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 cf. circolare ministeriale 15 luglio 1929; art. 42, § 2, circolare 20 giugno 1929 della S. Congregazione del Concilio; art. 12, circolare 30 giugno 1934 della S. Congregazione Concistoriale; cf. anche art. 12-14 legge 27 maggio 1929, n. 848; art. 23-32 regolamento a dic. 1929, n. 2262); questi istituti, eccettuati i benefici situati in Roma o nelle sedi suburbicarie, sono sottoposti all'intervento statuale per quanto si riferisce agli atti ed ai contratti eccedenti l'ordinaria amministrazione.

Il procedimento per ottenere l'autorizzazione al compimento di questi atti è disciplinato nell'art. 23 e sgg. del regolamento 2 dic. 1929, n. 2262.

Inoltre dalla dizione amplissima del citato art. 30 «qualsiasi istituto ecclesiastico" sono state escluse, e sottoposte al controllo dello Stato, le fabbricerie (art. 15, 16, legge 27 maggio 1929, n. 848; art. 33 e sgg. regolamento 2 dic. 1929, n. 2262), e inoltre le confraternite non aventi scopo esclusivo o prevalente di culto (art. 17 legge cit.; art. 53 regolamento cit.).

Infine, nel citato alinea dell'art. 30 non è compresa l'autorizzazione all'acquisto dei beni, per la quale il capoverso dello stesso articolo dispone: «Lo Stato italiano riconosce agli istituti ecclesiastici ed alle associazioni religiose la capacità di acquistare beni, salvo le disposizioni delle leggi civili concernenti gli acquisti dei corpi morali" (cf. altresi art. 9 legge

27 maggio 1929, n. 848; art. 11 Trattato; art. 27 Concordato; articoli 932, 1060 Cod. civ.; art. 42, § i circolare della S. Congregazione del Concilio; art. 10 circolare della S. Congregazione Concistoriale, 30 giugno 1934; l'art. 22 regolamento 2 dic. 1929, n. 2262 contiene un'eccezione per l'acquisto dei beni di un debitore fatto dall'ente in seguito ad aggiudicazione e subasta).

Ci si è chiesto se la riferita disposizione dell'art. 30 ha un effetto negativo, nel senso che si limiti ad escludere ogni intervento statuale in materia di amministrazione del patrimonio ecclesiastico, ovvero un effetto positivo, nel senso che abbia inteso riconoscere efficacia civile ai controlli dell'autorità ecclesiastica. Delle tre ipotesi possibili, rispetto all'ordinamento della Chiesa ed a quello dello Stato, per ciò che tocca l'amministrazione del patrimonio ecclesiastico: esistere il solo istituto del controllo statuale (es., l'istituto del sequestro); esistere l'istituto del controllo statuale in concorso con quello canonico (es., l'autorizzazione all'acquisto dei beni cui sono soggetti tutti gli enti ecclesiastici; l'autorizzazione per gli atti eccedenti l'ordinaria amministrazione cui sono sottoposti tutti gli enti ecclesiastici congruati o congruabili); esistere il solo istituto del controllo canonico - qui viene in considerazione solamente quest'ultima ipotesi. Di fronte a questa ipotesi, nel diritto italiano, sorge il problema della efficacia civile delle norme canoniche relative all'amministrazione del patrimonio ecclesiastico e, in caso di risposta affermativa, si pone la questione dei limiti di tale efficacia. L'importanza di questi problemi appare evidente specialmente in relazione agli effetti gravi e molteplici che derivano dall'inosservanza delle disposizioni rigorose relative ai controlli fissate dal legislatore ecclesiastico. Ma su questo tema, che pure è di quelli che più meriterebbero di essere approfonditi, la dottrina si è poco soffermata. Degli autori che se sono occupati finora, alcuni pur basandosi su argomentazioni diverse, pervengono alle medesime conclusioni, non essere cioè riconosciuta efficacia civile alle norme canoniche in materia di controlli amministrativi; altri invece, più esattamente, si pronunciano per la efficacia dei controlli stabiliti dal CIC nei confronti del diritto italiano.

