TEOCRAZIA

TEOCRAZIA. - Secondo l'etimologia (da 6o6 e 7o6a), significa una forma di regime, nel quale il supremo dominio politico appartiene a Dio e dal medesimo viene direttamente esercitato.

Il termine è stato coniato da Giuseppe Flavio, il quale con esso volle distinguere il regime politico del popolo ebraico dalle altre forme già teorizzate da Aristotele, la monarchia e la democrazia. È tuttavia da notare che un regime diretto di Dio, quale il significato etimologico farebbe supporre, non si è mai avverato nella storia dell'umanità, poiché anche presso il popolo ebraico, usualmente citato come il tipo classico della t., prima della nomina dei re, la legge veniva dettata da un legislatore umano, del quale Dio si servirà per guidare il popolo eletto. In questo periodo piuttosto che di t. sarebbe più proprio parlare di ierocrazia, per la prevalenza acquistata dalla casta sacerdotale, alla quale si aggiunsero i profeti, che parlavano in nome di Dio.

Dopo l'unzione del primo re, fatta dal profeta Samuele nella persona di Saul, il regime divenne monarchico, soltanto che il re governava a nome di Dio e come esecutore dei suoi comandi. Nemmeno questa seconda fase presenta, dunque, il carattere di una vera t. È vero che in occasione della domanda del popolo di avere un re, per essere governato come gli altri, Dio si lamentò che Israele avesse con quest'atto rifiutato il suo vero re (I Sam. 8, 4 sgg.). Nondimeno questa e altre espressioni che s'incontrano sovente nella Bibbia sono da mettersi in relazione con la concezione generale giudaica sul potere sommo di Dio sopra tutte le cose e con il particolare le

gama del popolo eletto con la divinità, per lo svolgimento della sua funzione storica, in virtù della quale rimaneva sottoposto a speciale guida divina. Si tratta, quindi, di uno straordinario rapporto trascendente, che, sebbene abbia avuto riflessi nella vita politica, non può essere definito come t.

Questa, invece, sul piano politico è legata a particolari concezioni primitive, che con il tempo si evolvono verso la definizione del sovrano temporale. Tali concezioni, indulgendo ad un antropomorfismo ingenuo, raffigurano la divinità sotto sembianze umane, immaginando una stretta relazione e parentela tra questa e la tribù, in modo da pervenire a una certa identificazione degli dèi col gruppo sociale. In tal maniera gli dèi della tribù è più tardi il dèi nazionale divennero i signori assoluti del popolo. Da questa concezione a quella più concreta dell'identificazione del sovrano con la divinità, come figlio di Dio e sua manifestazione, il passaggio era piuttosto facile, e venne compiuto in Oriente, dove si operò l'apoteosi dell'uomo vivente soggetto di culto da parte del popolo. Motivi politici di più facile dominio indussero i sovrani a rafforzare le credenze nella loro origine divina e a stabilire un culto. Dall'Oriente, con il quale venne a contatto a causa delle sue fortunate sperazioni, Alessandro, insieme col sincretismo religioso, mutò il culto dell'imperatore, fino a quel tempo sconosciuto alla Grecia, donde poi lo copiarono i Romani, pigliando l'appellativo di divus, come fece Augusto non senza resistenze da parte del Senato, e circondando la maestà imperiale d'un culto proprio. Nello stesso Oriente è sopravvissuta la medesima concezione nell'imperatore del Giappone, ritenuto figlio di Dio, e nel Tibet, dove il Dalai Lama è capo supremo e oggetto di culto (v. LAMAISMO).

Da questo rapidissimo cenno si deduce che la concezione teocratica, con la definizione del sovrano, si associa con il dispotismo orientale e con l'assolutismo imperiale, come mezzo politico per un più opprimente dominio sui popoli. Tuttavia anche qui non si tratta di una vera t., ma di una forma di regime assolutistico, appoggiato su credenze religiose. Il cristianesimo, col suo concetto puro della divinità e la sua ostilità verso l'idolatria, dovette entrare subito in lotta contro tali pretensioni imperiali, nelle quali incontrò uno dei maggiori ostacoli, mentre d'altro canto, appoggiandosi sopra un'idea nuova dell'uomo e della sua dignità e sulla separazione del potere religioso da quello temporale, annunziata da Cristo, lavorò a scalzare dalle fondamenta l'assolutismo teocratico, il cui tramonto è una sua conquista.

