di trasformazioni. I quattro elementi si riducono a combinazioni di particelle omogenee ed invisibili e tutte le opere della natura, compreso il corpo umano, traggono origine da questa plasticità degli atomi.
Nel pensiero del Rinascimento l'a. trova un sostenitore in Fracastoro e poi in Bruno (dottrina dei minimi); è sostenuto da P. Gassendi ed avversato da Cartesio. Bacone critica la dottrina di Democrito, ma finisce poi col sostenere una teoria corpuscolare, molto analoga a quella dell'Abderita.
L'a. viene ripreso con criteri scientifici da Boyle e da Newton per spiegare la costituzione e la struttura della materia. Da quell'epoca fino ad oggi, l'a. scientifico ha avuto un continuo sviluppo fino ad assurgere, con le ipotesi di Rutherford e Bohr, a teoria generale da tutti accettata, che rappresenta altresì il campo più fertile di nuove scoperte delle scienze moderne, per le quali si rimanda alle voci chimica, FISICA e MATERIA.
Bias.: I frammenti e le notizie sui primi atomisti si trovano in H. Diels, Die Fragmente der Varoobratiber, II, 2^{text {a }} ed., Berlino 1933, pp. 230-31, che ha sostituito l'antica raccolta del Mulloch, ed. Didot, ancora utile; A. Brieger, Die Ueberscgung der Atome, ecc., Halle 1884; K. Laswitz, Geschichte der Atomistik, Lipsia 1890; L. Mabillesu, Histoire de la philosophie atomistique, Parigi 1893; A. Lange, Geschichte der Materialismus, 1² ed., Lipsia 1898; Gli Atomisti, traduzione e note di V. C. Alfieri, Bari 1936 (è la traduzione annotata di quanto è raccolto nel Diels); L. A. Stella, Valore e pasizione storica dell'etica di Democrito, in Saphia, 2-3 (1942), pp. 207-38. Oltre agli studi specifici sull'a. e sui singoli atomisti antichi, cf. i trattati generali di H. von Arnim, J. Burnet, G. de Rugajero, P. Deussen, A. Döring, F. Fiorentino, A. Fouillée, Th. Gomperz, F. Überweg-K. Praechter, W. Windelband, E. Zeller, ecc.
Carlo Diano - Emilio Budrero
II. Scienze. - L'a. che nel medioevo aveva quasi interamente ceduto il campo all'ilemorfismo (v.) rifiorisce con il sorgere delle scienze sperimentali, nelle quali viene sempre più affermandosi fino a permeare oggi ogni parte della fisica e della chimica. Però se il contatto con le scienze positive ha portato ad una così valida affermazione dell'a., ciò non è avvenuto senza gravi difficoltà e vere crisi, che han potuto venir superate solo a prezzo di profonde mutazioni nelle sue stesse concezioni fondamentali.
I motivi per cui gli scienziati si mostrarono in generale molto proclivi all'a. furono da principio di natura prevalentemente filosofica, e solo più tardi si aggiunsero ad essi motivi propriamente sperimentali. Tra i primi dobbiamo annoverare la tendenza alla visualizzazione dei propri schemi, che portava naturalmente al meccanicismo, a cui l'a. si prestava molto bene. Si aggiunga l'antiaristotelismo, dovuto in parte all'estraniarsi degli scolastici dalle nuove correnti scientifiche, in parte all'aver frainteso il concetto aristotelico di forma, con il conseguente orrore per le qualità acculte, e quindi per ogni mutazione che non fosse riducibile a cambiamenti di figura e di luogo.
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A questi motivi principali, si aggiungono sovente ragioni tratte dalla natura del continuo (v.). Solo nel sec. xix si affermarono motivi di carattere scientifico, principalmente la teoria cinetica (v. gas, teoria cinetica dei) e l'interpretazione delle leggi szechiormetriche della chimica.
Il movimento atomistico nella scienza può dirsi iniziato da Gassendi (v.), che si riallaccia direttamente ad Epicuro, di cui tentò ristabilire le dottrine, ponendo, in luogo degli atomi eterni retti unicamente dal caso, atomi creati da Dio e diretti a determinati fini secondo un piano divino. Alla stessa forma di a. teistico si attennero nel sec. xvir Bacone, Galileo, Hooke, Boyle, Newton... Decisamente contrario fu invece Descartes (v.), nonostante il suo rigido meccanismo. Forme di a. possono in certa guisa essere pure considerati il dinamismo di Boscovich (v.) e il monadismo di Leibniz (v.).
Però l'a. era rimasto fino allora più un sistema filosofico che una teoria scientifica. Questo carattere assume invece con Bernouilli che nella sua Hydrodinamica (1783), partendo dall'ipotesi che un gas sia costituito da corpuscoli in movimento disordinato, ed applicando le leggi della meccanica, riesce a spiegare la pressione del gas come dovuta all'urto dei corpuscoli contro le pareti e a dedurne matematicamente la legge di Boyle e Mariotte. Eran posti cosi i fondamenti della teoria cinetica che solo un secolo più tardi doveva essere ripresa con i lavori di Clausius e di Maxwell, e tanto influsso doveva avere nell'affermazione dell'a. nella fisica. D'altro parte nel 1808 Dalton getta la basi dell'a. chimico col suo New system of chemical philosophy, in cui però alla concezione atomistica classica fu costretto ad aggiungere un postulato, che non trova in essa la sua spiegazione, cioè che gli atomi di ciascun elemento abbiano un loro peso caratteristico.
La vittoria dell'a. non fu tuttavia né facile né rapida. Nella teoria cinetica infatti si urtò in una grave difficoltà quando, avendo interpretato il calore come dovuto al moto delle molecole, si volle spiegare meccanicamente il secondo principio della termodinamica, secondo il quale un corpo isolato costituisce un sistema fisico irreversibile, mentre le leggi della meccanica sono essenzialmente reversibili. Fu questo uno dei principali motivi che indussero alcuni fisici, Raükine, Mach, Ostwald, Duhem ad abbandonare il meccanicismo e quindi l'a. per trincerarsi nell'emergetismo (v. DIRAMISMO), una posizione di più prudente positivismo che nega ogni valore ontologico alle ipotesi ed agli schemi della fisica. La difficoltà fu però brillantemente superata da Boltzmann in base al calcolo delle probabilità, riconoscendo il valore statistico del secondo principio della termodinamica.