Tuttavia, risulta affermativamente la questione dell'efficacia statuale dei controlli canonici, resta aperta un'altra questione di maggiore importanza teorica e pratica, la questione cioè dei limiti di tale efficacia. Tale questione implica il problema della natura del riconoscimento civile della validità delle norme dettate dalla Chiesa nella presente materia, e in ultima analisi, dalla risoluzione di questo problema direttamente dipende: occorre vedere cioè se esse a contatto col diritto statuale debbano mantenersi immutate o se non piuttosto per essere applicate debbano subire mutamenti sostanziali e formali.

Infine, un'altra questione controversa, nel presente argomento, è quella relativa agli effetti della inosservanza delle norme canoniche riguardanti gli atti soggetti all'esclusivo controllo dell'autorità ecclesiastica, ad es., gli effetti della mancanza dell'autorizzazione nell'alienazione di b. e. Se non altro, basterebbe la terminologia del CIC - nel quale indifferentemente si parla di nullità e di invalidità in relazione ad atti compiuti senza l'osservanza di determinate formalità : cf. cann. 1530, § 1, n. 3; 1534; 2347) - diversa da quella usata nel nostro Codice civile, a far sorgere molteplici e complessi problemi.

Biss.: D. A. Affre, Traité de la propriété des biens ecclésiastiques, Parigi-Lione 1893: C. Carassai, La propriété ecclesiastica, Torino 1899: U. Lampert, De criterio iuridico qualitatis ecclesiasticae bonorum in debilando patrimonio Ecclesiae, Roma 1903: C. Calizo, La proprietà ecclesiastica, in Riv. ital. per le scienze giur., 21 (1906), p. 339 sgg.; M. Falco, Il riordinamento della proprietà ecclesiastica, Torino 1910; N. Covisito, Manuale di diritto ecclesiastico, I, Roma 1912, p. 180 sgg.; A. C. Jemolo, L'amministrazione ecclesiastica, in Prima trattato completo di diritto amministrativo italiano, a cura di V. E. Orlando, X, 1t, Milano 1916, p. 162 sgg.; N. Hilling, Das Sachenrecht des * Codex iuris canonici*,, Friburgo in Br. 1928, p. 344 sgg.; R. Jacuzio, Commento alla nuova legislazione in materia ecclesiastica, Torino 1932, p. 176 sgg.; M. Pistocchi, De bonis Ecclesiae temporalibus,

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ivi 1932: M. Calamari, La legislazione concordataria in materia di donazione agli enti ecclesiastici, Firenze 1933: E. Allorio, Il problema delle cose sacre, in Riv. di dir. priv., 2 (1934), p. 178 sgg.; G. Sabatini, Del patrimonio ecclesiastico, Catania 1934; G. Vromant, De bonis Ecclesiae temporalibus, Lovanio 1934; G. Forchielli, Il diritto patrimoniale della Chiesa, Padova 1935, pp. 143 sgg., 282 sgg.; M. Petroncelli, Premessa ad una trattazione del regime patrimoniale ecclesiastico, in Annali del seminario giuridico della v. Università di Catania, 3 (1935, i); F. X. WernsP. Videl, Ius canonicum, IV, II, Roma 1935, p. 182 sgg.; F. Fedele, L'autorizzazione agli acquisti degli enti ecclesiastici, diritto dello stato, diritto della Chiesa e regime concordatario, in Il diritto ecclesiastico, 47 (1937), p. 399 sgg.; R. Nox, Biens ecclesiastiques, in DDC, II, coll. 836-41; M. da Coronata, Institutiones iuris canonici, II, Torino-Roma 1939, p. 433 sgg.; C. Berutti, Institutiones iuris canonici, IV, iv, 1940, p. 461 sgg.; V. Del Giudice, Corso di diritto ecclesiastico, Milano 1941, p. 183. Pio Fedele
9. Computo del valore per i contratti concernenti i b. e. - Secondo alcuni canonisti, le lire ed i franchi, di cui ai cano. 534,1532 e 1541 (v. sopra, n. 7), debbono intendersi in valuta aurea, poiché all'epoca della redazione del CIC la lira e il franco svizzero segnavano, ad es., la parità fra loro e con l'oro. Successivamente però la lira italiana ha subito alcune svalutazioni legali, mentre il franco svizzero ne ha subito solo una nel 1936.

