mportanti, Elohistico e fehovirico, cosi chiamati dall'uso dei nomi divini 'Elōhlm e Jehovah, ed altri minori; Mosè li avrebbe disposti in colonne, ma un copista posteriore avrebbe tutto unificato e confuso. La teoria documentaria di A. si andrà evolvendo in Germania da J. G. Eichhorn (m. nel 1827) a J. Wellhausen (v. Pentateuco).
BinL.: E. Böhmer, s. v. in Realenc. für prot. Theol. u. Kirche, 3ᵃ ed., II (1897), pp. 162-70; A. Loda e P. Alphandéry, A. et la critique biblique au XVIII- siècle, Strasburgo 1924.
Vincenzo Cavalla
ASURA. - Nei più antichi testi religiosi dell'India, la parola AA., che ha il suo riscontro nell'iranico Ā h u r a, significa spirito, dio (da a s u, spirito vitale ?). E epiteto di Varuna, l'onniveggente dio del cielo sidereo, la più alta figura mitologica del Rgveda (v. VEDA). Ma, nei testi più tardi dello stesso Rgveda e nella posteriore letteratura, AA. passa a significare demonio, e non è chiara la ragione di questo mutamento. Secondo l'Oldenberg, l'epiteto di A., "spirito", veniva prevalentemente dato agli dèi dotati di oscuri poteri magici, comuni anche ai demoni; prevalse il significato di "spirito maligno" e A. diventò sinonimo di demonio. Da A., erroneamente inteso come a (privativo) + sura, fu poi derivato il neologismo sura, dio. Gli Ari, invasori dell'India, chiamavano A. i sottomessi aborigeni dalla pelle nera, che non rendevano omaggio agli dèi. Non è certo se gli attuali AA., tribù non aria di Chota Nagpur (Bengala), che conta 4894 membri, siano discendenti degli A. sottomessi allora dagli Ari. Non sono agricoltori, ma minatori come i loro antenati, e lavorano nelle miniere di ferro.
BinL.: H. Oldenberg, Die Religion des Veda, Berlino 1894, pp. 162-66; F. Hahn, s. v. in Ent. of Rel. and Eth., II, p. 157. Ferdinando Belloni Filippi
ASVAGHOSA. - Poeta indiano, lirico, epico, drammatico nonché filosofo e, secondo il suo biografo ti-
betano, musico, compositore musicale e direttore ambulante di compagnie di cantanti, vissuto nel sec. I d. C., contemporaneo del re buddhista Caniska. Nato da famiglia brahmanica a Sāketa (cioè Ayodhya, oggi Oude) si volse al buddhistmo, all'esaltazione del quale - particolarmente della buddhabbahti, "la grazia salvatrice della fede nel Buddha" - dopo aver appartenuto alla scuola buddhistica dei Sarvāstivādin, gli «assertori del tutto ", cioè realisti, dedicò tutta la sua mirabile operosità. Egli va considerato come uno dei maggiori precursori della grande corrente buddhistica Mahāyāna (v. buddhismo). L'opera sua principale è il Buddhacarita "la vita [leggendaria] del Buddha", poema di grande pregio artistico, che, nelle traduzioni cinese (compiutasi tra il 414 e il 421 ) e tibetano, constava di 28 canti e giungeva sino al nirvāṇa dell'Illuminato. Il testo sanscrito di esso, nella forma in cui ci è pervenuto, consta di 17 canti, dei quali soltanto 13 vanno considerati autentici, essendo gli altri opera di uno scrivano, tale Amṛtānanda, che li compose nel sec. XIX, giacché nessun manoscritto completo esisteva al tempo suo. Il testo autentico giunge sino alla vittoria dell'Illuminato su Māra (v.).
Già al tempo del pellegrino cinese I-tsing, che percorse l'India tra il 671 e il 695 , le opere di A. erano largamente diffuse e tenute in grandissimo onore. Il Buddhacarita, per i suoi pregi di lingua e di stile e per ricchezza di contenuto (molte antiche leggende sono in esso fedelmente e insieme assai artisticamente riprodotte), va difatti considerato tra le più mirabili manifestazioni del genio poetico indiano.
Poema pur di notevole importanza che tratta anch'esso i particolari episodi della vita del Buddha, a tendenza del tutto mahāyānica, è il Saundarānandahāvya, da alcuni ritenuto anteriore al Buddhacarita, nel quale è particolarmente narrata la vita di Nanda, fedelastro del Buddha, che, innamoratissimo della moglie Sundari, fu indotto dal Buddha, contro sua voglia e attraverso le più dure prove, ad abbandonarla e a farsi monaco.
BinL.: M. Winternitz, Geschichte der indischen Literatur, III. Lipsia 1923, p. 180 sgg.; A. Berriedale Keith, A History of Sanskrit Literature, Oxford 1928, p. 55 sgg. Ambrogio Baffini
ASVIN. - Ai "padroni dei cavalli" (Alvin) e cavalieri, che destati dall'Aurora, compaiono insieme nel cielo mattutino, il Rgveda (v.) dedica 54 inni. Sono invocati a coppia, ma gonelli non sono perché «nacquero in luoghi diversi» (Rg., I, 181, 4; V, 73, 4). Sul veloce carro d'oro, a tre ruote e tre posti, tirato da cavalli che volano o anche da uccelli, fanno in un giorno solo il giro del cielo e della terra. Miele stilla dalla loro frusta, dispensiera di doni, con la quale il pio sacrificatore prega sia aspersa la sua offerta. Suryā, personificazione femminile del sole, attratta dalla giovanile bellezza degli A., sale sul loro carro e li sceglie come sposi. Da allora gli A. compiono in compagnia della sposa, chiamata anche "figlia del sole", il quotidiano viaggio. Per quanto il confronto con i Dioscuri greci, anch'essi celebri cavalcatori e benefattori degli uomini, consenta di affermare che il mito è d'origine indo-europea, non è chiaro il fenomeno naturale che gli A. personificano. L'interpretazione più comune è ch'essi rappresentino il pianeta Venere nel suo doppio aspetto di Lucifero ed Espero, e che le due personificazioni siano insieme invocate all'alba perché l'adorazione serale non è accetta agli dèi. Gli A. sono anche miracolosi largitori di grazie, minutamente indicate nell'inno I, 116 del Rgveda. Medici divini, guariscono le malattie, rendono la vista ai ciechi, la
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gioventù ai vecchi e, come i Dioscuri, salvano dal naufragio i naviganti in pericolo. Gli A. sono anche chiamati udsotya, epiteto di oscuro significato, tradizionalmente interpretato "i veritieri" (na-asatya).
BibL.: H. Oldenberg, Die Religion des Veda, Berlino 1894, pp. 207-12; K. F. Geldner, Vedismas und Brahmanitanas, Tubinga 1911, pp. 91-94; V. Papesso, Inni del Egeada, I, Bologna 1929, pp. 41 sg., 114 sgg.
Ferdinando Belloni Filippi
ATALIA (Athalia). - Empia regina di Giuda, figlia di Achab, re di Samaria, e di Jezabel (v.) di Tiro. Era moglie di Joram, re di Giuda. Portava seco l'educazione idolatrica fenicia, avuta dall'ambiziosa e perversa madre. Influi pessimamente sul marito, poi sul figlio Ochozia. Infatti, Joram e Ochozia «camminarono sulle vie di Achab, facendo male al cospetto del Signore" ( II Reg. 8, 18, 27).
