mosaica giustifica, sia nella pratica che permetteva ai giudeo-cristiani l'osservanza dei riti legali.
Il controllo di questi e molti altri tratti storici e dottrinali degli A. fornisce la dimostrazione piena della veridicità storica del libro, nel complesso come nei particolari.
E stata messa in dubbio la genuinità dei discorsi (ben 27), riferiti in forma diretta, che costituiscono la quarta parte degli A. ( 255 versetti su 1003). Siamo evidentemente in presenza di sunti : anche i più lunghi si possono pronunciare in pochi minuti. I critici «indipendenti» li ritengono inventati secondo il gusto letterario degli storici greco-romani; ma è certo che gli A. riproducono esattamente almeno il pensiero di coloro che vi prendono la parola.
Luca dava grande importanza specialmente ai discorsi che fissavano la catechesi cristiana. Nel prologo al suo Vangelo (1, 1-4) dice di scrivere "affinchú tu riconosca la certezza intorno ai discorsi coi quali fosti istruito" e assicura il lettore della bontà delle sue fonti, indicando tra i suoi informatori i testimoni oculari e i "ministri della parola". Ha dunque attinto alle fonti sicure che aveva a sua disposizione (testimoni, archivi) il contenuto dei discorsi missionari od apologetici di Pietro, Stefano, Paolo. Dové consultare fonti scritte, specialmente per la prima parte degli A. (L. Cerfaux, La composition de la première partie du livre des Actes, in Ephem. theol. lovon., 13 [1936], pp. 667 691). Gl'infermatori ebrei, poi, consultati da s. Luca, erano abituati a conservare a memoria le parole dei loro maestri.
Notevole conferma alla veracità storica dei discorsi si ha nel fatto che nei sunti dei discorsi di s. Pietro si notano parecchie impronte dello stile petrino, quale risulta dalle sue Epistole; e analogamente, nei sunti dei discorsi di s. Paolo, parecchie dello stile paolino (P. De Ambroggi, I discorsi di s. Pietro negli A.: Realtá storica o finzione letteraria?, in Scuola Cattolica, 55 [1928, 1], pp. 81-97, 161-86, 243-64).
VII. Il TISTO DETTO * OCCIDENTALE * DEGLI A. - Tra le famiglie di codici e citazioni che ci hanno trasmesso il testo, si distingue, negli scritti di Luca, quella detta "occidentale", perché rappresentata in prevalenza da testimoni provenienti dall'Occidente. Si trova nel codice greco-latino di Beza (sigla D) del sec. vi, nelle antiche versioni latine, di solito nelle citazioni di Ireneo, Tertulliano, Ciprisno e Agostino. La qualifica "occidentale" però non è esatta, perché a questa famiglia si ricollegano anche in parte le antiche versioni sirische. Presenta varianti strane in confronto col testo di altre famiglie, specie di quella rappresentata dai codici del sec. iv, Vaticano e Sinaitico.
Oltre la sezione col "noi» ad Antiochia (11, 28), si hanno varie aggiunte: ad es., "sette gradini» fuori della porta del carcere di s. Pietro (12, 7). Soprattutto è assai
diversa la forma del decreto del Concilio apostolico (15, 20. 29). Altre varianti notevoli : 16, 11.35; 18, 19.27; ecc.
Per spiegare tali differenze, alcuni critici (col Blass e Zahn) ritengono che Luca abbia composto due edizioni dei suoi scritti, una più lunga e meno curata a Roma (di tipo occidentale), l'altra più breve e più elegante dedicata a Teofilo (di tipo orientale o antiocheno). Contro questa ipotesi basta osservare che la duplice redazione del decreto apostolico (15, 20. 29) non può derivare dallo stesso autore. La forma "occidentale" (D), in cui non si vieta il "soffocato" e si prescrive la regola aurea della carità, si rivela composta quando la controversia giudaizzante era ormai superata. Quindi tale forma, in questo punto, non può essere stata redatta da Luca. Molte varianti di questa famiglia sono aggiunte esplicative: alcune potrebbero derivare da un antico testimone e riprodurre una buona tradizione. Ma non si possono far risalire allo stesso autore degli A. Probabilmente le correzioni intenzionali si debbono a un redattore non occidentale, ma orientale (forse egiziano, pensa M.-J. Lagrange) che ritoccò il testo di Luca verso la fine del sec. i o all'inizio del it.
VIII. Il DECRETO DELLA COMMISSIONE BIBLICA. Come conclusione dei risultati oggettivi della critica letteraria riguardante gli A., riassumiamo le direttive contenute in sei risposte emanate dalla Pontificia Commissione biblica il 12 giugno 1913.
1. Luca evangelista è autore del libro che ha per titolo A. degli A. Prove: la tradizione unanime risalente alla Chiesa primitiva, i criteri interni, la somiglianza fra il III Vangelo e gli A., specialmente il nesso fra i due prologhi.
2. Uno solo è l'autore degli A. Prove: la lingua, lo stile, il modo di raccontare, l'unità di scopo e di dottrina in tutte le parti.
3. L'unità di autore non è contraddetta, ma confermata dalle sezioni scritte in prima persona plurale.
4. La data della composizione non è molto posteriore al biennio della prima prigionia romana di s. Paolo. Non si può dedurre dalla finale tronca del libro che l'autore

Atti degli Apostoli - Scene della vita di s. Paolo (Act. 9). Fol. miniato della Bibbia detta di S. Paolo - Roma, biblioteca delT'Abbazia di S. Paolo (prima metà del sec. 12).
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abbia voluto scrivere od abbia scritto un altro volume perduto.
5. Il valore storico è confermato dal fatto che Luca ebbe a disposizione e consultò ottime fonti, quali i fondatori della Chiesa palestinese e s. Paolo; altra conferma è data dall'accordo con le lettere di s. Paolo e con i documenti storici.
6. Il valore storico sussiste, nonostante siano contenuti nel libro racconti di fatti soprannaturali, discorsi compendiati che sembrano adattati alle circostanze, divergenze apparenti con qualche documento storico, biblico o profano, o con altre asserzioni dello stesso libro o di altri libri sacri (AAS, 5 [1913], p. 291; L. Méchineau, Gli A. degli Apostoli e le epistole pastorali, Roma 1914; L. Pirot, Les Actes des Ap. et la Commission Biblique, Parigi 1919).