Non si comprende, pertanto, come alla teoria dell'origine divina del potere, sostenuta da s. Paolo in poi da tutta la tradizione del pensiero cristiano, si sia potuto dare l'appellativo di teocratica. Tale denominazione, da tempo diventata di uso comune nella storia delle dottrine politiche, deriva da un errore palese di valutazione storica e dottrinale. Come più autorità (v.), il principio dell'origine divina del potere non deve essere interpretato come se Dio direttamente investisse il sovrano con un suo intervento particolare, ma nel senso che l'autorità, essendo un requisito necessario dell'organismo sociale, è voluta dalla natura e quindi dal suo autore, Dio, dal quale deriva come da sua fonte ultima. Come l'autorità sorge in concreto da un processo umano di associazione, così anche l'investitura del soggetto, che dovrà esercitarla, avviene per un processo puramente umano. Nessun dubbio che dal principio meno rettamente inteso si siano dedotte conclusioni ierocratiche, con l'affermato dominio universale del Papa, particolarmente nel medioevo e al tempo delle Padova (v.), che sottopose il potere religioso al politico. Nondimeno il filone aureo della dottrina rimase fermo sulle sue rette posizioni concettuali, le quali appaiono già netta-

mente delineate presso Graziano e furono poi sistemate dal Bellarmino. Il pensiero cristiano è, dunque, ben lungi dall’essere teocratico, se pure con tale appellativo non si voglia significare qualsiasi teoria che si riferisce all’esistenza di un Dio personale, del quale afferma il dominio universale; ma in tal caso la distinzione non corre tre le dottrine teocratiche e democratiche, come pensa il Duguit, ma tra dottrine credenti e atte, che è cosa diversissima.

L’assolutismo regio ha cercato di sfruttare a suo vantaggio il principio dell’origine divina del potere, immaginando una quasi investitura celeste del sovrano. Fu una deviazione fomentata dagli aluci, contro la quale si sollevarono i migliori pensatori cattolici del tempo, i ricordi la polemica contro Giacomo I d’Inghilterra, per la quale il Suárez e il MONARCOMACHI (v.), e tuttavia esso è rimasto, non solo lontano dall’apoteosi del sovrano sul modello orientale romano, ma anche quando Luigi XIV identificava lo Stato con se stesso, non si arrogava un potere illimitato e divino, riconoscendo la subordinazione del re a Dio alla sua legge almeno nel foro della coscienza. Impropriamente, dunque, ancora una volta si adopera il termine di t. a suo riguardo e per le concezioni sulle quali si fondava. Meno ancora può essere tacciata di teocratismo De Maistre (v.) e Bossuet (v.).

Verso un’inconfessata forma di t. si sono, invece, orientate le più recenti concezioni dello Stato, al quale non s’è dubitato d’attribuire l’assolutezza del potere, proprio soltanto della divinità, arrivando per sì fino a configurarlo come la presenza di Dio nel mondo. A questa nuova apoteosi dell’umano, nata dal pensiero che definisce teocratica la concezione cristiana, hanno contribuito, per vie diverse ma convergenti, il positivismo materialista, che ha cercato il surgito di Dio nello Stato, e l’immanentismo idealista, che ne ha fatto il culmine supremo dell’evoluzione necessaria dello spirito universale, a proposito del quale basta ricordare Hegel. A questa divinizzazione dell’umano sociale si devono le cosiddette mistiche politiche, fiorite nell’ultimo periodo della storia, la creazione dei miti della classe, del sangue, della nazione dell’impero, da accettarsi con fede cieca, e le parole del divino, delle quali sono stati circondati.

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