VENOSA, DIOCESI di. - Città e diocesi in provincia di Potenza; ha una superficie di 587 kmq. con una popolazione di 50.200 ab. dei quali 50.000 cattolici, distribuiti in 10 parrocchie, servite da 28 sacerdoti diocesani e 11 regolari; ha un seminario; 3 comunità religiose maschili e 6 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 444).
I. STORIA
Città apula, più che lucana, V. acquistò importanza dopo il dominio sannita. Roma vi dedusse una popolosa colonia di diritto latino (291 a. C.) e curò sempre che la città fosse militarmente imprendibile per la sua posizione strategica sulla via Appia e tra i popoli finitimi. Pur fedele a Roma durante le guerre puniche e caposaldo operativo dopo la disfatta di Canne, V. non esitò a schierarsi contro l'egemonia romana nella guerra sociale. Ha dato i natali a Q. Orazio Flacco (65-8 a. C.).L'introduzione del cristianesimo dovette essere favorita sia dalla preminenza militare e civile della città, sia, dopo la caduta di Gerusalemme, dalla formazione di una fiorente colonia di ebrei, che ebbe qui stabile dimora attestata dall'esistenza di una propria area sepolcrale. La presenza di questo gruppo giudaico fa supporre che per tempo si formasse una comunità cristiana, ma nulla si sa della sua consistenza e ancora meno circa l'epoca in cui fu eretta a diocesi. Sulla storicità del primo vescovo comunemente noto, di nome Felice, una Passio manipolata in cinque diverse redazioni (BHL, 2894, 2895 e 2895 b; Anal. Boll., 1921, pp. 246, 252-59 e 270-79) offre scarsi elementi di credito. Il martire Felice appartiene in realtà alla città di Thibieuca (Africa Proconsolare), mentre l'omonimo venosino può essere o un santo di un'altra città italica o lo stesso vescovo africano o - ipotesi meno accettabile - un ignoto martire locale, del quale però non si conoscerebbe neppure il luogo della sepoltura. Il secondo nome del catalogo, Filippo, consacrato, secondo Ughelli (VII, p. 168), da papa Fabiano nel 238, è leggendario, non meno del successivo, Giovanni, che l'Ughelli pone sotto Leone I (440-61) attribuendogli, a somiglianza dell'impresa di quel pontefice, il merito di aver fermato Attila minacciante V. Il Lanzoni (I, p. 299) lo fa invece del sec. XVI, ritenendolo corruzione di Bongiovanni. Anche Asterio (o Austerio), posto da una Vita et translationi s. Sabini di Canosa (cap. II, BHL, 7443) nel novero dei presuli che intervennero alla benedizione della chiesa di S. Andrea a Barletta da parte di Gelasio I, è senza fondamento, perché al tempo di Gelasio era vescovo di V. Stefano (492-502; Jaffé-Wattenbach, 653-660, 689), che risulta il primo storicamente noto del catalogo venosino; egli intervenne ai Concili romani (501-504) di papa Simmaco.
Dopo Felice, le vicende della città e la sua inevitabile decadenza ad opera delle invasioni barbariche non hanno lasciato memorie di presuli fino al 1014, epoca in cui si ha notizia di Pietro, presente alla consacrazione della cosiddetta Madonna della Foresta a Lavello. Occupata dagli Ostrogoti (493-553), posta alle dipendenze del gastaldato di Acerenza dai Longobardi, V. durante quei secoli passò più volte di mano dai Bizantini ai Saraceni che la rasero al suolo. La rinascita cominciò solo coi Normanni: Drogone, fratello del Guiscardo, essendo vescovo Giaquinto (o Giacinto; 1053), donò all'abate Gaufrido la celebre abbazia della S.ma Trinità, che doveva raccogliere le spoglie della maggior parte degli Altavilla. Nonostante che le lotte per la successione investissero talvolta con violenza la città, V. continuò a fiorire, tanto che sotto Federico II fu sede temporanea dell'impero. L'avvento degli Angioini segnò l'inizio della definitiva decadenza e di quel succedersi di signorie, dai Sanseverino agli Aragonesi e ai Borboni, che pesarono sulla città. La serie dei vescovi, dopo Giaquinto, è quasi completa. Si ricordano: Costantino (o Costanzo), che nel 1071 partecipò alla consacrazione della chiesa di Montecassino fatta da Alessandro II ed ebbe varie donazioni per la S.ma Trinità dal duca Roberto; Pietro, presente al Concilio Lateranense del 1179 e citato per numerose concessioni all'abbazia benedettina di S. Maria di Monte Albo presso V.; e Bongiovanni (1501), già medico personale di Alessandro VI e generoso soccorritore in una terribile pestilenza, per la cui cessazione si elevò la chiesa dei SS. Rocco e Sebastiano, data ai Cappuccini.
La diocesi, che comprendeva Forenza, Spinazzola e centri minori, dal 1818 ha esteso la sua giurisdizione anche su quella di Lavello, soppressa da Pio VII con bolla De utiliori Dominicae.
MONUMENTI. - Appena fuori dell'abitato, nel 1853, venne alla luce un ipogeo giudaico del III-IV sec. d. C. scavato nel tufo vulcanico: consta di una galleria principale, dalla quale si diramano su ciascun lato ambulacci e diverticoli minori. Vi si trovarono 47 iscrizioni dipinte in rosso su una scialbatura di calce o graffite sulla chiusura dei loculi e delle numerose forme. Scritte in lingua greca, ebraica o latina, non senza termini vernacoli, offrono invocazioni alla pace e simboli giudaici, come il
candeliere a sette e a nove bracci. Recentemente, in prossimità della catacomba, è stato scoperto un ipogeo minore, ricco di marmi, con una colonna romana all'ingresso che funge da architrave; da una epigrafe si è conosciuto un « Markellus », capo della città.
