iani. Inoltre scrisse: Summa totius Theologiae Aegidii Columnae: 5 tomi in-120 (BolognaGenova 1704). Fu anche insigne poeta latino.
Bibl.: Hurter, col. 680; T. Lopez-Bardon, Addimento ad Crusenii Monasticon, III. Valladolid 1912, p. 173; B. A. Perini, Bibliographia Augustiniana cum notis biographicis, I, Firenze 1929, pp. 29-69. - Camillo De Romanis
ARPI. - Città, sede di antico vescovato, nell'Apulia (l'Argyripa di Virgilio, Aen., XI, 246) al centro della pianura a sud del Gargano, a 20 miglia dal mare, e a 8 km . da Foggia; oggi scomparsa. La diocesi, suffraganea di Siponto, scompare dopo il 314 , trasferita, pare, a Siponto, o meglio unita o trasferita a Lucera. E da ritenersi che il s. Pardo, vescovo di A. nel 314, sepolto a Lucera, sia il s. Pardo vescovo venerato nell'Apulia come cittadino del Peloponneso.
Bibl.: Lanzoni, pp. 273-75. Noemi Crostarosa Scipioni
ARPOCRATE. - Una delle numerose forme sotto le quali era venerato il dio egizio Oro e precisamente Oro fanciullo: A. è infatti la forma grecizzata del nome egizio Har-pe-krat, ossia precisamente Oro il fanciullo. Come tale i monumenti egizi, e più tardi quelli greci e
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romani, lo rappresentano con un dito in bocca, gesto da Plutarco interpretato come simbolo del silenzio e messo in relazione con i misteri. Insieme con Iside A. fu assai popolare negli ultimi tempi dell'Egitto indipendente ed ancor più quando si fece sentire l'influsso greco, perché parlava al cuore, come simbolo del terzo elemento costitutivo della famiglia, assai più delle antiche forme di Oro, sorte in climi spirituali e culturali ormai troppo lontani. Per la stessa ragione A. fu l'unica forma di Oro il cui culto sia uscito dai limiti dell'Egitto.
BibL.: E. Meyer, s. v. Horos in W.H Roscher, Lexikon der Mythologie, I, II, Lipsia 1886-90, coll. 2744-48. Paolino Mingazzini
ARQUES y JOVER, Agustín de. - Storico mer cedario spagnolo, n. a Cocenteina (Alicante) il 30 apr. 1734, m. a Valenza il 14 giugno 1808. Entrò nel convento mercedario di Elche nel 1749; ivi fu lettore, poi rettore. Nominato archivista generale dell'Ordine (1781), fu infaticabile ricercatore e copista. Nel 1787 fu nominato cronista e definitore generale; nel 1796 provinciale di Valenza; nel 1801 assistente generale.
Rico Garcia elenca 47 opere di A., rimaste quasi tutte inedite. Rese A. celebre tra gli eruditi la Colección de Pintores, Escultores y Arquitectos desconocidos, pubblicata da Salva nel tomo 55 dei Documentos Indditos para la Historia de España. La biografia di alcuni artisti, come Juan de Juanes e Fray Agustin Leonardo, ci è nota quasi esclusivamente per opera di A. I suoi manoscritti si conservano nelle biblioteche mercedarie e nella Nazionale di Madrid.
Ancor vivente s. Alfonso de' Liguori, ne tradusse in castigliano, con altre opere, Las Glorias de Maria (Valenza 1779); la prima delle molte edizioni ha in appendice la Historia de Nuestra Señora del Milagro de Cocenteina. Tradusse inoltre dal francese opere spirituali di Blanchard e d'altri autori. Di particolare importanza è la sua Biblioteca de escritores mercedarios, conservata manoscritta presso i Mercedari di Madrid, che A. compose prendendo per base la bibliografia di Harda.
BibL.: J. A. Gari y Siumell, Biblioteca Mercedaria, Barcellona 1875, pp. 27-30; M. Rico Garcia, Ensayo biográfico-bibliográfico de escritores de Alicante, Alicante 1888, pp. 192-97; Vásquez Núñez, El maestro Fr. A. de A. y J., in Archivo Español de Arte y Arqueologia, 13 (1929), pp. 122-24; A. Lambert, s. v. in DHG, IV, col. 683 sg. Giuseppe Ristagno
ARRAES (Arrais, Arraiz) DE MENDOZA, Amador. - Scrittore carmelitano portoghese, n. da famiglia nobile a Beja nel 1530 , m. a Coimbra il 1^{°} mathrm{ag}. 1600. Entrato nel Carmelo di Lisbona il 24 genn. 1545, dopo un anno fece professione a Coimbra. Per la fama che tosto riscosse, fu nominato predicatore del re Sebastiano. Il card. dom Henrique, arcivescovo di Evora, lo richiese come suo coadiutore, e Gregorio XIII lo nominò vescovo titolare di Adrumeto nel 1578, trasferendolo poi alla sede titolare di Tripoli. Filippo II, nel 1581, lo volle vescovo di Portalegre, dove A. si distinse per attività d'apostolato e di carità; riscattò i suoi diocesani prigionieri dopo la sconfitta di AlcacerKibir (1578), si prodigò nella peste che infierì nel 1583. Rinunciò al vescovato nel 1596 e si ritirò nel convento di Coimbra.
Scrisse i Diálogos che comprendono dieci conversazioni su soggetti religiosi, morali e storici (Coimbra 1589; 2^{°} ed. accresciuta, 1604; Lisbona 1846). E un capolavoro dottrinale e letterario, considerato ancora oggi un modello di stile, di equilibrio e di sentimento.
BibL.: M. de Sá, Memorias históricas... du orden de N. S. do Carmo, Lisbona 1724, cap. 5; Bibl. Carm., I, 2^{°} ed., Roma 1927, coll. 39-60; Eubel, II, pp. 296, 339; F. de Almeida, Historia da Igreja em Portugal, III, Coimbra 1915, p. 864 ; id., s. v. in DHG, IV, col. 686 sg.; A. Casimiro, s. v. in D8p, I, col. 895 sg. Ambrogio di Santa Teresa
ARRAS, diocesi di. - Questo vescovato della Francia settentrionale, suffraganeo di Cambrai, è limitato dalla Manica a nord, e dalle diocesi di Cambrai, Lille
e Amiens, rispettivamente a sud, est ed ovest. Il suo esteso territorio coincide col dipartimento del Pas-deCalais che ha una superfice di 6762 kmq . e comprende 900 comuni. I cattolici sono 1.030 .000 , su 1.168 .545 ab.; le parrocchie 825 ; i sacerdoti diocesani 1142 e i regolari 84.
A., l'antica Nemetocum, capitale di una delle dodici regioni della Gallia Belgica, la Nemetocena di Giulio Cesare, chiamata in seguito Atrebatum dal nome del popolo che l'abitava, non pare che abbia conosciuto il Vangelo durante la dominazione romana. Fu s. Remigio, vescovo di Reims, che nel 496 vi inviò come pastore il catechista di Clodoveo, s. Vedasto. Il suo successore Vedulfo, nel corso della seconda metà del sec. vi, trasferì la residenza episcopale a Cambrai, dove rimase sino al rog3, quando Urbano II la riportava nuovamente ad A., dandole come vescovo Lamberto di Guines, da lui stesso consacrato. La diocesi restò suffraganea di Reims sino al 1559, quando Paolo IV la subordinava all'arcidiocesi di Cambrai da lui elevata a metropoli. La sua estensione era ancora molto ristretta; ma il concordato napoleonico del 1801 , assegnandole i confini del dipartimento del Pas-de-Calais, che conserva tuttora, ne accrebbe di molto il territorio con le soppresse diocesi di Boulogne e St-Omer delle quali il vescovo di A. porta da allora il titolo.
