THAON DI REVEL, OTTAVIO. - Statista, n. a Torino il 26 giugno 1803, m. ivi il 9 febbr. 1868.
Figlio del conte Ignazio, che - viceré di Sardegna, luogotenente generale di Carlo Felice agli inizi del Regno, maresciallo di Savoia, collare dell'Annunziata - fu una delle personalità più insigni dello Stato sabaudo durante la restaurazione, Ottavio ereditò dal padre la profonda pietà religiosa e la devozione assoluta al sovrano. Entrato giovanissimo nell'amministrazione, a ventotto anni era vice intendente generale (ministro) delle Finanze e
pochi anni dopo segretario del Consiglio di conferenza dei ministri, allora direttamente presieduto dal Re. Particolarmente caro a Carlo Alberto, cercò dissuaderlo dall'accordo lo Statuto, salvo a mutare avviso ed a spingere il Re alla elargizione della Carta costituzionale allorché seppe che il Re di Napoli s'era posto sulla via delle riforme. Sedette nel primo ministero parlamentare sardo, tenendovi il portafoglio delle Finanze per tutta la durata della campagna del 1848, per costituire a sua volta un governo (ministero Alfieri-Revell) dopo l'armistizio di Salasco con il programma di ritardare la ripresa delle ostilità con l'Austria e difendere le prerogative della corona: programma appartenente attaccato dai democratici con a capo il Gioberti. Il T. di R., che già dal 1847 aveva trattato con la S. Sede per stipulare la Lega doganale italiana proposta da Pio IX, si adoperò a Roma per ottenere l'invio di truppe pontificie in Lombardia alla denunzia dell'armistizio, secondo il progetto Rosmini, rimandando invece alla fine della guerra la progettata lega italiana e la stipulazione di un concordato. I negoziati fallirono, prima per l'opposizione di Pellegrino Rossi, quindi per la caduta del ministero Alfieri-Revell.
Da allora egli fu uno degli esponenti dell'opposizione cattolica ai governi che si succedettero in Piemonte prima e dopo Novara. Nel dibattito sulle leggi Siccardi (1850) chiese che il ministero ritirasse il provvedimento che gli sembrava destinato a dividere spiritualmente il paese; si schierò risolutamente nel 1852 contro la legislazione sul matrimonio civile, e allorché cadde il ministero d'Azeglio, egli fu in predicato di comporre un nuovo governo, insieme con Cesare Balbo. Andò invece al potere il Cavour, ed il T. di R. riprese la sua nobile battaglia, avversando risoluzionamento la proposta di legge sull'incameramento dei beni ecclesiastici e la soppressione delle corporazioni religiose. Sempre nel 1852 negoziò per conto dello Stato un prestito con il banco Hambro di Londra. Designato nuovamente alla presidenza del Consiglio nel 1857 dopo il risultato, favorevole ai cattolici, nelle elezioni generali di quell'anno, nel 1860, pur accettando il laticlavio, votò contro la proclamazione di Roma capitale d'Italia, che riteneva lesiva dei diritti della S. Sede, e più tardi contro il trasferimento della capitale a Firenze. Anche in Senato levò la sua voce contro la laicizzazione dell'istituto matrimoniale (1865) ed ogni altra misura scristianizzatrice dello Stato, accordando invece il proprio suffragio alla politica finanziaria ed economica del nuovo Regno.
Parallelamente all'attività politica, si occupò, con competenza e zelo, dell'amministrazione municipale e provinciale di Torino, e presiedette a numerosi istituti di beneficenza, ai cui bisogni provvidenze largamente con le proprie sostanze.
Suo fratello Genova (1817-1910), prode soldato e altrettanto fervente cattolico, che fu ministro della guerra con il Rattazzi nel 1867, ebbe in lui il consigliere più affettuoso e illuminato nel difficile periodo in cui si preparò la crisi di Mentana. Dal suo terzo matrimonio (con Carolina Clermont de Vars) nacque nel 1859 il futuro grande ammiraglio Paolo, duca del Mare (m. nel 1948).