Difficoltà anche più gravi si ebbero nella chimica quando si volle passare alla determinazione dei pesi atomici. Tra alcuni dati concordanti, si giunse a tali incertezze e confusioni, da far dire al Dumas che, se fosse stato possibile, avrebbe volentieri cancellato dalla chimica la parola atomo; ed anche maggiori opposizioni sollevò Berthelot. Senonché la soluzione delle difficoltà già esisteva in alcune memorie di Avogadro e di Juspère a cui i chimici non avevano badato. Toccava ad un giovane chimico italiano, il Cannizzaro(v.), di richiamare la loro attenzione su di questa teoria (1860), che, se da un lato doveva segnare il definitivo triunfo dell'a. nella chimica, dall'altro costituiva una concezione nuova in confronto all'a. di Democrito: i corpi semplici non erano più costituiti da atomi assolutamente indivisibili. Con l'opera di Cannizzaro comincia un periodo particolarmente fecondo per l'a. chimico (v. Materia, chimica). Non solo la molecola si era rilevata risolubile in atomi, ma l'atomo stesso si era rilevato un complesso edificio. Ma proprio attraverso questi meravigliosi sviluppi l'a. sotto la pressione dell'esperienza e della teoria, andava rapidamente evolvendosi verso nuove forme che sempre meno conservavano del vecchio schema democriteo.
III. L'A. nella fisica di oggi. - Riassumendo i risultati della fisica in proposito, non è forse esagerato il dire che dell'a. originario rimane solo il nome,
e anche questo usato in senso anacronistico. L'atomo è tutt'altro che indivisibile, e anche gli ultimi suoi componenti, le particelle elementari, sono altra cosa dai corpuscoli semplici, immutabili, ben visualizzabili della filosofia di Democrito. Per cui va preso con molta riserva il giudizio ancora frequente nella letteratura scientifica e filosofica, che attribuisce a Democrito la paternità dell'a. scientifico.
Per quanto riguarda la struttura atomica della materia e molti dati ad essa relativi, possiamo accettare senz'altro l'affermazione di Planck: «A queste obbiezioni [contro l'ipotesi atomica e la teoria elettronica] io oppongo la recisa affermazione (ed in questo so di non esser solo) che gli atomi, anche se noi non sappiamo nulla sulla loro natura, sono reali né più né meno che i corpi celesti e gli oggetti terrestri che ci circondano. Quando io dico che l'atomo di idrogeno pesa i, mathrm{O} . mathrm{Io}^{36} mathrm{~g}, non ho maggior probabilità di sbagliare che quando dico che la luna pesa 7. mathrm{ro}^{25} mathrm{~g} \%. Ma se ci si pone la questione circa la natura degli atomi, e specialmente dei loro ultimi componenti, il problema si fa sempre più oscuro e ci obbliga a sospendere ogni giudizio definitivo (v. TEORIE FISICHE, QUANTISTICA, SECCONICA).
IV. L'A. e la Scolastica. - In generale la Scolastica si è mostrata contraria all'a., in quanto considerava il sistema nella sua forma materialistica e meccanicistica proposta da Democrito, e questo suo giudizio è ancora pienamente valido. Gli autori più recenti ordinariamente distinguono tra a. filosofico e teoria atomica, ma questa distinzione sembra alquanto vaga se non si precisa meglio che cosa si intende sotto il nome di teoria atomica. D'altra parte il compito di sceverare gli elementi di verità contenuti nelle teorie moderne è, come si è detto, quanto mai arduo. Si può comunque tentare di stabilire alcuni capisaldi sicuri che permettano almeno di meglio delimitare le questioni controverse :
a. E certo che il vivente gode di una unità sostanziale, e quindi gli atomi non possono in esso considerarsi come individualità naturali in se stesse complete e indipendenti.
b. Gli argomenti metafisici in favore della composizione ilemorfica dei corpi in generale, almeno riguardo ai loro ultimi componenti, conservano il loro intrinseco valore, in quanto prescindono dalle teorie scientifiche fisiche (v. ILEMORFISMO).
c. Nessuna opposizione, in linea di principio, esiste tra la posizione tradizionale scolastica, che riconosce un'unità sostanziale anche nei corpi anorganici macroscopici, e l'a. fisico-chimico, che vi riconosce una struttura atomica, potendo questa essere dovuta a una semplice eterogeneità accidentale come la struttura organica del vivente.
d. Si è cercato di trovare una interpretazione della teoria atomica nella teoria dei minimi naturali degli scolastici antichi : il ravvicinamento è forse suggestivo, ma andrebbe esaminato più profondamente anche in relazione alla natura degli isòtopi.
BISL.: Per la storia dell'a. nella fisica classica: K. Lasswitz, Geschichte der Atomistik vom Mittelalter bis Newton, a voll., Lipsia 1890; L. Mabilleau, Histoire de la philosophie atomistique, Parigi 1907; L. Lowenheim: Die Wissenschaft Democrits und ihr Einfluss auf die moderne Naturwissenschaft, Berlino 1914; A. Mieli, Il periodo atomico moderno, in Scientia, xx (1917), pp. 178-87; J. Duchesne, Exquise du développement de l'atomistique classique, in Scientia, 82 (1947), pp. 37-48 (con bibl.). Per le concezioni della fisica moderna: N. Bohr, La théorie atomique et la description des phénomènes, trad. dal danese di A. Legros e L. Rosenfeld, Parigi 1932: P. Langevin, La notion des corpuscules et d'atomes, ivi 1934; L. De Broglie, I quanti e la fisica mo-
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derno, trad. di L'. Richard, Torino 1938: P. Jordan. La fisica del secolo XX, trad. di G. Gentile, Firenze 1940: M. Planck. La conoscenza del mondo fisico, trad. di E. Perfecn, Torino 1943: W. Hettemberg, Mutamenti nelle basi della scienza, ivi 1944. Per Fs. e la Scolastica: P. Hoenen, Cotonilagia, Roma 1944: dello stesso autore vari articoli in Gregorianum, 6-10 (1923-29).
Mario Viganò
ATOMO (sistema periodico isotopi): v. Materia.
ATON. - Da j t u « il disco ", era il nome proprio del disco del sole, che Amenhotep IV (v. AMENOPHIS IV) assunse come unica divinità dell'Egitto determinando una grave persecuzione religiosa nel paese. Era rappresentato come un disco con raggi terminanti in mani. In suo onore Amenhotep IV fondò una nuova capitale che chiamò Abtaton "l'orizzonte di A.", in cui era uno splendido tempio dedicato al dio. Emesta Bacchi
ATONEMENT, Società dell': v. riparazione. ATRI:V.PENNE. ATRI:V.PENNE.
ATRIO (a-
trium, α ( θ plov). Nell' architettura cristiana dei primi secoli è costituito da uno spazio scoperto, direttamente anteposto alla facciata della chiesa e circondato da portici che ne limitano l'area quadrangolare. I porticati dell'a. occupano tutto il prospetto della chiesa e non risultano esternamente visibili, perché chiusi da un muro continuo, interrotto soltanto dai vani

(da P. Crastarosa, Le basiliche cristiane, Roma 1582)
Pertato però della sua specifica funzione. Anche nel Rinascimento (chiese della S.ma Annunziata e di S. Maria Maddalena dei Pazzi a Firenze, di S. Gregorio al Celio a Roma) l'a. viene talvolta premesso alle chiese con sempre crescente varietà di adattamenti, tanto che nell'uso corrente si indica con tale vocabolo anche il semplice portico o qualunque ambiente che precede l'aula delle chiese. - Vedi Tav. XXVII.
