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 sue opere. Contro gl'invaderci errori luterani dell'epoca difese validamente l'autorità della Chiesa e del Pontefice.

Di lui abbiamo: Illustrium virorum opusculo (Parigi 1500); De sacrosancta Eucharistiae Smeramento et de eiudam ministro ad Julium II (s. n. t.); Tractatus quattuor: de prima orbis sede, de concilio, de ecclesiastica potestate, de pontificis mavimi auctoritate (Roma 1512); De non mutando paschote (ivi 1515); Acedens contra Iodoens (ivi 1515); Dialogus de excellentia et utilitate theologiae (ivi 1518); De Caroli I regis Hispaniarum, posteu Caesaris ac Imperatoris V, praeeminentia et clementia (ivi 1518).

Bibl.: H. Hurter, s. v. in Kirchenke., II, col. 368; Hurter, IV, col. 1032; B. Heurtebinc, s. v. in DThC, II, col. 645; G. Löhr, s. v. in LThK, II, col. 167.

Vito Zollini
BENET (Bonet), Juan Bautista. - Carmelitano catalano, scrittore ascetico e pedagogico del sec. xvir. Oriundo di Olot (dioc. Gerona), fu definitore della provincia catalana e commissario perpetuo del Terz'ordine carmelitano ( 1666 , confermato 1693 ). M. ca. 1698.

Pubblico: Tordin del Carnedo (Barcellona 1660); Espejo de vida y exercicios de virtud (ivi 1664); Las elegancias de Paulo Monuccio (ivi 1645), interessante divulgazione catalana del lavoro di P. Manuzio, sulle traduzioni contigliane di Lorenzo Palmireno (1573) e di Hernando Alvarez ( 1616 ).

Bibl.: F. Torres y Amat, Dictionn. de escritores catalanes, Barcelona 1836, pp. 102-18; J. Cuignet, s. v. in DHG, VII, coll. 1278-79; Acta Capit. Gen. Ord. Carm., II, Roma 1934, pp. 125, 239, 237.

Ambrogio di Santa Teresa
BENE VALETE. - Formola di saluto derivata dall'uso epistolare romano (Cicerone usa nelle lettere: Vale, Valete), che ebbe uno speciale valore diplomatico nei documenti pontifici, rappresentando la 2 u b scriptio del Papa. Nei documenti dei re merovingi (sec. vir) fu usata una formola simile (bene vallet), che però valeva come ordine di spedizione del documento, non come saluto e segno di convalida.

Compare la prima volta nel più antico documento pontificio originale rimasto, un privilegio di Pasquale I per la chiesa di Ravenna (an. 819) e rimase come caratteristica dei documenti più solenni o privilegi, scritto a destra, sotto il testo, nello spazio tra questo e la data. Nel sec. Ix e gran parte del x è in lettere maiuscole per lo più onciali, in due righe, preceduto e seguito da una croce, tracciato con cura calligrafica, e perciò è da escludere che fosse scritto dal Papa stesso; poi cambia forma, è scritto in una sola riga con carattere più o meno tremolante che non può essere opera di calligrafo, per cui è ritenuto autografo del Papa. Con Leone IX (ro49) il segno di croce che lo precedeva fu trasformato nella rota (v.) e il b . v. fu ridotto a monogramma, eseguito per intero da un calligrafo della cancelleria. Talvolta esso è seguito da un gruppo di segni che i diplomatioti indicano con il nome di comma. L'ultimo privilegio noto in cui appare il b . v. è di Urbano V.

Bibl.: A. Melampo, Attorno alle bolle papali da Pasquale I a Pio X, Parte I. Da Pasquale I a Leone IX, in Miscellanea di storia e cultura ecclesiastica, 3-4 (1904-07); P. Kehr, Die ältesten Papstuchunden Spaniens (Abhandlungen der preuss. Akademie der Wissenschaften, Phil.-Hist. KI., 2), Berlino 1926. Riproduzioni in: Pontificum Romanorum diplomata papyrazus quae supersunt in tabularis Hispanice, Italiae et Germaniae,

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Roma 1920; alcuni esempi in G. Battelli, Acta Pontificum (Exem. pla Scripturarum, III), Città del Vaticano 1933. Giulio Battelli

BENEVENTANA, SCRITTURA e MINIATURA. - I. ScritTURA. - E detta "b. " la scrittura, caratterizzata da particolari forme calligrafiche, che fu usata nei manoscritti latini dell'Italia meridionale e della Dalmazia dalla fine del sec. viII al xiri.

Il nome, già attestato in antichi esempi ed ora comunemente accettato nella terminologia paleografica, vuole indicare che la scrittura sorse e si svolse nell'antico ducato longobardo di Benevento; essa però fu detta anche longobarda, langobardisca ed anche neapolitanisca per distinguere il suo carattere locale in opposizione alla minuscola carolina, diffusa dai Normanni, e perciò detta francisca. Il Mabillon la chiamò langobardica confondendola con altre scritture franche e, sulla sua autorità, molti autori antichi hanno ripetuto tale nome; fu detta pure longobardo-cassinese o addirittura cassinese dal centro scrittorio in cui essa raggiunse forme di maggiore perfezione. Altri nomi (gotico cordellato e minuscola dell'Italia meridionale) non hanno avuto seguito.

La regione in cui essa si svolse può essere più precisamente determinata a sud di una linea che, partendo da Gaeta e passando per Fondi, Veroli, Sora e Sulmona, raggiunga l'Adriatico presso Chieti e Penne; comprendendo le isole Tremiti presso il Gargano e, sulle sponde dalmate, Ossero, Zara, Traù, Spalato e Ragusa. Restano escluse la Calabria e la Lucania, di cultura prevalentemente greca,
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Qut. Enc. Catt. 3 Beneventana, scrittura e miniatura - S. Benedetto e il diacono Servando vedono trasportare in cielo l'anima di Germano, vescovo di Capua. Miniatura del sec. xi dalla Vita s. Benedicti - biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 1202 I. 76:
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(propr. Enc. Catt.)
Beneventana, scrittura - Lettere caratteristiche (n. 1): legature d'uso costante (n. 2); legature facoltative (n. 3): e legatura t i sul suono duro e sibilante (n. 4).
e la Sicilia, di cultura greca e araba fino alla conquista normanna. I centri scrittòri più importanti, da cui proviene la massima parte dei manoscritti rimasti, furono Montecassino, Napoli, Capua, Salerno, Benevento e Bari, dove si ebbe un tipo particolare.

Dagli ultimi decenni del sec. viII, ai quali risalgono i primi esempi che presentano già elementi caratteristici, la scrittura venne acquistando forme sempre più regolari fino a raggiungere il massimo della perfezione calligrafica nel sec. xi; alla fine del sec. xiri cessa il suo uso normale. Nella sua evoluzione si distinguono quattro periodi : gli inizi (dalla fine del sec. viI alla fine del Ix), la formazione (dalla fine del sec. ix a tutto il x), la maturità (dal sec. xi alla fine del xir) e la decadenza (dalla fine del sec. xir a tutto il xiri).

