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ARNOLFINE, TERRE.- Gruppo di castelli nell'Umbria meridionale, tra Terni, Spoleto, AmeIia e Narni, la cui unità amministrativa, in ricordo di una precedente autonomia feudale, venne dal sec. xI al xviri serbata, pur a lato del ben maggiore Patrimonio di S. Pietro in Tuscia, dal governo ecclesiastico. Appartennero a tale speciale circoscrizione, attraverso il fluttuare delle dominazioni e la varietà delle fortune, Cesi, Sangemini, Poggio Azzuano, Macerino, Porzano, Collecampo, Cisterna, Scoppio, Fiorenzuola, Messenano, Arezzo, Palazzo, Appecano, Castiglione, Acquapalomba, Fogliano, Rspicciano, Balduino, Portaria, Quadrelli, Fossola, Cicigliano, Montecastrilli, Dunarobba, Collesecco, Farneta, Avigliano, Castel del Monte, Casigliano, Mezzanelli, S. Maria in Pantano, Montignano, Configni, Acquasparta e la diruta Gallicitulo.

La denominazione del territorio (Terra Arnulphorum, come si esprimono Cencio Camerario nel Liber Censmum e Niccolò III in una bolla del 1289, o Terrae specialis commissionis Armulforum, come intorno al 1417 si esprime Martino V) e lo stesso nome familiare degli Arnolfi, antichi proprietari dei luoghi, derivò da un vassallo di Ottone I e di Ottone II, compagno dei due imperatori nelle spedizioni d'Italia, che figura, quale comes et missus sacri Palatii, in atti del 981. A questo Arnolfo già forse il primo Ottone, nella distribuzione di feudi ai suoi seguaci, effettuata all'indomani dell'incoronazione imperiale ( 96 I ), dovette infeudare le terre della curtis regia del Casentino, intorno all'antica Carsoli distrutta. Tali terre, per l'accordo del 1004 tra Enrico II e Giovanni XVIII, vennero commutate con i domini della Chiesa in Carintia dipendenti dal vescovato di Bamberga, aggiungendosi al Patrimonio a costituire le basi dello Stato ecclesiastico. I figli e successori di Arnolfo, già soggetti al duca di Spoleto, assunsero figura di vicari, dividendosi quindi in due rami, dominanti rispettivamente la 'T'. A. montana o spoletina e la T. A. piana o di sotto. Una larga serie di donazioni - ai monasteri di Farfa e di Montecassino - nei secc. xi e xir ne contrassegnano l'esistenza, mentre rampollavano da essi i conti di Sangemini, i Bentivenga di Todi e i Cesi, poi d'Acquasparta, e mentre le donazioni stesse ne eliminavano via via il superstite potere; cosi da rendere possibile,
al disgregarsi della potenza farfense e al cessare delle lotte col Barbarossa e, meglio, con il riassetto operato da Innocenzo III, lo stabilirsi d'un diretto governo ecclesiastico sulla regione. Ne fu segno l'erezione della rocca di Cesi, dimora dei rettori delle T. A.: che ci appaiono divise in seguito nei cinque castellati di Cesi, Portaria, Macerino, Castiglione (poi Porzano) e Gallicitulo (poi Fiorenzuola) e che più volte dettano, e fanno confermare, i loro Statuti. Nei secoli successivi, e già negli anni che seguirono la morte di Innocenzo III, animati dalle riaccese lotte imperiali, dal rafforzarsi delle autonomie cittadine e dalle repressioni dell'eresia, le T. A. furono ragione di continuo contrasto tra Terni e Narni, tra Todi e la Chiesa e tra Terni e Spoleto; in particolare, i contrasti furono accaniti per il possesso della tenuta cosiddetta degli Arsicciali e del Poggio Azzuano. Gran parte della vicenda politica delle città umbre ed i loro rapporti con la curia gravitano intorno ai castelli delle T. A.

Per troncare la lunga contesa, Alessandro VI, con bolla del 29 apr. 1502, sottoponeva le T. A. al governo dei chierici della Camera Apostolica. Ma Giulio II revocava la bolla, e sulla questione ogni Papa volle ritornare, mentre i dissidi si riaccendevano tra le città viciniori, finché, nel 1568 , Pio V confermava definitivamente l'atto di Alessandro VI, mantenendo Cesi a capo delle T. A., quale sede del vicario dei chierici di Camera. Ma ormai l'antica unità, serbata attraverso tante vicissitudini, giungeva alla sua crisi : tra la fine del Cinquecento e il Seicento, la intaccano le frequenti concessioni di nuove signorie, da parte della Chiesa; solo la comunità di Cesi serba, con le poche terre rimastele, l'antico orgoglio di dominante e lo difende nella lunga lite per il Poggio Azzuano, con i duchi d'Acquasparta. Tuttavia, pur ridotta a quei pochi luoghi, e più ormai terra di Cesi che degli Arnolfi, la circoscrizione restò in vita sino alla bufera napoleonica, per esser dimenticata e scomparire nell'ultima restaurazione dello Stato Pontificio.

Bibl.:P.F. Palumbo, Le T.A.Costituzione e vicenda d'una terra umbra dal X al XIX secolo, Perugia 1943. Pier Fausto Palumbo

ARNOLFO, santo. - Vescovo di Metz, n. probabilmente a Lay-Saint-Christophe presso Nancy, ca. il 582, m. a Habend (Remiremont) nel 640 o. 41. Di

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![img-1.jpeg](img-1.jpeg)
(fel. Alinari)
Arnolfo di Cambio - Particolare della fronte del sepolcro del card. Guglielmo de Braye - Orvieto, chiesa di S. Domenico.
famiglia illustre, venne educato da Gondulfo, consigliere di Childeberto II e da lui fatto entrare al servizio di Teodeberto re dell'Austrasia. A. d'accordo con Pipino, contribuì attivamente al movimento che alla morte di Teodorico II di Austrasia mise tutto l'impero francese nelle mani di Clotario II, re della Neustria (613). Rimasta vacante la sede vescovile di Metz, A., quantunque laico e sposato, vi venne eletto a voce di clero e di popolo. Continuò, tuttavia, oltre alle cure della diocesi, ad esercitare il suo efficace influsso politico. Ebbe, infatti, l'incarico da Clotario II di formare alle cure del governo Dagoberto, suo figlio (623), diventando così il primo fra i grandi dell'Austrasia; cercò di convertire dalla vita di rapine esercitate in danno altrui il nobile, ma prepotente Crodoaldo (624-25); rimise la pace fra Clotario e Dagoberto, che pretendeva un ingrandimento del territorio, affidatogli dal padre; assisté nel 626-27 al Concilio di Clisby e nel 627-29 a quello di Reims. Ritiratosi presso Romerico, sul monte Habend (630), vi mori in concetto di santità. La sua festa ricorre il 18 luglio.