Morto Ochozia dopo un solo anno di regno, per assicurarsi il trono A. fece uccidere tutti i maschi della famiglia di Joram, che potevano pretendere alla successione. Dominò sola per 6 anni ( 842-836 a. C.), propagando il culto di Baal, cui crease un tempio a Gerusalemme, con altari e idoli, officiato dal sacerdote Mathan (ebr. Mattán).
Ma una scintilla era stata conservata. Ioas, il più piccolo figlio di Ochozia, di un anno, era stato sottratto alla strage e tenuto nascosto nel tempio da Josabet, sorellastra del re defunto, moglie del pontefice Jojada (v.). Giunto Ioas ai 7 anni, Jojada, con l'aiuto dei partigiani dell'ordine e dei soldati, lo proclamò solennemente re. Udendo le acclamazioni, A. accorse e invocò aiuto; ma fu catturata, condotta fuori del recinto e uccisa vicino alla reggia. Era l'ultima del casato di Achab, i cui membri portrono tutti di morte violenta. Segno immediato della reazione religiosa fu la distruzione del tempio di Baal e l'uccisione di Mathan (II Reg. 11; II Par. 22, 10-23, 21).
Su questa vicenda J. Racine compose la sua tragedia Athalie (1691).
Giuseppe Priero
ATAMBOEA, vicariato apostolico di. - In Indonesia. Comprende la parte occidentale, di dominio olandese, dell'isola di Timor, la più grande delle isole della Piccola Sonda, e le isole Roti, Savoe e Panter, mentre la parte orientale, di dominio portoghese, costituisce la diocesi di Dili. Eretto nel 1936 con territorio distaccato dal vicariato apostolico della Piccola Sonda, fu denominato vicariato apostolico di Timor Olandese. Con decreto della Propaganda Fide, in data 11 nov. 1948, ha preso il nome di Atamboea, dalla città di residenza dell'Ordinario.
Furono i Portoghesi ad iniziare l'opera di evangelizzazione nell'isola di Timor nel 1552. Ma nel sec. 2011 il cattolicesimo vi subì un colpo mortale, con l'arrivo degli Olandesi. La ripresa cristiana di quest'isola fu, in seguito, associata al destino delle isole della Piccola Sonda.
La missione è affidata alla Società del Verbo divino. Ha una superfice di kmq. 26.000 con una popolazione di ca. 533.300 ab . Il numero dei cattolici è di 75.572 ; catecumeni 8.605 ; protestanti 160.000 ; maomettani 3.000 ; pagani 285.000 ; 21 Padri del Verbo divino. Fratelli 4, Suore della Congregazione dello Spirito Santo 14. Catechisti, 418 uomini e 5 donne. Manca il seminario: però candidati al sacerdosio possono, senza difficoltà, venir formati nel seminario della vicina isola di Flores. Seminaristi maggiori 2; minori 18. La missione dirige 47 scuole elementari; 7 medie; una professionale e una magistrale. Stazioni principali 14; secondarie 2.
La vita cattolica può ritenersi molto rigogliosa ed ora si può svolgere in piena libertà.
BibL.: AAS, 28 (1936) 459-50; Arch. di Prop. Fide, Prospectus Status Missionis, Poz. N. Prot. 4767/48; Guida d. Miss. Cott., Roma 1934, p. 320; MC, p. 402.
Edoardo Pecoraio
ATANARICO. - Condottiero visigoto, figlio di Rotestco, "giudice", ossia capo dei Tervingi stanziati sul Danubio, antagonista di Fritigerno.
In lotta contro l'imperatore Valente ( 365,367-69 ), fu da questi sconfitto nel 369 e nuovamente dagli Unni nel 375; i suoi sudditi lo costrinsero nel 380 a stringere un patto di alleanza con Teodosio. Morì a Costantinopoli il 25 genn. 381.
Nella sua avversione contro i Romani, coinvolse anche la religione cristiana, che perseguitò duramente, specie dal 369 al 372 . Tra i documenti che ci ricordano la sua lotta contro gli ortodossi e gli ariani, ricordiamo il calendario gotico, ariano, del sec. vi, pervenutoci non completo.
BibL.: O. Sceck, s. v. in Pauly-Wissowa, Realenczel., II, 2, Stoccarda 1898, coll. 1934-35; H. Delehaye, Les Saints de Thrace et de Mésie, in Anal. Balland., 31 (1912), pp. 161-292, testo del calendario gotico, pp. 275-81; A. Lambert, s. v. in DHG, IV, coll. 1305-18 (con numerose indicazioni di fonti).
A. Pietro Frutaz
ATANASIANO (PSEUDO), SIMBOLO: v. SIMBOLO ATANASIANO.
ATANASIO, santo. - Vescovo di Alessandria, Padre e dottore della Chiesa.
I. Vita. - Quanto mai agitata, s'intreccia e si confonde quasi tutta con la storia della controversia ariana del sec. Iv. Riesce facile stabilirne i periodi: scarse le notizie certe prima dell'episcopato; i quasi cinquant'anni di questo (328-73) sono interrotti da cinque differenti calli di cui abbiamo dati precisi, e potranno quindi servire di divisione alla nostra sommaria biografia.
Si fa nascere A. ca. il 295 ad Alessandria o nei suoi dintorni, e lo si dice oriundo di una famiglia greca a causa del nome A. e di quello di suo fratello Pietro (ma A. parlava e scriveva anche in copto). Certo nacque da genitori cristiani ed ebbe un'accurata educazione greca, classica e cristiana.
Nella sua gioventù sembra aver frequentato il patriarca dei solitari, s. Antonio, di cui scrisse più tardi la vita asserendo in modo chiaro di essere stato suo discepolo. Per tempo si consacrò al servizio della Chiesa; sappiamo che era discono quando sorse la controversia ariana nell'autunno del 353 e che a tale data aveva già composto la sua prima opera, un trattato di apologetica, e i due libri Contra Gentiles e De Incarnatione Verbi. Come discono accompagnò il suo vescovo, Alessandro, a Nicee (325).