Nel corso della sua storia, A. ha subito le vicende politiche più diverse, passando dai Vandali e dagli Unni ai Normanni, quindi ai conti di Fiandra, poi ai re d'Inghilterra, in seguito alla Francia nel 1482, e definitivamente nel 1659 , dopo essere stata sotto la dominazione spagnola nel sec. xvi. Più volte fu devastata e seppe resistere all'inflittrazione protestante del nord. Tra i vescovi di A. vanno ricordati il card. di Granvelle ( 153^{8-61} ), uomo di stato più che vescovo, governatore dei Paesi Bassi e ministro di Filippo II; Guido di Rochechouart, che fondò il seminario nel 1677 e occupò la cattedra per 54 anni; recentemente Pier Luigi Parisis (1851-66). Tra le fondazioni monastiche della diocesi, celebre l'abbazia benedettina di S. Vedasto, fondata nel 658 da s. Autberto e soppressa dalla Rivoluzione Francese. La chiesa abbaziale fu adibita come cattedrale dal 1802 sino al 1915 , quando andò distrutta dai bombardamenti.
BibL.: U. Chevalier, Répertoire des sources histor, du moyen âge: Topobibliographie, I, Montbéliard 1894-99, coll. 223-26. In particolare: Dictionnaire historique et archéologique du départ, du Pas-de-Calais, 2 voll., Arras 1873-74; Gallia Christiana, III, Parigi 1876, pp. 379-471; A. Guennon, Les origines d'A. et de ses institutions, in Mémoires de l'Académie d'A., Arras 1896; A. V. Deramacourt, Le clergé du diocèse d'A., Boulogne et St-Omer, pendant la Révolution (1789-1802), 4 voll., ivi 1884-86; E. Le. cesne, Histoire d'A., 2 voll., ivi 1880; L. Duchesne, Fostes épiscopaux de l'ancienne Gaule, III, Parigi 1913, pp. 106-14; R. Rodière, s. v. in DHG, IV, coll. 688-706. Antonio Soirat
Concilio di A. - L'assemblea del 1025, presieduta da Gerardo, vescovo di A. e Cambrai, ebbe a giudicare alcuni eretici seguaci della setta di un certo Gonulfo. Secondo costoro il Battesimo non è necessario per la salvezza come non lo sono l'Eucaristia e la Penitenza; condannavano il matrimonio e non davano il nome di santi se non ai sacerdoti e ai martiri. Dopo aver imposto il digiuno e la prighiera ai chierici e ai monaci per la conversione di questi eretici, il vescovo confutò gli errori e presentò una professione di fede che i settari sottoscrissero.
Nel 1097 Lamberto, vescovo di A., confermò i privilegi dai suoi predecessori concessi all'abate ed ai monaci di Mont-St-Eloi e liberò il monastero d'Arrouaise da ogni altra giurisdizione all'infuori della sua propria.
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Anredi sacri - Ostensorio in filigrana e gemme (sec. xvir). Roma, Tesoro della basilica di S. Pietro.
Bibl.: Mansi, XIX, p. 423; XX, p. 941; Hefele-Leclercq. V. 1, p. 436.
Romualdo Souarn
ARRAS, martiri di, beate. - Sono così denominate le quattro «Figlie della Carità» della casa religiosa di A.: Maria Maddalena Fontaine, superiora, Maria Francesca Lanel, Maria Teresa Fontou e Giovanna Gérard, ghigliottinata dalla Comune a Cambrai, il 29 giugno 1794 per motivo di religione. Testimoni dell'ernico attaccamento del clero di A. alla fede e alla Chiesa romana, si rifiutarono anch'esse, nel 1791, di prestare il giuramento di libertà-uguaglianza; ma, protette dalla simpatia della popolazione, poterono continuare la loro opera di carità fino al principio del 1794. Giunto, però, ad A. il commissario del popolo G. Lebon, furono denunciate ed ar-
restate; indi, passato il Lebon a Cambrai, vennero condotte anch'esse colà e comparvero dinanzi al tribunale del popolo il 26 giugno. Il presidente offrì loro la vita e la libertà, se avessero fatto il giuramento. Non vollero, e allora furono condannate a morte. Tre giorni dopo salirono la ghigliottina, cinto il capo del rosario. Furono beatificate da Benedetto XV, il 13 giugno 1920.
Bibl.: L. Misermont, Les Filles de la Charité d'Arras dernières victimes de Joseph Lebon à Cambrai guillotinés le 8 Mensidor on II (26 juin 179.0, 2^{°} ed.. Cambrai-Parigi 1901; id., Supplément à la 2 edition, Cambrai 1902; id., Les bienheureuses Filles de la Charité d'Arras, Parigi 1920. Celestino Testore
ARREDI SACRI. - 1. Liturgia. - Sono gli oggetti che servono per il culto, specialmente quelli che più strettamente si riferiscono alla S.ma Eucaristia e servono sia per la persona del sacerdote (paramenti sacri) sia per la cor.fezione e conservazione del S.mo Sacramento (vasi sacri), sia anche perornare l'altare e la chiesa dove si celebra.
Ad imitazione di Cristo, che istituì il Sacramento eucaristico in una qualunque stanza, con vesti ed in vasi d'uso comune, i primi cristiani solevano celebrarlo senza apparato speciale ed in luoghi privi di particolare distinzione. Solo più tardi, quando la celebrazione eucaristica incominciò a rivestire carattere solenne, l'arredamento sacro acquistò i principali elementi liturgici odierni. Con le invasioni barbariche la vita romana subì una radicale trasformazione anche nel modo di vestire. Di qui il principio di quel distacco che gradualmente venne accentuandosi fra i laici e il clero, il quale ritenne le vesti antiche nella celebrazione dei sacri riti. Altrettanto si dica dei vasi sacri, la forma e la materia dei quali fu stabilita man mano da usi e prescrizioni particolari. Col medioevo si diffuse la tendenza ad una semplificazione nella forma dell'arredamento sacro. Ma l'arte del ricamo, del cesello e dell'intarsio fu sempre largamente profusa, specialmente nelle epoche in cui i grandi geni arricchivano le chiese di tanti mirabili capolavori, a far sì che quanto era necessario direttamente e indirettamente al servizio liturgico si distaccasse per ricchezza e squisita fattura dagli oggetti di uso comune.
La materia con cui si confezionano gli a. s. deve essere più o meno preziosa secondo che si trovi a più o meno diretto contatto con la S.ma Eucaristia. Così per le pianete, le tunicelle, il piviale, il velo omerale, è necessaria la seta; il lino o la canapa per il camice, il purificatoio, le palle, le tovaglie, gli amitti; l'oro e l'argento per il calice, la pisside, la patena, l'ostensorio. Per questi ultimi possono adoperarsi anche altri metalli; però la patena el'interno della coppa del calice e della pisside devono essere dorati. Per i paramenti sacriè necessaria la benedizione, mentre per il calice e la patena occorre la consacrazione da parte del vescovo o di un altro sacerdote delegato. Per la conservazione degli a. s. esiste in ogni chiesa la sacrestia o altro luogo a ciò destinato; i più preziosi vengono talvolta custoditi in apposito tesoro. Più ampie notizie sotto le voci rispettive.