Al fine di determinare il rapporto fra l'attuale moneta cartacea italiana e la lira o franco oro del 1914, è necessario in primo luogo rilevare che il cambio ufficiale fra la lira ed il franco svizzero carta al 1^{°} mathrm{gen} naio 1949 era di lire 141 per ogni franco svizzero (Gazz. Uff., 4-5 genn. 1949).

Occorre, altresì, tenere presente che con il decreto federale svizzero 27 sett. 1936, art. 3, il franco svizzero carta ha subito una svalutazione legale nella misura del 30 \% rispetto al franco svizzero oro. Quindi, dal 1936, per acquistare 1000 franchi svizzeri oro, occorrono ufficialmente 1300 franchi svizzeri in valuta cartacea.

E poiché il cambio ufficiale fra la lira carta e il franco svizzero carta era in Italia al 1⁰ genn. 1949 di lire 141, per acquistare 1000 franchi svizzeri oro alla stessa data occorrevano lire italiane 1300 x 141 , e cioè L. 183.300 .

Carlo e Giulio Pacelli
BENIGNI, Umberto. - Sacerdote, n. il 30 marzo 1862 a Perugia, m. nel 1934 a Roma. Cultore di studi storici e sociali di qualche fama, si dedicò all'insegnamento e coprì alcune cariche ecclesiastiche. Resta, tuttavia, ancora prematuro e difficile dare un giudizio equanime e definitivo su parecchi atteggiamenti della sua vita e della multiforme, e talvolta non chiara sua attività. Oltre alla fondazione della Rassegna sociale, primo periodico cattolico del genere, si debbono al B. la Storia sociale della Chiesa, iniziata nel 1907, e condotta in vari volumi (di cui l'ultimo è del 1933) fino al sec. xi; Die Getreidepolitik der Päpste (Berlino 1898); Historiae ecclesiasticae prolegomena ( 2^{mathrm{a}} ed., ivi 1900); Historiae ecclesiasticae repertorium (Siena 1902); ed il Manuale di stile diplomatico, specialmente ad uso del servizio ecclesiastico (Firenze 1920).

BENIGNITÀ. - E quella disposizione d'animo, per cui si è lieti e ci si compiace di far del bene agli altri. Mentre la distingue dalla bontà, s. Girolamo ne definisce le caratteristiche: «La b. è una virtù soave, amabile, tranquilla, dalla parola dolce, dai modi affabili; fusione felice di tutte le qualità. La bontà le è assai vicina, perché anch'essa cerca di far piacere; ma ne differisce in questo, che è meno avvenente e di aspetto più severo; essa pure è pronta a fare il bene e a rendere servizi; ma senza quella giocondità, quella soavità che guadagna i cuori»

(In epist. ad Galat., 5, 22). La b. importa tutt'insieme un senso di liberalità squisita, di accoglienza amabile, di condiscendenza soccorrevole e generosa, per cui ci si piega volentieri e sempre più spontaneamente verso il prossimo che domanda e ha bisogno di un qualsiasi aiuto.