Morto Alessandro il 17 apr. 328, A. fu chiamato a succedergli. Non sappiamo come avvenne la sua elezione, intorno alla quale circolano racconti molto contraddittori. La Chiesa di Alessandria si trovava allora divisa da un doppio scisma: quello di Ario e quello di Melezio di Licopoli (v.). Secondo diverse fonti i due gruppi scismatici presentarono ciascuno un candidato, ma la grande maggioranza dei vescovi egiziani si pronunciò per A., che fu eletto l's giugno 328. Si comprende quanto fosse difficile il compito di un vescovo fra tante divisioni; e fin dal 331 cominciarono contro di lui gli intrighi dei vescovi di corte ariani, con a capo Eusebio di Nicomedia. Si cercò anzitutto di fargli perdere la stima dell'imperatore ingiungendogli di ricevere nella sua comunione i vescovi amici di Ario. Ma A. rifiutò. Quindi i meleziani l'accusarono presso Costantino di avere imposto agli Egiziani un tributo di pezze di lino; e inoltre del fatto che uno dei suoi preti aveva, per ordine suo, spezzato il calice del vescovo meleziano Ischira e inviata una borsa d'oro ad un certo Filumeno, sospetto di alto tradi-
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mento. Citato al tribunale dell'imperatore a Nicomedia, A. si presentò e si disccipò di tutte le false imputazioni, facendo ritorno ad Alessandria nel marzo 332 con una lettera di Costantino, piena di elogi per lui, ma molto dura per i suoi nemici. Animato da questo successo, A. agì con energia contro i meleziani i quali si vendicarono accusandolo di avere assassinato Arsenio, vescovo meleziano di Ipsele. Questo non fece però che aggiungere scorno ai nemici poiché Arsenio fu trovato vivente a Tiro, e gli eusebiani che avevano già riunito un Concilio a Cesarea per condannare A. (333), dovettero sciogliersi senza aver nulla concluso. L'accusato fu di nuovo riabilitato con una lettera dell'imperatore, il quale rimproverò i suoi nemici. Gli ariani però non si diedero vinti e persuasero il loro capo Ario a sottoscrivere una formola di fede equivoca. Costantino se ne contentò e intimò ai vescovi di riceverlo nella loro comunione. A. nuovamente rifiutò, e allora ariani e meleziani chiesero all'imperatore la riunione di un grande Concilio per liquidare definitivamente le questioni egiziane. Questo si riunì a Tiro nell'ag. 335, ma non furono ufficialmente convocati che i vescovi designati dagli eusebiani, quasi tutti nemici di A.
A. giunse con cinquanta dei suoi, che però non furono ricevuti. Di tutte le accuse mosse contro di lui si finì con ritenere soltanto il fatto di Jichira, esso pure tanto imbrogliato, che si dovette mandare a Mareotide una commissione d'inchiesta. Questa era composta dei peggiori nemici dell'accusato, il quale non attese il suo ritorno per lasciare l'assemblea e recarsi a Costantinopoli a difendersi presso lo stesso Costantino. Questi dapprima favorevole ad A., finì poi con approvare la sentenza di deposizione intanto pronunciata a Tiro. Un decreto imperiale del 7 nov. 335 relegava A. a Treviri, nelle Gallie, senza nominargli un successore. Fu questo il primo esilio, e durò fino alla morte di Costantino (22 maggio 337). Costantino II già il 7 giugno 337 rimandava l'esiliato ad Alessandria, ove A. non entrò che il 23 nov., dopo aver incontrato a Viminacio e poi a Cesarea di Cappadocia, il nuovo imperatore di Oriente, Costanzo. Il suo esilio era durato 28 mesi e 2 giorni.
Gli eusebiani non potendo per ora nulla sperare dal potere civile, portarono davanti al papa Giulio l'affare di A., non senza aver prima riconosciuto come vescovo di Alessandria un certo Pistos, nominato dagli ariani (338). Reso edotto di questa manovra dallo stesso Pontefice, A. riunì in sinodo i suoi vescovi, i quali redassero una lunga circolare in suo favore. Allora Giulio citò le due parti a Roma, ad un concilio plenario. A. fu fedele all'appello, ma gli eusebiani non si presentarono, anzi, sicuri dell'appoggio di Costanzo, imperatore d'Oriente, fecero sostituire Pistos da Gregorio di Cappadocia nella sede di Alessandria. Il prefetto di Egitto, Filagrio, fece occupare a viva forza le chiese della città per consegnarle all'intruso, ed A., costretto a lasciare l'Egitto fin dal 16 apr. 339, prendeva la via di Roma dopo aver protestato con una lettera enciclica (PG 25, 221-40). Cominciava così il suo secondo esilio, che si protrasse fino al 20 ott. 346.
Durante questi sei anni si susseguirono molti avvenimenti. A Roma, A. vide la sua innocenza riconosciuta da un concilio (autunno 340 o primavera 341). Assistette poi al Concilio di Sardica (343), ove fu di nuovo riabilitato dal gruppo cattolico. Nel suo soggiorno in Occidente iniziò gli occidentali alla vita monastica quale si praticava in Egitto. Viaggiò molto. Nella Pasqua del 345 era ad Aquileia presso Costante I, che gli ottenne dal fratello Costanzo di tornare ad
Alessandria. Tale richiamo divenne ufficiale dopo la morte dell'intruso Gregorio di Cappadocia (25 giugno 345); ma l'esule non si fece premura di approfittare del favore di Costanzo, troppe essendo le ragioni per diffidare. Ottenuta un'udienza da Costante, venne a Roma ove ebbe una lettera del Papa per il clero ed i fedeli di Alessandria. Da Roma si recò ad Adrianopoli, quindi ad Antiochia, dove Costanzo lo ricevette e lo nuni di lettera commendatizia per il clero cattolico e le autorità civili in Egitto; ed il 21 ott. 346 fece il suo ingresso trionfale in Alessandria.
Seguirono per A. dieci anni di pace relativa, ed egli ne approfittò per comporre opere dogmatiche o di apologia personale. Fu anche in questo tempo, che si occupò della conversione dell'Abissinia (v. Eтiopia).
Ma fin dal 35 I gli intrighi degli ariani ricominciarono, e riuscirono a sollevargli contro anche l'episcopato d'Occidente. Nel Concilio di Arles (354) ed in quello di Milano (355) tutti si pronunciarono contro di lui, eccetto alcuni vescovi come Liberio, Eusebio di Vercelli, Lucifero di Cagliari. Anche Liberio nel 357 finì per abbandonarlo. Queste delazioni riempirono di amarezza il santo vescovo che si dispose a prepararsi al suo terzo esilio scrivendo un'Apologia ad Constantium (PG 25, 595-642). Nella notte tra l'8 e il 9 febbr. del 356, la chiesa di Teona ove A. officiava fu invasa dalle truppe; ma il vescovo riuscì a fuggire nel deserto, dove i monaci lo circondarono di premure e lo sottrassero a tutte le ricerche. Con i monaci A. passò gli otto anni del suo terzo esilio, fino al principio del 362; anni fecondi così dal punto di vista apostolico come da quello letterario. Continuò dalla sua solitudine a governare la sua Chiesa, e fu allora che scrisse le Orationes contra Arianos e le Lettere a Serapione che formano la sua gloria come dottore della S.ma Trinità. Scrisse pure alcune opere di apologia personale come: Apologia de fuga sua (PG 25, 643680) e Historia arianorum ad monachos (ibid., 691-796). Nell'ott. 358, dopo la sommossa che obbligò il vescovo ariano Giorgio di Cappadocia a fuggire, poté nascostamente recarsi per qualche giorno ad Alessandria, ma il ritorno definitivo non avvenne che il 21 febbr. 362, dopo che Costanzo era morto (2 dic. 361), Giorgio era stato massacrato dalla folla, ed era salito al trono Giuliano l'Apostata, il cui primo atto fu di richiamare i vescovi esiliati dal suo predecessore.
Fu cura di A. appena tornato ad Alessandria, ristabilire l'ortodossia nicena e combattere l'arianesimo ufficiale che aveva trionfato nei Concili di Selcucia e di Rimini (359). Riunito un concilio, si presero decisioni improntate a misericordia verso tutti coloro che si erano dati all'arianesimo per ignoranza, ed anche sul terreno dogmatico si fu larghi e tolleranti per tutto ciò che era pura terminologia o quisquilie di parole. Il dogma cristologico fu assai chiaramente definito contro gli opposti errori dell'apollinarismo e del nestorianismo che cominciavano a far capolino, ed A. riepilogò chiaramente queste importanti decisioni in un breve scritto intitolato Tomus ad Antiochenos (PG 25, 795-810).
