VEGA CARPÍO, LOPE FELIX DE

VEGA CARPÍO, LOPE FELIX de. - Poeta, n. a Madrid il 25 nov. 1562, ivi m. il 27 ag. 1635.

Di condizione familiare mediocre, alunno del Collegio imperiale dei Gesuiti, precocissimo; si sfrena dietro tutte le attrazioni dell'immaginazione e del senso. A quindici anni, e sino a diciannove, per mecenatismo del vescovo di Cartagena, frequenta l'Università di Alcalá de Henares; quindi, tornato a Madrid, è segretario del marchese de Las Navas, si dissipa nella vita dei teatranti, si lega ad Elena Osorio, il cui abbandono tenta di vendicare con scritti diffamatori, che gli valgono la condanna all'esilio da Madrid e dal Regno di Castiglia, per dieci anni. Rapisce e sposa nel 1588 la nobile Isabel de Urbina, nello stesso anno s'arruola nell'« Invencible Armada » e al ritorno, dopo la sconfitta, si stabilisce a Valenza. Segretario del duca d'Alba, vive in pace alcuni anni arcaici; ma, mortagli Isabella, riprende il focoso vagabondaggio sensuale, non interrotto né da una condanna per concubinaggio né dalle seconde nozze con la ricca popolana Juana Guardo. Senza seguire più oltre la cronaca dei suoi amori, basti accennare al patetico declino di colei che chiama Amarillide, Marta de Nevares Santoyo, cieca e demante. Aveva ricevuto, nel 1614, gli Ordini sacri. Fervori religiosi e tumultuosi abbandoni di una natura indomabile, squisite delicatezze sentimentali e sfacciate confessioni, un continuo disordine di vita, per corsa tutta nel giuoco degli impulsi opposti, ora verso vili abiezioni del senso, ora verso le più pure immagini dell'amor divino. Ma il dramma che si intravede dietro il lucore del suo fantastica, egli non par soffrirlo nella sua intensità di fatto morale: prima dello strazio d'esser separato dal Bene, par godere del sentirsi diverso; e se non rinnega mai il soccorso dell'intelletto nel riconoscersi in peccato, s'affaccia alla parola col candore di una prima condizione ingenua, fanciullesca pur nel tumulto degli anni stanchi. « Mostro di natura » fu detto: valga il barocco eulogio a intender l'altro ed altrettanto famoso dei suoi titoli: « fenice degli ingegni ».

Ordinare le notizie importanti dell'opera del più fecondo poeta d'ogni tempo e gente, si può osservandolo vivere e poetare con la stessa alata disinvoltura; e cominciare a ristabilire le proporzioni della sua vita morale, da quell'opera, La Dorotea, che riflettendo l'avventura di Elena Osorio, meditata nella giovinezza, fu rifatta poco prima di morire. Derivata dalla famosa Celestina di Fernando de Rojas (scritta un secolo prima anche a formare un argine di dolente orrore e condanna contro il dilagare dell'edonismo), la Dorotea rievoca l'invinibile forza del cieco impulso: senza adattare l'aperta vicenda nella forma chiusa del consueto organismo scenico, questa acciò en prosa comprende, sia pure alterando i dati, ma su fondamenti reali, una confessione di miseria e di male. Senza di lei il ritratto del poeta rimarrebbe privo di una dimensione morale; e, a dir meglio, fra le testimonianze, tante ed appassionate, della vita carnale, e le testimonianze, tante ed appassionate, della vita religiosa, non si ritroverebbe un termine intermedio, quello della penitenza: che l'abbia accompagnato per tutta la vita, mentre la sua vulcanica fantasia esplodeva in miriadi di lapilli, indica che questa riflessione è un momento costante, seppur nascosto dietro le illusioni dell'evidenza scenica e del senso estetico. Occorre far dunque capo a questa confessione, come a centro dell'opera: al di là, verso la sfera delle immagini della poesia, stanno le liriche, che meglio definiscono l'animazione poetica di tutta l'opera, proiezione estetica di quel sensuoso abbandonarsi ch'era il suo vivere; al di qua, verso il mondo della realtà naturale ed umana cui va incontro con invita volontà di tutto comprendere ed egualmente amare, sta la sua opera d'autore drammatico. Ma nemmeno questo centro e questo riferimento sarebbe valido se, sdoppiandosi nell'atto stesso di raccogliersi, il poeta non gli comprendesse e componesse accanto trasfigurazioni delicate e vaghe: tale l'Arcadia, in prosa anch'essa, variegata di liriche stupende.