Bim.: Martyr. Romanum, pp. 294-95; Vita in Acta SS. Iulii, IV, Parigi 1868, pp. 435-47 e in MGH, Scriptores rer. merovingic., IV, pp. 426-46; J. Seytre, Histoire de s. Arnoul, br. de Metz, Nîmes 1892; J. Depuin, in Revue Mabillon, 1922, p. 13 sgg.; ros sgg.; E. Heston, s. v. in DHG, IV, coll. 612-15; A. Fliche-V. Martin, Storia della Chiesa, vers. ital. A. P. Frutaz, V. Torino 1945, pp. 356-57.

Celestino Testore
ARNOLFO di Cambio. - Scultore e architetto n. a Colle Val d'Elsa intorno al 1240-45, m. a Firenze il 18 marzo 1302. Viene ricordato quale aiuto di Nicola Pisano nel contratto del 1266 per il pulpito del duomo di Siena e in altre notizie di pagamenti del 1267 e 1268 relative a quest'opera, terminata nel 1269. Non
è accertabile in modo persuasivo - contrariamente all'opinione di alcuni studiosi (Venturi, Ragghianti, Barsotti, Carli) - la collaborazione di A. nel pulpito senese, nell'arca di S. Domenico a Bologna (1265-67), ideata da Nicola Pisano, oppure nei capitelli del duomo di Siena, permeati di generici ricordi dell'arte di Nicola. Appare per altro assai probabile che A. abbia eseguito le sculture del timpano nel monumento ad Adriano V (m. nel 1276) nella chiesa di S. Francesco a Viterbo. Sicuramente della mano di A. deve considerarsi il monumento al card. Annibaldi (m. nel 1276) in S. Giovanni in Laterano a Roma, oggi smembrato, di cui si conserva la statua giacente del defunto nella basilica, e l'altorilievo con la cerimonia della Messa nel chiostro della stessa basilica. Nel 1277 troviamo A. a Perugia ove i suoi servizi venivano richiesti da fra' Benvegnate, intento al lavoro del condotto e della fonte sulla piazza maggiore. Intorno al 1277 A. deve aver scolpito la statua onoraria di Carlo d'Angiò nel museo del Campidoglio, e gli appartiene pure il frammento d'arcone gotico con una figura acefala nel medesimo museo. E ad un dipresso nello stesso periodo è da porsi il discusso ritratto di pontefice nel museo di Palazzo Venezia a Roma. Nel 1281 A. è nuovamente a Perugia dove rimangono di lui nella pinacoteca tre "assetati" - che in origine dovevano costituire la decorazione plastica d'una fontana - e la figura acefala di un personaggio scrivente, scoperta recentemente dal Mariani. Del 1282 è il sepolcro al card. Guglielmo di Braye nella chiesa di S. Domenico ad Orvieto (Hoc opus fecit Arnulfus), del 1285 il tabernacolo nella basilica di S. Paolo a Roma (Hoc opus fecit Arnulfus cum suo socio Petro). Ad un'epoca non molto lontana dalla data del ciborio di S. Paolo è da assegnarsi il Presepe in S. Maria Maggiore a Roma. Della tomba di Onorio IV (1287) rimane la sola statua giacente del Pontefice, oggi in S. Maria in Aracoeli. Datato (1293) e firmato è il tabernacolo in S. Cecilia a Roma. Per Bonifacio VIII A. esegui il sacello, consacrato nel 1296, e la tomba; ne restano pochi avanzi nelle Grotte Vaticane; la statua del Pontefice distesa sul letto funebre, due angeli tiracortine e il busto del Papa benedicente. Sotto Bonifazio VIII deve essere stata plasmata la statua bronzea di s. Pietro nella basilica Vaticana attribuita da alcuni studiosi erroneamente alla tarda antichità. Il nome d'A. ricorre per l'ultima volta in un documento fiorentino del ' 300 nel quale è detto "capomaestro" della cattedrale di S. Maria del Fiore, che, nel suo primo aspetto, era ornata da vari gruppi di statue, eseguite dallo stesso A. Di essi rimangono la Madonna Regina, la cosiddetta Santa Reparata, la Vergine di una Natività nel Museo dell'Opera, nonché della Dormitio Virginis la Madonna giacente e un giovane apostolo che le abbraccia i piedi, e due busti corrosi di apostoli nel Kaiser-Pyldefrich-Museum di Berlino.

E da respingere nel modo più reciso il tentativo, fatto da qualche studioso (Keller) di considerare A. più che altro come un imprenditore di complessi scultorei, responsabile cioè in primo luogo del progetto, la cui esecuzione sarebbe stata poi in larga misura abbandonata dal maestro ai suoi aiuti. Meno fondata ancora la tesi di chi (Weinberger, Pasto) assegna ad uno scolaro di A. le opere fiorentine e ad un altro quelle romane, entrambi operosi sotto la direzione di A. Che il maestro si sia valso dell'operato di aiuti, è fuori dubbio, specie per le opere di maggior mole quali i tabernacoli di S. Paolo e di S. Cecilia e la tomba di Guglielmo di Braye. Ma si tratta in genere di parti secondarie che scarsamente influiscono sull'aspetto stilistico delle opere arnolfiane che parlano, tutte, un linguaggio ben definito ed omogeneo.