Mettendo in relazione questi periodi con la storia di Montecassino, il maggior centro culturale e librario dell'Italia meridionale, il primo corrisponde ad un tempo di notevole attività letteraria del monastero, che però doveva manifestarsi prevalentemente nelle forme di scrittura ricevute dai secoli precedenti (specialmente l'onciale) e ad ogni modo restò stroncata nell'883 dalla distruzione saracena; il secondo periodo corrisponde al tempo in cui i monaci risiedevano provvisoriamente a Capua e, tornati nel 949 a Montecassino, ebbero ancora una vita difficile ed agitata; il terzo è il secolo d'oro che s'inizia con l'abate Adenolfo (1011-22) e Teobaldo (1022-35) e si chiude con Desiderio (1058-87) e Oderisio (1087-1105); il quarto è un tempo di decadenza anche per il monastero, dopo lo splendore precedente.

D'altra parte le vicende del monastero rispecchiano abbastanza fedelmente le condizioni culturali dell'intera regione tanto che, considerando il genere e il numero dei testi tramandati nei manoscritti in b., distinti secondo il tempo, si può avere una visione assai interessante delle condizioni culturali dell'Italia meridionale. Ed è significativa a questo riguardo l'importanza che hanno i codici meridionali per la conservazione dei classici latini, alcuni dei quali (Varrone, Tacito, Hist., II, 1-4 e Ann., II, 11-16; Apuleio, ecc.) sono noti solo per le copie eseguite a Montecassino, mentre altri hanno in esse il testo più autorevole (Ovidio, Cicerone).

Caratteri generali. Fin dagli esempi più antichi la scrittura b. presenta alcuni caratteri distintivi che tuttavia si osservano meglio nel loro pieno sviluppo nei manoscritti del sec. xi.

Derivata dalla minuscola corsiva, che era la scrittura dell'uso comune per lettere e documenti, già nel sec. Ix mostra evidente il suo carattere essenziale librario con la tendenza verso forme regolari e costanti, che conserva anche quando è usata nel testo e nelle firme dei documenti.

Tipico è l'aspetto generale per il tratteggiamento accurato delle singole lettere, in cui si succedono regolarmente con uniformità costante tratti grossi e tratti sottili. La aste verticali delle lettere piccole (i, u, \mathrm{m}, \mathrm{n} ) sono spezzate al centro, richiamando forme e aspetto che si ebbero più tardi nella scrittura gotica.

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Sono particolarmente caratteristiche (v. tabella, n. 1) alcune lettere: a (in un primo tempo aperta, simile a due c accostate, poi chiusa e simile ad una o accostata a c ; e (con ampia testa che s'innalza sopra la riga); r (con testa alta e ripiegata ad angolo).

La i ha due forme: alta quando è semivocale e al principio di parola, piccola negli altri casi.

Numerose sono le legature, di cui alcune d'uso costante (ei, fi, gi, li, ri, ti: v. tabella, n. 2), altre facoltative (v. tabella, n. 3).

Nella legatura t i la prima forma esprime il suono duro, la seconda il suono sibilante della consonante (v. tabella, n. 4).

Le abbrevazioni sono pure numerose: oltre le forme comuni a tutte le scritture medievali ed altre derivate dal sistema irlandese, alcune si distinguono per la forma stessa del segno abbreviativo o per le lettere che compongonoilcompendio (ne sono soprattutto caratteri-
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Beneventana, scrittura - B. del I periodo (sec. ix). Minellanea cassinese dell'a. 811-12 - Roma, Casanatense, cod. 641. fol. 23.
stici l'apostrofo e un segno simile ed un 3 posti in alto a destra, e un segno simile ad un 2 posto sopra una lettera, che indicano rispettivamente =-s[u s],-m,-\mathrm{r} [er, ur]; oma, gloá, ama = omnia, gloria, anima).

E senz'altro caratteristico il sistema dei segni di punteggiatura. La pausa sopensiva del periodo è indicata di regola con un trattino sottile obliquo (virgulo), qualche volta accompagnata da un punto; la pausa media con un semplice punto; la pausa finale con un segno triplice, due punti e una virgola posti a triangolo o in linea. Nelle frasi interrogative dirette o indirette c'è un segno speciale (un piccolo angolo acuto aperto a destra) sulla parola su cui poggia l'interrogazione; un altro segno speciale (trattino verticale con piccolo braccio a destra) indica le parole su cui poggia la voce in tono di asserzione. Accenti acuti (talvolta anche circonflessi nelle parole properispomene) segnano l'accento tonico e la pronuncia distinta di due vocali che non formano dittongo.

Il diverso grado del tratteggiamento (che determina l'aspetto generale della scrittura), la forma delle lettere, la forma e la frequenza delle legature e delle abbreviazioni, come pure l'uso dei segni di punteggiatura e degli accenti, sono elementi che permettono di valutare la datazione di un manoscritto.

Nella regione di Bari e nella Dalmazia la scrittura b. presenta una varietà detta tipo di Bari, che si distingue specialmente per il tratteggiamento più rotondo, senza le forti spezzature delle aste verticali e senza l'eccessivo contrasto fra tratti grossi e tratti sottili.
II. La Miniatura. - I manoscritti dell'Italia meridionale presentano esempi magnifici dell'arte decorativa, quali poche altre regioni hanno raggiunto nell'alto medioevo.

Nel sec. Ix l'ornamentazione libraria è ancora assai semplice e rozza, limitandosi a titoli a grandi lettere
monocrome e policrome. Un passo notevole si ebbe già nel secolo seguente con lettere a disegno più complesso, con elementi floreali e intrecci, nei quali spesso si delinea una testa di uccello o di cane; le figure umane sono rare e riproducono modelli bizantini.

L'epoca gloriosa che s'iniziò per Montecassino con l'abate Teobaldo (1022-35) segna pure un tempo decisivo per lo sviluppo della decorazione dei manoscritti a Montecassino stesso e negli altri luoghi della regione, perché le rinnovate relazioni con i centri culturali della Germania (arte ottoniana) e dell'Inghilterra (arte irlandese e anglosassone), e insieme dell'Oriente, introdu-
sero nuovi elementi che, per opera di valenti artisti, portarono alla formazione di uno stile originale e caratteristico.

Spicca soprattutto per lo splendore delle grandiiniziali a pagina intera il monaco Grimoaldo (ms. rog di Montecassino). Le rappresentazioni umane sono però ancora rozze, come nel ms. 132 di Montecassino, che contiene l'enciclopedia illustrata di Rabano Mauro.

La magnificenza dei colori e dell'oro usato a profusione con fine gusto, trova la sua espressione più viva nella decorazione del tempo di Desiderio e in particolare nelle opere del monaco Leone. I tre sontuosi manoscritti che vantano il suo nome (Montecassino 98 e 99, Vat. lat. 1202) sono quanto di meglio ha prodotto la scuola cassinese. I disegni sono sempre diversi, ma tuttavia i motivi decorativi seguono un modello fisso, con intrecci di nastri e di viticci dai quali si svolgono cani color rosa con unghie a mo' di cerchietti. Anche le figure disegnate dal monaco Leone mostrano un'evoluzione notevole che denota le sue doti personali di artista.