La b. è una specialità di Dio; il quale, infatti, provvede alle necessità delle sue creature, perdona le colpe loro, riabbrescia i figli prodighi ogni qual volta ritornano alla casa del padre, malamente abbandonata, aiuta all'obbedienza e alla pratica dei suoi precetti (cf., ad es., Mt. 6, 24; 34; Lc. 13, 11 sgg.; Mt. 7, 7-12).
S. Paulo, poi, concepisce tutto il disegno della Redenzione in funzione della b. divina del Padre; Gesù è di questa b. e l'incarnazione e l'esecutore, perché mentre ci prodiga la sua bontà ingeriscrdiosa, ci offre anche i mezzi attivi ed efficienti al bene soprannaturale (Tit. 3, 4). Quindi anche gli apostoli, ambasciatori di Gesù e portatori del messaggio di salvezza agli uomini, si considereranno improntati di questa virtù, come deve fare ogni cristiano, che voglia configurarsi appieno al Maestro ed esemplare divino. Però la b. cristiana che è virtù morale, sta nel giusto mezzo; si guarda perciò dalla bonomia, dalla debolezza e dall'affettazione.

Bibl.: F. Prat, Théologie de st Paul, 15 e ed., II, Parigi 1929, pp. 406-408; vers. it., Torino 1928, pp. 324-25: id., Charité dans la Bible, in DSp. II, coll. 513-16; J. de Guibert, Leçons de Théologie spirituelle, I, Tolosa 1946, pp. 137-49; C. Spizzo, b Eptire aux Carisiliens, in La sacrée Bible di L. Pirot e A. Clamer, XI, II, Parigi 1947, pp. 264-65.

Celestino Testore
BENIGNO, santo, martire. - Venerato a Digione; fino al principio del sec. vi era conosciuto soltanto da contadini del luogo; lo stesso vescovo Gregorio di Langres (506-39) ne aveva proibito il culto ritenendo il suo sepolcro come pagano. Ma una rivelazione avuta fece conoscere la verità, ed il culto di B. si affermò; una basilica fu eretta sulla cripta restaurata, attorno alla quale sorse poi la celebre abbazia di S. B. Apparve in seguito la Passio del martire, dovuta, come ormai è provato, a un volgare falsario il quale pretende che il sacerdote B. sia stato inviato in Gallia da s. Policarpo di Smirne insieme con il sacerdote Andochio e il diacono Tirso. Può darsi che B. subisse il martirio sotto Aureliano. E ricordato al 1^{°} nov. dai Martirologi geronimiano e romano.

Bibl.: S. Gregorio di Tzars, De gloria Martyrum, 30; BHL. 1153-64; Acta SS. Novenderis, I, Bruxelles 1887, pp. 134-99; L. Duchesne, Fastes Episcopaux de l'ancienne Gaule, 2^{mathrm{a}} ed., I, Parigi 1907, pp. 51-62; H. Quentin, Les Martyralages historiques du Moyen Age, ivi 1908, pp. 60-62. Agostino Amore

BENIGNO SALVIATI, GIORGIO: v. SALVIATI GIORGIO (BENIGNO).

BENIGNO VISDOMINI. - Abate generale dei Vallombrosani, n. a Montevarchi in Toscana da nobile famiglia imparentata con s. Giovanni Gualberto, m. a Vallombrosa nel 1236. Entrato nell'abbazia di Vallombrosa; fu poi eletto visitatore della Congregazione, indi abate generale.

Durante il suo governo abbaziale fece rinnovare del tutto la chiesa dell'abbazia, rimasto fino allora in legno, dedicandola alla Madonna e a S. Michele; a lui si deve pure la costruzione di edifici sacri negli eremi. Fu tenuto in gran conto dalle più alte personalità del tempo, come Papi e imperatori, e fu in intime relazioni di amicizia specialmente con s. Luigi re di Francia, al quale inviò insigni reliquie di s. Giovanni Gualberto, avendone in cambio una reliquia della S. Croce in ricco reliquario. Lasciò le sue cariche quasi centenario e trascorse i suoi ultimi giorni in un eremo. Alla sua morte era già larga la fama della sua santità, accresciuta anche dalla sua virtù taumaturgica.