BinL: F. X. Kraus, Reclenc. der christl. Attentümer, I, Friburgo in Br. 1882, pp. 121-22: H. Holtzinger, Die altchristliche Architektur in systematischer Darstellung, Stoccarda 1889, pp. 11-14: F. X. Kraus, Geschichte der christlichen Kunst, I, Friburgo in Br. 1890, pp. 283-84: G. Dehio-G. Bezold, Die kirchliche Baukunst des Abendlandes, I, ivi 1892, p. 88: H. Leclerca, Basilique, in DACI., II, 1, coll. 388-90. Guglielmo De Angelis d'Ossat
ATRIPALDA: v. AVELLINO.
## ATTALIDI. -
Dinastia dei re di Pergamo del periodo ellenistico (282-133 a. C.).
Fondatore di essa fu Fileteto (282-262), cui successe Eumene I (262-241), e a questo Attalo I, suo nipote. Questi debellò i Galati e, sottrattosi definitivamente all' influenza dei Seleucidi (v.), assunse il titolo di re e strinse coi Romani quell'alleanza che segnò la traccia di tutto il successivo sviluppo del regno. Mori nel 197 "nel mezzo delle più belle imprese, mentre lottava per la libertà dei Greci" (Polibio, XVIII, 41, 9), esempio di saggezza politica, di valore personale e di virtù familiari.
Dopo un primo figlio Eumene II (197-159), successe un secondo Attalo II (159-138), che condusse vita molto attiva, ma, pur coinvolto spesso in guerre, non trascurò le arti della pace. Ad Attalo II (I Mach. 15, 22) i Romani, in seguito all'ambasceria inviata a Roma dal sommo sacerdote Simone, scrissero raccomandandogli il popolo ebreo ( 139 o 138 ). Attalo III, suo successore (figlio del fratello Eumene II), visse fra stramberie e scelleratezze di ogni genere, effetto più di malattia che di perversità. M. nel 133 a. C., istituendo eredi del regno e di tutte le sue sostanze i Romani, che del regno fecero la provincia d'Asia (v.).
Gli A. furono, eccetto l'ultimo, sovrani saggi, illuminati, liberali delle loro ricchezze divenute proverbiali, amanti e protettori delle lettere e delle arti. Per virtù loro la città di Pergamo (v.), con la sua grande biblioteca reale, diventò uno dei fari della civiltà ellenistica e il centro propulsore di nuove correnti scientifiche, letterarie ed artistiche.
BinL: G. Cardinali, Il regno di Pergamo, Roma 1906; id., s. v. in Eur. Ital., V, pp. 259-62: J. Beloch, Griechische Geschichte, IV (1 e 11). Lipsia 1927: G. Corradi, Studi ellenistici, Torino 1929, pp. 60-64, 349-58.
Vincenzo Cavalla
ATTALO di Pergamo, santo, martire : v. LIONE, sANTI, MARTIRI di.
ATTALO di Petovio (Pettsu). - Fu, nel sec. IV, discepolo dell'ariano Giuliano Valente, vescovo intruso di quella città. Dopo aver accettato il simbolo niceno,
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tornò improvvisamente all'arianesimo. Più volte condannato, intervenne al seguito dei vescovi ariani Palladio e Secondiano al Concilio di Aquileia (ag.-sett. 381). S. Ambrogio, che lo presiedeva, chiese ad A. se avesse o no sottoscritto al simbolo niceno; costui rispose villanamente: "Mi hai già condannato più volte; non ti risponderò». A causa della sua pervicacia A. fu nuovamente anatematizzato.
BibL.: Hefcle-Leclereq, II, pp. 49-52; G. R. Palanque, in Storia della Chiesa, diretta da A. Tliche e V. Martin, trad. it. A.P. Frutaz. III, Torino [1940], pp. 300-301. Irenco Daniele
ATTANASIO, EnRico. - Sacerdote, oratore e scrittore, n. a Napoli nel 1831, m. ivi nel 1903. Compagno di studi e di tendenze del p. Capecelatro, amico del p. Ludovico da Casoria, che lo fece preside del collegio della Carità, fu redattore col Capecelatro della rivista La Carità, edita dal p. Ludovico. Il card. Sanfelice gli affidò l'assistenza della Associazione napoletana di carità cattolica (1888) e negli ultimi anni lo volle canonico e prefetto degli studi nel liceo arcivescovile. Furono pubblicate le sue conferenze sul papato tenute al «Gesù nuovo» (ed. postuma a cura del p. Maresca dei Bigi, Napoli 1903). Fgilberto Martire
ATTAVANTI, Attavante degli. - Miniatore, n. forse nel 1452 a Castelfiorentino, m. non oltre il 1517. Esiste di lui gran numero di lavori quasi tutti firmati. Di questi ultimi il più antico è il messale del vescovo di Dol, del 1483, oggi nella cattedrale di Lione; seguono il messale per Mattia Corvino del 1482; il De nuptiis Mercurii et Philosophiae di Marziano Capella alla Marciana di Venezia, che è la sua opera più fine; le Epistolae Aur. Augustini, a Vienna (Hofbibl.); il Breciarium diei Hieronymi in Psalmos David alla bibl. Naz. di Parigi; altri cinque codici nella bibl. Estense di Modena. Non firmati, ma certamente suoi, i due antifonari del duomo di Prato del 1505; il Graduale laurenziano a S. Maria degli Angeli del 1505; due antifonari laurenziani nel museo dell'Opera del Duomo a Firenze del 1508; il Breviario romano di Mattia Corvino e soprattutto la famosa Bibbia Urbinate del duca Federico, scritta nella bottega di Vespasiano da Bisticci e miniata nel 1476-78, ambedue alla Bibl. Vaticana.
Si attenne, come stile, alla tradizione toscana, seguendo da vicino il Verrocchio ed ancor di più Domenico Chirlandsio, del quale copiò anche alcune scene, mancando però di forza e d'effetto drammatico. Tuttavia, per le sue qualità di colorista e di compositore, è considerato fra i maggiori miniatori del Rinascimento. - Vedi Tav. XXVIII.
BibL.: P. D'Ancona, La miniatura fiorentina, I. Firenze 1914: E. Aeschlimann, s. v. in Dict. des miniaturistes, Milano 1940. Angelo Lipinsky
ATTENTATO. - E, nel più ampio significato della parola, qualsiasi atto violento, diretto contro un diritto altrui. Quando ha per oggetto un diritto penalmente tutelato, la sua nozione, in quanto prescinde dal raggiungimento del fine immediato propostosi dall'agente, si confonde con quella del tentativo (v.); ma ciò non impedisce che in taluni casi di speciale importanza politica esso costituisca un delitto a sé stante. A questa categoria appartengono le figure giuridiche dell'a. contro la costituzione dello Stato (cf. art. 283 Cod. pen. it.), dell'a. contro i diritti politici del cittadino (ibid., art. 294), contro il capo dello Stato (ibid., art. 276), contro i capi di Stati esteri (ibid., art. 295), ecc. (cf. le modifiche apportate ad alcuni degli articoli citati, con legge II nov. 1947, n. 1317). Alla repressione dell'a. contro il Sommo Pontefice
provvede l'art. 8 del Trattato lateranense (11 febbr. 1929), dove è detto: "L'Italia, considerando sacra ed inviolabile la persona del Sommo Pontefice, dichiara punibile l'a. contro di essa e la provocazione a commetterlo con le stesse pene stabilite per l'a. e la provocazione a commetterlo contro la persona del Re".