Bibl.: G. Braun. I paramenti sacri, Torino 1914; E. Roulin, Linges, insignes et vêtements liturgiques, Parigi 1930.
Silverio Mattei
2. Diritto. - La disciplina giuridica degli a. s. - o sacra suppellettile - è contenuta nel titolo XVIII del libro III del CIC. Vi si dispone anzitutto (can. 1297) che l'obbligo di provvedere gli arredi necessari al culto incombe, di regola, a coloro che sono tenuti per legge a riparare la chiesa (cf. can. i 186); e quindi, nell'ordine : alla fabbriceria, al vescovo, ai canonici e ai diocesani se si tratti di chiesa cattedrale; alla fabbriceria, al patrono, ai possessori di redditi e ai parrocchiani ove si tratti di chiesa parrocchiale.
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Circa la materia e la forma degli a. s., il can. 1296 § 3 si limita a richiamare genericamente le prescrizioni liturgiche, la tradizione ecclesiastica e le leggi dell'arte sacra. Particolare importanza viene attribuita, invece, alla custodia e conservazione di essi (cann. 1296 § i e 1302); a meglio garantire la quale, il can. 1296 § 2 esige che ne venga fatto regolare inventario.
I cardinali domiciliati nell'Urbe, anche se vescovi suburbicari o abati
nullius, possono disporre per donazione o per testamento della propria suppellettile sacra in favore di una chiesa (preferibilmente di una di quelle che ebbero in titolo, amministrazione o commenda), di un luogo pio o di una persona ecclesiastica o religiosa; ma se vengono a morire senza avere a ciò provveduto, tutti gli a. s. loro appartenenti, fatta eccezione dell'anello e della croce pettorale, passano alla sacrestia pontificia (can. 1298). Similmente, la sacra suppellettile dei vescovi residenziali, anche se rivestiti di dignità cardinalizia, diventa, alla loro morte, proprietà della chiesa cattedrale, eccettuasti l'anello, la croce pettorale e tutti quegli oggetti dei quali possa provarsi essere stati acquistati dai defunto con beni non appartenenti alla chiesa medesima (can. 1299 § 1). Per il

(de A. Cami Ramelli, Eud. per il Culto, Milano 1858, con varianti dell'Enc. Catt.) ARREDI SACRI - 1, Calire. - 2. Secchiello. - 3. Fissiale. - 4. Leggio. - 5. Ostensorio A raggiera (riin romano). - 6. Ostensorio a tempietto (rito vmbrosiano). - 7. Reliquiarie. - 8. Truneria. - 9. Conchiglia per baturino. - 10. Navigella per incens. - 11. Brocca per abluzioni. - 12. Turibolo. - 13. Lanterna per processioni. - 14. Palmatoria o bugia. - 15. Patena-pistofilo. - 16. Cero per
ceroterario. - 17. Ferula. - 18. Tabernacolo portatile.
lora la chiesa ove essi, per propria comodità, celebrano la Messa, sia in condizioni di particolare indigenza (can. 1303 §§ 2-4).
La benedizione degli a. s., quando le norme liturgiche la richiedano, può essere impartita: a) dai cardinali e dai vescovi, senza eccezione; b) dagli ordinarii locorum che non siano vescovi, per le chiese e gli oratori esistenti nel loro territorio; c) dai parroci, per le chiese e gli oratori situati nell'àmbito della parrocchia; d) dai rettori delle chiese, limitatamente alle chicse medesime; e) dai sacerdoti delegati dall'ordinario, entro i limiti della delegazione e della giurisdizione del delegante; f ) dai superiori religiosi e dai sacerdoti della stessa religione a ciò delegati, per le chiese e gli oratori propri, nonché per le chiese delle monache ad essi soggette (can. 1304).
La sacra suppellettile benedetta o consacrata perde la benedizione o la consacrazione: i) se subisca tali lesioni o mutamenti da perdere la forma primitiva e da non potersi più considerare idonea all'uso che le è proprio; 2) se sia stata adibita ad usi indecorosi o pubblicamente offerta in vendita (can. 1305 § i). Da notare però che il calice e la patena non perdono la consacrazione per il solo fatto della consunzione o della rinnovazione della doratura (can. 1309 § 2).
Particolari disposizioni sono dirette, infine, a tutelare taluni a. s. - e in special modo il calice, la patena, i purificatoi, le palle e i corporali - da contatti sacrileghi o impuri (can. 1306 §§ 1-2). - Vedi Tavv. III-IV.
Bibl.: A. Vermeersch-J. Creusen, Epitome toris canonici, II, 6^{°} ed., Malicas-Roma 1940, nn. 623-36; M. Conte a Coronata, Institutiones turis canonici, II, Torino 1939, n. 876 sgg.; WarnaVidal, IV, I, Roma 1934, n. 422 sgg.
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ARREGUI, Antonio Maria. - Gesuita spagnolo, moralista rinomato, n. a. Pamplona il 17 genn. 1863, m. a Barcellona il 10 dic. 1942. Dopo gli studi consueti, approfondi in Roma il diritto canonico sotto il p. Wernz, prima d'insegnare nel Collegio massimo di Oña lo stesso diritto e, dal 1904, la teologia morale, che divenne la sua materia principale. Rettore e maestro dei novizi a Cierrón (1915-18), di nuovo professore a Oña (1918-22), fu poi chiamato a Roma per collaborare alla revisione dell'Istituto della Compagnia di Gesù secondo il nuovo codice. Dal 1925 alla morte fu, salvo piccole interruzioni, istruttore dei padri in terza probazione.
L'A. è principalmente noto per il suo Summarium theologiae moralis, concepito non tanto per studiare la morale quanto piuttosto per ripassarla ed avere a portata di mano uno strumento pratico di consulazione. Uscito nel 1915 a Oña in edizione privata, rifuso secondo il nuovo Codice canonico e messo in pubblico nel 1918, il Summarium raggiungeva nel 1942 la 14ᵃ ed. con 150.000 copie, successo dovuto alle qualità pedagogiche ed alla sicurezza della dottrina. Un adattamento spagnolo vide la luce dopo la morte dell'autore (1945). Un'altro ampia opera dell'A. è di carattere più speciale e riservata alla formazione dei Gesuiti: Annotationes ad Epitamen Instituti Soc. Jesu, Roma 1934.
BibL.: M. Zalba. Un moralista español de nuestros dias, in Estudios eclesiásticos, 19 (1945), pp. 347-57.
Edmondo Lamalle
ARRESTI, Giulio Cesare. - Musicista, n. a Bologna nel 1630, m. ivi nel 1695. Maestro di cappella a S. Salvatore nel 1668 e nel 1685 organista a S. Petronio, fu più volte ( 1671,1686 e 1694) eletto «Principe» di quella Accademia Filarmonica.