Degli scritti di B. si conoscono: un decreto disciplinare da lui emanato nel 1216, il trattato Claustrum animae sive

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Methodus ad recte vivendum; gli vien poi attribuita anche una Historia dell'Ordine di Vallombrosa, edita nel 1500.

Bibl.: V. Simi, Catalogus sanctorum et plurium virorum qui... efflosterunt in Valle Umbrosa, Roma 1693. pp. 54-58; BHL 174; F. Bonnard, s. v. in DHG, VII, coll. 1327-28.

Ambrogio Mancone
BENILDO, FRATEl, beato. - Al secolo Pierre Romançon, n. a Thuret il 14 giugno 1805 , m. a Saugues il 13 ag. 1862 . Vesti l'abito dei Fratelli delle Scuole cristiane, a Clermont il ro febbr. 1820. Spese l'intera vita nel lavoro umile ed estenuante di una scuola elementare prima ad Aurillac, Moulins, Limoges, Clermont, Montferrand, Billom e finalmente, per oltre venti anni, a Saugues. Con l'apostolato catechistico, da lui prediletto, formò varie generazioni di fervidi cristiani, e promosse un numero assai grande di vocazioni religiose. Modello del maestro cattolico, è stato beatificato da Pio XII, il 4 apr. 1948.

Bibl.: G. Rigault, Un Instituteur sur le s. autel. Le Bz. Bénilde, Parigi, 1948.

Silverio Mattei
BENINGASA, CATERINA: v. CATERINA DA SIENa, santa.

BENINGASA, Orsola, venerabile. - Fondatrice della Congregazione delle Teatine, n. a Napoli il 20 ott. 1547 , m. ivi il 20 ott. 1618. Fin dalla sua fanciullezza fu animata da singolare fervore religioso, per cui visse in modo quasi claustrale quando non le riusci di vestire l'abito delle Cappuccinelle del monastero di S. Maria in Gerusalemme. Si ritirò poi in solitudine sul Monte S. Elmo, ritenuta da tutta Napoli come santa. Nel 1582 si recò a Roma per presentarsi al papa Gregorio XIII, che incaricò il cardinale di S. Severina, G. A. Santori, di radunare una Congregazione di dotti uomini, di cui fece parte anche s. Filippo Neri, per l'esame delle virtù di lei, che furono universalmente riconosciute. Tornata quindi a Napoli, fondò, in quella stessa casa del Monte S. Elmo, la Congregazione della S.ma Concezione di Maria Vergine Immacolata, detta poi delle Teatine per la somiglianza delle regole e dell'abito con quello dei Teatini e per essere stata ancora la nuova fondazione posta sotto il governo dei medesimi padri. Le Teatine, le cui regole furono approvate da Gregorio XV il 23 giugno 1623 , si distinguono nei due rami della Congregazione e dell'Eremitaggio. Pio VI approvò le virtù eroiche della venerabile con decreto del 7 ag. 1793.

Bibl.: F. M. Maggio, Compendioso ragguaglio della vita, morte e monisteri della ven. madre D. O. B., Napoli 1669; G. Bagatta, Vita della ven. serva di Dio O. B., Roma 1746; Anon., Vita della ven. serva di Dio suor O. B., ivi 1796. Quanto alle relazioni con s. Filippo, che rimase diffidente a suo riguardo, cf. L. Ponnelle e L. Bordet, Di Philippe Neri, Parigi 1928, p. 85 sg.

Niccolò Del Re
BENINGASA da Siena. - Decretista, propriamente di Arezzo, da non confondersi con l'omonimo canonista più tardo; m. nel 1206. Insegnò diritto canonico a Bologna. Fu autore di Casus al Decreto dove allega testi della Compilatio prima delle Decretali. L'opera è ancora manoscritta.

Bibl.: S. Kuttner, Repertorium der Kanonistik, Città del Vaticano 1927. pp. 229-30 e 455.