BibL.: La bibliografia, immensa, è elencata, fino al 1925, a pp. III-XII della vasta opera di E. Jacquier, Les Actes des Apdtres (colles. Etudes Bibliques), Parigi 1926. Ci limitiamo a ricordare fra i cattolici recenti: J. Knabenbauer, Commentarius in Actus, Parigi 1809; M. Sales, Gli A. degli Ap. nella Bibbia commentata (Nuovo Test.), I, Torino 1913, pp. 441-593; A. Wikenhauser, Die Apostelgeschichte und ihr Geschichtswert, Münster 1921; id., Die Apostelgeschichte übersetzt und erblärt, Ratisbona 1938; J. E. Belser (4* ed. di A. Wikenhauser), Die Apostelgeschichte, Münster 1922; A. Cametlynch-A. Van der Heeren, Cunou, in Actus, 7^{°} ed., Bruges 1923; L. Pirot, in DBs (1928), 42-86; A. Boudon, Actes des Ap. (colles, Verbum Salutis), Parigi 1933; A. Steimnann, Die Apostelgeschichte übersetzt und erblärt, Ratisbona 1938; P. Vannutelli, A. degli Apostoli e lettere di s. Pietro. Testo greco con versione latina, italiana e note, Roma 1939. - Tra gli acattolici: A. Harnack, Luhas der Arzt, Lipsia 1906; id., Die Apostelgeschichte, ivi 1908; id., Neue Untersuchungen zur Apostelgeschichte, ivi 1911; Th. Zahn, Die Uranspähe der Apostelgeschichte des Luhas, ivi 1916; id., Die Apostelgeschichte des Luhas, I, 3* ed., ivi 1922; II, 4* ed., ivi 1927; F.J. F. Jackson e K. Lake (con altri), The Beginnings of Christianity, 5 vol., Londra 1926-33; O. Bauernfeind, Die Apostelgeschichte, Lipsia 1939.
Pierre De Andreoggi
ATTI DEI MARTIRI. - I. A. DEI MARTIRI GRECI e latini. - Col nome dia. dei martiri (acta martyrum) comprendiamo tutta quell'abbondante produzione letteraria che ha per oggetto la narrazione delle sofferenze dei martiri dei primi secoli cristiani nel dare testimonianza della loro fede. Meno propriamente perciò si potrebbero unire con essa le iscrizioni, i panegirici, i carmi lirici che furono composti in onore dei martiri stessi. Tali narrazioni si dividono di solito in tre gruppi : 1) documenti ufficiali redatti dai pubblici cancellieri durante il procedimento giudiziario, da conservarsi negli archivi (acta, gesta); per lo più sono giunti a noi in una cornice compilata da scrittori cristiani in modo che valesse a renderli racconti edificanti : l'esempio migliore è quello degli a. di s. Cipriano; 2) narrazioni di testimoni oculari o di scrittori che ebbero diretta comunicazione con testimoni di veduta, provenienti sempre da scrittori cristiani, i quali alcune volte parlano a nome di un'intera comunità cristiana, come gli a. di s. Policarpo, ed offrono perciò la migliore garanzia di autenticità; 3) racconti (passiones) di autori non contemporanei e molte volte posteriori di secoli ai fatti che narrano; ed in questo caso toccherà al critico scrutare se essi abbiano lavorato su buone fonti e cavare da quei racconti quei nuclei di informazioni sicure che in essi si fossero conservate, scartare tutto ciò che di fantastico, di anacronistico, di antistorico vi fosse compreso e respingere quelle compilazioni che nulla conservano di genuino. Più semplice e chiara però riesce la divisione di tutta questa letteratura in narrazioni veramente storiche e originarie; narrazioni rimaneggiate in diverso modo da scrittori posteriori; narrazioni fantastiche, cioè veri romanzi sacri.
Conviene subito notare che l'esistenza storica di un martire non è per nulla compromessa dalla mancanza di qualunque narrazione che lo riguardi, oppure
da una narrazione chiaramente favolosa, od anche da tutta una sua particolare letteratura di racconti fantastici, molte volte in pieno contrasto fra loro. La Chiesa non ebbe mai un ufficio particolare che sorvegliasse o favorisse la compilazione di a. di martiri o si preoccupasse della loro genuina conservazione; ed in particolare questa conservazione è dovuta a circostanze diverse a seconda dei singoli documenti. E vero che nel Liber Pontificalis della Chiesa romana si parla di sette notarii istituiti dai papi Clemente (m. nel 97 ca.) e Fabiano (m. nel 230), ricordati anche nella biografia di Antero (m. nel 236), allo scopo di raccogliere le memorie dei martiri; ma questa notizia, se fosse attendibile, varrebbe al caso per la sola Chiesa romana. Invece è ormai assodato che quei notari furono istituiti più tardi e per tutt'altro scopo. La Chiesa intervenne talvolta in senso affatto contrario : per reprimere cioè l'audacia di scrittori che compromettevano con la loro fantasia la serietà della genuina tradizione. Il primo agiografo di cui si abbia memoria è un personaggio del tutto squalificato : avendo preteso di compilare gli Acta Pauli et Theclae con lo scopo di onorare maggiormente l'apostolo lavorando di fantasia, fu rimosso dall'ufficio presbiterale (Tertulliano, De baptismo, 17; Girolamo, De viris illusts., 7). Ebbe degli emuli che se la cavarono meglio, ma non furono incoraggiati. Il Decretum Gelasianum (ed. E. von Dobschütz, Lipsia 1912), esprime chiaramente la diffidenza che ispiravano gli a. dei martiri che circolavano allora: "perciò secondo l'antica consuetudine per singolare cautela non si leggono nella S. Romana Chiesa, poiché non si conoscono affatto i nomi di coloro che li hanno scritti e si suppongono di infedeli e di privati... per esempio le passioni dei ss. Quirico e Giulitta o quelle di s. Giorgio e di altri simili, che risultano composte da eretici. Perciò, come s'è detto, perché non sorga nemmeno un'ombra di derisione, nella S. Romana Chiesa non si leggono». S. Gregorio Magno nella sua lettera ad Eulogio fa quasi il commento a questa disposizione: nella Chiesa romana si faceva memoria dei martiri nel giorno anniversario del loro martirio, ma nell'elenco che se ne teneva non era indicato che il nome, il luogo ed il giorno del martirio; quanto alle loro gesta non se ne conservava alcuna negli archivi pontifici o nelle biblioteche della città «eccetto alcune poche in un unico codice" (Registrum, VIII, 28).
Non soltanto gli a. dei martiri a Roma erano esclusi dalla lettura liturgica, ma erano ignorati. Furono introdotti molto timidamente nell'ufficio: soltanto sotto papa Adriano I cominciarono ad essere letti nella basilica Vaticana; prima si leggevano solo nelle chiese che portavano il loro titolo. In Africa, in Gallia, in Spagna l'uso era ben più antico. S. Agostino in uno dei suoi sermoni riassume la passione di s. Fruttuoso ch'era stata letta al popolo; il giorno di s. Stefano era stato letto il racconto degli Atti degli Apostoli e lo stesso santo dottore era costretto a dire che «degli a. dei martiri ben pochi possiamo trovare da leggersi nelle loro solennità" (Sermo, 313 : PL 38 1426). Eppure in Africa troviamo un complesso di documenti eccellenti, il migliore anzi che l'agiografia antica occidentale ci abbia conservato.
