TU AUTEM, DOMINE, MISERERE NOBIS.
- Con queste parole, a cui il coro risponde «Deo gratias» il lettore termina le singole lezioni dell'Ufficio divino e le letture nel refettorio, in uso già nel sec. VIII (Ordo Romanus XIX, 13 [ed. Andrieu]).
Per finire la lettura, dapprima più estesa, dell'Ufficio, il superiore dava un segno, un colpo sul tavolo (loc. cit., 11; Carlo Magno si dice aver dato il segnale «baculo aut sono gutturis») o secondo gli Ordines Romani XI, 8, e XIII, 14 (ed. Mabillon) il diacono richiamava al lettore le prime parole «Tu autem», e il lettore continuava ripetendole e dicendo il verso intero. Perciò dopo «Tu autem» non si sottintende: «cessa», «desine» né simili parole. Oltre il T. a. erano in uso anche altri finali, come tuttora nel primo Notturno del triduo sacro dopo le lamentazioni di Geremia «Jerusalem, Jerusalem, convertere ad Dominum Deum tuum», o dopo la lettura dei profeti «Haec dicit Dominus...» o dopo quella dell'Apostolo «in Christo Jesu Domino nostro» ecc. I Capitoli brevi dei Vespri, delle Lodi e delle Ore minori, perché già dapprima determinati e detti a memoria, non finiscono col T. a., ma sono seguiti dal «Deo Gratias».
T. a. si spiega come domanda di perdono a Dio per gli eventuali difetti durante la lettura o, meglio, come preghiera per ottenere i frutti della lettura. Analogicamente a questo ringraziamento finale della lettura precede la benedizione al lettore.
Come accenna s. Benedetto (Regola, capp. 9 e 11), il lettore riceve dal superiore una benedizione o una specie di autorizzazione, chiesta con la formula «Jube, domne, benedicere», «Benedic pater», o simili, benedizione già adoperata da s. Ambrogio. Formulari di questa benedizione ne esistono in grande varietà. Anche il vescovo o il papa, prima di leggere, chiede la benedizione col «Jube, Domine, benedicere», rivolgendosi col «Do