Nel diritto processuale canonico il termine a. assume una particolare significazione tecnica, servendo a designare qualunque atto compiuto da una parte in pregiudizio dell'altra o dal giudice in pregiudizio di una di esse o di entrambe, contro la regola "lite pendente nihil innovetur" (cf. can. 1854 in relazione al can. 1725, n. 5 del CIC). Gli a. sono nulli di pieno diritto, e la loro nullità, su istanza di chi vi ha interesse, deve essere dichiarata con decreto dallo stesso giudice della causa principale; salva l'eventuale azione per danni nei casi di violenza o di dolo (cann. 1855-57).
BibL.: Per l'a. come delitto: V. Mansini, Trattato di dir. pen. ital., IV e VI, 2² ed., Torino 1946-47, passim. - Per l'a. processuale: F. Roberti, De processibus, II. Roma 1926, pp. 151156; M. Lege-V. Bartoccetti, Commentarius in iudicio ecclesiastica, II. ivi 1939, pp. 893-98.
Fernario Liuzzi
ATTENZIONE. - I. Filosofia. - Dal latino ad e tendere, è la convergenza o direzione della coscienza (v.) sopra qualche oggetto del mondo sia esterno come interno. A seconda della natura delle forze psichiche che la causano si distingue una a. cosciente e una incosciente, volontaria e involontaria, sensitiva e spirituale. Nella psicologia positiva l'a. cra al centro della vita psichica e il suo funzionamento si riduceva alla risposta, di carattere riflesso o associativo, che il soggetto dava allo stimolo sensoriale a cui corrispondeva esattamente; nella psicologia più recente l'a. non si spiega tanto in funzione della natura fisica dello stimolo, quanto, sia del valore reale dell'oggetto (biologico o spirituale), sia delle condizioni operanti in un dato momento nel campo totale della coscienza. Ma poiché esiste anche un'a. involontaria, e non è esclusa neppure (anche se il termine sembra contradolitorio) un'a. incosciente in quanto che, mentre la coscienza attuale si dirige ad un oggetto definito, altri oggetti possono parimenti farsi presenti ma non essere avvertiti che in seguito, come ricordi o fenomeni di "già veduto", cosl l'a. assume un significato più vasto, coesistente e solidale quasi con tutta la vita conoscitiva e affettiva. Nell'a. cosciente l'avvertenza della presenza dell'oggetto è condizionata da definite quantità minime e massime nell'energia dello stimolo (soglia dell'a.) al di qua o al di là della quale l'a. riesce impossibile come aveva riconosciuto lo stesso Aristotele (De Sensu et Sensato, 6, 445 b 2 sgg.). La teoria fisiologica dell'a. fa ricorso alla distribuzione e all'intensità dell'energia nervosa (Titchener), la teoria psicologica fa appello piuttosto alle costellazioni d'immagini, d'idee, di sentimenti che possono essere concepite o come associazioni più o meno complesse (associazionismo) o come totalità e forme (Ganzheiten, Gestalten) immediate e originali secondo la psicologia più recente (Scuola di Wertheimer delle Gestallen, Scuola di F. Krueger della Ganzheit). In realtà la natura dell'a. è da intendersi in funzione della natura stessa della coscienza, della molteplicità dei suoi campi e della diversità delle sue attività, e non come un'attività unica e uniforme.
BibL.: Tr. Iodl, Lehrbuch der Psychologie, 3² ed., Stoccarda e Berlino 1924, specialmente t. II, p. 86 sgg.; J. Fröbes, Lehrbuch der experimentellen Psychologie, II, 3² ed., Friburgo in Br. 1929, cap. 1, sez. 7; H. Gruender, Experimental Psychology, Milwaukee 1932, p. 213 sgg.; K. Koffka, Principles of Gestalt Psychology,
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Londra 1936, specialmente p. 318 sgg.; W. B. Pilsbury, The Fondamentals of Psychology, 3^{°} ed., Nuova York 1937, specialmente p. 357 sgg.; W. Metzger, Psychologie, Dresda e Lipsia 1941, pp. 76 sgg., 98 sgg., 186 sgg.
Cornelio l'ebro
II. Psicologia e Pedagogia. - Da un punto di vista descrittivo e sperimentale si possono distinguere le seguenti forme principali di a. : concentrata quando è polarizzata su di un solo contenuto di coscienza (come nel caso dello scienziato asserto in un solo oggetto e distratto per tutto il resto); distribuita, allorché si applica «contemporaneamente» a più contenuti (come nel caso di Giulio Cesare dettante più epistole nel medesimo tempo); oscillante o fluttuante, quando si porta con una certa rapidità da un contenuto all'altro (come nel caso di un guidatore di veicolo rapido); aspettante, allorquando è volta verso un oggetto non ancora in suo possesso, ma previsto e atteso - tipico il caso di chi attende una data percezione rappresentandosela in anticipo (prepercezione) - o, nel campo della patologia mentale, di certi illusi e certi allucinati che attendono alcunché di preveduto, di temuto; alcuni fenomeni cosiddetti «spiritici» o di suggestione in ipnosi o in veglia si spiegano come effetti di tal forma di attenzione - cosciente o subcosciente - eccitata dallo sperimentatore nel soggetto sopra cui opera); vigilante, quando è tesa nell'attendere uno stimolo ancora assente, cui si prepara a reagire (come nel caso dell'individuo in agguato).
Come ogni forma di attività psichica, anche quella attentiva è accompagnata da fenomeni organici, nella circolazione (congestione dei centri cerebrali in azione, parallelamente a decongestione alla periferia), nella respirazione (accorciamento delle inspirazioni, allungamento delle espirazioni), nel sistema muscolare (mimica caratteristica, adattamento immediato di alcuni organi e mediato del corpo, inibizione spontanea dei movimenti contrari all'a.). Ma con ciò non si può ridurre l'a. ad un meccanismo fisiologico, considerandola un risultato delle modificazioni somatiche : lungi dall'essere la conseguenza di queste, ne è la provocatrice. Per cui l'a. ci rivela una delle più evidenti e rilevanti influenze della psiche sul soma. Il "perché" dell'a. è fondato sulla «legge dell'interesse», la quale, biologicamente considerata, è la legge stessa della vita. Gli oggetti attirano l'a. non già per il loro valore oggettivo (per ciò che sono in se stessi), bensì peril loro valore soggettivo (per ciò che sono per noi). Pertanto, in ultima analisi, il determinismo dell'a. è da ricercarsi in noi, non fuori di noi; e l'a. è essenzialmente un fenomeno di autodeterminazione.