Ebbe con M. Cazzati un'aspra polemica di cui ci restano un Dialogo fatto tra un Maestro ed un discepolo desideroso d'approfittare nel contrappunto (1659) e delle Gare musicali (Venezia 1664) con musiche di entrambi. Come compositore lasciò : Kyrie a 8 voci, Messa e Vespro della B. V. a 8 voci (Venezia 1663), messe a 3 voci (Venezia 1663) e una Partitura di Modulationi precettive sopra gl'inni del canto fermo gregoriano con le risposte intavolate in sette righe per l'argano (ca. 1664, s. l. [Bologna]). Sue sonate per organo furono pubblicate in raccolte dell'epoca. Luisa Cervelli
ARRHAE SPONSALITIAE: v. MATRIMONIO; SPONSALI.
ARRHENIUS, Svante Augusto. - N. a Wijk presso Uppsala (Svezia) nel 1859, m. a Stoccolma nel 1927.
Nel 1883 espose l'ipotesi che ora porta il suo nome nella tesi Ricerche sulla conducibilità galvanica pubblicata a Stoccolma l'anno seguente. L'idea non era nuova fra i fisici e chimici del suo tempo e lo stesso italiano Bartoli dev'essere considerato il più meritevole di essere ricordato come precursore. Ma a ragione l'A. è ritenuto il fondatore della teoria della dissociazione elettrolitica perché egli ha considerato l'attività chimica della molecola sciolta in acqua (v.) come conseguenza della dissociazione in ioni e ne ha dedotto le conseguenze. Scrisse pure dei trattat: Teorie della chimica, Elettrochimica, La chimica e la vita moderna (pubblicati in lingua svedese a Copenhagen). Ebbe il premio Nobel nel 1903.
S'occupò anche di astronomia, cosmologıa e biologia e scrisse: Il divenire dei mondi (trad. ital. di A. Levi, Milano 1909), Terra ed universo (1926) nei quali scritti affiora il concetto materialista "che l'universo nella sua essenza sia sempre stato come è ora ".
BibL.: B. Nasini, Commemorazione del sorio straniero A. S. A., in Atti della R. Acc. Naz. dei Lincei, sez. VI, 8 (1928), appendice, pp. xxi-xxxit. Giulio Provenzal
ARRIAGA, Pablo-José. - Gesuita spagnolo, n. nel 1564 a Ocaña (o a Vergara ?), m. nel 1622. Entrato
nel 1579 in religione e partito nel 1585 per il Perú, fu rettore del collegio di Lima, e di quello di Arequipa, ed eresse il collegio di Cercado per i figli dei cacichi. Dal 1617 al 1620 prese parte attiva, col p. F. Avendaño, alla campagna contro le superstizioni idolatriche conservate segretamente dagli indigeni e pubblicò un trattato pratico ed insieme storico: Extirpación de la idolatria del Perú (Lima 1621). Inviato a Roma, mori in un naufragio presso Cuba (1622).
Tradusse in spagnolo il Tratado de la perfección religiosa del p. Luca Pinelli (Valladolid 1604, più volte ristampato), scrisse un Directorio espiritual (Lima 1609), per il collegio di Lima, e un trattato Rhetoris christiani partes septem (Lione 1916). Il manoscritto della vita del p. Giacomo Álvarez de Paz peri con lui nel naufragio. Le sue interessanti lettere annue della provincia del Perú sono pubblicate nelle Relaciones geográficas de las Indias (II, Madrid 1883, appendice, pp. LXVI-CXI).
BibL.: E. Torres Saldamando, Las antiguas ismitas del Perú, Lima 1882, pp. 119-22; Sommervogel, I. coll. 276-78; C. A. Romero, El padre jesuita P. José de A., in Revista histórica, 6 (Lima 1919), pp. 277-84; E. Uriarte-M. Lecina, Bibl. de escritores de la Comp. de Jesús... de España, I, Madrid 1925, pp. 322-26; Streit, Bibl., I, pp. 274, 413. Edmondo Lamalle.
ARRIAGA, Rodrigo. - Gesuita spagnolo, filosofo e teologo rinomato, n. a Logroño il 17 genn. 1592, m. a Praga il 7 giugno 1667. Dopo gli studi a Valladolid, dove ebbe maestro Pedro Hurtado de Mendoza, insegnò egli stesso filosofia a Valladolid e cominciava ad insegnare teologia, quando fu designato per la Università allora affidata ai Gesuiti a Praga. Si preparò ancora un anno a Salamanca ed arrivò nella capitale della Boemia nel 1625 . Vi fu professore di teologia dommatica ( 1626-37 ), decano della facoltà teologica (1637-41), cancelliere dell'Università Ferdinandes (1642-53), e dal 1654 in poi prefetto degli studi nel Collegio Clementino. Era stato maestro di spagnolo dell'imperatore Ferdinando III e predicatore dell'imperatrice Maria Anna. Le sue opere ne fanno uno dei principali rappresentanti della scolastica gesuitica e della scuola del Suárez nel sec. xvir. Il Cursus philosophicus (Anversa 1632, molte ristampe), mostra indipendenza di spirito, p. es. in cosmologia per la teoria della composizione dei corpi, ed incontrò qualche difficoltà. Più importanti le prolisse Disputationes theologicae sulla Somma di s. Tommaso ( 8 voll. in fol., Anversa 1643-55, ristampati a Lione 1659-69; il t. IX, De ture et iustitia, rimase incompiuto); di mente più speculativa che positiva, l'A. si appoggia molto più sulla ragione teologica che sull'autorità della Scrittura o dei Padri; abbonda a volte in sottigliezze ed in discussioni polemiche. Non è esatto che l'A. abbia pubblicato le opere dell'inalgne matematico belga Gregorio de Saint-Vincent S. I., di cui salvò i manoscritti nel saccheggio di Praga compiuto dai Sassoni nel 1631.
BibL.: Sommervogel, I, coll. 276-81; A. Astruin, Hist. de la Comp. de Jesús en la asistencia de España, VI, Madrid 1920, pp. 4-5, 49-53; E. Uriarte-M. Lecina, Bibl. de escritores de la Comp. de Jesús... de España, I, Madrid 1925, pp. 326-29 (sostituisce il Sommervogel); K. Eschweiler, Roderigo (sic) de A.S. 7. Ein Beitrag zur Geschichte der Barock-Scholastik, in Gesammelte Aufsätze zur Kulturgeschichte Spanien, III, Münster in W. 1931, pp. 233-85.
Edmondo Lamalle
ARRICCHIMENTO INDEBITO. - A. i. o a. senza causa si ha ogni qualvolta taluno, senza una causa ammessa dalla legge, ritrae qualche profitto patrimoniale con altrui danno, senza che peraltro abbia commesso un atto giuridicamente illecito.
Nel diritto romano in vari casi di a. i. veniva riconosciuto al danneggiato il diritto di farsi risarcire il danno nei limiti dell'altrui a.; questi casi furono generalizzati nel diritto comune.
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Il CIC prevede pure alcuni casi in cui è ammessa l'azione di a. i. (actio de in rem verso) a favore del danneggiato (cann. 536, §4; 537, § 2, ecc.); ed è probabile che le norme che ció stabiliscono debbano essere considerate come applicazioni particolari di un principio generale dell'ordinamento giuridico canonico.