Dopo l'età desideriana non si fece che ripetere con monotonia, quasi con l'uniformità di stampiglie, i modelli precedenti, con pesantezza di colori e di disegno.

Un gruppo particolare di manoscritti ministi è costituito dai rotoli pasquali che, secondo l'uso dell'Italia meridionale, contenevano grandi figure ad illustrazione del testo liturgico. Esse erano dipinte in senso inverso alla scrittura perché destinate alla contemplazione del popolo mentre il diacono svolgeva il rotolo dall'alto dell'ambone. - Vedi Tav. LXXX.

Biel.: Per lo studio della scrittura sono fondamentali: E. A. Lowe, The Beneventan Script. A History of the south Italian minuscule, Oxford 1914; id., Scriptura B., Fascimiles of south Italian and Dalmatian Mss. from the 8 to the 14 century, 2 voll., Oxford 1929. Cf. pure V. Novack, Scriptura B., Zagabria 1920; L. Schiaparelli, Influenza straniera nella scrittura italiana dei sec. VIII e IX (Studi e Testi, 47), Roma 1927, pp. 38-63; M. Inguanez, La scrittura b. in codici e documenti dei sec. XIV e XV, in Scritti di Paleografia e Diplomatica in onore di Vincenzo Federici, Firenze 1945, pp. 309-14. Un'esposizione riassuntiva in G. Battelli, Lezioni di paleografia, 2^{2} ed., Città did Vaticano 1939, pp. 12-132.

Per la miniatura, trattazioni in E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, I, Parigi 1904, pp. 135-67 e 195-212; F. Tonna, Storia dell'arte italiana, I: Il medioevo, Torino 1927, pp. 1047 1052. - Riproduzioni in O. Fiscicelli-Taeggi, Le miniature nei

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ida F. Carta, C. Cipolla, C. Trati. Attante potenzialico artistico, Torino 1889. Beneventana, scrittura - B. del III periodo bre. xiii. Lettera apocrifa di Cronazio e Eliodoro a s. Girolamo - Napoli, biblioteca Nazionale, cod. viII C4.
codici cossinesi, Montecassino [1893]; A. M. Amelli, Miniature sacre e profane dell'anno 1023 illustranti l'enciclopedia medievale di Rabano Mauro, ivi 1896: M. Inguanez, Miniature e altre riproduzioni del Regesto di S. Angelo in Formis, ivi 1903; M. Inguanez e M. Avery, Miniature cassinesi del sec. XI illustranti la vita di s. Benedetto (cod. Vat. lat. 1202), ivi 1934.

Sul rotoli posquali: A. M. Latil, Le Miniature nei rotoli dell'Exultet, Montecassino 1899: E. Bertaux, op. cit., pp. 213240; M. Avery, The Exultet Rolls of South Italy, in Illuminated manuscripts of the middle ages. A series issued by the Departement of Art and Archcology of Princeton University, parte 2^{°}. Princeton 1936; cf. E. Monoti, Considerazioni e ricerche sui rotoli liturgici mininti dell'Italia meridionale, in Scritti di Paleografia e Diplomatica in onore di V. Federici, Firenze 1945, pp. 241-54.

Giulio Bartelli
BENEVENTO, ARCIDIOCESI di. - Arcivescovato tra i più estesi dell'Italia meridionale, con sede in una città ricca di storia e che fu capitale prima di un ducato, poi di un principato, sottoposto quindi alla diretta autorità della S. Sede. Ne sono suffragatoee le diocesi di S. Agata dei Goti, Alife, Ariano, Ascoli Satriano e Cerignola, Avellino, Boiano, Bovino, Larino, Lucera, S. Severo, Telese, Cerreto e Termoli nella Campania, in Puglia e nel Molise. L'arcidiocesi beneventana, nella provincia omonima (superfice 2500 kmq .) e per la minor parte in quella di Avellino, confina con le diocesi di Avellino, Ariano e Cerreto e col territorio dell'arcidiocesi di Conza. Ha 160 parrocchie con 268 sacerdoti diocesani e 105 regolari, ca. 335.000 ab. (1948). Patrono s. Bartolomeo apostolo.

Sommario: I. Storia. - II. Vicende dalla fine del 1700 al 1860. - III. Arte. - IV. Badia di S. Sofia. - V. Regione conciliare beneventana.
I. Storia. - Sul declivio d'un colle, detto della Guardia (m. 135), alla confluenza del Calore con il Sabato, sorse Malventum, la città sannita chelungamente guetreggiò con Roma. Prima di diventare colonia romana, vide la vittoria di Curio Dentato su Pirro; il bonus eventus fu tramandato con il nome stesso della città, che fu da allora in poi B.

Il primo vescovo storicamente accertato è s. Gennaro (v.), vittima della persecuzione di Diocleziano. Il secondo, Teofilo, presente al Concilio romano del 313. Un secondo Gennaro è legato del Papa, al Concilio di Sardica del 341. Nel 404 un altro vescovo di B. portò a Costantinopoli una lettera del papa Innocenzo I in favore di s. Giovanni Crisostomo, all'imperatore Arcadio. Alla seconda metà del sec. v appartiene il vescovo s. Tammoro; Epifanio agli anni 494-99 (cf. Jaffé-Wattenbach, 657, 736-37). Nel 545 la città fu presa da Totila che ne rase al suolo le mura. Il generale bizantino Narsete la risollevò dalle sue rovine ridotta a un piccolo villaggio.

Tempi migliori riservava l'invasione longobarda: una colonna dei nuovi occupanti si spingeva fino nel Sannio, e vi dava vita, sotto la guida di un primo duca, Zottone, verso l'anno 571, ad un ducato longobardo, estesosi presto a gran parte dell'Italia meridionale, più tardi divisa in ventiquattro contce. Al pari di Alboino, Zottone era un barbaro; e prima che su di lui e i suoi si estendesse l'influsso della civiltà romana e della Chiesa, la violenza della barbarie si esercitò sui luoghi sacri e sui sacerdoti. Verso il 589 l'abbazia di Montecassino era distrutta e, negli stessi anni, Zottone avrebbe fatto uccidere ben ottanta cristiani per non essersi piegati a pratiche pagane.