Considerando l'a. nel suo aspetto positivo, appare tutta la sua importanza strumentale per la conoscenza : essa infatti è la convergenza della persona psichica verso l'oggetto, al fine - cosciente o subcosciente di conoscerlo. Nel campo pedagogico va dunque data all'a. massima importanza, utilizzandone i meccanismi e a questi adeguando i metodi. Nella educazione intellettuale di grande aiuto sarà sempre la felice congiunzione dell'a. volontaria con la spontanea, specie contro le distrazioni e le divagazioni intellettuali. Ma in primo luogo è da porre l'educazione dei sentimenti mediante l'a. affettiva, così di rado giusta e sana. Circa l'educazione morale, come circa quella religiosa, la sua base è costituita dalla razionale formazione dell'abito attentivo ad oggetti sani e disattentivo nei confronti di quelli insani; al che si perviene polarizzando le energie psichiche verso un ideale morale (e di qui l'importanza dell'a. nella preghiera, che è l'espressione più facile ed abituale del sentimento religioso). Nella vita morale, uno fra gli aspetti essenziali della lotta del dovere contro la passione è la lotta dell'a. volontaria per un ideale contro l'a. spontanea per le attrattive inferiori.
Bibl.: Oltre la parte notevole dedicata all'a. in tutti i trattati di psicologia (spec. James, Wundt, Ebbinzhzus, Höflding, Titchener, Baldwin, De Sanctis, Dumas, Baudin, Lindworsky). v.: Th. Ribot, Psychologie de l'a., Parigi 1889; G. Calé, La psicologia dell'a., Firenze 1907; Vaschida-Mounier, La psychologie de l'a., Parigi 1910; J. P. Nayrac, Physiologie et psychologie de l'a., ivi 1914; E. Rignano, Psicologia del ragionamento, Bologna 1920; A. Binot, Etude expérimentale de l'intelligence, Parigi 1922. - Per la parte patologica, v.: S. De Sanctis, La patlologie de l'a., Parigi 1910. - Circa l'a. nella preghiera, v.: S. Tommaso, Sum. Theol., 2⁴-2^{20}, q. 83, a. 13 ; id., In IV Sent., dist. 13, q. 4. a. 2 .
Gislero Flesch
III. Teologia. - In campo teologico l'a. si considera specialmente rispetto all'orazione e ai Sacramenti, e si divide in interna ed esterna. La prima è l'avvertenza della mente all'azione che si compie, ed esclude la distrazione o divagazione della mente alle cose estranee. La seconda esclude la distrazione esterna e consiste nell'evitare qualunque atto esterno che non possa sussistere con l'a. interna.
I teologi sono concordi nell'ammettere che all'essenza dell'orazione una qualche a. o interna o esterna è assolutamente necessaria, e che all'orazione mentale si richiede l'a. interna, essendo essa un atto dell'intelletto. La controversia riguarda l'orazione vocale. Alcuni dicono che occorre l'a. interna, e perciò affermano che non soddisfa alla recita del Divino Ufficio chi manca di qualsiasi a. interna. Altri insegnano che l'a. interna non è necessaria. La differenza praticamente è minima e il dissenso si riduce piuttosto ad una semplice questione di parole, poiché l'a. interna, secondo i teologi, può riferirsi non solo al fine proprio della preghiera che è di onorare Dio, ma anche al senso letterale delle parole, anzi perfino alle parole prese materialmente, in quanto si pronuncino integralmente ed esattamente. Tutti i teologi richiedono per l'orazione vocale, in particolare per la recita del Divino Ufficio, questa a. almeno materiale circa la retta pronunzia delle parole, la quale importa di sua natura una certa a. interna. Le distrazioni volontarie durante la preghiera sono sempre più o meno peccaminose.
Per amministrare validamente i Sacramenti basta l'a. esterna; perciò anche il ministro distratto può validamente amministrarli. Invece per l'amministrazione lecita si richiede l'a. interna, la quale esclude la distrazione volontaria, sia per la riverenza dovuta ai Sacramenti, sia per evitare il pericolo di sbagliare. La distrazione involontaria non è peccato; la volontaria ordinariamente costituisce colpa veniale. Nel soggetto che riceve il Sacramento non si richiede, ad validitatem, l'a. Chi ha l'uso di ragione e volontariamente si distrae nell'atto di riceverlo, pecca, mancando della dovuta riverenza.
Bibl.: S. Tommaso, In IV Sent., dist. 12, q. 4, art. 2, quaestiune, 4; Sum. Theol., 2⁴-2 .{ }^{20}, q. 83, art. 13; F. Suárcz, De re-lig., I. IV, cap. 26, n. 3; s. Alfonso, 1. IV, n. 177; F. de Lugo, De Esch., disp. 22, n. 22 sgg.; F. M. Cappello, Tractatus ca-nonico-moralis de Sacramentis, I, 4² ed., Torino 1942, nn. 51, 71, 769; D. M. Prümmer, Manuale Theol. moralis, II, 9² ed., Friburgo in Br. 1940, n. 363 sgg.; A. Vermcersch, Theol. mor., III, 3² ed., Roma 1935, n. 32.
Felice M. Cappello
ATTI APOCRIPI: v. ANDREA, ATTI di; BARNABA, ATTI di; EdESSENI, ATTI; FILIPPO, ATTI di; GIOVANNI, ATTI di; MATTEO, ATTI di; PAOLO, ATTI di; PIETRO, ATTI di; PIETRO e PAOLO, ATTI di; ADDAI, DO'TTHINA di; TOMMASO, ATTI di.
ATTICO, patriarca di Costantinopoli. - N. a Sebaste, in Armenia, e recatosi a Costantinopoli, fu tra gli avversari più accaniti di s. Giovanni Crisostomo e depose contro di lui al Concilio della Quercia (404). Fu subito chiamato a succedergli sul seggio della capitale (marzo 406 - ott. 425). L'ingiusta
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deposizione di Giovanni, che non fu riconosciuta dal papa Innocenzo I, produsse uno scisma tra la Chiesa romana e i patriarchi orientali. Essa determinò anche uno scisma locale nella Chiesa di Costantinopoli. I giovanniti furono molto numerosi nella capitale fino al tempo ( 417 ca.) in cui A., imitando Alessandro d'Antiochia, reintegrò il nome di Giovanni nei dittici, ripristinando così le relazioni col Papa. L'interesse, forse più che l'amore per l'unità ecclesiastica, lo spinse a questo gesto. Come i suoi predecessori, e più di essi, egli lavorò per estendere la giurisdizione del seggio di Costantinopoli sulle province ecclesiastiche dell'Asia Minore (diocesi di Tracia, dell'Asia e del Ponto) ed ispirò senza dubbio il decreto dell'imperatore Teodosio II del 14 luglio 42 I , che toglieva al patriarcato romano le province dell'Illirico orientale per porle sotto l'alta sorveglianza del vescovo della Nuova Roma. A. fu un oratore mediocre, ma sempre ortodosso. Egli infierì contro gli eretici più con minacce che con atti. Si mostrò duro soltanto nei riguardi dei messaliani e dei giovanniti.