Molte legislazioni civili vigenti regolano solo alcuni cosi di a. i., e dànno perciò luogo a gravi dubbi circa la esistenza in esse di un principio generale in proposito. Invece il codice civile germanico, quello svizzero delle obbligazioni, ed altri codici recenti disciplinano l'azione di a. i., complexivamente considerata. Anche il Codice civile italiano vigente ha formulato in via generale il principio che "chi, senza una giusta causa, si è arricchito a danno di un'altra persona è tenuto, nei limiti dell'a., a indennizzare questa ultima della correlativa diminuzione patrimoniale n; aggiungendo peraltro che "l'azione di a. non è proponibile quando il danneggiato può esercitare un'altra azione per farsi indennizzare del pregiudizio subito" (artt. 2041-42).
BibL.: U. Mori-Checcucci, L'a. senza causa, Firenze 1943.
Pio Cipratti
ARRICCIATO: v. AFFRESCO.
ARRIGHETTI, Giulio. - N. a S. Piero a Sieve nel 1622, m. a Firenze nel 1705. Un suo zio materno, Sbaccheri Iacopo, segretario del card. Giulio Cesare Sacchetti, lo raccomandò al generale dei Servi di Maria, il quale l'accettò al convento dell'Annunziata di Firenze. Novizio nel 1634, dottore in teologia, maestro di filosofia a Borgo S. Sepolcro, di teologia a Mantova, Vicenza, Firenze, professore nell'Università di Pisa. Nominato provinciale di Toscana, lasciò la carica per ritirarsi, su consiglio del p. Segneri, nell'eremo di Monte Senario. Nel 1682, Innocenzo XI lo elesse generale dell'Ordine. Deposto il grave ufficio, fu mandato da Alessandro VII all'Annunziata di Firenze, perché servisse di esempio con la sua santa vita. Qui si chiuse in una cella e vi passò il restante dei suoi giorni. E ricordato «inter fratres qui cum sanctitatis fama decesserunt», con il titolo di venerabile.
BibL.: A. Fabroni, Historiae Academiae Pisarum, III, II, Pisa 1792, pp. 96-97; Fr. M. Poggi, Memorie della vita del servo di Dio p. G. A., 2^{°} ed., Pistoia 1920.
Luigi Berra
ARRIGO Fiammingo (Heinrich van der Broek). - Pittore, n. a Malines nel 1530, m. a Roma nel 1597. Visse per quarant'anni in Italia, specie nell'Umbria, ma anche a Firenze e a Roma, inserendosi tra i manieristi contemporanei, scarsamente profittando sia delle sue esperienze di fiammingo, sia dei nuovi apprendimenti italiani; sì che la sua pittura è povera di colore e debole di disegno e di composizione. Fra le sue opere ricordiamo: a Perugia, la Crocifissione e l'Adorazione dei Magi, nella Pinacoteca (1562-64), e in S. Agostino il Martirio di s. Caterina (1580) insieme con la Vocazione di Andrea (1581); in Mongiovine, nel Santuario, la Deposizione (1564), la Sacra Famiglia (1585), la Crocifissione (1588); a Roma, infine, la Resurrezione nella Cappella Sistina, e il Concilio Lateranense, nella biblioteca Vaticana.
BibL.: U. Gnoli, Pittori e miniatori dell' Umbria, Spoleto 1923. Marcello Dussio
ARRIGO da Settimello. - Poeta del sec. xir. Scarse le notizie sulla sua vita. Fu chierico e godette anche onori ed agi, ma poi cadde in disgrazia. Per consolarsi scrisse la famosa Elegie de diversitate fortune et philosophiae consolatione, che. è l'unica opera sua a noi giunta (ed. A. Marigo, Padova 1926). In essa si nota l'imitazione di Boezio e di Ovidio, ma spesso spontaneo, vivo ed immediato è il sentimento. L'opera è composta di 502 distici elegiaci e vi si addita come rifugio dai mali della vita la filo-
sofia. L'autore in più punti dimostra di essere credente e buon cristiano, ma l'ideale di vita predicato è quello stoico. A. viene considerato come uno dei più lontani precursori del Rinascimento.
L'elegia fu molto letta e studiata nel sec. xili e xiv e fu familiarmente chiamata l'Arrighetto. Qualche traccia di essa rimane anche nella Commedia dantesca.
BibL.: A. Montuverdi, Un poeta italiano del sec. XII, in Riv. d'Itaitio, 1925, p. 98; E. Bonaventura, A. da S., in Studi Medievali, 4 (1912-13), pp. 110-92. Gianfantiata Salinari
ARRIGONI, Giulio. - Arcivescovo, n. a Bergamo il 22 sett. 1806 , m. a Lucca il 9 genn. 1875. Compiuti i primi studi nel seminario diocesano, nel 1821, entrò nell'Ordine dei Frati minori; fu inviato nella Svizzera italiana per esercitarvi il ministero. Volendo consacrarsi alle missioni si recò a Roma, ove si rivelò soprattutto oratore, tanto che, ben presto, fu reputato tra i migliori predicatori d'Italia. Nel 1844 fu nominato professore di teologia dogmatica nell'Università di Pisa. Nel 1848 compose, d'accordo con G. B. Giorgini, lo schema primitivo dello Statuto toscano. Eletto, da Pio IX, arcivescovo di Lucca il 5 nov. 1849 , si dimostrò uomo di governo, dotato di singolare energia, tutto dedito al miglioramento della disciplina ecclesiastica e al progresso dei buoni studi nel clero.
BibL.: P. B. Gams, Series episcoporum. Supplementum, Ratisbona 1886, p. 26; F. Bonard, s.v. in DHG, IV, col. 725 ; C. Sardi, in Diz. del Ris. Naz., II, Milano 1930, p. 116. Mario De Camillo
ARRIVABENE, Giovanni. - Patriota ed economista, n. da famiglia nobile in Mantova il 24 giugno 1787 , m. ivi l' 11 genn. 188r. Studioso di problemi economici ed agrari, contrario alla dominazione austriaca, fu coinvolto nel processo del Pellico; condannato a morte il 21 genn. 1824, esulò in Svizzera, in Francia, in Inghilterra e nel Belgio. Senatore del nuovo regno il 29 febbr. 1860 , ebbe larga parte nella soluzione di ardue questioni riguardanti l'abolizione di privilegi monopolistici in campo d'arti e mestieri e lo svincolo dell'esportazione dei cereali. Liberista in politica, tenne sempre dal punto di vista religioso a dimostrare i suoi sentimenti cattolici. Con Leone XIII aveva stretto legami d'amicizia durante la nunziatura a Bruxelles. Lasciò tra l'altro interessantissimi ricordi autobiografici (Memorie della mia vita, Firenze 1884).
Bibl.: Oltre al citato volume di memorie, cf. M. Rosi, s. v. in Diz. del Ris. Naz., II, Milano 1930, pp. 117-18.
Fasilo Dalla Torre
ARSACIO, santo. - Confessore, m. ca. il 358 a Nicomedia. Secondo quanto narra Sozomeno (Hist. eccl., IV, 16), era di nascita persiano, confessò la fede sotto Licinio, e dopo aver servito per qualche tempo nel palazzo imperiale si ritirò a vita eremitica a Nicomedia, dove morì vittima del terremoto, da lui predetto, che distrusse la città il 24 ag. 358 . Nel medioevo il culto di s. A. era conosciuto a Napoli, a Milano e in Baviera. Leggende tardive ne hanno fatto un discepolo e successore di s. Ambrogio, o un fratello di s. Eustorgio II, arcivescovo di Milano. Il Martirologio romano lo ricorda il 16 ag.