Tanta attività diretta a procurare l'unità cattolica non poteva esser vista di buon occhio dall'apostata Giuliano, intento a ristabilire il paganesimo. Un decreto del marzo 363 ordinava l'espulsione di A. Il 23 ott. egli lasciava la sua sede per la quarta volta, ma solo per pochi mesi, perché Giuliano moriva il 26 giugno 363 e lo sostituiva sul trono il cattolico Gioviano, il quale subito richiamò ad Alessandria il perseguitato. Prima di recarvisi, A. volle passare da An-
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In alto: NUBE STELLARE NEL SAGITTARIUS. In basso: NEBULOSA IN SAGITTARIUS MESSIER 8.
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(Int. Spirale Fol. a Castel Gandalje)
In alto: FOTOGRAFIA DELLA LUNA. REGIONE DEL MARE IMBRIUM. APPENNINI E ALPI. In bono: CORONA SOLARE FOTOGRAFATA DURANTE L'ECLISSE TOTALE DEL 31 AGOSTO 1932 DAL P. MACNALLY S. J.
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tiochia per avere colloqui con l'imperatore e tentare nuovamente di ristabilire la concordia religiosa; ma i suoi sforzi riuscirono ancora vani. Soltanto il 14 od il 20 febbr. 364 comparve tra i suoi fedeli, ma per poco perché nel frattempo moriva Gioviano ( 17 febbr.) e l'impero veniva diviso tra i due suoi fratelli, Valentiniano e Valente, toccando l'Occidente al primo e l'Oriente al secondo. Purtroppo Valente era favorevole all'arianesimo, ed il 40 maggio 365 rimandava in esilio tutti i vescovi richiamati da Giuliano. Sembrava che A. dovesse sfuggire alla proserizione, essendo stato richiamato da Gioviano: ma per quanto si adoprassero gli Egiziani in suo favore, egli dovette eclissarsi una quinta volta fin dal 5 ott. 365 , pur rimanendo alla periferia della città. Dopo quattro mesi, Valente, per attirarsi la simpatia degli Egiziani, lo richiamò ed il r^{°} febbr. 366 A. ritornava alla sua sede per non più lasciarla fino alla morte, avvenuta nella notte del 203 maggio 373.
Gli ultimi suoi anni trascorsero pacifici, impiegati pel bene generale della Chiesa, in stretta comunione con tutto l'Occidente. Intervenne in Occidente per mettere i vescovi in guardia contro i partigiani della formola

Atamasio, santo - Miniatura del Menologio scritto per l'imperatore Basilio II (976-1025). Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 1613, fol. 320.
dif Rimini, e fu dietro sua istigazione che il papa Damaso depose Aussenzio di Milano (369). In una Lettera agli Africani A. raccomanda loro di restar fedeli alla formola di Nicea per evitare le insidie dell'eresia, poiché gli errori cristologici, che si chiameranno apollinarismo, nestorianismo, eutichianismo, cominciavano a propagarsi. A., che già li aveva condannati nel suo Tomus ad Autochiens, cercò di combatterli, senza nominare gli autori, in tre lettere dogmatiche: Ad Epictetum, Ad Adelphium, Ad Maximum (PG 26, 1049-90).
La storia diede ad A. la qualifica di grande, ben meritata per la fermezza indomabile del suo carattere. Fu un uomo di governo, e come tale dovette alle volte essere duro; ma seppe anche mostrarsi paterno e benevolo. A. non fu litigioso, ma uomo di grande buon senso e di larghe vedute; nelle questioni di dottrina tenne più alla sostanza che alla forma.
II. Scritti e Dottrina. - L'eredità letteraria di s. A. è ancora lungi dall'essere accertata, come risulta dalle ricerche recenti fatte per l'edizione critica delle sue opere di H. G. Opitz (Untersuchungen zur Überlieferung des Schriften des Athanasius, Berlino-Lipsia 1935). Oltre a numerosi scritti apocrifi attribuitigli, vi sono le opere dubbie, il cui numero è talora aumentato senza ragione sufficiente. Specialmente le traduzioni in armeno, in siriaco, in copto, ecc., sembrano doverci riservare più di una sorpresa.
S. A. ha scritto poche opere di lunga lena, ma i suoi numerosi opuscoli si possono ordinare nei tre
gruppi seguenti : a) opere apologetiche e dogmatiche; b) opere storiche e di apologia personale; c) opere pastorali ed ascetiche; alle quali possono unirsi, dato il loro carattere, gli scritti esegetici. Occorrerà dare un cenno degli scritti apocrifi o di dubbia autenticità.
1. Opere apologetiche e dogmatiche. - Il primo scritto noto di A., composto verso il 318 -20, è un'apologia della religione cristiana divisa in due parti: 1^{°} Il Trattato contro i Greci, in cui combatte il paganesimo ed indica le due vie per cui si può giungere alla conoscenza di Dio, cioè l'anima ed il mondo esteriore; 2^{°} Il Trattato sulla Incarnazione del Verbo, che sostiene la necessità morale dell'Incarnazione per redimere l'uomo e dimostra la divinità del cristianesimo (PG 25, 3-198). Le idee svolte da A. sono diventate classiche. A torto si cercò di contestare l'autenticità di questa apologia, quantunque non tutto sia stato fatto per la critica del testo (cf. J. Lebon, in Revue d'histoire ecclésiastique, 21 [1925], pp. 524-30; e 23 [1927], pp. 18, 31, 761, nota 2).
Gli scritti dogmatici propriamente detti si riferiscono ai due misteri della Trinità e dell'Incarnazione. A. difende la divinità del Verbo nei tre Trattati o Discorsi contro gli ariani (PG 24, 11-467); quella dello Spirito Santo nelle quattro Lettere a Serapione, vescovo di Thmuia (ibid. 529-676). Questi scritti, che sono i più importanti, datano verosimilmente dal suo terzo esilio negli anni 356-62. Un quarto trattato contro gli ariani (PG 26, 467-526) è da attribuirsi probabilmente ad Apollinare di Laodicea, essendovi buone ragioni per non asiriverlo ad A. Si riferiscono pure alla controversia trinitaria gli opuscoli seguenti: 1^{°} Expositio Fidei (PG 25, 199-208); 2^{°} Epistola sui decreti di Nicea (ibid. 415-76); 3^{°} Frammento sul testo di s. Matteo, 11, 27: «Omnia mihi tradita sunt, ecc.» (ibid. 207-20); 4^{°} Lettera sulla dottrina di Dionigi (ibid. 479-522), in cui A. difende l'ortodossia del suo predecessore accusato di sabellianismo (verso il 350-53); 5^{°} Trattato dei Sinodi di Rimini e di Seleucia (PG 24, 681-794), composto nel 359 quando questi concili facevano sperare il trionfo dell'ortodossia nicena prima della loro capitolazione di fronte a Costanzo e della sottoscrizione della formola omeusiana, e terminato poco dopo quegli avvenimenti; 6^{°} De Incarnatione et contra arianos, posteriore al 362 (ibid. 983-1028); 7^{°} Lettera a Gioviano, esposizione della fede cattolica (ibid. 813-24), del 363; 8^{°} Lettera ai vescovi d'Africa del 368 (ibid. 1029-48), per metterli in guardia contro l'eresia ariana.