I longobardi beneventani lasciarono l'arianesimo sotto il duca Arechi che del ducato fu il grande riorganizzatore. Poco avanti l'anno 600 col suo Battesimo apriva la via alla conversione in massa del suo popolo e il 15 dic. del 600 faceva consacrare la Cattedrale restaurata e ingrandita, dedicata alla Vergine; tanto egli stesso che il vescovo di B. furono in relazione col pontefice Gregorio I. Nel 662 l'imperatore Costante II assediava B: la leggenda, inserita nella liturgia beneventana, riferisce che un prete longobardo, di nome Barbato, si sarebbe fatto garante della liberazione dall'assedio se il duca Romualdo avesse posto fine alle superstiti forme di paganesimo. Costante II fu costretto a togliere da li a poco l'assedio; e Barbato poté solo allora segnare la fine del culto del noce sacro e della vipera d'oro che lo stesso duca, ormai cristiano, venerava in segreto nel suo palazzo. Dal 663 Barbato fu vescovo e si unì al seggio di B. quello di Siponto (l'unione sarebbe durata quattro secoli) con tutela del celebre santuario di S. Michele del Gargano. Arechi aveva avviato il ducato ad una quasi indipendenza dalla corona longobarda; durante il sec. vir e l'viII il prestigio dei duchi e la potenza dello Stato ancor più si accrebbe; animati da zelo di neofiti, Romualdo e la moglie, Teodorada, eressero chiese e conventi. Solo per breve tempo il re Liutprando riusci a far valere la sua autorità perché ben presto B. riprese la sua autonomia; consacrato con l'erezione del chiostro di S. Sofia, iniziata verso la metà del sec. viII dal duca Gisulfo e compiuta, con l'attigua chiesa, da Arechi II nel 760.

Secondo artefice della fortuna di B. fu Arechi II, sposo di Adelperga figlia di Desiderio, che dalla caduta del regno longobardo prese occasione di assumere il titolo di principe e radunare intorno al principato meridionale tutta la sua gente superstite, continuando la tradizione longobarda. L'importanza di B. non sfuggì a Carlomagno: ma i suoi tentativi non raggiunsero io scopo e l'imperatore morì avanti che la sua signoria sul ducato potesse essere altro che nominale. B. tentò poi di destreggiarsi abilmente tra Bizantini, Saraceni, Franchi e
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(da Federici, La scrittura delle cancellerie italiane, tav. XXXI) Beneventana, scrittura. - B. del tipo di Bari (fine sec. x). Donazione del diritto di pesca nell'isola di Teiego fatta dai nobili di Zara a favore del monastero di S. Crisogono ( 995 ca .) - Zara, arch. di Stam. S. Crisogono, caps. XIV, n. 242.

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189 F. Ehrle - P. Liebatel, Specimina codicum latimorum. Liguria 1821, (av. II)
Benevento - Annales Beneventani(1064-82) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 4928, fol. 6 (a. 1113-20).
Chiesa romana. Il periodo più florido di B. durò fino al sec. xir, quando l'affermarsi della monarchia normanna segnò la fine delle autonomie meridionali. Nella seconda metà del sec. IX, al tempo di Adelchi I, dal principato beneventano si distaccarono i territori di Salerno e Capua, divenendo sede di altri due principati. Tra l' 89 I e l' 894 la dominazione bizantina tornò solo per poco a farsi sentire, ché, chiamato nel 900 al trono di B. il conte capuano Atenolfo, la cacciata dei Bizantini e la distruzione dei Saraceni divennero un programma nazionale, perseguito, con alterna fortuna, fino a Landolfo VI, ultimo principe beneventano della dinastia fondata da Atenolfo.

Il papa Giovanni XIII, nel 969, elevava B. e Siponto a sede metropolitana, e cosi Landolfo I assumeva la dignità di arcivescovo. Durante il sec. xi la circoscrizione si accrebbe fino ad avere venticinque chiese suffraganee, come i rilievi delle celebri porte bronzee duecentesche della Cattedrale illustrano, con la rappresentazione dei venticinque vescovi. L'arcivescovo di B. ebbe singolari privilegi, lentamente cancellati del tempo: tiara e pallio, in forma di omophorion, come l'arcivescovo ravennate; sigillo plumbeo ai diplomi, come gli atti papali, e il farsi precedere nelle pubbliche cerimonie di culto dalla S.ma Eucaristia.

Un nuovo periodo della storia beneventana si apri alla metà del sec. xi sotto Leone IX. Nel roso il Papa scomunicò i beneventani, che il fiero sentimento autonomistico aveva reso turbolenti e ribelli all'autorità imperiale di Enrico III. L'anno successivo però, venuto fra essi ed accolto con entusiasmo, Leone concepiva il disegno di unire con vincoli non più soltanto spirituali ma temporali il principato alla Chiesa. Egli veniva ad un accordo con Enrico III, per cui i diritti della S. Sede su Bamberga erano scambiati con la retrocessione di quelli imperiali su B. Nel 1053 alla
testa di un esercito il Papa fece il suo ingresso nella città, e scacciatone il principe Landolfo III vi lasciò in suo nome un governatore. La presa di B. era un preludio della nuova politica di diretto intervento della Curia nel mezzogiorno; scontratosi con la nuova potenza normanna, Leone IX era vinto e fatto prigioniero, alla battaglia di Civitate, da Roberto il Guiscardo, coalizzato con i principi longobardi. La prigionia del Pontefice in Benevento produsse il capovolgimento dei rapporti: la Chiesa riconobbe ai Normanni il dominio sui paesi conquistati come a propri vassalli, facendone i suoi più vicini difensori. Nel 1077, però, in luogo dell'ultimo principe longobardo, Landolfo VI, la Chiesa consolidava il suo dominio su B. Al tempo di Gregorio VII, difatti, la città e il territorio erano governati da rettori, e nel ro59 Niccolò II aveva tenuto in B. un notevole Concilio; da quell'anno le visite dei Pontefici e i concili furono frequenti. Vi si recarono Gregorio VII nel 1073, una prima volta, e poi una seconda nel ro8o, quando vi riceveva a penitenza Roberto il Guiscardo e gli confermava l'investitura del Mezzogiorno; Vittore III e Urbano II sul finire del sec. xi; Pasquale II al principio del xir.

Tra il 1130 e 1139, B. fu la roccaforte di Anacleto II contro Innocenzo II; ma l'odio antinormanno gettò parte della cittadinanza nelle braccia di Innocenzo. Poco dopo l'arcivescovo, Pietro II, veniva ucciso dei Beneventani in rivalta per il sospetto di relazioni da lui tenute con Guglielmo di Sicilia, che aveva di recente assediato Adriano IV devastando il territorio. In breve B. dava di nuovo asilo ai Pontefici per sottrarli alla violenza del Barbarossa. Alessandro III vi soggiornava per tre anni (1167-70). Nel secolo seguente, Federico II, in guerra con la S. Sede, distruggeva gran parte della città, iniziandone la decadenza. Tuttavia, considerata pupilla della Chiesa che ne restaurò le ferite, B. fu conservata alla S. Sede nel trattato per la cessione del regno a Carlo d'Angiò; e sotto le sue mura, nel 1266, si combatté la battaglia decisiva per le sorti del Mezzogiorno tra Carlo e il figlio di Federico II, Manfredi. Nel 1378, durante lo scisma d'Occidente, che vide due arcivescovi agire in contrasto nella città, Giovanna I si impadronì di B. Dal 1429 al 1436 ne fu arcivescovo Gaspare Colonna, pastore selante e munifien, che, pur non essendo compromesso nella rivolta dei Colonna contro Eugenio IV, fu chiamato a Roma, imprigionato in Castel S. Angelo e, restituito alla sua sede, vi mori precocemente di dolore. Anche Alfonso V d'Aragona, nel 1440, attentò alla sovranità pontificia sulla città; e così re Ferdinando nel 1482. Alla sua volta, Alessandro VI alienò per un momento il principato a favore del proprio figlio, Giovanni duca di Giondia. Ancora, nel 1528, le truppe imperiali occuparono, per ordine di Carlo V, B., restituita tuttavia l'anno appresso.