Nelle Gallie accanto alle Scritture erano ammesse le vite dei santi nella liturgia. Ne fanno cenno Avito di Vienne (MGH, Auctores Antiquiss., VI, II, p. 145) e s. Gregorio di Tours (In Gloria Martyrum, 85; De virtutibus s. Martini, II, 29, 49). Per la Spagna ci fa testimonianza Braulio vescovo di Saragozza, il quale
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parla di una vita di s. Emiliano da lui scritta perché si leggesse il di della sua festa (PL 72, 208).
Anche nella Chiesa greca da principio la letteratura agiografica non ebbe ufficialmente favore. Col can. 63 del Concilio Trullano del 692 si proibiva la diffusione dei racconti apocrifi dei martiri, che offrivano occasione di disprezzo e di incredulità agli ascoltatori, comandava di bruciarli, e accomunicava coloro che li accettavano come veridici. Sul principio del sec. Ix il patriarca Niceforo ripeteva una tale condanna, colpendo particolarmente gli a. di s. Giorgio e quelli dei ss. Quirico e Giulitta. E certo però che i testi agiografici entrarono relativamente presto nell'ufficio grazie alla poesia liturgica.
Un'esposizione della storia dei martiri aveva in animo di compilare lo storico Eusebio di Cesarea, ma non ci rimane che la parte riguardante i martiri della Palestina, mentre della grande opera sappiamo che ai tempi di s. Gregorio Magno non era conosciuta né a Roma né ad Alessandria. Nella sua Historia ecclesiastica, fra gli altri documenti che riporta, vi sono anche quelli di martiri famosi come s. Giacomo apostolo, Simone di Gerusalemme e i martiri di Lione, o di personaggi che, come s. Dionigi d'Alessandria, pur non avendo subito il martirio, furono processati e perseguitati. Dopo di lui nessuno seppe riprendere l'argomento con serietà di storico ed anche per questo molti documenti, specialmente della Chiesa occidentale, andarono perduti o miseramente sfigurati. In ogni modo fa impressione il fatto che, mentre Eusebio nell'Historia parla ripetutamente del grande numero dei martiri, non sono invece molti quelli di cui egli ci dà notizie particolareggiate; e tutt'altro che numerosi sono gli a. autentici e sicuri. Molti di questi certamente possono essere andati perduti, ma la maggior parte non furono scritti. Il processo, la condanna ed il supplizio dei martiri il più delle volte erano di una semplicità ed uniformità molto arida; soltanto qualche circostanza speciale e straordinaria poteva rendere più animato il racconto; tuttavia anche in questi casi non è detto che se ne conservasse sempre memoria in iscritto; l'appellativo di martire era più che sufficiente per richiamare alla memoria una generica, ma non meno gloriosa scena di un cristiano che sfida la morte per non tradire la fede, che ubbidisce alla legge di Dio senza curarsi di quella degli uomini. I contemporanei completavano facilmente la scena coi loro ricordi personali; furono i posteri che la ricostruirono secondo i loro gusti e le loro capacità storiche e letterarie. In compenso l'antichità cristiana ci ha tramandato racconti sinceri di inestimabile bellezza; mentre alcuni nella loro aridità protocollare ci fanno solo buona testimonianza del modo con cui si procedeva, quando si osservavano le forme legali, contro i cristiani, e ci servono come termine di confronto per giudicare sull'autenticità degli altri. Il primo documento di questo genere, giunto a noi nella sua integrità, è il Martyrium Polycarpi, una lettera che la comunità di Smirne aveva inviato a quella di Filomelio ed alle altre Chiese dell'Asia nell'anno stesso del martirio del Santo (nel 156). Nella sua seconda apologia s. Giustino narra il martirio dei ss. Tolomeo e Lucio e di un terzo sconosciuto. Contemporanei sono gli Acta ss. Iustini et sociorum, scritti in greco, che riproducono nella loro parte centrale il protocollo del processo; il martirio avvenne a Roma sotto Giunio Rustico, prefetto della città. Nel 177-78 la comunità cristiana di Lione e Vienne trasmise in Oriente una lettera in cui narra la persecuzione allora subìta e l'eroismo dei suoi martiri. Più
controversi quanto al testo originale sono gli Acta s. Apollonii, illustre e stimato personaggio che difese la fede dinanzi al Senato romano e fu condannato dal prefetto del pretorio Perennio (183) e che è ricordato anche da Eusebio nella sua storia. Questi Acta si hanno in greco ed in una versione armena. Alla persecuzione di Decio, secondo il p. Delehaye ed altri critici, si riportano gli Acta ss. Carpi, Pappii et Agathonicse, martiri a Pergamo, e gli Acta s. Pioni, martire a Smirne, che secondo altri si dovrebbero retrodatare al tempo di Marco Aurelio. Eusebio ci narra il martirio di Potamiana e Basilide in Alessandria e di Marino centurione a Cesarea di Palestina (Hist. eccl., VI, 5; VII, 15). Sono riconosciuti come attendibili gli a. del martirio di Massimo in Asia sotto Decio, quelli di Conone l'ornolano a Magido in Panfilia, quelli di Claudio, Asterio, Neone, Demetina e Teonilla ad Egea nella Licia. Quanto ai Quaranta martiri di Sebaste in Armenia, genuino è ritenuto soltanto il loro testamento. Per l'Illirico abbiamo gli a. di Giulio il veterano, martire a Durostorum nella Mesia, quelli delle ss. Agape, Chione e Irene a Tessalonica e quelli di Ireneo vescovo di Sirmio, tutti sotto Diocleziano. La Spagna ci ha conservata la Passio Fructuosi, Augurii et Eulogii, martiri a Tarragona nel 259; la Sicilia, in greco ed in latino, quella di Euplia a Catania durante la persecuzione dioclezianea. Alla seconda metà del sec. Iv appartengono i martiri dell'Anaunia e s. Vigilio vescovo di Trento, uccisi da pagani fanatici.