La dottrina sulla Trinità di A. è soprattutto positiva e basata sui testi della S. Scrittura. A. non è schiavo di una formola, e se rimane fedele al consu-
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stanziale niceno ( δ μ ° σ σ̇ α ι ς ), sa anche impiegare espressioni equivalenti. Era pronto a tendere la mano a Basilio d'Ancira ed ai suoi omeusiani, ed aveva in orrore le logomachie. Si trovano in lui queste espressioni : δ μ α ι ς ς α α τ^{′} σ ἀ α i α ν, α α τ ἀ π ἀ τ α ; δ μ α ι ς, δ μ α γ ε- ν ἠ ς τ η̃ varphi σ̇ α ε (il Figlio simile al Padre secondo l'essenza, in tutto, per natura). Nel Concilio di Alessandria del 362 , acconsentì anzi a dare alla parola δ σ σ̇- α τ α σ ι ς il senso di persona invece di quello di essenza e di sostanza usati abitualmente. Questa imprecisione nella terminologia non nuoce in lui alla chiarezza della dottrina, e si spiega con il fatto che al suo tempo le formole trinitarie e cristologiche erano in formazione e non avevano ancora assunto la loro forma definitiva.
Dopo aver esposto nel Trattato sull'Incarnazione del Verbo il mistero della Redenzione, che ci presenta soprattutto come una divinizzazione della umanità per il contatto del Verbo incarnato con la nostra natura, A. fu indotto negli ultimi anni ad occuparsi del dogma cristologico propriamente detto, che cominciava ad essere oggetto di speculazioni pericolose. Come già si è detto, fin dal 362 egli aveva chiaramente condannato gli errori cristologici nascenti (apollinarismo, nestorianismo, docetismo, eutichianismo). Si deve specialmente por mente alla condanna dell'apollinarismo, così nel Tomus ad Antiochenos come nella lettera ad Epitteto, perché A. è stato accusato di aver insegnato tale errore, data la sua abitudine di indicare l'umanità del Salvatore con le parole corpo e carne. Per tempo, d'altronde, gli apollinaristi hanno falsificato diverse sue opere come la celebre epistola ad Epitteto (cf. J. Lebon, Altération doctrinale de la lettre à Epictite, in Revue d'histoire ecclésiastique, 31 [1935], pp. 713-61), ove hanno cercato di far passare sotto il suo nome le proprie produzioni. A., lungi dall'essere apollinarista, afferma chiaramente l'unione sostanziale del Verbo con la natura umana e l'unità di soggetto nel Cristo. Egli dà alla S.mạ Vergine il titolo di vartheta ε σ τ σ̇ α ° ς e confuta in anticipo Diodoro di Tarso, Teodoro di Mopsuestia e Nestorio, quantunque adoperi termini che sembrano favorire l'errore, non essendo al suo tempo ancora ben fissata la terminologia cristologica. Così pure la volontà e la libertà umana di Gesù rimangono nell'ombra.
2. Opere storiche e di apologia personale. - Perseguitato, calunniato, attaccato in ogni modo, A. seppe difendersi vigorosamente con la penna, convinto che la sua causa era intimamente unita a quella dell'ortodossia. Le apologie personali sono anche documenti storici nei quali non si può pretendere imparzialità assoluta. Per maggior parte furono composte durante il terzo esilio ( 356-62 ).
Eccole nel loro ordine cronologico: 1^{°} La lettera enciclica, scritta nel 339 partendo per il secondo esilio, onde protestare contro la sua espulsione e contro l'intrusione dell'ariano Gregorio di Cappadocia (PG 25, 221-40); 2^{°} L'apologia contro gli ariani del 348 , raccolta di documenti ufficiali sulle persecuzioni subite dal 330 al 348 , sui Concili di Tiro e di Sardica: raccolta incompleta perché non figurano che i documenti a lui favorevoli (ibid. 240-412); 3^{°} La lettera ai vescovi di Egitto e di Libia (ibid. 537-94), scritta nel 356-57, nel partire per il terzo esilio, onde mettere i vescovi in guardia contro una formola ariana ed incoraggiarli nella lotta; 4^{°} L'apologia per la fuga del 356 (ibid. 643-80), scritta nel 357. A. giustifica la sua fuga e denuncia con indignazione le nefandezze commesse da Giorgio di Cappadocia e dai suoi seguaci; 5^{°} L'apologia all'imperatore Costanzo (ibid. 595-642),
cominciata forse anche prima del 355 e terminata nel 357; bell'esempio di accurata retorica, scritta in tono calmo, ove gli elogi ufficiali dati all'imperatore hanno un po' il sapore d'ironia; 6^{°} La storia degli ariani ai monaci (ibid. 691-796), del 358 , ove narra ai solitari, in uno stile vivo e pittoresco, le sue avventure di perseguitato e le infamie commesse dai suoi nemici, non risparmiando nessuno, nemmeno l'imperatore Costanzo, che paragona all'Anticristo e di cui condanna il cesatopapismo; 7^{°} La lettera a Serapione sulla morte di Ario (ibid. 685-90), scritta ca. il 358 ed in cui racconta gli ultimi momenti dell'eresiarca.
3. Opere pastorali, ascetiche ed esegetiche. - A. non è stato solo un teologo di grande valore ed un lottatore infaticabile, ma anche un pastore pieno di zelo. Ebbe cura particolare delle anime elctte, monaci e vergini; e questo ufficio di direttore di anime, finora poco conosciuto, è stato messo in luce dalle recenti scoperte. Ed è più per edificazione che per fare opera di esegesi scientifica che A. ha ccmmentato alcuni testi della S. Scrittura.
Come opere pastorali propriamente dette si devono segnalare le sue Lettere festali, che ogni anno indirizzava ai fedeli della sua città per annunziar loro la data della Pasqua ed esortarli alla pratica delle virtù cristiane. Di queste lettere soltanto 15 (dal 329 al 348 ) sono pervenute fino a noi in traduzione siriaca (tradotto in latino in PG 26, 1360-1433). Vi sono pure alcuni frammenti, tra cui è particolarmente importante uno della lettera 39ᵃ pervenutoci nel testo originale, perché ci dà il canone biblico della Chiesa di Alessandria (ibid., 1176-80, 1436-40). Questo canone corrisponde a quello cattolico per il Nuovo Testamento, mentre, per il Vecchio, A. non riconosce che il canone ebraico, pur segnalando e consigliando come libri di lettura i deuterocanonici, fatta eccezione del libro dei Maccabei, ed aggiungendovi la Didachè degli Apostoli ed il Pastore di Ermas.
La maggior parte dei discorsi, o frammenti di discorsi, che ci son pervenuti sotto il suo nome, sono apocrifi; altri sono dubbi, e si deve aspettare l'edizione critica delle sue opere per sapere ciò che può essere ritenuto autentico (PG 28, 133-250, 501-1114). Sono di carattere ascetico ed edificante varie lettere indirizzate ai monaci. Abbiamo già fatto cenno della Lettera a Draconzio (PG 25, 523-34); è da segnalare anche la Lettera ad Amun (ibid. 26, 1169-78) e le Lettere ad Orsizio ed ai monaci (ibid. 26, 977-80, 1185-90). La celebre Lettera a Marcellino sui Salmi (ibid. 27, 11-46) è ritenuta come l'introduzione di un Commentario dei Salmi di cui rimangono lunghi frammenti, considerati autentici almeno nel loro complesso (ibid. 27, 55590). Per contro, deve essere attribuito ad Esichio di Gerusalemme il De Titulis Psalmorum, che è stato messo sotto il nome di A. (ibid. 27, 649-1344). Fozio gli attribuisce anche un Commentario dell'Ecclesiaste ed uno del Cantico dei Cantici. Mentre negli scritti di controversia dogmatica A. si attiene al senso letterale della Scrittura, nel commentario dei Salmi si studia di dare in modo particolare il senso morale.
