Il suo nome si trova già in Omero (II., XV, 36; Od., V, 184) ma come protagonista compare nella Teogonia esiodea dove è lo sposo di Gea (la Terra) e padre, fra altre dèità, Titani (v.) e dei Ciclopi (Th., 126 sgg.). Tuttavia, geloso dei suoi figli, U. li nascondeva nelle viscere della terra finché costoro, sobillati dalla Terra, si ribellarono e allora Saturno, a tradimento, tagliò ad U. le parti sessuali che cadendo in mare generarono Afrodite. Alcuni testi dissimili dalla Teogonia lo chiamano: "Αχμων come cielo e l'accenno è ripreso poeticamente da Antimaco (Ἀχμονίδης, fr. 35 Kinkel) e da Alcmane (Ἀχμονίδων, fr. 111 Bergk). Altre fonti invece ritengono questo appellativo come ἀχμάτος, infaticabile (v. L. Preller-C. Robert, Griechische Mythologie, I, 4a ed., Berlino 1894, p. 39, nota 3). Il culto di U., negletto nella religione olimpica, torna in onore in epoca ellenistica risentendo forse dell'anteriore influsso orfico. Il fregio a bassorilievi dell'altare di Pergamo annovera anche U. che lotta contro un gigante.
Nella religione romana U. è venerato sotto l'appellativo di Caelus (ὁ Qui si est deus [Saturnus], patrem quoque eius Caelum esse deum confitendum est *: Cicerone, Nat. deor., III, 17, 44). L'arte lo raffigura su di un cocchio, sorregge un mantello disposto ad arco sopra la sua testa (ἀλθόρος χύλλος). In questa maniera trovasi effigato sopra la corazza della statua di Augusto trovata a Prima Porta e tale figurazione si continua anche nell'iconografia della Chiesa primitiva (v. Jahn, Arch. Beitr., 85, p. 28; id., in Ber. d. Sächs. Gesellschaft, d. Wissenschaft, 1849, p. 63).