp. 461-469; E. Rohde, Psiche, trad. it., Bari 1916, p. 446, n. 2.

Giuseppe Faggin

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“TEOCRASIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. XI (1953), p. 1156. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/teocrasia.