La Vita di L. Antonio, scritta verso il 350 (PG 26, 838-976), non è solo una biografia del grande egiziano, ma anche un resoconto della sua dottrina spirituale, ed esercitò una grande influenza tanto in Occidente quanto in Oriente. Evagrio, prete, poi vescovo di Antiochia, ne pubblicò, più che una traduzione, un rifacimento in latino prima del 388.
Si contestò senza ragioni sufficienti l'autenticità del piccolo trattato Della Verginità (ed. critica di Ed.
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von der Goltz nei Texte und Untersuchungen del 1905), scritto certamente dopo il 362 . E un vero manuale di vita spirituale per uso della vergine cristiana, pieno di buon senso e di discrezione. Le medesime qualità si riscontrano in tre lettere o trattati sul medesimo soggetto, edite recentemente, due in versione siriaca (da J. Leben, in Muséon, 40 [1927], pp. 205-48; 41 [1928], pp. 169-216) e un'altra in copto (da C. Th. Lefort, ibid., 42 [1929], pp. 179-274, con versione francese). Questa fu citata da Efrem di Antiochia (Fozio, Bibliotheca, cod. 229: PG 103, 993) ed utilizzata da Scenuto (v.) e specialmente da s. Ambrogio nel suo De Virginibus, II (cf. Lefort, in Muséon, 48 [1935], pp. 55-73). E incompleta, ma racchiude un magnifico elogio della verginità. Possediamo cosi i quattro trattati sulla verginità di cui parla un frammento copto della Cronaca dei patriarchi di Alessandria al principio del catalogo delle opere di s. A.
Bel trattato di spiritualità è pure la Lettera di s. A. sulla carità fraterna e sulla temperanza, edita in copto, con traduzione francese, da A. Van Lantschoot, in Muséon, 40 (1927), pp. 265-92. Tali scoperte rivelano l'importanza di s. A. come dottore ascetico e maestro della vita spirituale; ed è molto probabile che le sue opere ascetiche siano state scritte in greco ed in copto.
4. Opere dubbie od apocrife. - Fin dai primi tempi si cercò di far passare sotto il nome di A. scritti di Apollinare o dei suoi discepoli, mentre suoi scritti autentici furono falsificati, specialmente dal gruppo moderato della setta degli apollinaristi. Cosi accadde della lettera ad Epitteto.
Sono di Apollinare: 1^{°} De Incarnatione Verbi Dei (PG 28, 25-30, 89-96); 2^{°} Quod unus sit Christus (ibid. 121-32); 3^{°} forse il quarto discorso contro gli ariani (PG 26, 467-526).
Non appartengono ad A. : 1^{°} i due libri contro Apollinare (PG 26, 1093-1 166); 2^{°} le Quaestiones ad Antiochum (PG 28, 1-137, 597-700); 3^{°} il simbolo Quicumpur, che è di origine latina (v. atanasiano [pseudo] simbolo).
BibL.: Le fonti della vita di s. A. sono anzitutto le sue opere e le sue numerose apologie personali; due documenti importanti e quasi ufficiali, disposti negli archivi di Alessandria dopo la sua morte, sono la Historia Athanasii acephala, conservata nella traduzione latina, e l'italice delle lettere fermiti proveniente da una traduzione siriace: tutti e due in PG 26, 1351-1450. Vedere il panesirico del Santo, fatto da s. Gregorio di Nazianzo, Oratio 22: PG 35, 1081-1 128, e i Frammenti di un elaple in copto che datano probabilmente dal sec. v, pubblicati da O. v. Lemm, Kaptische Fragmente zur Patriarchengeschichte Alexandriens, in Mémoires de l'Académie impériale de Saint-Pétersbourg, 7 e serie, 36 (1888), n. 11. Debbono anche essere consultati i Fragmenta Historica di s. Ilario di Poitiers, e le storie di Sozomene, Rufino, Teodorem, Filostorgio. Tra le numerose vite moderne di s. A. si additano le seguenti: G. Hermant, La vie de saint Athanase, patriarche d'Alexandrie, a voll., Parigi 1671-79; R. de Montfaucon, Vita Athanasii, ivi 1698, e Animadversiones in vitam et scripta s. Athanasii, in Colletio Nova Patrum, II, ivi 1706 (queste due opere sono ristampate in PG 23, pp. Lix-CLxxxv); J. A. Möhler, Athanasius der Grosse und die Kirche seiner Zeit, besonders im Kampfes mit dem Ariostomus, Magonza 1827, trad. franc. di J. Cohen, Parigi 1840; E Fision, Saint Athanase, étude littéraire, ivi 1877; E. Schwartz, Zur Geschichte des Athanasius, in Nachrichten von der kgl. Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen, 1904, pp. 333401, 518-47; 1905, pp. 164-87, 257-99; 1908, pp. 305-74; 1911, pp. 367-426, 469-522, serie di studi cronologici e documentari di massima importanza, di cui però sono state contestate alcune conclusioni. Per una più ampia biografia vedere G. Bardy, s. v. in DIIG, IV, coll. 1313-15, 1329-40. Cf. anche ARLANESIAN.
La raccolta più completa delle opere è in PG 25-28 (ed. dei Mazzini J. Lepin e R. de Montfaucon con alcune addizioni più recenti). L'edizione critica di H. G. Opitz (Corpus di Berlino) è ancora ai primi fascicoli (o sono apparsi negli anni 1934-41 e contengono le apologie personali). - Per le edizioni particolari di certe opere, e gli studi speciali fatti su di esse, v. O. Bardenhower, Geschichte der altbireblichen Literatur, III, Friburgo in Br. 1923, pp. 44-79. - Fra le numerose monografie su s. A. si segnalano
le seguenti: H. Voigt, Die Lehre des hl. Athanasius von Alexandrien, Brema 1861; L. Atzberger, Die Logotlehre des hl. Athanasius, ihre Gegner und ihre unmittelbaren Vorläufer, Monaco 1880; G. A. Pell, Die Lehre des hl. Athanasius von der Sünde und Erlitmus, Passavia 1888; Fr. Lauchert, Die Lehre des hl. Athanasius des Grossen, Lipsia 1895; G. Voisin, La doctrine christologique de saint Athanase, in Revue d'histoire ecclésiastique, 1 (1900), pp. 226-48; E. Weigl, Untersuchungen zur Christologie des hl. Athanasius, Paderborn 1914; A. Gaudel, La théorie du Logos chez saint Athanase, in Revue des sciences religieuses, 19 (1929), pp. 524-32; 21 (1931), pp. 1-26; J. Berchem, L'incarnation dans la plan divin d'après saint Athanase, in Echos d'Orient, 33 (1934), pp. 316-30; id., Le Christ Santificateur d'après saint Athanase, in Angelicum, 12 (1938), pp. 201-32, 513-58; J. Lichon, Saint Athanase a-i-il employé l'expression à wopendę ávêquanę?, in Revue d'histoire ecclésiastique, 31 (1935), pp. 307-29; Ch. Hauret, Comment le défenseur de Nicée a-t-il compris le dogme de Nizza, Bruges 1936.