Sul finire del Seicento, proprio quando doveva intervenire a desolarla, come poi nel 1702, un terribile terremoto, B. ebbe come pastore una figura tra le più insigni del tempo, il card. Vincenzo Maria Orsini, domenicano, che rinnovò la vita religiosa della diocesi e seppe risollevare la città dai danni di due terremoti, prima di essere eletto papa sotto il nome di Benedetto XIII (v.). Anche dopo, non volle abbandonare la diretta cura della diocesi tanto a lui cara, sicché solo alla sua morte B. ebbe un suo arcivescovo, Sinibaldo Doria.

Nativi di B. furono i papi Felice IV, Vittore III, Gregorio VIII; tra i cardinali vanno ricordati Stefano Borgia (v.) e Bartolomeo Pacca (v.).

Numerosi fin dagli antichi tempi gli Ordini religiosi maschili e femminili stabilitisi nella diocesi beneventana. Ricchi di documenti gli archivi di B.: quello capitolare e quello di S. Sofia, presso cui sono stati ordinati il museo

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e la biblioteca provinciale. Gli istituti scolastici locali hanno una buona tradizione di studi.

BinL: P. Diacono, Historia Langobardorum, ed. L. Bethmann e G. Waltz, in MGH, Scriptores rerum langobard. et italic. suecr. VI-XX, Hannover 1878, pp. 1-219; Eschomperto, Historia Langobardormn Beneventanorum, ibid., p. 231 sgg.; Falcone Beneventano, Chronicon, in Del Re, Cronisti e scrittori stueroni napoletani, I, Napoli 1843 (altre edizioni nel Muratori e Baronia); Alessandro di Telsec, De rebus gestis in regno Siciline, ed. Sinagano, in Punti per la storia d'Italia, Roma 1897; P. Lonardo, Gli antichi statuti di B. simo alla fine del sec. XV, Benevento 1902; E. A. Lowe, The Benevent. Script., a History of the South Italian Monarctic, Oxford 1914; Ronnialdo Salernitano, Chronicon, ed. C. A. Garufi, in Rer. Ital. Script., nuova ed., VII, Città di Costello 1935; A. Cangiano, Gli statuti di B. del XIII sec., Benevento 1918; T. Sarnelli, Memorie cronologiche de' senzosi ed arcivescovi dello S. Chiesa di B., Benevento 1691; G. De Vita, Thesaurus antiquitatum Beneventanorum, Roma 1734; id., Thesaurus alter antiquitatum Beneventanarum M. Aevi, ivi 1764; S. Borgia, Memorie storiche della pontificia città di B. dal sec. VIII al sec. XVIII, Roma 1763-69; D. M. Eingarelli, Storia di B. dalle origini al 1894, Benevento 1895; A. Meomartini, I monumenti e le opere d'arte della città di B., Benevento 1889; A. Dina, L'ultimo periodo del primipato longobardo e l'origine del dominio pontificio in B., ivi 1899; A. M. Ingold, Dénèvent sous la domination de Talleyrand et le gouvernement de Louis de Beer, Parigi 1915; A. Zazo, Il Sannio nella rivoluzione del 1860. I cacciatori frigni, Benevento 1927; id., Il ducato di B. dall'occupazione bordonica del 1798 al primipato di Talleyrand, Napoli 1941; id. Il divano di B., Benevento 1944; Ughelli, VIII, 3-188; Cappellerri, III, p. 146; Eubel, I. p. 136; II, p. 11; III, p. 146; Lanzoni, pp. 254-63.

Pier Fausto Palumbo
II. Vicende dalla fine del 1700 al 1860. - Dopo aver fatto parte dei domini pontifici sin dal sec. xir, e dopo esser stata dai napoletani, anche per solidarietà familiare bordonica, oggetto di arbitraria occupazione nel 1730 e nel 1768, B. fu tolta di forza alla signoria ecclesiastica nel genn. 1799 da un corpo di 3000 francesi agli ordini del generale Brusier, che, fra l'altro, si impedroni del famoso tesoro della Cattedrale e dei fondi del Monte di Pietà. I repubblicani assaliti dalla gente del luogo e fuggiti in Capua con il ricco bottino, tornarono in breve all'attacco ed il commissario Carlo Pop vielevava l'albero della libertà. Spenta la repubblica partenopea B. tornò prima sotto i Borboni, quindi il 5 ott. 1800 sotto il governo pontificio. Ceduta, poi, con decreto napoleonico datato a StCloud il 5 giugno 1806 in feudo ducale al Talleyrand ed ai suoi discendenti, il 2 I luglio seguente ne prendeva possesso, a nome del feudatario, Alessandro Dufresne de St-Léon, presto sostituito come governatore dall'alsaziano Luigide Beer. In parte utile fu l'amministrazione civile, cui successero brevi parentesi inurattace ed austriache (1814) sino a che, per decisione del Congresso di Vienna (1815), B. non fu restituito all'antico sovrano.

Segul tosto un periodo di agitazioni per causa delle sète, in particolare di quella dei Carbonari; sicché allo scoppio dei moti del 1820, dopo misure repressive e un grave conflitto presso la Cattedrale, il delegato apostolico mons. Olivieri dovette allontanarsi ed il 16 luglio fu costituito un governo provvisorio, che, fra l'altro, cercò, benché invano, di realizzare l'ennesizione di B. e dei territori contermini al vicino regno di Napoli. Nove mesi dopo, tuttavia, a causa della sconfitta dei costituzionali e dell'intervento austriaco ritornava il governo pontificio. L'attaccamento della maggior parte degli abitanti e l'accorta opera di governo del delegato mons. Gioacchino Pecci, poi Leone XIII, fecero si che ulteriori conati fusionistici col Napoletano, cadessero completamente nel vuoto. Nel dic. 1848 una deputazione di beneventani si recò a far omaggio a Pio IX esule a Gaeta, e, data la totale tranquillità, il 12 ott. 1849 Pio IX poteva visitare quell'estremo lembo dei suoi territori.

Alcuni torbidi verificatisi nel 1855 per la cattiva gestione comunale trovarono il governo pronto a far esemplare giustizia con lo scioglimento del relativo consiglio e con opportune misure risanatrici. Ma trame avviate sin dal maggio 1860, e, più, la travolgente avanzata garibaldina ed il tramonto del regime bordonico, provocarono il 3 sett. l'improvvisa partenza del delegato mons. Agnelli, e, quindi, il decreto di Garibaldi del 25 ott. che metteva fine al dominio pontificio.