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Vivamente discusso è ancora il problema di A. architetto al quale il Vasari aveva assegnato a Firenze, oltre la cattedrale, la terza cinta delle mura, l'antica loggia d'Orsammichele, poi distrutta, la loggia de' Lanzi e la piazza della Signoria, le tre cappelle del coro della Badia, il progetto della chiesa e i primi chiosiri di S. Croce, il rivestimento marmoreo del Battistero, il Palazzo Vecchio; inoltre numerosi edifici nei dintorni, fra i quali case, ville e i castelli di S. Giovanni Val d'Arno e Castel Franco. Questo elenco è stato successivamente allargato con l'aggiunta della chiesa di S. Maria Maggiore e di S. Remigio, del Bigallo e della Trinità. Contro questo eccessivo allargamento dei limiti dell'attività architettonica di A. è insorta la critica moderna che ha finito per restringere la paternità di A. architetto alla sola cattedrale di Firenze. Recentemente poi alcuni critici hanno voluto nuovamente ampliare l'elenco degli edifici eseguiti o progettati da A., includendovi (Pautz) la Badia (1284-1310) e la chiesa di S. Croce (1294-95 sgg.), come pure il Palazzo Vecchio, fondato nel 1298.

Elementi costanti dell'arte di A. sono l'aderenza ai modi stilistici di Nicola Pisano e la larga preminenza di suggestioni tratte dal mondo figurativo classico, di fronte ai quali le assonanze con l'arte gotica francese, indebitamente accentuata da qualche critico (Keller), si rivelano insignificanti. Innegabili invece sono nel monumento Annibaldi e nel ciborio di S. Paolo i ricordi dei pulpiti campani, specie nel rapporto tra figure e fondo musivo, e l'affinità del Carlo d'Angiò con una statua acefala del sec. xiri della Porta di Capua, oggi nel museo di quella città. Ragione per cui il Salmi pensa, non senza fondamento, a un soggiorno di A. nel Mezzogiorno prima del 1276.

Mentre nelle opere architettoniche d'A. (ciborio di S. Paolo e di S. Cecilia a Roma e Duomo fiorentino) si nota un progressivo accentuarsi delle forme romaniche e un contemporaneo affievolirsi della tensione gotica, nelle sculture la salda e soda compattezza plastica delle opere giovanili lievemente si anima e si scioglie in quelle più tarde. Ma sono comunque differenze tenui, poco evidenti, entro una linea di sviluppo essenzialmente costante e poco variata, caratterizzate da una concezione solenne e maestosa della struttura, da un senso acuto dell'essenziale nel circoscrivere l'organismo plastico entro contorni chiari, ampi, sintetici, da caratteri psicologici gravi, forti, solenni. - Vedi Tavv. I-II.

BibL.: A. Venturi, Storia dell'arte italiana, IV, Milano 1906 pp. 73-167; U. Frey, s. v. in Thieme-Becker, II, Lipsia 1908; id., ed. del primo vol. delle Vite del Vasari, Monaco 1911, p. 558 sgg.; L. Becherucci, Scultura dell'antica facciata del Duomo di Firenze, in Dedolo, 8 (1927-28), pp. 718-38; A. Lenzi, Palazzo Vecchio, Milano 1929; H. Keller, Der Bildbauer A. di C. und seine Werbstatt, in Jahrb. d. preuss. Kunstz., 55 (1934), pp. 202228; 56 (1935), pp. 22-43; R. Barsotti, Problemi inediti di scultura pisana. L'arca di S. Domenico di Bologna e il pulpito di Pistoia, in Illustrazione Vaticana, 5 (1934), pp. 336-40, 380384, 381-63; E. Carli, La gioninezza di A. di C., Pisa 1936; id. Nicola, A., Giovanni (un tema con tre variazioni), in Vita dell'Impero, I (1935, fasc. 12), pp. 4-7; C. L. Ragabianzi, A. C. ed altri problemi d'arte pisana, in Riv. del R. Istituto d'Archeologia e storia dell'arte, 5 (1937), pp. 306-44; W. Pautz, Werden und Wesen der Trecento-Architahtur in Toskana, Burg presso Magdeburgo 1937; V. Mariani, Una sconosciuta scultura d'A. di C., in Riv. del R. Istit. d'Archeol. e Storia dell'Arte, 6 (1938), pp. 153154; P. Merz, Die Florentiner Domfotzode von A. di C., in Jahrb. d. preuss. Kunstz., 9 (1938), pp. 121-60; G. de Francovich, Studi recenti sulla scultura gotica toscana: A. di C., in Le Arti, 2 (1939-40), pp. 236-51; E. Carli, Codicille arnaffiano, deid., 3 (1940-44), pp. 186-92; M. Salmi, Arnolfiana, in Riv. d'Arte, 22 (1940), pp. 153-77; G. Nicco-Fasola, Nicola Pisano, Roma 1941, passim; V. Mariani, A. di C., Roma 1943. Géza de Francovich

ARNOLFO, re di Germania. - Figlio naturale di Carlomanno, fu eletto duca di Carinzia nell'887, e l'anno seguente, essendo stato a capo della ribellione che depose Carlo il Grosso, fu creato re di Germania. Vinse i Normanni nella celebre battaglia di Lovanio (1 { }^{°} nov. 891) e combatté anche contro Moravi e Slavi. Nell'894 venne in Italia, dove Guido, duca di Spoleto, non solo si era fatto creare imperatore nell'891, ma aveva voluto anche associarsi all'impero il figlio Lamberto (892). Questa prima spedizione di A., che rap-
presentò il primo intervento della Germania nella storia d'Italia, fu contrassegnata da molte devastazioni. Guido si preparava a resistere con le armi quando venne a morte (894).

Il figlio Lamberto approfittò del ritorno in Germania di A. per rendere il più possibile forte, in Roma, il partito spoletano. Ma nell'895 A. tornò in Italia e nel febbr. dell'896 si fece incoronare imperatore a Roma. Colto da paralisi mentre avanzava verso Spoleto, fu costretto a tornare in Germania, dove morì l'anno 899 .