Il Concilio di Efeso e s. Cirillo citano un passo di una sua omelia sull'Incarnazione conservata in siriaco e pubblicata per intero da M. Bricre, in Revue de l'Orient chrétien, 29 (1933-34), e da J. Lebon, in Muscon, 1933, pp. 167-202. Il brano corrisponde, infatti, alla prima parte della quinta delle omelie pubblicate sotto il nome di Proclo, che si legge in PG 65, 716-21. All'infuori di questa omelia, non ci restano di A. che dei frammenti e quattro lettere.
Nonostante le ombre che offuscano la sua memoria, A. è catalogato fra i santi in parecchi menologi e i bollandisti si sono occupati di lui per difendere la sua memoria (cf. Acta SS. Iamarii, I, Anversa 1643, pp. 473-83; Auguzti, I, Anversa 1750, pp. 32-37; e PG 65,637-50 ).
BibL.: Socran, Hist. eccl., VII, 2: PG 67, 741; Sozomeno, Hist. eccl., VIII, 27: PG 67, 1289: Palladio, Dialogus de vita s. Johannis Chrysostomi, IX-XI: PG 47, 30 sgg.; XX : ibid. 68: L. Tillemont, XII, Parigi 1707, pp. 416-33; E. Venables, s. v. in A Dictionary of Christian Biography, I, Londra 1877, pp. 207200; C. Verschaffel, s. v. in DThG, I, coll. 2220-21; M. Th. Diedier, s. v. in DHG, V, coll. 161-166, dove il ritratto di A. è a tinte fosche.
Martino Jugie
ATTI DEGLI APOSTOLI. - Libro del Nuovo Testamento, posto dopo i Vangeli, che si presenta come la continuazione del Vangelo di Luca.
Sommario: I. L'argomento. - II. L'autore. - III. Lo scopo. IV. La data di composizione. - V. La fonti. - VI. Il valore storico, in particolare dei discorsi. - VII. Il testo detto "occidentale". - VIII. Il decreto della Commissione biblica.
I. L'argomento. - Il titolo meglio attestato nei codici greci ( π ρ ἀ ξ ε ι ς ἀ π ° σ τ ἀ λ ω ν «atti, o fatti, di apostoli») indica che nel libro non si parla di tutti gli apostoli né degli apostoli in genere, ma di alcuni di essi. In realtà, tratta specialmente di due: fino al capo 12 predomina Pietro, dal capo 13 alla fine, Paolo.
La divisione più ovvia delle parti ci sembra la seguente :
1. Raccordo col III Vangelo (1, 1-11). Prologo con dedica a Teofilo e richiamo all'Ascensione di Cristo (cf. Lc. 1, 1-4 e 24, 44-53).
2. Primardi della Chiesa di Gerusalemme (1, 12-8, 3). Elezione di Mattia al posto di Giuda, discesa dello Spirito Santo e primo discorso di s. Pietro. La guarigione di uno storpio operata da Pietro provoca un processo dinanzi al sinedrio, in cui trionfa il buon senso di Gamaliele, che ottiene la liberazione di Pietro e di Giovanni. Nell'interno della comunità (ove si mettevano liberamente in comune i beni), la tragica fine di Anania e Saffira, colpevoli d'impostura e di frode, serve da monito salutare. Per coadiuvare gli apostoli nell'assistenza alle vedove ed agli orfani ellenisti, vengono ordinati sette diaconi dai nomi greci. Il primo
di questi, Stefano, suggella col sangue la sua predicazione: Saulo custodisce le vesti dei lapidatori.
3. Sviluppo della Chiesa in Giudea e in Samaria (8, 4-11, 18). I fedeli, dispersi dalla persecuzione, allargano il campo dell'evangelizzazione: il diacono Filippo predica Cristo in Samaria, ove gli apostoli Pietro e Giovanni, imponendo le mani, conferiscono ai neofiti lo Spirito Santo che manifesta con prodigi la sua presenza; Simon Mago, che vuol comprare tale potere, è respinto da Pietro. Filippo intanto converte e battezza un proselita atioge sulla via di Gaza. Saulo persecutore è prodigiosamente convertito sulla via di Damasco. Pietro compie conversioni e miracoli a Lidda e a Ioppe, a Cesarea converte e battezza il centumone Cornelio, aprendo le porte della Chiesa ai pagani, senza farli passare per la circoncisione giudaica.
4. La Chiesa si estende ad Antiochia (11, 19-13, 3), ove Barnaba e Saulo accettano indistintamente ebrei e pagani, e i fedeli sono chiamati - cristiani -. Barnaba e Saulo portano la colletta degli antiocheni ai fratelli di Gerusalemme, ove alla carestia si aggiungeva la persecuzione. Erode (Acrippo I, re del 37 [41] al 44) aveva fatto uccidere l'apostolo Giacomo il maggiore e teneva prigioniero Pietro. Questi, liberato miracolosamente, "andò in altro luogo" (12, 17: Rome?). Erode muore tragicamente; Barnaba e Saulo tornano ad Antiochia ove sono consacrati con l'imposizione delle mani.
5. Primo viaggio missionario di Paolo (13, 4-15, 35). Da Antiochia a Seleucia, indi a Cipro ove converte il proconsole Sergio Paolo: da questo punto (13, 9) Saulo è detto Paolo. A Perge Marco si ritira. Paolo e Barnaba proseguono evangelizzando Antiochia di Pisidia, Iconio, Listri, Derbe, che al ritorno visitano di nuovo costituendovi dei presbiteri. Da Antiochia di Siria vanno a Gerusalemme per riferire sulla conversione dei pagani all'assemblea degli Aposteli che sanziona la libertà dalla "Legge " per i pagani convertiti.
6. Secondo viaggio missionario di Paolo (15, 36 - 18, 22). Da Antiochia Paolo, separatosi da Barnaba a cagione di Marco, ritorna con Sila a visitare le comunità fondate in Asia Minore. A Listri prende seco Timoteo. Attraversata la Frigia, la regione galatica e la Minia, scendono a Troade. A questo punto il racconto procede in prima persona plurale fino alla tappa di Filippi ( 16, 10-17). La missione prosegue per Tessalonica, Berza, Atene, Corinto, ove Paolo rimane 18 mesi e s'incontra col proconsole Gallione (anno 51 o 52 ). Al ritorno segue l'itinerario Efeso (Gerusalemme?) - Antiochia.
7. Terzo viaggio missionario di Paolo (18, 23 - 21, 18). Da Antiochia Paolo percorre la regione galatica e la Frigia, si ferma ad Efeso per quasi tre anni, prosegue per la Grecia ove rimane tre mesi. Nel racconto del ritorno attraverso la Macedonia ricompare la prima persona plurale e continua nell'itinerario attraverso Troade, Mileto, Tiro, Tolemaide, Cesarea fino all'arrivo a Gerusalemme (20, 5; 21, 18).