BinL: V. sopra, e inoltre: A. Zazo, Sei anni di dominio bordonico in B., in Annuario del R. Liceo-Ginn. di B., 1925; id., Talleyrand e la presa di possesso del principato di B., in Zannium, I (1928), pp. 7-23; E. Gentile, s. v. in Dic. del Ris. ssec., I, pp. 93 95; O. Bertolini, s. v. in Enc. Ital., VI, pp. 631-32; F. Bonnard, s. v. in DHG, III, coll. 1280-89. Paolo Dalla Torre
III. Arte. - Le rovine più antiche, le iscrizioni rinvenute negli scavi e le monete con dicitura greca mostrano l'impronta dell'arte ellenica e le relazioni con le colonie greche della Campania e della Magna Grecia. Il più grandioso monumento dell'epoca romana è l'Arco Traiano denominato anche Porta Aurea per il pregio delle sculture che rappresentano i fatti più salienti della vita dell'imperatore. Altri resti del periodo romano sono: il teatro a tre ordini di arcate e con la scena quasi intatta, i ruderi di un vasto emporio romano, tratti della Via Appia ancora ben lastricati, l'obelisco egizio e la statua del dio Api. Al periodo longobardo risalgono mura e fortilizi presso Ponte Arsa, una necropoli con tombe dei secc. vir e viII e la chiesa di S. Sofia.

Il Duomo, con l'anneco palazzo arcivescovile, fu costruito nel sec. vir dal vescovo David, e poi fatto rifare a tre navate, nel sec. Ix, dal principe Sicone, ed a cinque navate da Ruggiero, arcivescovo di B. (1179-1221); il quale lo fece anche completare della facciata, analoga a quelle delle cattedrali pugliesi, costruita con avanzi di edifici romani e di tombe di principi longobardi (è tuttora incompleta). Notevoli in essa il rosone centrale a sei colonnine inframezzate da musaici e le porte di bronzo (fine del sec. xir, principio del sec. xiri) ritenute da alcuni critici opera di un maestro locale, da altri provenienza bizantina, con scene della vita di Cristo. Nell'interno le colonne della navata centrale provengono da un edificio romano, le altre furono fatte porre da papa Benedetto XIII al posto di quelle di Ruggiero crollate in seguito a scosse sismiche. I quadri sopra le arcate con Profeti ed Apostoli risalgono alla metà del sec. xvir: quelli con Elia e Daniele sono del beneventano Albano. Degni di rilievo gli amboni finemente lavorati dell'altar maggiore, opera di Nicola da Monteforte (1311), lo stesso altar maggiore del Meomartini ( 1^{°} metà del sec. xix) ed il tesoro metropolitano, fra cui la cattedra in ferro battuto (sec. xi) detta di s. Barbato, assottigliato durante l'occupazione francese. Il campanile, nel quale è incastrato un curioso bassorilievo di epoca romana dal quale è derivato lo stemma di B., risale al 1273 per l'interessamento dell'arcivescovo Romano Capo di Ferro. In seguito agli ultimi eventi bellici il Duomo ha subito notevoli danni; sono rimasti intatti soltanto la facciata, il campanile ed alcune colonne. L'opera di rifacimento e di restauro è tuttora in corso.

Sono inoltre notevoli il castello più volte restaurato, ridotto nel 1321 allo stato attuale, ex convento delle Benedettine ed ora sede del museo provinciale ora molto danneggiato: l'Arco del Sacramento ora spoglio delle sculture, il monumento barocco a papa Benedetto XIII, le biblioteche, fra cui quella ricca di codici del capitolo metropolitano, e il ponte sul Calore rifatto dal Vanvitelli.

BinL: E. v. Garger, Der Trajanchopra in B., s. s. t.: A. Meomartini, B., Bergamo 1909; R. Pedicini, B. la regina del Sannio, Milano 1928; S. De Lucia, Arti belle ed oritici in B. dal sec. XV ai giorni nostri, Benevento 1933; E. Lavagnino, Storia dell'arte medievale italiana, Torino 1936, pp. 139, 252, 259, 334-36, 386; C. Pietrangeli, L'are de Trajan d B., Novara 1943; A. Zazo, B., Benevento 1944.

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Benevento - Carta della regione conciliare beneventana.
IV. Badia di S. Sofia. - A differenza dell'altra badia dedicata alla martire Sofia nella località "ad ponticellum", questa che era la più importante fra le tante dell'antica capitale del ducato longobardo, prendeva il nome dalla Sapienza divina, cosi come la celebre basilica di Bisanzio. I suoi primordi sono congiunti al nome del principe Arechi II, ( 758-88 ), che presso la chiesa, già esistente verso il 706 e da lui ricostruita, stabili un monastero di monache, di cui la prima badessa fu sua sorella Gorimberga. Divenne poi dipendenza di Montecassino ed alle monache subentrarono i monaci. L'abate cassinese s. Bertario (m. 883) vi condusse a termine e consacrò un oratorio di S. Benedetto, la cui costruzione aveva iniziata il suo predecessore Bassacio. Colui che poi fu il celebre abate Desiderio e papa Vittore III, vi fece la sua professione e vi abito per qualche tempo agli inizi della sua vita monastica.

Già Arechi l'aveva dotato di copiosissime rendite, ma i suoi possedimenti si vennero ancor più accrescendo in seguito. La commenda ne segnò la fine. Con il consenso del commendatario card. Ascanio Colonna, passo nel 1590 ai Canonici regolari del Salvatore di Bologna; dal 1834 vi sono i Fratelli delle Scuole cristiane. L'archivio è sparso in vari luoghi in B. Il manoscritto della celebre Cronaca del monastero è ora alla biblioteca Vaticana.

Della basilica che Arechi aveva ricostruito ad imitazione della S. Sofia di Costantinopoli nulla più resta; solo un piccolo portale, monco, con una lunetta contenente un bassorilievo, che reca l'effigie di Arechi, in ginocchio presso s. Mercurio che lo raccomanda al Redentore e alla Vergine. Un commendatario vi ha aggiunto la sua arma.

Anche il chiostro adiacente alla modesta chiesetta attuale, non è il primitivo : rimonta in parte al sec. xir ed ha nel mezzo un antico capitello, adattato a servire da puteale. - Vedi Tav. LXXXI.

Bibl.: Annales Beneventani (739-1118), in MGH, Script., III, pp. 173-85; Breve Chronicon monasterii Beneventani S. Sophiae..., in Muratori, Antiquitates Italiae, I, pp. 251-62; Chronicon Beneventani monasterii S. Sophiae... in Ughelli, VIII, 3-188; A. Meumartini, B. (Italia artistica, 44), Bergamo, 1909; W. Schmidt, Das "Chronicon Beneventani monasterii S. Sophiae", Berlino 1910; O. Bertolini, Gli Annales Beneventani, in Bull. delI'Ist. stor. ital., 42 (1923), pp. 1-163; id., I documenti manoscritti nel "Liber praecoptorum Beneventani monasterii S. Sophiae", in Miscellanea in onore di Michelangelo Schipa, Napoli 1925; L.-H. Cottineau, Répertoire topo-bibliographique des Abbayes et Prienrés, I, Mâcon 1939, p. 344.