Bibl.: Martyr. Romanum, p. 343; Acta SS. Augusti, III, Parigi 1867, pp. 270-73; G. Ratzinger, Der hl. Arvatius von Illmünster, in Theol. praht. Monatschrift, 2 (1892), p. 493 sgg. Mario Scaduto
ARŠAK II (Arsace). - Re d'Armenia (350-67), visse nei tempi più critici in cui il predominio dell'Asia Minore era disputato tra i Persiani e i Romani, per i quali egli parteggiò. Costrinse Narsete (Ciunak), suo ciambellano, a salire sulla sede patriarcale. In seguito tentò di creare l'unione della nazione, sbarazzandosi dei
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A sinistra: OSTENSORIO GOTICO (sec. xv). Bavevano, cattedrale.
A destra: CALICE IN ARGENTO SBALZATO E SMALTI (sec. xm). Cammari, badia.
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RELIQUIARI E CANDELIERI in cristallo di rocca; PISSIDI del cosiddetto tipo di Dürer (secc. xv e xvi) Bari, basilica di S. Nicola.
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magnati feudatari, spesso ribelli, ma fini per suscitare contro di sé i principi e lo stesso patriarca, che fu da lui deposto. Dopo il patto di Gioviano, A., abbandonato da tutti, dovette recarsi da Sapore II, il quale, nonostante i giuramenti fatti, lo rinchiuse in un castello dove morì tragicamente.
Biol.: M. Laues, Des Fountus von Byzanz Geschichte Armeniens, Colonia 1879: E. Muratean, Storia critica di A. II, Alessandria 1900 (in armeno): Fausto di Bisanzio, Storia Armena, IV, Venezia 1933.
Giacomo Ciantaian
ARS ANTIQUA. - E così chiamata, in contrapposizione alla Ars nova (v.) del sec. xiv, la composizione sacra della prima epoca della polifonia (secc. Ixxim) che si suole compendiare nella teoria della scuola franconiana e nei generi tecnici "organum» o "diaphonia " e poi "discantus", comprendente altre forme come: " rondellus ", " conductus ", " copula ", " motetus" e "hoquetus". Questa epoca, in cui la musica, attingendo largamente alle fonti purissime della liturgia, si arricchisce di un vasto repertorio sacro in cui domina incontrastata la vitale linfa del canto gregorano, si può suddividere in tre fasi, di circa un secolo l'una: la 1ᵃ, apertasi con Hucbald di St-Amand, insigne teorico benedettino del sec. Ix, è chiusa dal Micrologus (ro30) del suo celebre confratello Guido d'Arezzo (v.); la 2ᵃ è chiusa dal Magnus Liber organi di Leonino, e la 3ᵃ culmina nell'opera riformatrice e innovatrice del suo successore Perotino (v.). Delle due specie di fonti, i monumenti di musica pratica e le trattazioni teoriche, queste sono, nella prima fase, l'unico ausilio per lo studio della polifonia primitiva; Hucbald, nei 19 capitoli della Musica Enchiriadis suggerisce vari tipi di diafonia con intervalli armonici ("symphoniae") di 4ᵃ, 5ᵃ e 8ᵃ fra la "vox principalis" (canto preso dal repertorio gregoriano) e la "vox organalis" (canto aggiunto), mentre Guido, nei capp. 18 e 19 del Micrologus, propone 2ᵃ maggiore, 3ᵃ magg. e min., e 4ᵃ in special modo, scartando 2ᵃ min. e 5ᵃ. La 2ᵃ fase ci dà importanti trattati, come l'anonimo Ad organum faciendum di Milano (bibl. Ambr., ms. M 17 Supl., ca. del 1100), le 12 regole del Quicumque velll dechanter (sec. xI-xII; Parigi, bibl. Nat., f. lat. 15139, già St-Victor 813), il Discantus positio vulgaris (attribuito a Roberto da Sabilon o a J. de Garlandia), del sec. xir, l'Epistola ad Fulgentium di J. Cotto (pure sec. xir) ed anche preziosi monumenti di musica pratica : ricordiamo p. es. tre pezzi di «organum» a 2 voci tra cui il tropo sul kyrie Cunctipotens Genitor Deus e l'alleluia Iustus ut palma del citato manoscritto dell'Ambrosiana, i 5 alleluia a 2 voci aggiunti nel sec. xi ad una Musica Enchiriadis del sec. Ix-x (Chartres, bibl. Munic., 130 [148]) e il Tropario di Winchester (Cambridge, Corpus Christi College 473), a cui vanno aggiunti gli "organa» di st. Martial di Limoges contenuti in 4 ed. ora a Parigi (bibl. Nat., f. lat. 1139, 3549 e 3719) e a Londra (Br. Mus., add. 36681). Il primitivo "organum" a 2 voci per moto retto, che si era venuto via via trasformando in discanto per la prevalenza del moto contrario, si arricchisce ora di altre voci : dal discanto a tre voci (triplo) con intervalli di 5ᵃ e 8ᵃ proposto da Francone di Colonia, si giunge fino a forme aventi soprapposti al tenor (corale gregoriano), un "duplum", detto pure "medius cantus" o "motetus" (da cui il nome della forma), un "tri" plum " ("tertius cantus" o " discantus") e spesso anche un "quadruplum" e un "quintuplum". La 3ᵃ fase aggiunge al discanto, oltre il moto contrario, quel mensuralismo che, già preannunciato dalla ritmica modale ispirata agli schemi metrici del verso, viene ora svilup-
pato dai teorici della scuola franconiana (Petrus de Cruce, J. de Garlandia, Francone di Parigi e Francone di Colonia, sec. xili) ed espresso graficamente dalla nuova notazione con segni relativi ai diversi valori di durata dei suoni. Nella musica pratica siamo al punto culminante di tutta l'a. a., e cioè al fiore della scuola della cattedrale di Parigi che, con Leonino (metà sec. xit), si era posta al centro del mondo musicale del suo tempo.
Il più antico manoscritto della cantoria parigina è dato dal cod. Wolfenbüttel Helmst. 628, ma la raccolta più ricca è nell'Antiphanarium Mediceum (Firenze, bibl. Mediceo-Laur., Plut. XXIX, I), vero gioiello d'arte. In altri manoscritti poi si trovano mottetti con testo non più latino ma francese, indice di quel processo di profanizzazioni e di quel movimento divergente dalla pura tradizione gregoriana che vedranno il culmine nella Ars noca (v.) italiana (toscana in special modo) e francese del sec. xiv.
Bibl.: E. de Coussemaker, L'art harmonique au XIIe et XIIIe siècle, Parigi 1862; id., Histoire de l'harmonie au MoyenAge, ivi 1832; F. Ludwig, Die geistliche nichtliturgische und weltliche einstimmige Musik des Mittelalters bis zum Anfang des 13. Jahrhunderts, in G. Adler, Handbuch der Musikgeschichte, Francoforte 1924; H. Besseler, Musik des Mittelalters und der Renaissance, Lipsia 1931.