BibL.: S. Pisano, Stato e Chiesa. Da Berengario I ad Arduino, Torino 1908; L. M. Hartmann, Gesch. Italiens im Mittelalter, III, Gotha 1909; G. Romano - A. Solmi, Le dominazioni barbariche in Italia (353-262), Milano 1940. Emma Santovito

ARNOLFO, vescovo di Lisieux. - N. probabilmente sul finire del sec. XI o all'inizio del XII, m. a Lisieux nel 1184. Trascorse la sua gioventù a Séez dove ricevette una buona educazione letteraria, ed ebbe l'ufficio di arcidiacono. A Roma, nel I130, si trovò nelle confuse vicende della doppia elezione papale, e scrisse contro l'antipapa Anacleto II un opuscolo fortemente polemico. Nel 1141 fu eletto vescovo di Lisieux, però la nomina fu vivamente osteggiata dal signore del luogo, il conte di Angiò. Scoppiato di nuovo lo scisma nel I159, A. fu un attivissimo sostenitore di Alessandro III guadagnando alla sua causa vescovi e principi in Francia ed in Inghilterra. Nel Sinedo di Tours del 1163, convocato contro l'antipapa Vittore IV e Federico Barbarossa, tenne tre solenni sermoni, in cui esaltò la supremazia della Sede Apostolica. Dato questo suo prestigio, ed il favore che godeva presso Enrico II di Inghilterra, ebbe influenza nella vita ecclesiastica di questo paese e della Francia : ebbe tuttavia forti contrasti, e soprattutto fu poco felice il suo tentativo di
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Arnolfo di Canrio - Facciata posteriore del della basilica di S. Paolo - Roma.

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mediazione tra il re inglese e l'arcivescovo di Canterbury, s. Tommaso Becket. Accusato di dilapidazione, fu deposto dal suo capitolo, e, nonostante la giustizia fattagli dal Papa, si ritirò in un monastero ove morì.

BibL.: Tractatus de schismate orto post Humori II mortem, di cui l'ed. migliore si ha nel MGH, Libelli de lite, III, pp. 83 105; si trova anche in PL 201, che contiene pure gli altri scritti di A., cioè 131 lettere (altre sono state pubblicate in raccolta successive; recente è l'edizione di Frank Barlow nella collezione Camden Third Series, 61, Londra 1939), 4 sermoni, 16 s carmina - Non esiste una monografia su A.; notizie si trovano nelle opere generali, come R. Ceillier, Histoire des auteurs sacrés eccl., XIV, 2* ed., Parigi 1863, pp. 731-39; A. Noyon, s. v. in DHG, IV, coll. 609-11; cf. poi H. Reuter, Geschichte Alex. III u. der Kirche seiner Zeit, Lipsia 1860-64; E. Mühlbacher, Die streitige Papstunihl des Jahres 1130, Innsbruck 1876, (parte 1: Kritik der Quellen); L. Dieterich, pref. all'ed. del Tractatus, in MGH, loc. cit.; P. F. Palumbo, Lo scisma del MCXXX, Roma 1942.

## ARNOLFO, arcivescovo di Milano. - Eletto il 6 dic. 1093 per voto popolare, fu confermato nella dignità da Corrado, riconosciuto a quel tempo re d'Italia. Deposto dal legato pontificio, si ritirò, sembra, nel monastero di Civate fino a quando Urbano II, passando da Milano per recarsi in Francia, lo nominò, nel 1095, arcivescovo di questa città, decretandone la consacrazione nel Sinodo di Piacenza. Dopo il riconoscimento, da parte di Urbano II, della santità di Erlembaldo Cotta, A. avrebbe collocato insieme allo stesso papa le spoglie del Santo nella chiesa di S. Dionisio.

Il 2 nov. concesse un privilegio a tre ragguardevoli personaggi. Nell'ag. 1096 concesse a Landolfo di Baggio preposito e ai canonici di S. Ambrogio la chiesa di S. Maria Greca. Morì il 24 sett. 1097 e fu seppellito nel monastero di Civate.

BibL.: G. Giulini, Memorie della città e della campagna di Milano ne' secoli bassi, IV, Milano 1760, pp. 306-46; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia: Lombardia, parte t. Firenze 1913, pp. 449-52. Emma Santovito

ARNOLFO, vescovo di Orléans. - Benedetto, vescovo di Orléans nel sec. x, m. prima del 1003. Di carattere nobile e generoso, fu dai contemporanei lodato per la sua scienza. Eletto vescovo della sua città natale ne difese i diritti contro Abbone (v.) abate di Fleury. Contro l'arroganza dei monaci di St-Denys scrisse De cartilagine, opera che non ci è pervenuta. Fu amico di Gerberto di Aurillac (poi Silvestro II), rese grandi servizi ad Ugo Capeto, capostipite della dinastia dei Capetingi, che accompagnò a Roma nel 98 r . BibL.: E. de Certain, A. évêque d'Orléans, in Bibliothèque de l'Ecole de Chartes, III, (1825), pp. 423-63; M. Menitius, Gesch. der lat. Liter. des Mittelal., II, 11, Monaco 1923, pp. 428 429, 506, 508, 665-66; A. Prévost, s. v. in DHG, IV, coll. 616-17.

ARNOLFO, vescovo di Soissons. - Oriundo del Brabante, m. ad Altenburg, alla vigilia dell'Assunzione nel 1087. Prima soldato, poi monaco a S. Medardo di Soissons, nel 1081 fu vescovo di quella città, ove incontrò continue difficoltà. Legato pontificio dal 1084 in Fiandra, vi fondò il monastero benedettino di Altenburg (Oudenburg).

Bibl.: La vita di A., scritta da un altro abate di Altenburg, Ariolfo, con l'aggiunta di un terzo libro di miracoli, dovuto al vescovo Lisiardo di Soissons, fu letra al Concilio di Besuvala nel 1120. - J. Mabillon, Acta SS. Ordinis s. B., IX, II, Parigi 1701, pp. 502-57; Acta SS. Augusti, III, Anversa 1737, pp. 221259; Martyr. Romanum, p. 340; PL 174, 1371-80; BHL, I, Bruxelles 1898-99, n. 704. Giuseppe Lòw

ARNON. - Affluente orientale (oggi Wâdi el-Môgib) del Mar Morto, il maggiore dopo il Giordano.