Già riflettendosi nell'atto autocrítico del disporre le raccolte dei versi, L. de V. stabilisce una climax ed una anticlimax. Rimas (1604), Rimas sacras (1614), Rimas humanas y divinas del Licenciado Tomé de Burguillos (1634). Egli accetta i modi italianizzanti già introdotti da Gar-

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(fot. Enc. Catt.)
Vega Carpio, Lope Felix de - Ritratto. Incisione di Moreno Tejada, premessa alle Obras sueltas, Madrid 1776 - Esemplare della Biblioteca Vaticana.

cìlasso; ma dove l'accademismo italiano si era volentieri
arreso ad una esercitazione formalistica, egli meglio di
ogni poeta al mondo intende che valore immenso di illu-
minazione della realtà perennemente imprevedibile e di-
vinamente feconda abbia la forma ingegnosa, che ricon-
duce alla costanza di una legge di natura l'avventura
dell'immaginazione. Può dunque essere insieme poeta
dotto e poeta popolare, contenente su versi dell'Ariosto,
del Tasso, del Camões, e del Petrarca e di Orazio, e
adunare intorno al tema d'amore una vasta riflessione di
modi epici e morali. Tutte di argomento religioso le
Rimas sacras; ma dove altri si attenderebbe la monotonia
di un costante atteggiamento parentizio e gnomico, qui
trionfa quel che s'è inteso di chiamare realismo mistico,
accanto al realismo naturalistico dell'altra sua opera, con
una immensa varietà di atteggiamenti, dal più contrito
avvilirsi al più trionfale abbandono, dall'approfondimento
psicologico all'estasi più vittoriosamente concreta. Poche
raccolte ha la letteratura mondiale in cui l'esperienza del
cristianesimo sia così direttamente, così insistentemente
chiamata in causa, e con risultati di così luminosi intelli-
genza dell'umano, come questa di un poeta che sembra
aprirsi senza divario alla grazia carismatica come altra
volta al richiamo del senso. E infine le Rimas humanas y
divinas, che pur contengono l'elegante poemetto burlesco
della Gatomaquia, la guerra dei gatti, sono un elegantis-
simo e ironicamente blando controcanto degli abbandoni
delle prime rime, almeno dove non parla da senno, con-
supervole della responsabilità di quanto ha da dire. Amore
umano, amor divino e parodia del reale, quasi a cercare
in una zona retrattile e umbratile e sorrisa la contraddi-
zione e il rimedio (uno dei rimedi: L. de V. non è scarso
nelle sue attese!) del suo prodigarsi; e una immensa lu-
minosità di confessione, intanto e sempre: la baldanza del
suo eterno consegnarsi indifeso e confidente alla parola.