Loisa Cervelli
ARS DICTANDI. - L'arte di comporre lettere e documenti, conosciuta sin dall'antichità, fu particolarmente insegnata in trattati teorico-pratici che fiorirono numerosi nei secc. xII e xIII, esercitando un'influenza decisiva sulla formazione dello stile epistolare del tempo e sullo svolgimento dell'arte notarile.
Primo espositore dei suoi precetti, di natura rettorica quanto alla forma, e giuridica quanto al contenuto, fu Alberto di Montecassino che, vissuto in quel monastero tra il 1057 e il 1086 ai tempi splendidi dell'abate Desiderio, riunì il frutto del suo insegnamento orale nelle sue opere Breviarium de dictamine e Flores rethorici. A lui seguirono, tra i principali, Ugo di Bologna con le sue Rationes dictandi prosaice (ca. 1124), Alberto de Morra, cancelliere pontificio e poi Papa (Gregorio VIII, nel 1187), che scrisse una Forma dictandi ad uso dei nousi della S. Sede, il fiorentino Buoncompagno da Signa, il maggiore tra i dettatori (tra le molte opere la più importante è la Rethorica antiqua, del 1215), il bolognese Guido Fava con la Summa dictaminis e i Dictamina (1229) e il notaio pontificio Tommaso da Capua, poi cardinale nel 1215 (Summa dictaminis).
Comune a tutte le composizioni è il carattere di praticità, per cui alla trattazione teorica seguono esempi d'immediata attualità, che sostituirono del tutto gli antichi aridi formulari, non più rispondenti alle mutate condizioni culturali e giuridiche.
La nuova dottrina ebbe subito una larga diffusione nelle cancellerie e nelle scuole di ogni paese. Applicata particolarmente alla pratica notarile si disse ars notaria; l'opera fondamentale in questo campo fu la Summa artis notariae di Rolandino de' Passeggieri (1256), che dominò a lungo e fu da molti ampliata e commentata.
Bial.: L. Rockinger, Briefsteller und Formelbücher des XI. bis XIV. Jahrhunderts, Monaco 1863 (raccolta di testi, oggi ancora la migliore); Ch. V. Langlois, Formulaires du lettres du XIIe. du XIIIe et du XIVe siècle, Parigi 1890-98; E. Roncagli, Rolandino Passeggieri, in Atti d. Deputaz. di storia patria d. Romagna, 4ᵃ serie, 4 (1894); A. Gaudenzi, Sulla cronologia delle opere dei dettatori bolognesi, in Bullett. dell'ist. stor. ital., 14 (1895). - Per la bibliografia in genere v. H. Breslau, Handbuch der Urkundenlehre für Deutschland und Italien, II. 2ᵃ ed., Lipsia 1915, pp. 248271; E. Besta, Storia del Divito italiano, I, Milano 1923, p. 259 sg.; A. Sutni, St. del Divito italiano, 3ᵃ ed., ivi 1930, specialmente S 90.
Giulio Battelli
ARSENIO. - Vescovo di Orte, vissuto a Roma nel sec. IX, m. a Benevento. Prima di entrare nel clero si sposò ed ebbe due figli, che furono Anastas-
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sio Bibliotecario ed Eleuterio. Appoggiò molto il partito imperialista, assecondando in tal modo i vanitosi progetti del figlio Anastasio che voleva diventare papa, e gli fu vicino anche quando questi cercò di impadronirsi, con la violenza, del Vaticano alla morte di Benedetto III. Sotto Niccolò I divenne apocrisario, e in tale qualità sembra sia stato in Francia. Fu nominato vicario imperiale a Roma. Il suo potere già grandissimo sotto Niccolò I, si accrebbe sotto Adriano II, ma in seguito ad un nuovo intrigo, in favore, questa volta, del figlio Eleuterio, fu costretto a fuggire a Benevento.
BibL.: L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, 3^{°} ed., Parigi 1911, p. 224 sgg.
Emma Santovito
ARSENIO Autoreiano. - N. a Costantinopoli sui primi del sec. 200 cambò il nome di Giorgio in quello di A. quando entrò nel monastero di Oxia, presso Nicea, dove fu egumeno. Accondiscese a tutte le volontà dello imperatore Teodoro II Lascaris che lo aveva eletto patriarca di Costantinopoli (1254). Quando nel 1258 Michele Paleologo s'impadroni del potere, A. lo minacciò, abbandonò la cattedra patriarcale e non accettò di tornare che sotto condizione, alla morte del suo successore, Niceforo di Efeso. Incoronò Michele a S. Sofia, ma allorché il Paleologo nel 1261 fece accecare Giovanni Lascaris figlio del defunto imperatore e pupillo del patriarca, A. lo scomunicò. L'imperatore lo fece deporre ed egli andò a morire nell'isola di Proconnesso, nel 1237, lasciando un grave scisma dietro di sé.
Opere: 1) Testamento: documento storico del tempo, PG 140, 947-58. 2) Bolle. 3) Parte del rituale dell'Unzione: ibid., 808. 4) Un trattato inedito contenuto nel ms. 7 Lincoln a Oxford. Gli si attribuisce a torto una Synopsis Canonum scritta nel 1255 da un altro A., monaco del monte Athos.
ARSENIO, detto il Grande ('Apnévios ó Méγ 2 ς ), santo. - Uno dei più celebri "padri del deserto». N. a Roma da famiglia senatoria verso il 354 . Probabilmente fu ordinato diacono da s. Damaso (cf. Zonara, Annal., 13, 19: PG 134, 1177 e Martirologio romano). Chiamato alla corte imperiale da Teodosio, si recò a Costantinopoli verso il 383 , ove per 11 anni fu precettore dei suoi figli, i futuri imperatori Arcadio e Onorio. Abbandonati quindi gli onori della corte, si ritirò a vita eremitica nel deserto di Scete (Egitto); ma per irruzioni di barbari dalla Libia (Mazici), dovette lasciare la sua solitudine, esclamando: «Perdidit mundus Romam, et monachi Scytim» (Vitae Patr., 5, 2, 6; Apophtegmata Patrum, Arsen., 21). Si rifugiò a Troe, presso Menfi, rimanendovi una diecina di anni. Passò quindi nell'isoletta di Canopo, ma dopo tre anni tornò a Troe, ove morì più che novantenne, "virtutibus omnibus consummatus et iugi lacrimarum imbre perfusus" (Martirologio rom.), verso il 445. Lasciò dei discepoli: Alessandro e Zoilo, i quali educarono, alla scuola di A., Daniele. Quest'ultimo ci ha tramandato la cronologia della sua vita, i suoi detti, il suo ritratto: "alto, magro e di angelico aspetto" (Apophtegmata, 42 sg.). La Chiesa greca lo festeggia l'8 maggio, la siro-maronita e la romana il 19 luglio.
Sotto il suo nome vanno due brevi scritti sulla vita ascetica (PG 66, 1617-28): Doctrina et exhortatio, Δ ι δ α σ α λ i λ eal π α ρ α i ́ v ε σ ι ς; In nomicum tentatorem, mathrm{Bl}_{mathrm{c}} τ ἀ ν π ε ι ρ α σ τ imatĥ ν ν ω ι α ἀ ν (cf. Lc. 10, 25), in cui afferma la necessità di purificare l'uomo interiore. Alcuni suoi detti si conservano tra gli Apophthegmata Patrum (§ De Ab bate Arsenio, nn. 1-44: PG 65, 87-108); forse accenna a questi Niceforo Callisto quando scrive che A. lasciò opere degne di memoria e molte sentenze (Hist. eccl., 12, 23: PG 146, 816).