Antonio Rota
BENI NEL CONGO BELGA, vicariato apoStolico di. - Questo vicariato fu eretto il 9 febbr. 1938, ma gli Assunzionisti che lo dirigono, lavoravano in quel territorio già dal 1929, chismativi da mons. Grison, vicario apostolico di Stanley Falls.

Gli indigeni, facilitati anche dalla buona viabilità del luogo, accorsero in massa alle cappelle-scuole della missione, compresi i capi, e perfino qualche sultano. Dopo
cinque anni, nel 1934 il territorio fu staccato ufficialmente dalla missione-madre di Stanley Falls e costituito in missione «sul iuris», la quale, dopo altri quattro anni, fu elevata al grado di vicariato apostolico, senza passare per quello intermedio di prefettura. La regione più prospera è quella più meridionale, mentre attorno a B. stessa e al nord e nord-ovest, il cammino è più lento, sia per l'arabizzazione già avvenuta di qualche centro (Mambasa), sia per il pullulare di sètte segrete tra i negri della foresta, specialmente quella degli uomini-deppardi, che esercitano terribili vendette per conto della loro tribù.

Secondo le statistiche del 1948, esso ha una supertice di kmq. 40.000 con una popolazione di ca. 375.000 ab., di cui 91.606 cattolici indigeni, 270 esteri, 49.901 catecumeni, 150 dissidenti orientali, 8.000 protestanti, 1250 musulmani, 225.000 pagani. Vi sono 10 stazioni primarie e 30 secondarie con 40 missionari di cui uno indigeno, 8 fratelli e 16 suore e una nuova congregazione indigena. Le scuole elementari sono 344 con 16.167 alunni; gli ospedali 2 con 230 letti e i lebbrosari 3 con 413 ricoverati.

Bibl.: Guida delle Missioni Cattoliche, Roma [1932], p. 262; A. Corman, Annuaire des missions catholiques au Congo Belge, Bruxelles 1932. pp. 374-79; G. Quénard, Le miracle des Eglises noires, Parigi 1936; MC, Dp. 44-45; Archivio di Prop. Fide, Prospectus status missionii, posiz. prot. n. 4392/48.

Giovanni B. Tragella
BENI SUPERFLUI. - Si dicono b. s. quei beni temporali che non sono necessari né alla vita né allo stato dell'uomo.

Per una s'intende non solo l'esistenza ma tutto l'assieme richiesto per evitare una condizione stentata e misera: quindi vitto, vestito, abitazione, istruzione, educazione, necessarie riserve per far fronte ad eventuali contingenze di malanni, rovesci e cosi via. La parola stato poi comprende anche, o aggiunge al precedente, tutto ciò che serve a condurre la vita con decoro e onesta agiatezza, secondo la condizione sociale di ciascuno; né dai beni necessari allo stato va escluso il lusso ragionevole e moderato, e in generale tutto quello che non degeneri in prodigalità. Nell'uno e nell'altro caso, di vita cioè e di stato, van compresi non solo l'individuo di cui si tratta ma anche, come dice s. Tommaso (in IV Sent. dist. 15, q. 2, a. 4, q^{10}, i), tuni quelli di cui l'individuo deve aver cura: famiglia, dipendenti, ecc...

I. Scopo. - Lo scopo dei b. s., non meno che dei necessari, è il loro uso e consumo da parte dell'uomo. Ora, la retta ragione, che ci presenta l'uomo non solo come individuo ma come membro della società, ci dice pure che, perché questa società sia ordinata, è necessario l'aiuto scambievole tra i vari membri di essa; e prima di tutto che la vita dei medesimi abbia i mezzi necessari alla sussistenza, a cui per il fatto stesso d'esser nato l'uomo acquista diritto.