8. Paolo a Gerusalemme e a Cesarea prigioniero (21, 19 - 26, 32). Arrestato nel Tempio sotto l'accusa d'averlo profanato, Paolo si difende dinanzi al popolo, si fa rispettare come cittadino romano dal tribuno Lisia che lo vuole flagellare, si difende dinanzi al sinedrio, quindi viene inviato con forte scorta a Cesarea dal procuratore Felice. Ivi rimane prigioniero per un biennio fino all'arrivo del procuratore Festo (anno 60), dal cui tribunale appella a Cesare (Nerone).
9. Viaggio di Paolo prigioniero per Roma (27, 1-28, 31). Anche questo racconto è in prima persona plurale: l'Apostolo prigioniero, accompagnato dal centurione Giulio, su una nave adrumerina tocca Sidone, Cipro, Mira di Licia, quindi (trasbordato su una nave alessandrina) Cnido e alcuni porti di Creta. Contro il consiglio di Paolo l'equipaggio prosegue la navigazione e la nave, sbattuta dalla tempesta, si sfascia, senza danno per le persone, presso l'isola di Malta. Passato l'inverno, con una nave alessandrina il viaggio prosegue per Siracusa, Reggio, Pozzuoli; indi, per terra, sulla via Appia, per Roma, ove Paolo rimane sotto custodia per un biennio.
II. L'autore. - Antichi e moderni concordano nell'attribuire gli A. allo stesso autore del III Vangelo.
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ATRIO

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BREVIARIO DI MATTIA CORVINO D'UNGHERIA
scritto e miniato nel 1487 - Biblioteca Vaticana, ms. Urbin. Lat. 112.
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Di ciò sono prova evidente le somiglianze di vocabolario e di stile, di tecnica medica, di metodo narrativo, nonché la connessione fre i prologhi dei due libri (lógai). Essendo provato che Luca (v.), medico e discepolo di Paolo, è autore del III Vangelo, resta dimostrata implicitamente l'origine lucana degli A. A questa conclusione, confermata dalle attestazioni esplicite della tradizione, che dal sec. II è ininterrotta e
unanime, aderiscono, oltre i cattolici, i protestanti moderati (Blass, Zahn, Plummer) e molti razionalisti (con Renan, Harnack).
La negazione sistematica dell'origine lucana degli A. ebbe inizio con la scuola razionalistica tubinghese di C. P. Baur (v.), che volte vedervi un'opera tendenziosa composta in epoca tardiva (sec. II), per dimostrare che non v'era disaccordo fra la corrente petrina (giudeo-cristiana) e quella paolino (universalistica). Questo sistema, più o meno modificato dai vari seguaci della scuola, venne confutato nello stesso campo acattolico dalla corrente conservatrice di Ritschl e da quella ultraradicale di B. Bauer e della scuola olandese (cf. A. Omodeo, in Enc. Ital., V [1930], pp. 288-71). Altri sistemi, sotto l'influsso della critica wellhauseniana (J. Wellhausen, Kritische Analyse der Apostelgeschichte, Berino 1914), tentarono di sudd distinguere le fonti del libro. Molti sostengono che l'opera derivi dalla fusione di due fonti di diverso valore: una giudeo-cristiana o petrina, l'altra etnico-cristiana o paolina. Di questi sistemi, che si distruggono a vicenda, fondati spesso su ipotesi arbitrarie intorno all'origine della Chiesa e della gerarchia, tratta diffusamente E. Jacquier (Les Actes des Ap., pp. xv-lv).
Accenniamo alle principali fra le più antiche testimonianze della tradizione. Il prologo antimarcionita del sec. II (in Lucam) attesta: "Et tamen postremo scripsit idem Lucas Actus Apostolorum" (testo di d. de Bruyne, in Revue Génédie., 40 [1928], p. 197). Il Canone moratorium (sec. II) secondo la migliore ricostruzione scrive: - Acta autem omnium apostolorum sub uno libro scripta sunt. Lucas optimo Theophilo comprehemdit quae sub praesentia eius singula gerebantur ecc." (lince 34-39). S. Ireneo riporta molti brani ascrivendoli a Luca, cita i discorsi di Pietro, di Paolo, di Giacomo come si leggono negli A. (Adv. Hiseresse, III, 12: PG 7, 892 sg.; ecc.). Tertulliano: - Porro cum in eodem commentario Lucae et tertia hora orationis demonstretur..." (De Ieinnio, 2, 10, cf. Act. 2, 15). Clemente Alessandrino cita Act. 17, 23, "come Luca negli A. degli A. ricorda" (Stromata, 5, 12, 82: PG 9, 124). Origene: "Luca che scrisse il Vangelo e gli A." (presso Eusebio, Hist. Eccl., VI, 25: PG 20, 585). Eusebio elenca gli A. tra i libri δ μ α λ η γ o α μ ε v o t, la cui autenticità
(bl. Esamini)
resente a Roma nelle lettere della prigionia, non può essere che il "carissimo medico Luca" (Col. 4, 14; Philem. 24), non nominato negli A., eppure presente, appartenente alla classe colta, fedele collaboratore di Paolo.
III. Lo scopo. - L'opera si inizia con le parole profetiche di Gesù: "Riceverete la forza dello Spirito Santo che verrà su di voi e mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea e la Samaria, fino all'estremità della terra" (1, 8). E l'autore vuol provare che gli Apostoli furono veramente testimoni di Gesù dapprima in Gerusalemme, poi in Samaria e nel resto della Giudea, quindi nelle altre regioni, fino alla capitale dell'impero, sempre sotto l'influsso direttivo dello Spirito Santo.
Oltre a questo scopo primario, che risulta dal modo di presentare la materia negli A., s. Luca doveva avere altri scopi secondari: quello di confermare Teofilo e i lettori nella fede (cf. Le. 1, 4), di mostrare l'innocenza di Paolo di fronte alle accuse dei Giudei ed anche di dare risalto all'accordo dottrinale fra i due grandi Apostoli Pietro e Paolo (cf. 9, 27; 14, 4-14; 21, 18).
IV. La data di composizione. - L'ultima indicazione cronologica, contenuta nella chiusa tronca del libro, ci lascia intravedere la data in cui l'opera venne
II. - Enciclopedia Cattolica. - II.
e canonicità non fu mai controversa (Hist. Eccl., III, 25 : PG 20, 268).
Già fin dal sec. I e inizio del II, abbondano le testimonianze implicite presso la Didachè, s. Clemente Romano, s. Ignazio Martire, s. Policarpo, s. Giustino (E. Jacquier, op. cit., pp. ccl-cclv).
L'unità del libro, redatto da un solo autore, risulta dal fatto che in tutte le parti si nota lo stesso uso di vocaboli e frasi caratteristiche, lo stesso metodo di composizione. Le diversità di stile che si osservano in alcuni punti, specialmente nei primi capi ove abbondano i semitismi, si spiegano facilmente tenendo conto delle diverse fonti, orali o scritte, consultate.