La sua parola lirica andò fra la gente ricca di ventura;
ed era gente fastosa e prodiga, che aveva conquistato il
mondo e precipitava nel rapidissimo declino. Ma a stu-
diar l'incontro giova ben altrimenti il teatro: perché certo
la parola di L. de V. spagnuolo
come e più che quella del Cervantes, ma il suo teatro
penetrò nel costume, lo atteggiò indimenticabilmente; e
quando la cultura europea riscoperse la Spagna, giunse
a lui attraverso quel costume impregnato di lui. Gli fu
attribuito il numero formidabile di duemila composi-
zioni drammatiche; e sia pur riducibile (si conoscono di
lui 275 titoli, e restano testi scenici in numero di 470),
anche il numero aiuta a misurare l'estensione del do-
mino che esercitò sul teatro spagnuolo: che egli trovò
aperto ma incerto, e che condusse alla più vasta espres-
sione dell'arte di eredità rinascimentale, facendo dell'ac-
colta teatrica l'intermediaria di un messaggio che il poeta
lancia in tutte le direzioni e dimensioni dell'universo:
con un'estensione che non conosce nemmeno la dram-
maturgia di Shakespeare, certo più profonda della sua,
ma non vasta. Compose la sua Ars poetica in 376 ende-
casillabi nel Arte nuevo de hacer comedias (1609), e su-
bito oltrepassando il creduto precettismo aristotelico e la
tradizione dell'accademismo italiano, che pur rispetta, e
attendendo la fama letteraria da opere di gusto più ela-
borato, fa centro delle sue riflessioni il fatto che le sue
commedie sono per il pubblico pagante, dal cui piacere
tutto dipende: sicuro, del resto, di poter sempre vincere
la battaglia contro ogni resistenza; e conclude con uno
schema di tipologia teatrale e un trattatello delle forme
metriche da usare sulla scena. Il tecnicismo formale e il
tecnicismo pratico di queste proposte non illudano: il
vero è che il poeta va sì incontro al suo pubblico ma ne
anticipa il destino. Drammi di «cappa e spada»,
commedie d'avventura e d'amore: la drammaturgia spa-
gnuola s'era fin qui elaborata fra i termini opposti della
rappresentazione illustre (composizione dottra che fosse
o dramma religioso) e dell'intermezzo: adesso fa centro
in una medietà, ma non dimessa. Diversamente dal
dramma borghese che uscirà dalle presuntuose cautele
e dai circospetti conformismi dell'enciclopedismo, subito
s'accende. I capricci di Belisa, Il cane dell'ortolano, Il con-
tadino nel suo cantuccio, La ragazza sciocca... E tutte le

estremità dell'amore e del caso, tutte le passioni terrestri,
tutte le trasfigurazioni sono possibili, dopo quell'atten-
zione raccolta in termini apparentemente poveri: la pa-
tetica umiltà consolata dei Fiori di don Giovanni (la storia
del giovane povero, che vince fuggendo nell'ombra dei
suoi umili sogni), l'efferatezza che trascina la vicenda in
una cerchia d'orrore (Il castigo senza vendetta), il giuoco
delle illusioni e dei fuochi e dell'ombre (La notte di
S. Giovanni). L'amore, la morte e la salvezza sono i
nodi di questo perpetuo favolare, dove in un equilibrio
che non fu mai raggiunto così ardito fra la distensione
dell'avventura e la concentrazione drammaturgica s'ac-
cresce il mondo dell'umana conoscenza. E il popolo ri-
sponde, s'anima, si ritrova concorde: anche fa giustizia
del male; e il Monarca, che nella concezione veghiana
riassume ogni moto discorde ed esercitando la giustizia
trasferisce la vita sociale nella trascendente unità della
vita morale (Il miglior giudice è il Re) suggella con la sua
autorità sacrale l'acquisto della concordia. In questo senso,
punto d'arrivo dell'opera di L. de V. è il dramma degli
oppressi vendicatori: quel popolo di comune rustico che,
esercitata la giustizia punitiva contro il corruttore vio-
lento, risponde al giudice che vuol sapere chi abbia com-
messo il fatto col nome della piccola patria: Fuenteove-
juna. E il Re assolve e consacra.

BIBL.: edd.: Obras a cura dell'Acad. española, 15 voll., Madrid 1890-1914; Obras dramáticas escogidas, a cura di E. Julian Martinez, Madrid 1933; A. Croce, La Dorotea di L. d. V., studio crit. e vers. parziale, Bari 1940; Tragedia, scelta e vers. di A. R. Gerrarin, Milano 1943. Studi: H. A. Rennert, The life of L. d. V., Glasgow 1904; M. Menendez Pelayo. Estud. sobre el teatro de L. d. V., Madrid 1919-23; vi sono raccolte le prefaz. alla cit. ediz. accad. dell'Obras; K. Vossler, L. d. V. und sein Zeitalter, Monaco 1932. Mario Apollonio