L'Africa è la regione che ci ha conservato il maggior numero di documenti autentici riguardo ai suoi martiri. Primi fra tutti in ordine di tempo sono gli Acta Martyrum Scillitanorum, uccisi a Cartagine il 17 luglio 180; di essi il testo latino più breve non contiene in sostanza che il loro interrogatorio davanti il proconsole. Gli Acta Perpetuae et Felicitatis (202) e compagni di martirio, sono uno dei documenti più toccanti dell'agiografia dei primi secoli; è incastonato in essi il racconto che la stessa martire Perpetua ha fatto delle sue sofferenze, cui un testimonio oculare ha aggiunto il racconto della prova finale nell'anfiteatro. Alla persecuzione di Valeriano (258) si riferiscono gli a. celeberrimi di s. Cipriano vescovo di Cartagine, dei ss. Montano, Lucio e compagni uccisi pure a Cartagine, la Passio Mariani et Iacobi, martiri a Lambese. Al 295 ci portano gli Acta Maximiliani martire a Teveste ed al 298 la Passio Marulli centurionis uccisa a Tingi in Mauritania in circostanze del tutto particolari. Sotto Diocleziano nel 304 abbiamo la breve Passio Crispinae martire a Teveste; ad Abitina ci portano gli Acta Saturnini, Dativi et sociorum che un donatista ritoccò secondo le concezioni della sua setta. Di origine donatista sono invece la Passio Donati, la Passio Marculi e la Passio Isaac et Maximiani. Si è comunemente d'accordo nel ritenere che l'uso che di buon'ora si fece nella Chiesa africana di questi racconti nella liturgia, abbia contribuito alla loro conservazione, perché furono così sottratti alle audacie dei rimaneggiatori che hanno invece esercitato tanto largamente altrove la loro nefasta attività. Non va però dimenticato che anche questi racconti ritenuti autentici non sempre attraversarono i secoli nella loro genuina integrità originale: sono andati soggetti a decurtazioni o ad ampliamenti, hanno subito ritocchi e dato così origine a redazioni più o meno differenti fra loro che hanno messo talvolta a dura prova l'acume del critici.
Si dà poi il caso di racconti nei quali una parte
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importante si deve ritenere originaria ed autentica, mentre il resto non può essere accettato come storico, giacché non è stato introdotto nel documento se non allo scopo di completarlo in quello che pareva avesse di mancante o era realmente incompleto. Si possono assegnare a questo gruppo speciale gli a. di s. Dasio martire a Durostorum nella Mesia, quelli dei Quattro Coronati in Pannonia, la Disputatio Acacii davanti il consolare Marciano, in seguito alla quale Acacio fu liberato da Decio, la Passio s. Sabbue de Gothia (Sciaia) la quale si riferisce ad un episodio della fine del sec. IV.
Alcune volte lo scrittore, che pure è ben informato, compilando il suo racconto su buone fonti, non sa prescindere del tutto dalle circostanze dei tempi suoi e non sa rifarsi con esattezza a quelle dei tempi del suo eroe e fa opera di redattore non del tutto esatto, completando il racconto originario con supposizioni ed amminicoli propri; è il caso di colui che compila la passione di s. Filippo, vescovo di Eraclea. Chi sulla fine del sec. iv compilò quella di s. Teodoto d'Ancira operò con libertà anche maggiore. Con minore sicurezza critica procedettero talvolta papa Damaso nei suoi epitaffi metrici e Prudenzio nei suoi inni in onore dei martiri. Quanto alle leggende dei martiri di Roma e dei luoghi circonvicini è facile notare ch'esse, per lo più, si studiano di raggruppare in un nesso unico personaggi che nessuna vera relazione avevano fra loro, attribuendo, di solito, la parte principale ad uno fra loro che diventa in tal modo l'eroe di un ciclo; talvolta si aggiungono come necessario contorno anche personaggi immaginari o si stabiliscono legami di parentela. L'esempio più caratteristico di questo modo di procedere è la passione di s. Sebastiano. Alcune di queste passioni risalgono già ai secc. v e vi e divennero popolari grazie all'arditezza delle invenzioni e a certa vivacità di colorito che assicurarono loro generale credito.
Quando a Roma s'incominciò l'uso della lettura delle passioni, sarebbe stato necessario procedere ad un'attenta selezione di quel che si poteva accettare in mezzo all'abbondante letteratura del genere che s'era andata formando a danno della veracità storica; ma non si badò se non a quanto poteva provenirne di edificazione, e tutto fu ammesso senza quella prudenza ch'era stata consigliata da s. Gregorio Magno. La popolarità di quei racconti s'accrebbe ancora di più quando essi entrando nei martirologi furono noti a tutta l'Europa e quando il trasporto di vere o presunte reliquie portò alla fondazione di nuovi santuari.
Quanto avvenne a Roma si ripeté largamente in Occidente ed in Oriente dove si avevano memorie di martiri. Di moltissimi di essi la tradizione locale non poteva dire altro di sicuro se non che avevano resa testimonianza della fede con la loro morte; ed anche se talvolta si sarebbe potuto riferire qualche episodio caratteristico, nessuno dei contemporanei si preoccupò di lasciarne memoria scritta, mentre ciò che rimase affidato alla tradizione orale subì ben presto quelle contaminazioni e trasformazioni che sogliono avvenire in simili casi. Ma coloro che nelle età susseguenti accorrevano a venerare il martire sulla sua tomba o che in terre più lontane ne sentivano parlare o che credevano di possederne reliquie (quando di queste si cominciò a fare ansiosa ricerca) non si contentavano di così poco; esigevano notizie più ampie, più corrispondenti alla celebrità, anche perché in tal modo si sentivano più incitati alla venerazione ed alla glorificazione del martire. Gli scrittori che posero mano ad
accontentare queste esigenze del pubblico erano tutt'altro che persone dotte o storici di valore e di coscienza e scrittori geniali: e come si moltiplicarono le reliquie senza alcuno scrupolo per accontentare la devozione, così si compilarono anche i racconti senza preoccupazione alcuna di fare delle ricerche che, del resto, per lo più non avrebbero portato a risultati degni di nota. Possiamo persino talvolta domandarci se non si sia messa in disparte a bella posta la verità per ubbidire a preoccupazioni di altro genere. Doverissimi ed ignoti scrittori per lo più si accinsero a tali compilazioni : essi non erano contemporanei ai fatti che intendevano narrare ed erano costretti a lavorare su ricordi lontani, su notizie scarse, su voci senza consistenza; non avevano, per lo più, cognizione nemmeno approssimativa dei tempi e delle vicende storiche in cui vissero i martiri : di qui concezioni puerili e anacronismi storici; privi di gusto e di buone tradizioni letterarie, dovevano ricorrere ad una retorica di bassa lega, servendosi di una fantasia stracca e priva di risorse, di luoghi comuni quali si ritenevano necessari in tal genere di componimenti. Molte volte questi autori, a corto di avvedimenti letterari, non fecero altro che trascrivere o adattare alla meno peggio per il loro eroe a. scritti per altri. In questo vivere di accatto, i redattori di passioni ci hanno reso talvolta ottimo servizio inserendo nel loro testo documenti che oggi non possederemmo più : così l'autore della leggendaria vita di Abercio, vi inserì il testo della sua iscrizione funeraria, che fu ritenuta apocrifa anch'essa sino a che, in tempi recenti, non si scoprì un grande frammento della pietra su cui stava scolpita. Colui che scrisse la passione di Barlaam e Giosofat, servendosi persino di elementi buddhisti, vi intercalò l'apologia di Aristide che altrimenti si sarebbe perduta. La leggenda di s. Arianna (v.), spuria nella prima e nell'ultima parte, conserva nel centro un frammento di ottima origine; qualcosa di analogo è avvenuto anche per quella di s. Trifone. Altre volte invece il malaccorto scrittore è ricorso persino a racconti pagani: cosi l'episodio del tiranno l'alaride ritorna nella passione di s. Ecritchio; quello della punizione del maestro traditore di Faleria della primitiva storia romana ritorna in quella di s. Cassiano d'Imola; la pena di Ippolito squarciato dai cavalli è inserita da Prudenzio nel martirio di s. Ippolito; la salvezza di Arione dovuta ad un delfino è ripetuta per s. Luciano, e si possono addurre anche altri esempi del genere.