Tommaso Lacciaotti
V. Regione conciliare Beneventana. - E una delle regioni in cui fu ripartita l'Italia, ai fini della celebrazione dei concili regionali in luogo dei concili provinciali (v. concilio, IV), con provvedimenti della S. Congregazione Concistoriale del 15 febbr. e 22 marzo 1919 e 29 sett. 1933 (AAS, 11 [1919], pp. 72-74, 176; ibid., 25 [1933], p. 466). Essa comprende i territori delle province ecclesiastiche di B.

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e di Manfredonia, e inoltre le diocesi di Foggia e di Troja, e l'abbazia nullius di Montevergine.

In B., capoluogo della regione, ha sede il tribunale ecclesiastico regionale per le cause di nullità di matrimonio; esso giudica, oltre che in prima istanza, anche in appello per le cause che in prima istanza sono state giudicate dai tribunali regionali abruzzese (Chieti) o pugliese (Bari). L'appello contro le sentenze del tribunale regionale beneventano va proposto o al tribunale regionale campano (Napoli) o alla Sacra Rota (cfr. Pio XI, motu proprio Qua cura, 8 dic. 1938, in AAS, 30 [1938], pp. 410-13).

Pio Ciprotti
BENEVOLENZA, AMORE di. - Suprema specie dell'amore, che ha per motivo non l'utilità dell'amante ("amore di consupiscenza"), ma il bene dell'amato (Summa Theol., 1^{2}-2^{20}, q. 17, a. 6; De malo, q. 1, a. 5). Tale amore porta con sé, nel piano soprannaturale, un vero legame di amicizia tra Dio e l'uomo (Summ. Theol., 2^{2}-2^{20}, q. 23, a. I) mediante l'elargizione, da parte di Dio, della grazia santificante, cui corrisponde, da parte dell'uomo, l'atto di carità verso Dio (Prov. 8, 17; I Io. 4, 7 e 16). Come in ogni amicizia, nell'a. di b. si ha una mutua comunione di beni (Io. 15, 14), una intimità di presenza (Io. 14, 23), una vita unificata nella partecipazione della divina natura (II Pt. 1, 4).

Le leggi essenziali dell'amicizia si attuano nell'a. di b.: 1) mutuo disinteresse: da parte di Dio, che ama per accrescere la perfezione nell'anima giusta (Sum. Theol., I², q. 20, a. 2 e 4); da parte dell'uomo, che ama la perfezione divina per se stessa, pur godendo di legittima contentezza (Versa amor seipso contentus est. Habet proemium, sed id quod amatur [s. Bernardo, De diligendo Deo, 7, 17]); 2) eguaglianza, per lo meno relativa, che si basa nell'analogica comunione di vita tra Dio e l'uomo; 3) stabilità per la natura indistruttibile di questo bene spirituale; a parte, s'intende, la debolezza dell'uomo e la conseguente peccabilità (Sum. Theol., 2^{2}-2^{20}, q. 24, a. 12); 4) manifestazione sufficiente, per segni non equivoci, di questa divina amicizia, in cui l'anima può confidare (Sum. Theol., 1^{2}-2^{20}, q. 112, a. 5). L'a. di b. ha diversi gradi.

Sim.: T. Vignes, Comment. franquis littéral de la Somme Théol. de s. Thomas d'A., X, Tolosa 1922, pp. 421-28.

Francesco Tinello
BENEVOLI, Orazio. - Musicista, n. a Roma il 9 apr. 1605 , m. ivi il 17 giugno 1672 . Fu putto cantore, quindi maestro di cappella a S. Luigi de' Francesi (1617-23), in varie altre chiese romane e nella cappella Giulia ( 7 nov. 1646, 17 giugno 1672), con la parentesi del 1643-46, in cui fu musicista di corte presso l'arciduca Leopoldo Guglielmo a Vienna. Compose molta musica sacra: salmi, mottetti, offertori e messe con gran numero di voci ( 12,16,24,30 ) tra le quali è rimasta famosa quella a 12 voci, che fu eseguita a Roma nel 1650 e pubblicata di recente da Guido Adler (v.) nel vol. X dei Denkmäler der Tonkunst in Österreich (Vienna 1896).

Bibl.: G. Adler, Sulla "Messa», in Riv. mut. ital., 1 (1903), p. I sgg.; A. Cametti, O. B., ibid., 6 (1913), p. 629 sgg.

Luisa Cervelli
BENFATTI, Giacomo, beato. - Vescovo di Mantova, ivi n. ca. la metà del sec. xili e ivi m. il 19 nov. 1338; fattosi domenicano ebbe maestro e amico Nicolò Boccasini, poi generale dei Domenicani e papa Benedetto XI. Eletto dal clero e dal popolo mantovano, Giovanni XXII lo confermò vescovo di quella diocesi che resse per 10 anni, ammirato e venerato per la dottrina e la santità. Sepolto nella chiesa del suo { }^{4} Ordine fu subito acclamato santo, ma dopo alcuni anni venne dimenticato. Nel 1483 dovendosi spostare la sua tomba a causa di restauri, si trovò il
corpo incorrotto. La cosa attrasse numeroso popolo e fece rinascere il culto sopito. Dopo varie traslazioni, nel 1813 fu collocato nella cattedrale di Mantova, ove ancora si venera. Il suo culto fu approvato da Pio IX il 22 sett. 1859.

Bist.: G. M. Piò, Delle Vite degli buomini illustri di s. Domenica, Bologna 1620, coll. 321-22; A. Touron, Histoire des Hommes ill., II, Parigi 1745; A. Sardi, Memoria storico-critica vol b. Teorpo dei B., vescovo di Mantova, Mantova 1847; Sacra Rituum Congr. Mantuana, Roma 1839; D. Mortier, Histoire des maîtres généraux de l'ordre des Prères Prêcheurs, IV, Parigi 1909, pp. 267-68; I. Taurisano, Catalogus Hagiographicus O. P., Roma 1918, p. 28.

Alfonso D'Amato
BENFATTO, Luigi (Alvise). - Pittore, n. a Verona nel 1544 ca., come si deduce dal necrologio parrocchiale che lo dice morto all'età di ca. 65 anni, a Venezia nel 1609. Nipote e mediocre imitatore di P. Veronese, aderi poi a Palma il Giovane e al Tintoretto, rimanendo superficiale e rozzo. Opere principali a Venezia sono la Battaglia di Costantino e Massenzio (in S. Apollinare), Cristo davanti a Pilato e la Comunione degli Apostoli (in S. Luca), il Centurione supplica Cristo (1587, firmata, nella chiesa dell'Arcangelo Raffaele), gli affreschi in S. Niccolò de' Mendicanti.

Bist.: Anon., s. v. in Thieme-Becker, III, pp. 324-25 (con bibl.); G. Fiocco, Paolo Veronese, Bologna 1928, p. 65; A. Vernuri, Storia dell'aria, IX, iv, Milano 1929, pp. 1109-12. Per le date di nascita e morte cf.: E. Cicogna, Delle iscrizioni veneziane, III, Venezia 1880, pp. 275-76.