È formato dalla confluenza del Seil es-Sufcj col Wâdi el-Mubères; presso la foce riceve a destra gli affluenti Seil Heidân e Seil en-Nimr. Scorre attraverso una gola pittoresca nella roccia rossastra, profonda fino a 650 m . Le sue acque abbondano di pesci.

L'A. segnò il confine tra il territorio degli Amorriti (v.) con capitale Hesebon, poi degli Ammoniti (v.), a nord, e quello dei Moabiti, a sud (Num. 21, 13-15; 22, 36; iscrizione di Mê̂a, lin. 26); più tardi costituì il limite meridionale della tribù di Ruben (Jos. 13, 9.16), cioè del territorio israelitico transgiordanico (Deut. 3,12; 4,48).

BibL.: F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I, Parigi 1923, pp. 177 sgg., 487 sgg.; id., Une crutelire autour de la Mer Morte, Parigi 1911, pp. 46-52. Gaetano M. Pizzella

ARNONE di Reichersberg. Prevosto, m. il 30
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ARNON - Veduta.
genn. 1175. Si perfezionò negli studi teologici sotto la direzione del fratello Gerhoh a cui successe, il 29 giugno 1169 , quale prevosto del convento di Reichersberg.

Scrisse lo Scutum canonicorum regularium (PL 194, 1489-1528) e l'Apologeticon contra Polnorum, dove confuta le teorie eretiche di Fulmar, prevosto di Triefenstein. La prefazione ed un commento di questo trattato furono pubblicati da Stewart, in Sylloge veterum scriptorum, e in PL 194, 1529-38.

BibL.: R. Ceillier, Histoire générale des auteurs sacrés et ecclésiastiques, XIV, 2^{°} ed., Parigi 1863, p. 633; A. Hauck in Realenc. für prot. Theol. u. Kirche, II, Lipsia 1897, pp. 106-107. Emma Santovito

ARNONE arcivescovo di Salisburgo. - N. verso il 746 in Baviera, m. a Salisburgo il 24 genn. 821. Compiuti gli studi a Frisinga e ordinato sacerdote, nel 776 si fece benedettino a St-Amand, dove fu eletto abate nel 782 . Venne in intimo contatto con Carlomagno e la sua corte, specialmente con i suoi dotti amici Alcuino e Angilberto. Nominato arcivescovo di Salisburgo nel 785 , condusse la sua diocesi a un massimo di potenza e di estensione. Iniziò, dopo le guerre avariche, una grandiosa attività missionaria tra le popolazioni slave della Carinzia e della Pannonia, estendendo così i confini diocesani fino alla Drava (costituita confine verso Aquileia nell'811 da Carlomagno) e alle pianure ungheresi. Fu eccellente amministratore e fautore delle scienze sacre e dell'arte.

Come fiduciario di Carlomagno ebbe spesso incarichi anche politici : nel 799 ricondusse Leone III a Roma, fu presente all'incoronazione di Carlomagno e figurò tra i firmatari del suo testamento nell'811. Nel 790 ebbe una solenne conferma dei beni della sua diocesi e nel 798 ricevette il pallio, essendo stato elevato

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Ciborio dell'altafe maggione della chiesa di S. CECILIA (1293) Bioto.

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(Inf. Altinari)
UNA DELLE FIGURE DEGLI ASSETATI
Perugia, museo.

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a metropolita della Baviera. Celebrò nel 799 il primo Sinodo provinciale, con statuti che offrono un materiale molto interessante per la conoscenza di quella regione (v. MGH, Leges, III; Concil., II, 1, 212). Fece comporre tra il 788 e il 790 il celebre Indiculus Arnonis, completato poi dalle Breves Notitiae, cioè un elenco dei beni della chiesa di Salisburgo, documento molto importante (ed. W. Hauthaler, Salzburger Urhundenbuch, I, I-29). Celebre la sua biblioteca di 150 codici, ancora conservati. Promosse anche l'annalistica: sono di quest'epoca gli Annales Invayenses minores e i maiores (cf. H. Widmann, Geschichte Salzburgs, I, p. iro sgg.).

Bibl.: E. Tomek, Kirchengeschichte Österreichs, I, Innsbruck 1935. pp. 77-93, con bibliografia. Giuseppe Löw
ARNOŠT da Pardubice. - Arcivescovo di Praga, n. ad Hosty nel 1297, m. a Praga nel 1364. Studiò a Bologna e Padova e fino al 1342 prestò servizio alla corte papale di Avignone; l'anno successivo venne consacrato vescovo. Elevato al grado di arcivescovo il 30 apr. 1344, emanò gli Statuta Provincialia per regolare la vita del clero. Nell'anno 1346 a capo di una missione si recò dal Papa per comunicare l'elezione di Carlo IV. Nell'anno 1348 partecipò alla spedizione militare contro il Brandeburgo. Tornato a Praga, riunì il sinodo provinciale il 12 nov. 1349 e decise di estromettere i Flagellanti dalla Boemia; nel 1350 accompagnò Carlo IV a Norimberga e un anno dopo si recò in qualità di ambasciatore presso la Corte Pontificia. Nel 1354, in assenza di Carlo IV, divenne amministratore della Boemia, nel 1355 accompagnò l'imperatrice a Roma e nel 1361 assistette a Norimberga al battesimo di Venceslao IV. Nel 1362 fu consigliere di Carlo IV alle trattative di pace con il re d'Ungheria a Brno. Quando l'imperatore fondò l'Università di Praga, ne divenne cancelliere. Fondò i monasteri di Kladsko (1349), Jaromer (1356), Rokycany (1361), Sadsko (1362) e gli ospedali di Ceský Brod, Pribram e Liban. Alla morte di Innocenzo VI si fece anche il suo nome nel conclave come successore.