La sezioni redatte in prima persona plurale ("noi") hanno l'impronta originaria di un diario: l'autore, senza nominarsi, indica co-
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Atti deGli Apostoli - Codice di Beza (D), sec. vi, contenente la recensione occidentale degli A., ff. 463^{mathrm{V}}-464 { }^{mathrm{r}}, cap. 12.6-12. notevoli le varianti xi vv. 7 e 10 - Cambridge, biblioteca dell'Università.
pubblicata : Paolo dimorò due anni interi in una casa presa in fitto" (28, 30-31). Terminato quel biennio della prima prigionia romana con la liberazione di Paolo (anno 63), Luca consegnò ai fedeli il suo lavoro in due libri (Vangelo ed A.), composto durante il suo soggiorno romano.
Se gli A. fossero stati scritti più tardi, ad es., dopo il martirio di Paolo (anno 67), l'autore, che intendeva provare che gli Apostoli furono testimoni di Cristo, avrebbe dovuto parlare di questa suprema testimonianza dell'Apostolo; dopo l'ultimo viaggio di Paolo in Oriente (II Tim. 4, 13. 20), non sarebbero rimaste senza spiegazione le parole da lui dette ai presbiteri efesini al ritorno dal terzo viaggio missionario: "So che voi tutti non vedrete più il mio volto" (20, 25). Né v'è il minimo accenno alla distruzione di Gerusalemme (anno 70) o all'inizio della guerra giudaica (anno 66); non v'è neppure traccia della persecuzione di Nerone scoppiata nell'estate del 64 ; anzi in tutta l'opera traspare un certo ottimismo nei riguardi dell'imperatore e dei suoi magistrati.
Tutti questi dati convergono a fissare la data del libro nel 63. S. Luca deve averlo lasciato ai Romani come ricordo di Paolo che si disponeva a portare la testimonianza di Cristo « fino all'estremità della terra" (alla Spagna?).
Sembra quindi insostenibile la tesi di alcuni esegeti (con Zaho) che, quando Luca scrisse il prologo agli A. chiamando il suo Vangelo π ρ ω ̃ τ o v λ σ̇ γ o v ( « primum sermonem », non π ρ δ τ ε ρ o v: priorem, primo di due), avesse ancora a disposizione tanta materia da comporre un terzo libro. Tale argomento è vizisto in radice, perché nel greco ellenistico il superlativo π ρ ω ̃ τ o s si usa col senso del comparativo π ρ δ τ ε ρ o ς.
V. Le fonti. - Se Luca è autore degli A., disponeva di ottime fonti. Molti fatti conobbe de visu al seguito dell'Apostolo. Sono quelli contenuti nelle sezioni col «noi». Se, com'è probabile, Luca fu membro della Chiesa antiochena, poté conoscere personalmente anche la storia di questa comunità tracciata nel suo libro: il testo «occidentale» ha una sezione
col «noi» anche ad Antiochia (i i, 28, codice di Beza D). Da s. Paolo poté apprendere i tratti salienti della sua biografia; molte informazioni poté attingere dai compagni delle peregrinazioni di Paolo (Sila, Timoteo, Erasto, Caio, Aristarco, ecc.). Notizie sulla Chiesa di Gerusalemme e sull'attività di s. Pietro e dei diaconi può averle attinte da Marco, col quale si trovò a Roma, da Giacomo capo della Chiesa di Gerusalemme, da Filippo diacono con cui si trovò a Cesarea (21, 8-10).
Luca (presentato come «iuris studiosus» dal Frammento muratoriano) dev'essersi interessato anche dei documenti d'archivio contenenti gli atti dei processi di Paolo. Non è improbabile che abbia usato una fonte scritta per la prima parte degli A. Alcuni credono di identificare l'autore di tale fonte in Marco. E sintomatico la somiglianza letteraria fra questa parte e il Vangelo di Marco, il quale scrisse la predicazione di Pietro (L. Dieu, Marc source des Actes I-XV, in Revue Biblique, 29 [1920], pp. 555569 e 30 [1921], pp. 86-96).
E da escludersi l'ipotesi di Krenkel, Wendt e altri, i quali propendono per la data tardiva degli A., che l'autore dipenda dagli scritti di Flavio Giuseppe redatti verso la fine del sec. i. Le coincidenze a proposito del sepolcro di David, della Porta Speciosa, della carestia al tempo di Claudio, si spiegano facilmente : entrambi gli scrittori disponevano di buone fonti; oò mancano divergenze, a proposito di Teoda e di Giuda ( 5,36 e Ant. Iud., XX, 5, I sg.).
VI. Il valore storico. - Quando si è provato che Luca è autore degli A. e che disponeva di ottime fonti, resta dimostrato che la sua opera storica merita fede. A conferma si può rilevare l'accordo con le fonti pagane, giudaiche e cristiane.
L'autore sa che a Cipro v'è un proconsole ( ἀ ν θ σ̇ σ α τ o ς ) di nome Sergio Paolo ( 13,77 ), che Filippi «è la città principale di quella parte della Macedonia ed è colonia romana» governata da strateghi (16, 22), mentre Tessalonica è retta da politárchi (17, 16), Efeso da asiárchi oltre che da un proconsole e da un grammateús (19), Malta da un prâtes (28, 7): istituzioni attestate dagli storici profani e dalle
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scoperte archeologiche. L'episodio del capo 19 (l'argentiere e Artemide Efesina) è illustrato dalle iscrizioni e documenti del tempo, che presentano Artemide come "caduta dal cielo». Efeso come città "neocóros", ministra del tempio (E. Ceroni, Grande Artemide degli Efesini !, in Scuola Cattolica, 60 [1932, II], pp. 121-42, 203-26).
Le fonti giudaiche confermano le notizie riguardanti Erode Antipa, i due Agrippa, Berenice e Drusilla. L'autore si mostra ben informato sui sacerdoti clersi (Anna, Caffa, Anania), sulla gerarchia del sinedrio e le sue attribuzioni, sulle sētte giudaiche, sul regime politico-militare romano in Palestina: sa che i procuratori romani (Felice e Festo) risiedono normalmente a Cesarea, ove c'è un presidio con centurioni e coorti.
Le fonti cristiane, specialmente le Epistole paoline, dànno risolto al carattere storico del nostro libro. A. ed Epistole si accordano nel presentare Paolo come fariseo, figlio di farisei (26, 3; cf. Phil. 3, 4), come un persecutore trasformato prodigiosamente in apostolo di Cristo, sfuggito da Damasco in una sporta (II Cor. 11, 32 sg .), perseguitato ad Antiochia, Iconio, Listri (II Tim. 3, 10). Negli A. e nelle Epistole la dottrina di Paolo relativa al giudaismo coincide, sia nel principio che la fede e non la legge mosaica giustifica, sia nella pratica che permetteva ai giudeo-cristiani l'osservanza dei riti legali.
Il controllo di questi e molti altri tratti storici e dottrinali degli A. fornisce la dimostrazione piena della veridicità storica del libro, nel complesso come nei particolari.
E stata messa in dubbio la genuinità dei discorsi (ben 27), riferiti in forma diretta, che co