Martino Jugie
III. Nell'arte. - Rispetto all'importanza che A. ha nella storia della Chiesa, appaiono scarse le sue immagini; la più antica, un affresco del sec. viII in S. Maria Antiqua a Roma, lo mostra in piedi, in aspetto umile, con un cartiglio, simile a molti aleri santi orientali allineati accanto a Cristo. A prescindere da alcuni affreschi relativamente tardi dei conventi dell'Athos, mussicisti bizantini rappresentarono A. insieme con gli altri dottori della Chiesa orientale, e vestito di ricchi abiti pontificali, nel S. Marco di Venezia e nelle cattedrali di Palermo e di Monreale. Nella pittura occidentale del medioevo non si trova la sua effige; lo dipinse poi fra' Angelico nella Cappella di Niccolò V (Vaticano) e il Signorelli in una pala degli Uffizi. Nell'epoca barocca A. fu raffigurato dal Domenichino (Abbazia di Grottaferrata) e dal Bernini, il quale, per consiglio di Urbano VIII, lo collocò fra i quattro dottori della Chiesa universale che sorreggono la cattedra di s. Pietro.
Bibl.: K. Künstle, Ibonographie der Heiligen. Friburgo in Br. 1906, pp. 104-105; J. Braun, Frucht und Attribute der Heiligen in der deutschen Kunst, Stoccarda 1941.
Kurt Rathe
ATANASIO, vescovo africano. - Nominato da Sozomeno (Hist. eccl., IV, 15) a proposito del quarto Concilio di Sirmio (358). Si trovava alla corte dell'imperatore Costanzo con altri tre vescovi africani, quando si raccolse questo concilio. Vi partecipò e ne sottoscrisse la formola. Di lui null'altro si sa.
Bibl.: G. Bardy, in Storia della Chiesa, dir. da A. Fliche e V. Martin, trad. it. A. P. Frutas, III, Torino [1940], p. 162. Ireneo Daniele
ATANASIO III (II), patriarca melkita di AlessandRia. - M. in Creta o nel Sinai fra il 1316 e il 1320. Monaco al Sinai, divenne patriarca dissidente di Alessandria nel 1276. A causa delle vessazioni dei Mamelucchi lasciò, dopo due anni, l'Egitto e venne a Costantinopoli, ove s'immischiò nelle questioni religiose. Rigettò l'Unione di Lione (1274) e nel 1283 presiedette il Sinodo che depose Bekkos. Si distaccò però dal patriarca Gregorio e ricusò di sottoscrivere il secondo Sinodo delle Blacherne (cf. V. Laurent, Les signataires d" second synode des Blachernes, in Echos d'Orient, 26 [1921], p. 137); perciò dal troppo severo Atanasio I fu esiliato (1304) e poi deposto (1308). Allora parti per Creta dove era un metochio del Sinai. Durante il viaggio fu preso due volte dai Latini ma seppe come liberarsi.
Bibl.: Chrys. Papadopoulos, 'Iaroqia τ η̂ ς 'Euxàqoing 'Akegavêqoleg, Alessandria 1932, pp. 564-74. Alfonso Rses
ATANASIO vescovo di Anazarbo. - Discepolo di Luciano d'Antiochia menzionato da Ario, nelle sue lettere ad Eusebio di Nicomedia, tra i vescovi che ammettevano la sua dottrina (Teodoreto, Hist. eccl., I, 4). Fu vescovo di Anazarbo (nella Cilicia seconda), S. Atanasio lo accusava di aver scritto prima del Concilio
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di Nicea bestemmie simili a quelle di Ario, delle quali ci ha conservato un saggio (De Synodis, 27: PG 26, 712). Prese parte al Concilio di Nicea del 325, e, a quanto sembra, si sarebbe sottomesso, almeno apparentemente (cf. Niceta Chemates, in Thesaurus Orthodorae fidei, V, 7 : PL 139, 1368).
Bibl.: J. Mécérian, s. v. in DHG, IV, col. 1381.
Mario Scaduto
ATANASIO vescovo di Ancira. - Fu consacrato da Acacio di Cesarea di Palestina, capo degli orneisti come successore di Basilio di Ancira, capo degli omeusiani esiliato dall'imperatore Costanzo dopo il Concilio di Costantinopoli del genn. 360. A. non s'era compromesso nelle controversie precedenti e rimase fautore del "consostanziale ". Si fece rappresentare al Concilio di Antiochia del 363 e partecipò personalmente a quello di Tiana in Cappadocia nel 367. Era in buoni rapporti con s. Basilio di Cesarea e s. Gregorio Nisseno. Del primo si hanno tre lettere: ad A., a suo padre e alla Chiesa di Ancira, in occasione della morte di A. (Epp. 24, 25, 29); del secondo lo splendido elogio di A., vir cui veritate nihil fuit antiquius (Contra Eunom., lib. I: PG 45, 259-60).
Bibl.: G. Levenq, s.v. in DHE, IV, coll. 1381-82; G. Bardv, in Storia della Chiesa, dir. da A. Fliche e V. Martin, trad. ital. Frutaz. 111, Torino [1940], pp. 175, 253, 258.
Ireneo Daniele
ATANASIO I, GAMMAL. - N. a Samosata, m. nel 630-31. Fu monaco a Qinnešrīn. Quando nel 594-95 fu eletto patriarca, faceva il cammelliere per umiltà a servizio del suo monastero. Di qui il soprannome di Gammäl (cammelliere). Effettuò nel 609-10 la conciliazione fra i monofisiti della Siria e quelli dell'Egitto, le cui relazioni erano state interrotte sotto i patriarchi Pietro d'Antiochia ( 57^{8-91} ) e Damiano d'Alessandria. A Mabbog (Gerapoli) presentò, a capo di 12 vescovi, la sua professione di fede ad Eraclio, il quale però insistette perché accettassero il Concilio di Calcedonia e ordinò una persecuzione, in cui i Maroniti spiegarono molto zelo contro i giacobiti (Bar Ebreo, col. 274). Di A. si hanno alcuni scritti sulla conciliazione di cui sopra (Chron. de Michel le Syrien, ed. Chabot, II, Parigi 1901, pp. 394-99 e 381-94), una lettera ai monaci di Mar Martai presso Mossul (ibid., pp. 414-17), e la vita di Severo d'Antiochia conservata in una versione etiopica e in frammenti coptici da essa derivati ( mathrm{PO}_{4}, 569 mathrm{sg}. ).