Bibl.: B. A. Balbin, Vita venerabilis Arnetii, Praga 1664. Miroslav Štumpf
ARNOUX, Jean. - Gesuita, n. a Riom nel 1573, m. a Tolosa il 14 maggio 1636. Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1592, si formò abile controversista contro i calvinisti, che imperversavano allora in tutto il mezzogiorno della Francia, e le sue missioni nei diversi paesi furono coronate da efficaci successi. Scelto a confessore di Luigi XIII (1617), cercò con tutte le forze di procurare la conciliazione fra il re e la regina madre, Maria de' Medici; e dopo alternative burrascoso vide coronata la sua costanza con la conclusione della pace di Angoulême (20 apr. 1619). Avendo un giorno, predicando dinanzi alla corte, osato mettere in guardia Luigi XIII dalle mene e dai consigli violenti di coloro che lo circondavano, cadde in disgrazia e il duca di Luynes, onnipotente presso il re, ottenne il suo allontanamento (1621). Ritiratosi a Tolosa, vi continuò le sue lotte contro le eresie, invitato a gara dai vescovi di Francia a predicare nelle loro diocesi. Quando lo colse la morte, era da un anno provinciale di Tolosa, dopo essere stato superiore di varie case dell'Ordine. Rimangono di lui alcuni scritti polemici contro i calvinisti e l'elogio funebre di Enrico IV, nello stile del tempo, pronunciato a Tournon nel 1610.

Bibl.: Sommarvogel, I, coll. 366-71; J. M. Prat, Recherches sur la Compagnie de Jésus en France au temps du p. Coton, IV. Parigi 1886; E. de Guilhermy, Ménologe de la Comp. de Jésus, Assistance de France, II, ivi 1882, pp. 622-25; E. Griselle,

La p. 7. A., confesseur de Louis XIII, in Revue du monde ancien et moderne, 1910, pp. 721-23; H. Fouqueray, Hist. de la Comp. de Jésus en France, III, Parigi 1922, pp. 420-25; 435-37; 469-74. Celestino Testore

ARNPECK, Veit. - Sacerdote e storico tedesco, n. ca. il 1440, probabilmente a Frisinga (Baviera), e m. probabilmente nel 1495. Studiò all'Università di Vienna; come sacerdote e parroco esplicò il ministero a Landshut ed a Frisinga.

Compose diverse opere di storia: la Chronica Boivariorum, in latino e una redazione in tedesco; Chronicon Austrinoum e Liber de gestis Episcoporum Frisingensium (tutti editi da G. Leidinger, in Quellen und Erörterungen zur bayerischen deutschen Geschichte, nuova serie, III, Monaco 1915).

Bibl.: G. Allmang, s. v. in DHG, IV, coll. 627-28; F. Glasschröder, s. v. in LThK, I, col. 679. Cesario van Hulst

AROER. - Tre località bibliche.

1. Città al confine meridionale del regno amorrita di Sehon, al quale fu presa dagli Israeliti (Dent. 2, 36; Jos. 12, 2). Riedificata dai Gaditi (Num. 32, 34), fu assegnata alla tribù di Ruben (Jos. 13, 9.16; ecc.). Meša, re di Moab, la tolse agli Israeliti e la fortificò (Stele di Meša, lin. 26). Era sita alle sponde dell'Arnon e s'identifica col Tell 'Arä'ir, che conserva tracce di mura antiche.
2. Città di confine della tribù di Gad, di fronte a Rabbah (Jos. 13, 16.25 ; Judc. 11, 26.33 ) degli Ammoniti, l'attuale 'Ammān. Per l'identificazione, Abel propone Arǧān a nord-ovest di 'Ammān, oppure Hirbet es-Safrah a 7 km . verso est. Si discute sull'A. di II Sam. 24, 3.
3. Città della tribù di Giuda. Situata non lontano da Bersabea, s'identifica con 'Ar'ārah nel tvädi omonimo. David le inviò doni dopo la vittoria sugli Amaleciti (I Sam. 30, 28).

Bibl.: D. Zaneschia, La Palestina d'oggi, Roma 1896, p. 74; A. Musil, Arabia Petrava, I: Moab, Vienna 1907, p. 350 sg.; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, pp. 6970; N. Glueck, Explorations in Eastern Palestine, III, in Annual of the American Schools of Oriental Research, 19 (1939), pp. 245249.

Bonaventura Mariani
ARON (AARON), Pietro. - Musicista, n. a Firenze verso la fine del sec. XV (1490?), m. a Venezia nel 1545. Teorico lucido nelle sue trattazioni, appartiene al numero di quelli che ritenevano necessario svincolarsi dalle teorie musicali, preparando così la via al Vicentino e allo Zarlino. Ci ha lasciato molte opere teoriche: Libri III de institutione harmonica, (Bologna 1516) il Toscanello in musica (Venezia 1523, 1529, 1539) il Trattato della natura et cognitione di tutti gli tuoni di canto figurato (Venezia 1525) e un Compendiolo di molti dubbi segreti et sentenze intorno al canto fermo et figurato (Milano s. d.). Nel periodo del massimo sviluppo della polifonia egli già avvertiva il difetto che è nel comporre in modo che tutte le voci cantino insieme. Ebbe anche parte nella soluzione dell'arduo problema dei rapporti acustici e del temperamento dei suoni dell'ottava.

Francesco Coradini
ARONNE (ebr. 'Ahärōn, di etimologia incerta). Primo sommo sacerdote e capostipite del sacerdozio d'Israele. Primogenito di Amram, figlio di Caath e di Iochabed, entrambi della tribù di Levi, fratello di Mosè e di Maria (Mirjäm), nacque in Egitto, tre anni prima di Mosè (Ex. 7, 7), al quale visse strettamente congiunto. All'inizio della sua missione con Mosè aveva 83 anni.