Questa dottrina, ammessa e forse in certi casi esagerata più del dovere dall'odierna filantropia, è radicata nel diritto naturale e divino, come consta da Eccll. 4, 1: «Eleemosynam pauperis ne defraudes, et oculos tuos ne transvertas a paupere»; e diviene nell'economia cristiana un precetto. Cosi in Le. 11, 41: "Quod superest, date eleemosynam", Mt. 25, 41-42: "Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum... esurivi enim et non dedistis mihi manducare; sitivi, et non dedistis mihi potum». Dove è da notare : 1^{°} che Cristo stesso dice di essere rappresentato dai poveri; 2^{°} la sanzione di pena eterna pronunziata da Cristo a chi non soccorre l'indigente, ciò che suppone un precetto, e questo grave, almeno quando si tratta di sovvenire alla necessità estrema o quasi estrema, di cui si dirà più sotto.

L'osservanza di questo precetto è, attraverso i secoli, inculcata ed illustrata: a) Dai ss. Padri, come appare manifesto dai seguenti passi di s. Ambrogio, il quale nel De off., I, 30 dice : «Passe fame morientem; si non paveris, occidisti»; e Serm. 64, de Temp.: «Esurientium panis est,

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quem tu detines; nudorum indumentum est, quod tu recludis; miserorum redemptio et absolutio est pecunia, quam tu in terram defodis s. Lo stesso concetto ribadisce s. Basilio In Le. 12, 18, \& Destruam horrea mea s. Cf. Sum. Theol., 2^{mathrm{a}}-mathbf{2}^{mathrm{ac}}, q. 32, a. 5, e q. 66, a. 7. b) Dai teologi e Dottoci, di cui ci limitiamo a citare l'esponente massimo s. Tommaso d'Aquino che nell' op. cit., q. 32, a. 5, dopo di aver ricordato l'amor del prossimo essere un precetto «Diliges proximum tuum sicut te ipsum» ( M r. 22, 39), soggiunge essere quindi necessario che cada sotto lo stesso precetto tutto ciò senza di cui esso non può conservarsi: ora all'amor del prossimo appartiene non soltanto volergli bene, ma anche fargliene, secondo quel detto di s. Giovanni (Ep. I, 3, 18) : «Non diligamus verbo, neque lingua, sed opere et veritate». Il voler pertanto e fare bene a qualcuno, richiede che lo si soccorra quando è in necessità, ciò che si fa con l'elargizione dell'elementa; la quale quindi è un precetto. c) Dal magistero della Chiesa. A questo riguardo è noto quanto abbiano fatto i Papi, richiamando i fedeli all'osservanza di questo precetto, e, secondo i casi e i tempi approvando o fomentando Ordini ed istituti religiosi e secolari, dedicati alle opere di beneficenza; e soprattutto Leone XIII nell'enciclica Rerum novarum, 15 maggio 1891; e Pio XI nell'enciclica Quadragesimo anno, 15 maggio 1931.
II. Quantitá da erogarsi. - Si distingua : quando il prossimo è di fronte al pericolo di perdere la vita o ad altro male veramente grave che non può da sé superare né fisicamente né moralmente, si dice trovarsi in necessità estrema o quasi estrema (la quasi estrema è chiamata anche gravissima ed all'effetto di cui parliamo è equiparata all'estrema); se può superarla, ma con notevole incomodo, la necessità si dice grave; se infine può farlo con qualche incomodo non notevole o non grave e in tutti gli altri casi, la nenecessità si chiama comune. Da ciò derivano questi principi : 1) nei casi di estrema o grave necessità tanto è da darsi o permettere che si prenda, quanto sia necessario ad uscire da tale necessità; nell'estrema anche dai beni necessari allo stato, nella grave dai soli b. s. (v. rubro, cause eobANTI del); 2) nella necessità comune o in opere di beneficenza, il superfluo da erogarsi varia secondo le facoltà del possessore. Ad evitare il peccato contro il precetto basterebbe, secondo molti, dare il 2 \% del superfluo che resta netto da tutte le spese di salari, tasse e così via; né importa a chi si dia in particolare. Secondo altri dovrebbesi dare il 5 \% del superfluo. Forse le due sentenze possono bene conciliarsi in questo modo: che in proporzione del superfluo, se trattasi di ordinari benestanti, sia su per giù il 2 \%; se di più facoltosi, la percentuale debba aumentare gradualmente sino al 5 \%.