Elsa Gerlini
BENGASI, vicariato apostolico di. - La Cirenaica come missione autonoma comincia nel 1927 con la divisione dell'antico vicariato della Libia (v.); nel 1939, con la creazione del vicariato apostolico di Derna (v.), che le toglieva la provincia omonima, il territorio della missione cirenaica rimase dimezzato, e il vicariato prendeva il nome dalla residenza vicariale, B. Ne fu primo vicario mons. Bernardino Bigi (1927-30), che nel '29 benediceva la prima pietra della nuova Cattedrale, indi provvedeva di chiese i nuovi centri che ne erano sprovvisti, e, per cementare l'attività della missione, fece appello alla provincia minoritica delle Marche, cui affidò la cura della parte orientale (Derna) della missione.

Morto nel 1930 mons. Bigi a Mogadiscio, il successore mons. Candido Moro continuò ed intensificò l'attività spirituale, scolastica e caritativa. L'apostolato ha la fisionomia metropolitana di cura d'anime piuttosto che quella missionaria di diffusione del Vangelo tra gli infedeli, anzi l'atteggiamento dei musulmani verso la missione è stato specialmente dall'epoca di mons. Bigi, dei più corretti, e perfino cordiale, mentre la missione fa del suo meglio per arrivare - con delicatezza e senza urti - al cuore di essi, attraverso la sua molteplice attività scolastica, caritativa, e spirituale di preghiera.

Al giugno 1939, data in cui la parte orientale fu staccata per crearne una circoscrizione a sé il vicariato di B. contava 30 padri e 8 Fratelli francescani, 9 Fratelli delle Scuole Cristiane, e 103 suore di quattro diverse Congregazioni religiose. I cattolici erano 40.441 , tutti italiani, distribuiti in 21 parrocchie e 3 stazioni secondarie. In questi ultimi anni la missione ha subito il contraccolpo della guerra - la Cirenaica è stata assai più provata della Tripolitania - e l'attività del vicario, dei Padri e delle suore, tutti rimasti al loro posto, è stata completamente assorbita dall'assistenza materiale, morale e spirituale alle popolazioni. In seguito alla vicende dell'ultima guerra mondiale, la situazione del vicariato risulta molto cambiata. Secondo le statistiche del 1948 i cattolici sono 570 con 2 catecumeni, missionari 10 , fratelli 3 , suore 44 . Scuole elementari 2 con 180 alunni. La missione pubblica alcuni periodici mensili : La Cirenaica cristiana, La Noccola, organo quest'ultimo dell'Azione cattolica, e Luce e vita.

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BibL.: Cf. le diverse annate de Le Missioni francescane (dal 1923), degli Acta Ordinis Minorum e della Cirenaica cristiana (dal 1919): Conspectus Missionum Ordinis Fratrum Minorum, geographice, ethnographice, historice et ecclesiastice descriptus, Quaracchi 1933; G. B. Tragella, Le missioni catioliche della Libia, in Rassegne sociale dell' Africa italiana, 1942, ff. 3, 8; Archivio di Prop. Fide, Prospectus status missionis, 15 luglio 1948: ponia n. prot. 3171/48; MC, p. 43 Giovanni B. Tragella

BENGEL, Johann A. abrecitit. - Erudito protestante, n. a Winternden, nel Württenberg nel 1687, m. a Stoccarda nel 1752. Fu ministro del culto luterano a Metzingen ed altrove, professore in seminario, nonché consigliere aulico e concistoriale.

Soprattutto egli si distinse come esegeta, dopo essere stato l'editore delle Lettere di Cicerone (Stoccarda 1719), del Panegirico di Origene di s. Gregorio il Taumaturgo (1722), e dei libri Sul Soverdacio del Boccadoro (1725). Nel campo biblico, B. sall in foma per i suoi lavori sul testo neotestamentario. Nel 1734, diede in luce un Apparatus criticus e un'edizione riveduta del Nuovo Testamento greco. Il suo criterio esegetico è stato quello di «spiegare la Scrittura con la Scrittura senz'aggiungervi nulla, ma trarne tutto quanto essa contiene, senza nulla tralasciare». Il suo capolavoro, risalente al 1742, fu, però, il Gnomon Novi Testamenti in qua ex nativa verbarum vi, simplicitas, profunditas, concinnitas, salubritas sensum coelestium indicatur, più volte ristampato e tradotto in tedesco dal Werner (Stoccarda 1853). Sia con l'Apparatus che con il Gnomon, B. s'ebbe fama quale primo autore che, nel protestantesimo, abbia trattato l'esegesi neotestamentaria con fine senso critico, assurgendo per tal modo a fondatore d'una scienza di cui certo non aveva previsto gli ulteriori sviluppi. Giovanni Wesley, conosciuto il Gnomon, rinunciò ad un suo commentario.

BibL.: J. C. F. Burk, Bengels Leben und Wirben, Stoccarda 1831 e 1837; O. Wächter, 7. A. B. Lebensabriss, ivi 1865; A. Hauck, s. v. in Realenc. für protest. Theol. und Kirche, 3^{2} ed., II, pp. 597-601.

Piero Chimitelli
BEN-GÖRJÖN : v. Jösippŏn.
BENGY, Anatole de. - Gesuita, n. il 19 sett. 1824 a Bourges, m. il 26 maggio 1871 a Parigi. Entrato nel 1843 nella Compagnia di Gesù, partecipò alla guerra di Crimea in qualità di cappellano militare. Insegnò poi in vari collegi, e nel 1870 partecipò di nuovo come cappellano alla guerra franco-prussiana. Soprattutto durante l'assedio di Parigi, fu largo di aiuto ai feriti. Nella notte del 3 apr. 1871 fu arrestato dalla guardia nazionale e considerato ostaggio della "Commune». Alcune settimane dopo fu ucciso, insieme a due altri padri della Compagnia di Gesù e ad una quarantina di altre vittime.

BibL.: A. de Panlevay, Actes de la captivité et de la mort des RR. PP. Olivesné, Dussedray, Caubert, Clerc, de B., 15^{2} ed., Parigi 1882.

Silvio Furlani
BENGY DE BONNAULT D'HOUET, MarieMadeleine de. - Fondatrice delle Fedeli Compagne di Gesù (v.), n. a Châteauroux (Indre) il 21 sett. 1781, m. a Parigiil 5 apr. 1858. Sposata al visconte de Bonnault, ne rimase vedova con un bambino, dopo soli dieci mesi. Si diede a opere di carità, rinunziando a seconde nozze. Nel 1817 sentì l'impulso di fondare un istituto religioso; e a ciò, dopo severe prove, la incitarono i suoi direttori spirituali. Faticò e viaggiò molto per estendere la sua Congregazione. La sua causa di beatificazione e canonizzazione è stata introdotta il 13 dic. 1916.

BibL.: AAS, 9 (1917), pp. 29-31.
Mario Colpo
BENI (el-Beni), vicariato apostolico di. Restauratore, in Bolivia, delle antiche missioni francescane e gesuitiche fu il francescano Andrea Herrero che, coadiuvato da confratelli italiani e spagnoli, fondò nel 1835 i collegi apostol