Nella toofania del Horeb, Jahweh lo assegnò a Mosè, che opponeva la sua difficoltà di eloquio, come interprete ("profeta") presso il faraone (Ex. 4, 10. 16; 7, 1). Comunicò agli anziani quanto Jahweh aveva rivelato a Mosè, e con prodigi si procurò la fiducia del popolo. Accompagnò Mosè presso il faraone per ottenere il permesso agli Ebrei di uscire nel deserto (Ex.4, 27-31); ma l'esito negativo di tale passo aggravò la condizione servile degli Ebrei, che si sdegnarono contro i due fratelli. A. operò con la verga sua (o di Mosè, Ex. 4, 2) i prodigi del serpente divorante la verga degli indo-

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vini, e delle tre prime piaghe : acque del Nilo mutate in sangue, invasione delle rane e delle zanzare (Ex. 7, 10-8, 19). Assiduo coadiutore di Mosè, con lui riceveva gli ordini di Jahweh (Ex. 9, 8; 12, 1, 28. 43. 50). Il popolo li accomunò nella fiducia come nelle mormorazioni e nelle ribellioni (Ex. 16, 2). Ps. 76, 21, li considera ambedue come liberatori d'Israele.

Nel deserto di Sin A. raccolse un gomor di manna per conservarla nel Tabernacolo (Ex. 16, 3234), iniziando il suo ufficio di ministro e custode delle cose sacre. In Raphidim, sostenne con Hur le braccia di Mosè in preghiera, fino alla piena sconfitta degli Amaleciti (Ex. 17, 8-16); ebbe sul Giebel Mùsà la visione grandiosa di Dio (Ex. 24, 10). Salendo sul Sinai, Mosè lasciò ad A. e a Hur l'incarico di risolvere le difficoltà che fossero sorte nel popolo (Ex. 24, 9-14). Ma, prolungando Mosè la sua assenza, si piegò alla richiesta del popolo e con i gioielli offerti fece un vitello d'oro, dinanzi al quale eresse un altare e immolò olocausti e vittime pacifiche, dichiarando quel giorno "festa solenne di Jahweh" (Ex. 32, 1-6):
grave peccato, non pare d'idolatria (non trattavasi del bue Api adorato a Menfi), ma di violazione della severa proibizione di raffigurare materialmente Dio (Ex. 20, 4 sg .). Rimproverato da Mosè, A. non potè giustificarsi; 3000 uomini (la Volgata ha 23.000) furono giustiziati dalle spade dei leviti (Ex. 32, 21-28). A. ottenne dal Signore il perdono dietro preghiera di Mosè (Deut. 9, 20), essendo destinato al sommo sacerdozio (Heb. 4, 4).

L'idezione di A. e dei suoi figli al sacerdozio è accennata già in Ex. 28-29 (cf. Num. 8 e 18). A. fu consacrato sommo sacerdote (e i suoi 4 figli sacerdoti) con l'apparato solenne enunziato in Ex. 29, nella pianura di er-Rahab, ove era avvenuta la prevaricazione. Per sette giorni Mosè offrì sacrifici, restando A. con i suoi figli segregato dal popolo. Quindi A. stesso immolò vittime, benedisse il popolo ed entrò con Mosè nel Tabernacolo : la "gloria del Signore" apparve su questo e un fuoco dal cielo consumò gli olocausti (Lev. 8-9). Ma i suoi figli maggiori Nadab e Abiu (v.) furono fulminati per aver profanato l'altare. La "benedizione" in nome di Dio (Num. 6, 23-27) è riservata ad A. e ai suoi figli, quale prerogativa sacerdotale (Gen. 14, 18 sg.; Deut. 10, 8; 21, 5).

Il sacerdozio di A. suscitò opposizioni, ma Jahweh ne difese l'alta autorità. Dopo la rivolta dei tre Rubeniti Dathan, Abiron e Hon, istigati dal levita Core invidiosi per la dignità di A., e dopo che furono fulminati 250 sediziosi e incendiati gli accampamenti del popolo ribelle da un fuoco celeste che uccise molti, A. placò l'ira divina percorrendo gli accampamenti col fuoco dell'altare e con l'incensiere in mano (Num. 16). Dio diede nuova testimonianza alla dignità di A., fa-
cendo fiorire e fruttificare la sua verga (mandorlo) fra quelle dei capi delle 12 tribù deposte nel Tabernacolo; la verga d'A. fu per ordine divino conservata ivi in perpetuo ricordo (Num. 17, 1-11 [ebr. 16, 16 sg.]; cf. Hebr. 9, 4).

Passati 37 anni, nel deserto di Cades, A. esitò nella fiducia in Dio insieme con Mosè quando costui con la sua verga percosse due volte la rupe da cui scaturì l'acqua per dissetare il popolo che mormorava; onde Dio li puni col negare loro l'ingresso nella 'Terra promessa (Num. 20, 1-12). Quattro mesi dopo questa condanna, nel 5^{°} mese del 40^{°} anno dall'esodo, essendo gli Ebrei accampati ai piedi del monte Hor, Dio ordinò a Mosè di condurre il fratello sul monte, perché era giunto al termine di sua vita. Mosè spogliò quivi A. degli abiti di sommo sacerdote e ne rivestì il figlio di lui Eleazaro. A. mori in età di 123 anni e fu sepolto in una spelonca del monte.

Il popolo fece lutto per 30 giorni (Num. 20, 22-30). Num. 33, 38 e Deut. 32, 50 pongono la sua morte in Hor, Deut. 10, 6 in Mosera; il dissidio è solo apparente, ché Hor coincide almeno in parte con Mosera (l'odierno Giebel el-Madèrah, vicino a Cades, sembra corrispondervi). Sulla vetta più alta del Giebel Nebi Härùn (vicino a Petra), da un'antica tradizione identificato col monte Hor, un edificio (non anteriore al sec. xili d. C.) è venerato dagli Arabi come "tomba di A. ".
A. aveva sposato Elisabeth, figlia di Aminadad della tribù di Giuda (Ex. 6, 23; Num. 1, 7), da cui ebbe quattro figli: Nadab, Abiu, Eleazaro e Ithamar (v.). I discendenti dei due ultimi perpetuarono il sacerdozio.
A. fu «molto grande e simile a Mosè» (Eccli. 45, 7) : meno zelante e energico del fratello, come lui si dedicò al suo popolo, fu paziente e pio; con Mosè fu docile e fedele (eccetto che a Haseroth, ove con la sorella denigrò Mosè a causa della di lui moglie "cuscitan, Num. 12). Dalla sua discendenza nacque Giovanni Battista. Nei libri liturgici bizantini è ricordato al 20 luglio, mentre nei Martirologi occidentali è segnalato al primo dello stesso mese (cf. Martyr. romanum, p. 264).