Nemmeno è lecito concludere criticamente che, levato da un racconto di tal genere quanto di inammissibile, di stravagante e, diciamolo pure, di ripugnante vi si incontra, per ciò stesso quanto vi rimane si possa accettare, perché il compilatore può bensì avere anche lavorato su un canovaccio di buona origine, ma non è detto per questo che in altri casi esso non sia stato preso a prestito da un altro documento che facilmente si poteva tenere sott'occhio. Cosi pure è avvenuto che se molte volte i panegiristi sono ricorsi alle passioni per trovar modo di esaltare i loro eroi, è anche vero che gli autori delle passioni sono ricorsi a panegirici per trovare materia di scrivere la loro storia, ed è questo appunto il caso cui andarono incontro il panegirico dei Quaranta martiri, scritto da s. Basilio e da s. Gregorio di Nissa, quello dei ss. Gioventino e Massimino, composto da s. Giovanni Crisostomo, quello di s. Teodoro il coscritto, dovuto a s. Gregorio Nisseno.
Non può fare meraviglia per conseguenza che alcune volte del medesimo personaggio si abbiano passioni totalmente diverse o quasi, e neppure che la
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medesima passione passando per diverse mani abbia subito inserzioni di episodi, ampliamenti, decurtazioni o modificazioni; è una materia questa sulla quale si ritenne lecito procedere con la massima libertà e mancanza di scrupolo critico; è constatato poi che nell'età carolingia molte passioni furono rifatte nello stile, per consentare un gusto più raffinato o per togliere stridenti anacronismi, e queste ripuliture non si limitarono spesso soltanto alla forma.
E evidente che da questa letteratura che continuò a prodursi attraverso tutto il medioevo nessuna vera utilità può trarre lo storico della Chiesa. L'unico dato sicuro che molte volte ne può ricovare è quello del luogo e del giorno della festività annuale celebrata in onore del martire o del gruppo dei martiri, perché essendo la passione scritta apposta per glorificarli, l'autore era in grado di tramandare con sicurezza come conclusione delle sue generiche notizie almeno questa sicura e specifica indicazione; quanto invece all'indicazione dell'anno in cui il martirio sarebbe avvenuto, la cosa era diversa perché si ricorreva di preferenza a qualche imperatore celebre per la violenza della persecuzione: per lo più Nerone, Decio o Diocleziano, quando, chissà per quale bizzarria, non si ricorreva ad Adriano o a Numeriano. Non fa però meraviglia che questo genere di letteratura, artificioso insieme e banale, incontrasse favore; esso accarezzava con poca spesa quel gusto per il meraviglioso e per lo straordinario ch'è in fondo all'anima popolare e pareva soddisfacesse meglio che l'esatta verità alla glorificazione degli eroi del cristianesimo. Anche oggi i racconti leggendari e romantici soddisfano più che la storia genuina. Quanto al valore, giustamente poté scrivere il p . Delehaye : «V'è fra gli atti storici scritti sotto l'impressione degli avvenimenti ed i racconti dei martiri che tengono loro dietro la differenza che mettiamo fra l'opera di un artista e un prodotto industriale" (Les Passions des Martyrs et les genres littéraires, Bruxelles 1921, p. 236).
Studiando l'immensa congerie delle passioni e la forma retorica delle loro redazioni, il .p. Delehaye, nella stessa opera, ha creduto di poterle ridurre in alcune classi. La prima e forse più numerosa è quella nella quale il martire fa la figura d'un eroe d'epopea (passioni epiche) : egli converte pagani a migliaia, fa crollare templi ed abbatte idoli, supera i più efferati e prolungati tormenti, con la sua eloquenza confonde giudici e sacerdoti idolatri e non può morire che di spada, perché egli stesso chiede a Dio di concedergli finalmente i gaudi eterni. Una seconda classe è quella delle passioni compilate sul modello dei romanzi greci d'avventure, ricche d'intrecci, di riconoscimenti, di incontri imprevisti : la passione di s. Eustachio e dei suoi compagni ne è uno degli esempi più caratteristici. Una terza classe è quella delle passioni a carattere prevalentemente idilliaco e familiare come quella di s. Cecilia. Una quarta classe è quella delle passioni dirette ad uno scopo didattico quale quello di dimostrare come il martirio conceda una completa riabilitazione spirituale persino a coloro che avessero una volta apostatato o si fossero macchiati di gravi colpe; oppure di far risalire il pregio della verginità sopra lo stato matrimoniale; oppure quello di inculcare l'obbligo di osservare qualche precetto evangelico come quello del perdono dei nemici (passione di Niceforo). Altro compito delle passioni è anche quello di completare in tutte le loro parti documenti autentici, come fu fatto con la passione di s. Ignazio d'Antiochia in rapporto alle sue lettere, o con la narrazione della vita di s.
Policarpo quale preparazione alla storia autentica del suo martirio.
Ad imitazione di quanto s'era fatto di buon'ora coi racconti di origine monastica, si cominciò nel medioevo a radunare insieme le passioni dei martiri, ma non con lo scopo di farne collezioni complete ed esclusive. I Passionari (v.) ed i Sinassari (v.), rispettivamente presso gli Occidentali ed i Bizantini, compresero sì in prevalenza i racconti dei martiri, ma senza escludere i santi confessori, ed essendo destinati alla lettura corale raccolsero di preferenza i racconti del santo di cui si faceva una qualche celebrazione nella chiesa. Si può parlare in modo analogo anche di altre raccolte fatte a scopi di lettura edificante, come della Leggenda aurea di Giacomo da Varagine o da Varazze (v.) arcivescovo di Genova nel sec. xiri; del leggendario di Pietro Calo di Chioggia (v.) e di Pietro de Natalibus (v.); nel sec. xiv del Sanctuarium di Bonino Mombrizio (v.), stampato nella seconda metà del sec. xv. Nel sec. xvi comparevo la collezione di Luigi Lippomano (v.), vescovo di Verona, e quella di Lorenzo Surio (v.), monaco cortesino tedesco, messe insieme con una prima preoccupazione di critica storica. Una raccolta generale e completa di documenti agiografici è quella iniziata a Lovanio nel sec. xvir dal gesuita Giovanni von Bolland (v.) e che fu perciò denominata dei bollandisti. Colui però che primo concepì il proposito di sceverare in mezzo all'immensa congerie degli Acta o Passiones quel gruppo di racconti che si potessero ritenere veramente storici, fu il monaco benedettino Teodorico Ruinart (v.) con l'opera, pubblicata a Parigi nel 1689, Acta primorum Martyrum sincera et selecta, nella quale, dopo una introduzione critica, trovarono posto centodiciassette documenti, dei quali non tutti si possono chiamare veramente a. e passioni; ciascuno di essi è illustrato da note critiche dello stesso autore. L'opera del Ruinart, ristampata più volte in seguito, ebbe nel 1777 una buona versione italiana in 4 voll. per opera di Francesco M. Luchini; suscitò discussioni ed opposizioni profonde; la critica posteriore eliminò molti di quei documenti, mentre ne introdusse alcuni che vennero in luce più tardi; in ogni modo essa insieme con i Mémoires pour servir à l'histoire ecclésiastique des six premiers siècles, pubblicati da L. Le Nain de Tillemont a Parigi nel 1693 e ristampati in seguito, costituisce il primo istradamento scientifico per la valutazione del materiale agiografico riguardante gli antichi martiri. Accanto agli Acta SS. dei bollandisti, che continuarono a raccogliere i documenti agiografici, la pubblicazione periodica Analecta Bollandiana cominciata nel 1882 intende completare la raccolta pubblicando testi nuovi o ripubblicando testi imperfettamente editi nel passato o accompagnandoli con dissertazioni critiche.