Cassiodoro parla di A. come superiore di un monastero (Hist. Trip., 8, 1); i Bollandisti e il Baronio (Ann. eccl., an. 383, n. 23) ritengono che anche s. Girolamo accenni a lui nella lettera ad Eustochio (Ep. 108, 14) : ma la lezione critica comporta altro nome. Secondo J. David (s. v. in BHG, IV, coll. 745-47), A. sarebbe morto prima del 412 e il suo magistero alla corte imperiale sarebbe leggendario; s. Teodoro Studita però afferma il contrario.
BibL.: Fonti: 1) S. Teodoro Studita, Laudatio s. Arseuil anachoretae; ponepirico: PG 99, 849-82; ed. più completa, a cura di Th. Nissen, in Byzantinisch neogriech. Jahrbücher, 1 (1920), pp. 241-62; 2) Vitae Patrum: PL 73 e 74 : cf. indici nel vol. 74, coll. xx e LxxxviI; 3) Synax. Constantinop. coll. 663-66; 4) Martyr. Romanum, p. 296; 5) BHL c BHG con Suppl., s. v. - Studit Acta SS. Iulii, IV, Anversa 1725, pp. 605-31 (con antica liturgia latina della festa c, da p. 617, encomio di s. Teodoro Studita); Tillemont, XIV, ed. Venezia 1732, pp. 676-702; M. A. Morin, Les vies des Pères des déserts d'Orient, III, Avignone 1761, pp. 284356 (per il deserto di Scete, cf.: II, pp. 396-402); W. Bousset, Apophthegmata Patrum, Tubinga 1923, pp. 63-64; O. Bardenbever, Geschichte der altbirehl. Literatur, IV, Friburgo in Br. 1924, p. 94 sg.; J. Bremond, Les Pères du désert, Parigi 1927, cf. indice e pp. 108, 544-46; Hugh G. L. White, The History of the Monasteries of Nitrio and of Seetis, Nuova York 1932, pp. 476 .
JEino Cccchetti
ARSENIO vescovo di YpseLè. - Fu, nel sec. iv, vescovo di questa città, in Egitto, sulla riva occidentale del Nilo, presso Licopoli; ed è noto soltanto per la parte che si lasciò imporre dal capo dei melcziani Giovanni Arcaf (v.) nella campagna contro s. Atanasio. A. fu fatto nascondere in un monastero della Tebaide a Ptemencyris, e una volta scomparso, i melcziani accusarono Atanasio di averlo ucciso. L'affare fu portato dinanzi a Costantino, che diede incarico al fratello, il cesare Delmazio, d'instituire una inchiesta. S. Atanasio pensò a difendersi, e per mezzo di un suo diacono, mandato in cerca di A., scoprì l'inganno. Il superiore del monastero, Pinnea, condotto dinanzi al giudice, dovette confessare che A. era vivo. L'anno seguente tornò a circolare la voce dell'assassinio di A.; ma questi, che nel frattempo era fuggito da Ptemencyris verso il basso Egitto, ignaro di ciò che era avvenuto, comparve a Tiro, durante il sinodo. Scoperto, domandò perdono ad Atanasio, promettendo obbedienza alla Chiesa da lui presieduta; promessa che mantenne.
BibL.: S. Atanasio, Apologia, cap. 65-72: PG 25, 366-77: Socrate, Hist. eccl., I, 27-29; Tillemont, VIII, Venezia 1732, pp. 24-29, 657-63; Hefele-Leclercq, I, pp. 653, 600.
Mario Scaduto
ARS MORIENDI. - Opuscolo ascetico in latino, diffusissimo alle origini della tipografia (sec. XV), con esortazioni e preghiere, e con illustrazioni corredate di didascalie, per la preparazione alla morte. Non è una opera unica, ché sotto lo stesso titolo (spesso ampliato) correvano brevi trattati o raccolte di contenuto vario; lo schema originario fiorì in un quasi "genere letterario" didattico-devozionale, destinato al popolo alto e basso, benché utile anche ai "chierici". Si conoscono tre opere distinte divulgate a stampa, ad ognuna delle quali si connettono rimaneggiamenti e adattamenti, sia in latino sia in lingue volgari.
1) Il primo A. m. stampato ( 17 fogli in-4, coi tipi di Ulrich Zell, senza luogo né data: Colonia? 1465 ?) è attribuito nell' "explicit" a Matteo di Krakow (Pomerania), vescovo di Worms (m. nel 1410). E una raccolta di preghiere e di meditazioni. Il più antico manoscritto datato (di Bruxelles) è del 1466. Ha avuto almeno altre otto edizioni dal 1470 al 1497 (specie a Strasburgo, Augusta, Parigi), di cui la prima datata è del 1478 (Venezia, "per Bernardum pictorem et Erhardum Ratzidi de Augusta e), in 20 fogli, col titolo Ars bene moriendi. Tractatus brevis et valde utilis de arte et scientia bene moriendi. Da questo deriva il transatello del cardi. Capranica e il volgarizzamento spagnolo del tempo Arte de bien morir.
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(propr. Dejechart)
Abs moriendi - Silografia dall'edizione di Norimberga del 1512.
2) Del tutto diverso è l'A. m. sul tema della "paychomachia", tutto (resto e tavole) in silografia (generalmente 24 pagine o fogli, metà testo e metà figure), largamente diffuso, soprattutto in Germania, interessantissimo per le incisioni espressive e drammatiche contornate da un testo latino scarno, spesso oscuro per troppa concisione. E l'assalto di Satana con le cinque tentazioni (contro la fede, la speranza, il distacco dai beni terreni, la rassegnazione nel dolore, l'umile pentimento) al moribondo, circondato dalla famiglia; ma interviene ogni volta un Angelo per respingere il Maligno nella lotta per il possesso dell'anima (cf. Dante, Inf., XXVII, 112-29; Purg., V, 103-108). Il suggestivo opuscolo ebbe almeno dieci edizioni tra il 1460 e 1490. Si hanno, nello stesso tempo, circa dieci edizioni (la 1⁴ datata è del 1473) del volgarizzamento tedesco, tre in francese (traduzione elegante di Guillaume Tardif, m. nel 1495), tre o più in olandese; si conosce una traduzione inglese.
3) Affine al precedente è un A. m. più breve, diffusosi (almeno cinque edizioni) tra il 1480 e 1505 . Si limita ai passi biblici, cui adatta le figure; è in 14 fogli.
Dalla fine del sec. xv si comincia ad aggiungere all'A. m. lo Stimulus timoris Dei ad bene moriendum, che descrive le pene dell'inferno e del purgatorio (talora anche l'Anticristo e il Giudizio Universale). Si pubblica inoltre l'Ars bene moriendi come integrazione dell'Ars bene vivendi (recente e meno in voga), sull'esempio di Nic. Lirano nel De arte bene vivendi et bene moriendi, e di Giov. Gersone. Si conoscono otto edizioni del francese L'art de bien vivre et de bien mourir dal 1492 al 1540.
Si ignora l'origine dell' A. m., molto studiato dal lato artistico, ma non ancora da quello letterario. Dové essere composto alla fine del ' 300 , in seguito