Inaugurando il suo sacerdozio, Gesù Cristo abrogò quello di A., figura senza efficacia propria, come la legge mosaica in cui s'innestava (Hebr. 7, 11-23).

Bibs.: G. F. Re, Dizionario d'irudizione biblica, I, Torino 1891, pp. 16-39; E. Felix, s. v. in DB, L coll. 2-9. Sul sommo sacerdozio di A., figura di quello di Gesù Cristo, E. Mangenot, s. v. in DTSC, I, coll. 1-7.

Iconografia. - Vestito da sommo sacerdote od in abito vescovile, reca la verga e - nell'età barocca il turibolo. Raramente rappresentato da solo, compare spesso accanto a Mosè, come, p. es., nei musaici della navata in S. Maria Maggiore a Roma, e nel Pentateuco d'Ashburnham (sec. viI, Parigi: Mosè ed A. dinanzi

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(ivi, Atinari)
Abonne - Statua di N. Cordieri (sec. xvir). Roma, basilica di S. Maria Maggiore.
al [araone). Essendo la verga fiorente della narrazione biblica (Num. 17, 8) divenuta simbolo della miracolosa nascita di Gesù, l'iconografia di A. crebbe d'importanza ed entrò nel programma tipologico dei portali monumentali delle cattedrali gotiche (Laon, Amiens, Freiberg). Fra le rappresentazioni più recenti ed abbastanza rare va ricordata una statua presso l'altare nel transetto della basilica di S. Giovanni in Laterano, del tardo sec. xvI.

Bibl.: Th. Ehrenstein, s. v. in Das Alte Testament im Bilde, Vienna 1923, pp. 329-46; K. Künstle, Ibonographie der christlichen Kunst, I, Friburgo in Br. 1928, pp. 93, 299 sg.: J. Errera, Répertoire abrégé d'iconographie, Werseren 1929, pp. 1-3. Kurt Bacho

AROSIO, Luigi. - Sacerdote, n. a Milano il 16 nov. 1822; m. ivi il 2 luglio 1901. Fu per tutta la vita in cura d'anime nella sua città natale, prima
quale coadiutore a S. Babila, poi quale prefetto di S. Maria presso S. Celso.

Colto e facile scrittore, attese con zelo, pur tra le occupazioni parrocchiali, alla pubblicazione di parecchie opere, utili ancora ai giorni nostri, la maggior parte di orgomento biblico: Gesù Cristo, studi storici (2 voll., Milano 1878); l'Evangelo, ossia la vita di Gesh Cristo narrata dai quattro evangelisti con brevi commenti dommatici e morali (ivi 1884); La dottrina dell'Evangelo nel suo triplice aspetto dononatico, morale e della grezza (ivi 1889); S. Paolo e le 14 sue lettere (ivi 1891); La mente di s. Paolo (ivi 1893); I primi giorni del Cristianesimo (ivi 1895); Le parabole dell'Evangelo (ivi 1897); I miracoli di Gesù Cristo (ivi 1899); Triplice corso di spiegazioni evangeliche domenicali secondo il rito ambrosiano (ivi 1899); secondo il rito romano (ivi 1901); Corso di istruzioni catechistiche, 3 voll., ivi 1901). Celestino Testore

ARPA. - Racconti leggendari narrano l'oscura, antichissima origine dell'a. I monumenti egiziani ci rappresentano a. variamente ornate che con l'andar del tempo si perfezionano, aumentando le proporzioni ed il numero delle corde. Greci e Romani usavano soprattutto la lyra. Conobbero nondimeno due tipi di a. : quella assira e il trigone (in forma triangolare). Nel sec. xir gli irlandesi tengono un vero primato per l'uso dell'a. e per la tecnica della sua costruzione, poichè in tutte le manifestazioni della loro vita l'a. ebbe grandissima parte. L'a. irlandese si propagò presto in Germania, nelle Fiandre, in Francia, in Spagna, in Italia ed ebbe grandissimo favore presso le corti specialmente nel periodo del Rinascimento; con i primi melodrammi cominciò a far parte dell'orchestra. Dopo i perfezionamenti apportati dai migliori costruttori, Nadermann, Cousseneau, e specialmente da Sebastiano Erard (1712-1831), che la portò all'attuale perfezione, l'a. è considerata come parte integrante di una partitura d'orchestra.

Nei grandi organi di concerto viene spesso disposto un registro di a. a percussione che imita il suono dell'omonimo strumento d'orchestra. Alessandro Santini

ARPE, Giacomo. - Agostiniano, n. a Levanto ca. il 1660, m. nel 1729. Entrò nell'Ordine a Genova, nel 1675. Appena compiuti gli studi, venne incaricato dell'insegnamento della filosofia e della teologia. Quindi governò a lungo la sua Congregazione religiosa; fu inoltre teologo della repubblica genovese e consultore del S. Uffizio.

Molto s'adoprò, quale storico dell'Ordine, per diffonderne le memorie e lumeggiare le glorie. A ciò mirano le sue opere: Memorie dell'Ordine Eremitano di s. Agostino (Bologna 1699); Pantheon Augustinianum (Genova 1709); Giornale dei santi e beati Agostiniani (Genova 1722); Memorie di beati Agastiniani. Inoltre scrisse: Summa totius Theologiae Aegidii Columnae: 5 tomi in-120 (BolognaGenova 1704). Fu anche insigne poeta latino.

Bibl.: Hurter, col. 680; T. Lopez-Bardon, Addimento ad Crusenii Monasticon, III. Valladolid 1912, p. 173; B. A. Perini, Bibliographia Augustiniana cum notis biographicis