Binc.: La bibliografia a proposito degli a. dei m., considerati nel loro complesso od in rapporto alle questioni che sorgono dell'esame e dal confronto dei singoli, è immensa, grazie anche alle contrastanti teorie che furono proposte. Se ne ha esauriente esame in H. Delehaye, Les passions des Martyrs et les genres littéraires, Bruxelles 1921; id., Sanctus, essai sur le culte des saints dans l'antiquité, ivi 1927; id., Les légendes hagiographiques, 3 e ed., ivi 1927 (versione ital. della 1 e ed., Firenze 1906); id., Les origines du culte des Martyrs, 2 e ed., ivi 1933; id., Cinq leçons sur la méthode hagiographique, ivi 1914. Poctae segnalazioni sul valore degli Acta, delle Passiones o delle Vitae dei vari santi iscritti nel Martirologio germaniano e in quello romano si trovano negli stringati commenti ai medesimi pubblicati dal p. Delehaye e dai soci bollandiani.
Per quanto riguarda in particolare Roma e l'Italia ricordiamo l'opera assai discussa di A. Dufourcq, Etude sur les Gesta Martyrum romains, 6 voll., Parigi 1900-1908, che rappresenta un tentativo di classificazione delle leggende studiate nelle loro origini e nei loro mutui rapporti; H. Delehaye, Etude sur le
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légendier romain: les saints de novembre et de décembre, Bruxelles 1936; Lanzoni (Studi e Testi, 35) riassume e completa i suoi studi precedenti in rapporto alle leggende riguardanti le antiche sedi vescovili. Ricordiamo finalmente i lavori su diversi argomenti particolari pubblicati da P. Franchi de' Cavalleri nelle sue Note Agiografiche, 8 voll., Roma-Città del Vaticano 19021935 (Studi e Testi, 8, 9, 22, 24, 27, 33, 49), e in Hagiographica, Roma 1908 (Studi e Testi, 19). Buona edizione manuale di testi ritenuti autentici è quella di R. Knopf, Ausgewäblte Märtyrerabten, 3 e ed. per cura di G. Krüzer, Tubinga 1929 (cfr. Anal. Boll. 48 [1930], pp. 369-71), Utili i volumetti di S. Colombo, Atti dei Martiri, Torino [1928]; C. Gallina, I martiri dei primi secoli, Firenze 1940; v. anche scombiato.
## II. A. deI M. ORIENTALI. - 1. A. siriaci. - Sono
fra gli a. orientali, i più importanti per il loro valore storico. Molti sono stati già pubblicati da S. E. Assemani, Acta sanctorum martyrum orientalium et occidentalium, Roma 1748 (ASM), da P. Bedjan, Acta martyrum et sanctorum, Parigi 1890-97 (AMS) e dai bollandisti sia negli Acta SS. che negli Analecta Bollandiana (An. Boll.).
Martiri di Edessa. - Conserviamo atti poco sicuri, scritti verso la fine del sec. IV, di s. Šarbll, già sacerdote pagano, e del vescovo s. Barsamjā (ed. AMS, I, 95-130), martirizzati, a quanto sembra, sotto Decio. Al tempo di Diocleziano appartengono invece s. Gürjā e s. Sēmōnā (ed. I. Rahmani, Acta sanct. conf. Guriae et Shannonae, Roma 1899), e il diacono s. Ḩabbīb (ed. AMS, I, 144-60), i cui a., scritti da un certo Teofilo, hanno errori cronologici ed inesattezze che li rendono alquanto sospetti.
Martiri persiani. - Prima della grande persecuzione di Sapore II, a. speciali, che si dicono scritti dal teste Isaia bar Ḥaddābō, riferiscono il martirio dei ss. Bērīkīšō e Jāunān nell'anno 327-28 (ed. ASM, I, 211-24; AMS, II, 39-51), in una forma però che desta qualche dubbio.
La persecuzione di Sapore II, cominciata nel 339340, colpì il vescovo di Seleucia-Ctesifonte, s. Simeone Barsaba e molti altri martiri. Generalmente parlando, gli a. di questo periodo sono sostanzialmente storici, scritti da contemporanei e anche da testimoni, e raccolti in parte durante la stessa persecuzione e in parte verso la fine del sec. Iv per le cure di Mārūta di Maiferqat. Si possono distinguere due collezioni, la prima delle quali, ordinata cronologicamente, comprende gli a. di s. Simeone Barsaba (la più antica recensione nell'ed. O. Amosico, Patrol. Syriaca, II, Parigi 1907, 715-77), dell'eccidio in Bēt Hūzājē, di Tarbō, di S̄āhdōst, di 111 uomini e donne; di Barba'šmin, di 40 martiri, di Bādēmà, di 'Aqebšēmā e di altri anonimi (ed. ASM, I, 1-59; 83-91; 104-20; 141-207; AMS, II, 248-80; 276-81; 291-306; 325-96). La seconda collezione o Passionario di Adiabene ci offre, anche cronologicamente, i martiri di quella regione (ed. AMS, II, 307-16; IV, 128-41 : ASM, I, 121-31. Cf. P. Peeters, An. Boll., 43 [1925], 261 sgg.). A quest'epoca risalgono i tre martiri Mīlēs, Baršahjā e Daniele (ed. ASM, I, 60-80; 92-95: AMS, II, 260-75; 281-84), i cui a. formano un tutto unico; il vescovo Narsaj di S̄ahārqadī, ucciso nel Bēt Garmaj (ed. Acta SS. Novembris, IV, coll. 424-32); un gruppo di prigionieri di guerra martirizzati nel 362 e il cui racconto è stato scritto 11 anni più tardi (ed. ASM, I, 131-39); i martiri di Karkā di Bēt Sēlōk (ed. AMS, II, 284-86); un gruppo di soldati persiani uccisi nel 350 nel Gilān (ed. AMS, II, 166-70); il sacerdote Baddāj di Argūl (ed. AMS, II, 63-65) e un po' più tardi 'Abd al-Masīh di Singar, non soltanto noto da a. siriaci (ed. An. Boll., 5 [1887], 5-52), ma anche da armeni e da una versione araba (ed. An. Boll., 44 [1926], 270-341)
che sembra la più vicina all'originale siriaco. Ad ogni modo questi documenti vengono accettati con certe riserve imposte dagli anacronismi.