Anche fuori della cinta urbana è il complesso monumentale della S.ma Trinità, che comprende due chiese e gli avanzi del monastero benedettino. La chiesa minore, più antica, vera e propria cappella reale della contea normanna, si vuole sia sorta su un tempio sacro al dio Imene nel IV sec., ma da quel poco che resta di antico è impossibile stabilire esattamente l'origine. L'edificio, di modeste proporzioni, è collegato col monastero, una volta potente, per mezzo di un ambiente quadrato, la cosiddetta foresteria, che dalle sue forme si direbbe trasformata in fortilizio, quando la badia passò in proprietà dei cavalieri di S. Giovanni a Gerusalemme (1292; cf. Ughelli, VII, p. 176). L'ingresso, in fondo alla foresteria, col bel portale ad ogiva, immette in un ambiente a tre navate divise da pilastri e chiuse da un'abside semicircolare. La primitiva costruzione di Drogone, consacrata da Niccolò II nel 1059, fu molto alterata durante i lavori di restauro degli Ospitalieri; restano un capitello normanno adibito ad acquusantiera, la cosiddetta colonna dell'amicizia e la tomba di Alberada, prima moglie di Roberto il Guiscardo, unico superstite dei sepolcri normanni che accolsero le spoglie degli Altavilla. È costituito da un sarcofago di cipollino con ai lati due colonnine dai lunghi capitelli sorreggenti una trabazione classica; esempi affini, ispirati certo da V., sono la tomba di Boemondo a Canosa, i monumenti funerari nel duomo di Palermo e la tomba di Alfano in S. Maria in Cosmedin a Roma. Da segnalare infine i pochi resti di affreschi parietali del sec. XIV, tra cui una Pietà attribuita a R. Oderisi. La seconda chiesa, maggiore ma incompiuta, fu iniziata nei primi decenni del XII sec., appena oltre l'abside di quella minore. Doveva essere una grande basilica a pianta latina di m. 69 × 22,50, a tre navate divise da colonne, con ampia crociera, presbiterio profondo, deambulatorio e curva esterna triabsidata. La costruzione, fatta con materiale tolto dagli edifici romani di V., s'ispira a taluni esempi monumentali italici e borgognoni, ma forse con maggiore euritmia. Mirabili sono

(fot. Alinari)
Delle altre chiese venosine (S. Maria della Scala, S. Biagio, S. Martino, S. Domenico e il Purgatorio con modeste opere di vari autori) solo la cattedrale serba qualche interesse. Dopo la demolizione del vecchio edificio, pure dedicato a S. Andrea, sorse la nuova chiesa, ad opera di Pirro del Balzo, consacrata nel 1531. Ha un bel portale di Cola di Conza (1512), il campanile con marmi romani ed iscrizioni, una ricca cappella del Sacramento con poderoso arco marmoreo (1520) ed opere minori. Da ricordare infine il convento medievale di S. Francesco, la cui chiesa non ha quasi più nulla dell'originale.
BIBLI: Ughelli, VII, pp. 166-82; P. A. Corsignani, Symodus diocesana eccl. Venusinae. Historica monum. una cum episcop. catalogo, Roma 1738; Moroni, XCIII, pp. 166-74; Cappelletti, XX, pp. 493-509; O. Hirschfeld, Le catacombe degli Ebrei a V., in Bull. dell'Ist. di corrisp. archeol., 1867, pp. 148-52; A. Lavista, Notiz. stor. degli antichi e presenti tempi della città di V., Potenza 1868; P. B. Gams, Series episcop., Ratisbona 1872, p. 940; N. Albano, Cenno topogr.-stor. su V., Napoli 1879; G. Lenormant, Melfi e V., ivi 1883, p. 38 sgg.; id., La catacombe juive de V., in Revue des études juives, 6 (1883), pp. 200-207; R. Garrucci, Cimitero ebraico di V. in Puglia, in Civ. Catt., 12ª serie, 1883, I, pp. 707-20; G. Crudo, La S.ma Trinità di V. Mem. stor. e diplomatiche, Trani 1899; A. Avena, Monum. dell'Ital. merid., Roma 1902, pp. 323-35; G. Di Lorenzo, V. e la regione del Vulture (Italia artist., I, XXIV), Bergamo 1906; N. Jacobone, Venusia, Storia e topografia, Trani 1909; W. Arslan, Relaz. di una Missione artist. in Basilicata, in Campagne della Società Magna Grecia, Roma 1928, pp. 81-83; N. Jacobone, La patria di Orazio, in Japigia, 1935, pp. 307-32; Lanzoni, I, pp. 158, 285-88, 291-90, 396; R. Bordenache, Due monum. della Ital. merid., in Bull. d'Arte, 27 (1933), pp. 178-84; id., La S.ma Trinità di V., Roma 1937 (estratto da Ephemeris dacoromana); E. Lauridia, Guida di V., Melfi 1935; J. B. Frey, Corpus inscript. judaic., I, Città del Vaticano 1936, pp. 420-43; C. Valente, Riflessi della civiltà della Magna Grecia e di Roma, Roma 1938; Cottineau, II, 3328; S. Bottari, La Bourgogne et la première architecture normande en Italie méridionale et en Sicile, in Revue des arts. 3 (1953), pp. 2-12. Pasquale Testini