Bibl.: Bar Ebreo, Chron. Eccl., ed. Abbeioos e Lamy, I, Lovanio 1872, pp. 261-75; Renaudotius, Hist. Patriarcharum Alexandrinorum Jacobit., Parigi 1713, pp. 145, 152-53; G. S. Assemani. Bibl. orieut., II, Parigi 1721, pp. 333-34. Pietro Sfair
ATANASIO di Napoli, santo. - Vescovo di Napoli dal 22 dic. dell'849 al 15 luglio dell'872; figlio del celebre duca napoletano Sergio e di Drosa, sua moglie, nacque, secondo la Vita anonima (ed. G. Waitz, p. 442), nell'832. Successe, appena diciottenne, al vescovo Giovanni, m. nell'849. Conduase vita privata austera; curò l'educazione letteraria del suo clero; fu largamente benefico verso i poveri e le chiese della sua città, che restaurò con munificenza, tra le quali S. Gennaro e la Stefania. Prese parte al Sinodo romano dell'861. Ebbe assai a soffrire da parte di suo nipote, il duca Sergio, che tentò perfino di fargli rinunziare l'episcopato; ritiratosi nell'isola di Nisida, fu liberato per intervento di Ludovico II. A. visse poi esule a Sorrento (867-72), dove Stefano, suo fratello, era vescovo; s'interpuse però presso Adriano II perché venisse tolta la scomunica lanciata contro Napoli, il cui popolo aveva parteggiato per Sergio; ma nel viaggio di ritorno da Roma, si ammalò a Veroli
e morì nell'oratorio di S. Quirico nei pressi di Montecassino, il 15 luglio 872 . Sepolto dapprima in quella abbazia, fu trasportato a Napoli e deposto in S. Gennaro extra moenia, il 1^{°} ag. 877 , dal successore Atanasio II, suo nipote. Nel sec. xur fu poi trasportato nella Cattedrale, traslazione ricordata al 5 apr. Festa il 15 luglio.
BibL.: Acta SS. Iulii IV, Venezia 1748, pp. 72-89; ed. critiche degli stessi testi curate da G. Waitz, Gesta episcoparum Neapal., in MGH, Script. Rerum Lompde., Hannover 1878, pp. 433-35, 459-52; e da B. Capasso, Monumenta ad Neapaletani Doctrina Historiam pertinentia, I, Napoli 1881, pp. 84, 213229; Martyr. Romanum, pp. 389-90; D. Mallardo, in Rivista di Scienze e Lettere, 8 (1937), pp. 164-65; id., Il Calendario Marmoreo di Napoli (Bibl. Ephem. Litur., 18), Roma 1947, passim. A. Pietro Frutaz
ATANASIO di Paro. - Teologo e polemista dissidente greco, n. nell'isola di Paro verso il 1725 , m. nell'isola di Chio il 24 giugno 1813. Scelta la vita monastica, studiò teologia nell'Accademia dell'Athos sotto il celebre Eugenio Bulgaris, al quale successe come direttore della scuola; ma dovette subito abbandonarla per aver preso parte alla controversia detta dei còlivi che, verso la fine del sec. xvir, divise in due campi opposti i monaci athoniti (v. L. Petit, La grande controverse des colybes, in Echos d'Orient. 2 [1899], pp. 321-31). Scomunicato nel 1776 dal patriarca Sofronio II (1774-80), fu assolto, dopo aver fatto pubblica ritrattazione, nel 1781, e poté continuare fino alla morte la sua vita di professore e predicatore. Fin dal 1792 diresse una grande scuola a Chio.
I suoi scritti, di cui parecchi sono inediti, si rifcriscono alla teologia, alla agiografia, alla predicazione, alla grammatica. Si segnalano, tra quelli editi: 1) Xpıotıavix λ̄ ἀ π α λ λ γ γ̇ α (Apologia cristiana; Costantinopoli 1798), pubblicato senza nome d'autore, dove A. confute le idee rivoluzionarie di libertà ed uguaglianza; 2) un manuale di teologia, intitolato: 'E π imath τ o μ ἠ ε imatĥ τ ε σ α λ λ ° η ἠ τ ω̂ ν θ ε i ω ν τ η̂ ς π α τ ε ω ς ἀ σ η μ ἀ τ ω ν (Lipsia 1806), riassunto abbastanza sommario e incompleto dove sono spesso attaccati i Latini; 3) ἀ ι δ α σ κ α λ i α π α τ ρ ι κ ἠ (Costantinopoli 1798), diatriba contro i seguaci del progresso moderno, cioè contro i cattolici e i filosofi del sec. xvir; 4) un opuscolo contro i religiosi latini: Réfutation dirigée contre le zèle déplacé des philosophes d'Europe, montrant combien vaine et démissionnable est leur compassion pour notre roce (Théorie 1802), pubblicato sotto lo pseudonimo di Nathanaël de Néocésarée.
Bibl.: C. Lathas, Neaslhyvoh qulakeyia. Atene 1868, pp. 850-42; L. Petit, s. v. in DThC, I, coll. 2189-90; Sp. Lambros, in Nós 'E λ λ η ν σ μ ν η μ ω ν, I (1904), p. 360; 3 (1906), pp. 119120; 6 (1909), pp. 71 e 73, segnala diversi scritti ancora inediti di A.; D. S. Balanos, 'A θ α ν ἀ σ σ ς ó mathrm{H} ἠ ρ mathrm{sc}, in mathrm{N} ε γ ἀ λ η ἐ λ λ η η τ o ἠ ἐ γ ω α λ α π α ι δ ε i α, II, p. 9.
Martino Jugie
ATANASIO, Vabuchas. - Ieromonaco cretese, m. nel 1708, autore e traduttore di molti libri ascetici.
Da segnalare: 1) la traduzione in greco moderno della Scala di s. Giovanni Climaco col titolo Bıß λ i ° ν óvoua ζ η̂ μ ε vo ν "N δ σ ς K λ i μ α π α ς " ἐ ξ η γ η μ ἐ ν ν ν ἀ π ν̇ τ ν̂ ν ἐ λ λ η ν ι κ ν̂ K λ i μ α π α (Venezia 1690, 2^{mathrm{a}} ed. 1693); 2) un manuale di preghiere contenente alcuni uffici e devozioni per ogni giorno della settimana, col doppio titolo Σ ἀ ν σ η̂ ι ς izps e 'E β δ η α α δ ε ι γ ε η̂ μ ι ν, corrispondente alle due parti dell'opera ( 2^{mathrm{a}} ed., Venezia 1720, e varie edizioni successive) ; 3) una raccolta di discorsi sulla passione e la resurrezione del Salvatore: A ἠ γ ι ἠ ν γ ω varphi ε λ ε i ς ε i ς τ imatĥ ν σ ι η ἠ μ ι ν π ἀ θ ° ς nel ε i ς τ imatĥ ν ἐ ν ἐ λ ἀ σ ζ ° ν ἀ ν ἀ σ τ α σ ι ν τ imatĥ imatĥ κ imatĥ κ imatĥ κ imatĥ μ ω̂ ν, I: Xpıotos ( 4^{mathrm{a}} ed., Venezia 1747). Una versione turca di quest'opera fu pubblicata a Venezia (1753) dall'ieromonaco Serafino di Adalia col titolo: Pitaiu Kelaeni ( II discorso della prova 1).
Bibl.: A. Papadopoulos Vretos, Neaslhyvoh qulakeyia. I, Atene 1859, p. 172; E. Legrand, Bibliogr. hellén. du XVIIsiècle, Parigi 1894-96, III, pp. 20-26; V, pp. 164, 227, 281, 351, 419. Martino Jugie
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ATARGATIS. - E la dea principale degli Aramei (Siri). Il nome è composto di due elementi : del semitico 'Aftar-Astarte-Ištar e di 'ata. Il significato di quest'ultimo element