Dell'epoca della persecuzione di Jezdegerd I, sono gli a. autentici di s. 'Abdā e compagni (ed. AMS, IV, 250-53), di s. Narsaj di Bēt Rāzīqājē (ed. AMS, IV, 170-80), di s. Sabor (ms. British Museum 7200), del paggio reale s. 'Tātāq (ed. AMS, IV, 181-84) e di un gruppo di 10 martiri di Bēt Garmaj (ed. AMS, IV, 184-88).
Fra gli a. della persecuzione di Bahram V, quelli, storicamente sicuri, di Miharšābōr (ed. ASM, I, 234-36), di Peroz (ed. AMS, IV, 253-62) e del notaio Ja'qōb (ed. AMS, IV, 189-200) contrastano con gli spuri di s. Giacomo l'Interciso (ed. AMS, II, 539558). Quelli di s. Petion, ucciso nel 447, sembrano avere avuto una recensione primitiva contemporanea (ed. An. Boll., 7 [1889], 8-44).
Infine, del tempo della persecuzione di Cosroe I, benché non scritti da testimoni oculari, hanno valore storico gli a. di s. Gregorio e di s. Jazdpanāh (ed. P. Bedjan, Histoire de Mur Tabalaha, Parigi 1895, 347-451). Maggiori sospetti destano invece quelli del principe Gābarlāhā e di sua sorella Qāzō (ed. An. Boll., 9 [1891], 11-103), i quali offrono una strana rassomiglianza con gli a. di s. Dādū (ed. AMS, IV, 210-21).
Versioni dal greco. - Oltre al più antico martirologio, composto a Nicomedia da un autore probabilmente ariano nella seconda metà del sec. Iv e conservatoci in un codice siriaco del 4 II (ed. Naut PO ro, 2 sgg.), sono numerose le leggende greche tradotte in siriaco. Fra le versioni appartenenti al periodo più antico (fine del sec. v, principio del vi) ricordiamo quelle dei 40 martiri di Sebaste (ed. AMS, II, 355-75) dei ss. Cosma e Damiano (ed. AMS, VI, 107-19), di s. Pantaleone e compagni (nss. British Mus. 944; Vatic. Syr. 461), di s. Babila e di altri ancora. I giacobiti continuarono più tardi queste traduzioni.
2. A. armeni. - Non sono stati ancora oggetto di uno studio sistematico e critico, reso difficile dalla mancanza di versioni del copioso materiale, il quale è stato in gran parte pubblicato dai Padri mechitaristi di Venezia specialmente nelle Vitae et passiones sanctorum, Venezia 1874 (VP) e nei Sanctorum acta pleniorn, I-IX, XII, Venezia 1810-15; XI, ivi 1814, di J. S. Aucher. Anche Ališan nella Bibliotheca armena, Venezia 1853-61, raccoglie abbondante materiale. I. Manan-dian-Adjarian, Valarsapat 1903, ha pubblicato gli a. dei martiri moderni dal 1115 al 1843.
Gli Armeni hanno tradotto molte leggende greche e latine, come quelle di s. Antimo di Nicomedia (VP, I, 113-34), di s. Biagio di Sebaste (VP, II, 382-89) e tanti altri. Spesso però le traduzioni armene vengono fatte direttamente dal siriaco. Fra gli a. siriaci conservati oggi soltanto nella versione armena citiamo quelli del martire persiano sotto Cosroe I, s. Izbozet, Acta SS. Novembris, IV, 200-16).
I più importanti per la loro originalità sono gli a. che si riferiscono a martiri armeni. Ecco quelli finora pubblicati: Atom e compagni sotto Jezdegerd II (Aucher, Sanctorum acta, II, 86-87); Davide Dunense (m. nel 693; ed. Bibl. arm., XIX, 85-96); Isaac e Hamazasp (m. nel 785-86; Bibl. arm., XII, 61-80); Giuseppe di Kami (m. ca. 1'808; VP, II, 266-71); i martiri di Oski (morti nel 130; ed. Bibl. arm., XIX, 59-66); le vergini Rhipsime e Gaiana del sec. III, cui il pseudo Mosè di Choren dedicò un panegirico (ed. Venezia 1843, pp. 304-25); s. Sanducht del sec. I
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(Bibl. arm., VIII, 77-83); Sukhias Luciano e Polieucto nell'Armenia minore (m. nel 107; Bibl. arm., XIX, 33-56); la vergine Susanik (m. nel 458; ed. Bibl. arm., IX, 11-47), di cui esiste una passione georgiana tradotta da P. Peeters (An. Boll., 53 [1935], 5-49; 245308); s. Teodoro Salahunio, sec. III; (Ališan, Eclogarii ex Armenios historiis, I, Venezia 1901, 175-79) e s. Vardan ent suoi compagni (morti ca. nel 454; ed. Mechitaristi, Venezia 1893). Il giudizio critico su questi a. non può essere uguale. In essi si passa dalla leggenda vuota di valore ai documenti contemporanei degni di fede. Il Sinassario armeno di Ter Israel è stato già pubblicato nella PO 6, 181-355; 345-556.
3. A. georgiani. - Dipendono in gran parte dalla letteratura armena e offrono perciò un doppio interesse. Nel campo delle versioni, in cui si distinse il grande traduttore Seith (fine del sec. viII, principio del IX), segnaliamo la raccolta di vite e passioni fatte da lui (se ne conoscono 26) tutte inedite ad eccezione della vita di s. Agatangelo di Damasco, ed. da C. Kekelidze, in Christianity Vostok, 4 (1916), fasc. III. Imi. tatori del Seith sono stati, nel sec. x. Davide di Tbethi e, nel sec. XII, un certo Teofilo, le cui opere sono in parte pubblicate da C. Kekelidze nei Mommenta Hagiogr. Georgica, I, Tiflis 1918 (nel 1946 è apparso il vol. II). Fra le versioni georgiane troviamo, oltre a quelle sopra accennate, il martirio di 9 fanciulli di Kola uccisi nel sec.v-vi e descritto in un documento che sembra del sec. viII. E contenuto nel cod. "policefalo" n. 57 del Convento iberico del Monte Athos. Inoltre è stata pubblicata la passione di s. Teodoro e compagni (An. Boll., 44 [1926], 70-102). Dei martiri propriamente georgiani trattano: 1^{°} un bel racconto del sec. xir sul protomartire s. Raideni, m. nel sec. v (ed. Sabinin, Il paradiso della Georgia, Pietroburgo 1882, pp. 189-80; vers. lat. An. Boll., 33 [1915], 294-317); la narrazione risale a fonti antiche. 2^{°} Joané Sabanisdze che nel sec. viII-IV descrive il martirio di s. Abo di Tiflis (m. nel 780-90; ed. M. Brosset, Vite dei santi georgiani, pp. 321-41); 3^{°} Stefano di Tbethi che al principio del sec. x narra il martirio di s. Gobroni. Questi due autori contemporanei hanno un grande valore storico. Altri martiri uccisi dagli Arabi vengono ricordati in memorie più tardive (cf. M. Brosset, Catalogue des livres georgiens, p. 141). Il Sinassario o Martirologio georgiano è stato pubblicato da N. Marrin in PO 19, 5 sgg. Vedi anche georgia (letteratura).
4. A. copti. - Oltre al Sinassario copto, composto in arabo all'inizio del sec. xv (ed. Corpus Scriptorum Christ. Orientalium. Scriptores arabici, 3ᵃ serie, XVIII, Parigi 1905) e nel quale si fa menzione dei martiri egiziani, esistono anche antichi a. deim., scritti in copto. Alcuni sono conosciuti soltanto da una versione araba o etiopica. Il p. Delehaye (Les martyrs d'Egypte, in An. Boll., 40 [1922], 5-154; 299-352) ha fatto la critica storica e letteraria di questo materiale. Derivanti in gran parte da fonti greche, le passioni copte offrono poco o niente allo storico. La fantasia, spesso di cattivo gusto, le penetra tutte elaborando alcuni tipi o cicli di martiri che si adattano poi come una falsariga a diversi santi. Cosi c'è il ciclo di Basilide o di Diocleziano e quello di Giulio di Aufas. I martiri si attribuiscono generalmente al tempo di Diocleziano. Non è il caso di recensire nominalmente tutta questa mediocre letteratura. Gli a. copti sono stati pubblicati specialmente da Hyvernat e Bslestri nel Corpus Scriptorum Christian. Orientalium. Scriptores Copi., da Winsted (Coptic Texts of st. Theodore), da von
Lemm (Bruchstliche hoptischer Martyrerahten, in Memorie dell'Acc. di Pietroburgo, 8^{text {a }} serie, XII), da W. Budge (Coptic Martyrdom in the Dialect of Upper Egypt, Londra 1914), da W. Crum (Anecdota Oxoniensia, serie semitica, XII, 1913) e da W. Till (Koptische Heiligen- und Martyrerlegenden, in Orientalia Christ. Analecta, nn. 102 [Roma 1935] e 108, [ivi 1936]).
A. etiopici. - Si riferiscono a versioni quasi sempre dal copto. Il Pereira ne ha pubblicato una buona parte nel Corpus Scriptorum Christ. Orientalium. Scriptores aethiopici, 2^{°} serie, XXVIII. Si tratta di versioni di incerte data, anteriore al sec. xvi, e di interesse storico quasi nullo. Lo stesso si dica di altre versioni di cui parla I. Guidi nella Storia della letteratura etiopica, Roma 1932, pp. 32-34.
Bias.: Oltre le pubblicazioni sopra riferite v. BHO; P. Peeters, Teoductions et traducteurs dans l'hagiographie orientale à l'époque byzantine, in Analecta Boll., 40 (1922), pp. 241-362; A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, pp. 28-29, 53-57, 93-95; H. Delehaye, Les martyrs d'Egypte, in Analecta Boll., 40 (1922), pp. 5-154, 299-352; N. A. Adoniz, Les fêtes et les saints de l'Eglise arménienne, in Revue de l'Orient chrétien, 40 (1927-28), pp. 74-104; J. Karst, Littérature georgienne chrétienne, Parigi 1934, p. 36 sgg.; O' Leary de Lacy, The Saints of Egypt, Londra 1937. Ignazio Ortiz de Urbina
ATTIGNY-SUR-AISNE, Concili d'. - Nulla di particolare si conosce del I Concilio di A., se non che fu celebrato nel 765 , con l'intervento di una trentina di vescovi. Maggiori particolari si hanno dell'assemblea tenuta nell'822, in cui Ludovico il Pio si riconcilio con i suoi tre giovani fratelli e si sottomise ad una penitenza pubblica per aver fatto accecare suo nipote Bernardo, re d'Italia.
Nell'865 venne risolta la contestazione del re Lotario, il quale dovette lasciare la concubina Valdrada e riprendere la legittima sposa Teutberga. Trenta vescovi di dieci province e sei arcivescovi parteciparono al Concilio dell'870, nel quale si doveva giudicare Carlomanno, figlio di re Carlo, ribellatosi al padre. Riconosciuto colpevole, Carlomanno fu imprigionato a Senlia. Il vescovo di Laon, Incmaro, dovette promettere obbedienza e fedeltà al re Carlo e a suo zio Incmaro di Reims.
Bias.: Mansi, XIV, 403; XV, 680; XVI, 562; M. Bouquet, Recueil des historiens des Gaules, VI, Parigi 1859, pp. 91, 108, 123; Hefele-Leclercq, IV, 1, p. 360 ; II, p. 614 ; A. Prevost, s. v. in DHG, V, col. 168.
Rumualdo Sousen
ATTILA. - Era il capo degli Unni verso la metà del sec. v, dapprima insieme col fratello Bleda, poi, ucciso questo, da solo. Invase una prima volta la penisola balcanica durante la guerra dei Vandali ed ottenne concessioni da Teodosio II. Quindi rivolse le sue mire sull'Occidente e, non essendo state accolte le sue richieste da Valentiniano III, radunò un forte esercito col quale, al principio del 451, passò il Reno. La battaglia tra Unni e Romani (aiutati dai Visigoti) ebbe luogo nel giugno sui Campi Catalaunici; A. venne battuto, pur riuscendo a ritirarsi con i suoi. L'anno seguente invase l'Italia, distruggendo Aquileia e Padova e saccheggiando Milano e Pavia; vista l'impossibilità di arginare l'avanzata, l'imperatore iniziò trattative e lo stesso pontefice Leone si recò sul Mincio a parlamentare con A.; l'influenza del Papa ottenne che il barbaro venisse a patti. Morì improvvisamente in Pannonia nel 453 e con la sua scomparsa le orde degli Unni si dispersero, cessando di rappresentare un pericolo per la romanità. La documentazione su A. è scarsissima; dal sec. viII in poi è noto sotto il titolo di «Flagello di Dio».
Bias.: A. Thiers, Histoire d'A. et de ses successeurs, 2 voll., Parigi 1856 e riatampe successive; A. D'Ancona, La leggenda di A.,
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Attila - Leone I ed A. Pala de