Questo quanto al precetto cristiano sull'uso del superfluo, che ad ogni modo, fuori della necessità estrema, non obbliga sub gravi, neanche, probabilmente, nella necessità grave tranne che non sia per divenire estrema. Ma in quanto ad atto di virtù cardinale o morale, dovrebbesi consigliare a dare anche più da tutti i b. s., mobili ed immobili, onde avere una equa ripartizione come richiede una società bene ordinata, senza volere con ciò distruggere o intaccare diritti giustamente acquisiti.
III. Il motivo o titolo. - Il motivo della elargizione dei b. s.: 1) in quanto precetto è la compassione del prossimo per amor di Dio, un atto quindi di quella virtù teologale che si chiama carità; 2) in quanto atto virtuoso appartenente all'equità naturale consiste nella bontà che riluce in tale azione in quanto tende a soccorrere il nostro simile e quindi a promuovere il bene della società, ed è compreso nella virtù morale o cardinale della giustizia che dicesi generale, legale, ovvero, per lo scopo finale a cui tende, sociale. Questo va detto quando si tratta di sovvenire del superfluo
alla necessità comune od anche grave; perché allora chi dà, dà del suo, di ciò che gli appartiene. Quando però trattasi di venire incontro alla necessità estrema, allora subentra il titolo di giustizia stretta o comunitatioa; perché ipso facto che esiste tale necessità, tutti i beni, di chiunque essi siano, diventano comuni «et fiunt primi occupantis» che in tale necessità si trovi, e può usarne come cosa propria in quella misura che sia al caso necessario. L'indigente in altre parole acquista dominio perfetto nell'estrema necessità, imperfetto negli altri casi.

Si dicono pure b. s. quelli acquistati sui beni ecclesiastici che restano dopo l'onesto sostentamento del beneficiato, ma di ciò in altro voce (v. beni ecclesiasticI).

Bibl.: S. Tommaso, Sum. Theol., loc. cit.; S. Alfonso, Theol. moralis, I, ed. Gaudè, Roma 1902, nn. 31-32; C. Antoine, Cursi d'Ecumoniu sociale, tradotta dal frans. da P. Martinelli, Siena 1901, pp. 619-22; J. Banchi, Vita sociale, Vicenza 1932, pp. 422 426; T. A. Iorio, Theologia moralis, I, 3² ed., Napoli 1946, nn. 261-65. Tommaso Angelo Iorio

BENIVIENI, Domenico. - Filosofo e teologo, n. a Firenze nel 1460 , m. ivi il 3 dic. 1507. Per la sua tendenza filosofica fu denominato dal Ficino suo «complatonico», e per la sottigliezza nelle controversie teologiche ebbe il titolo di «Sextino». Dal 1491 ca. fu canonico di S. Lorenzo in Firenze, ove è sepolto. Insieme con due fratelli maggiori, Antonio e Girolamo, fu caldo partigiano del Savonarola, che difese con tre scritti. Ricordiamo: Trattato in defensione et probatione della dottrina predicata da Frate Jeronimo [Savonarola] (Firenze 1496); Epistola responsiva nelle calomnie contro Savonarola (ivi 1497). Di carattere spirituale: La scala della vita spirituale sopra il nome di Maria (ivi 1495 ca.).

Bibl.: Mazzuchelli, II, II, p. 858 sec. ; C. Re, Girolamo B. fiorentino, Città di Castello 1906; J. Schnitzer, Savonarola, Monaco 1924, trad. it. di E. Rutil, Milano 1931. Angelo Walz

BENIVIENI, Girolamo. - Umanista e poeta, n. a Firenze il 6 febbr. 1453, ivi m. nel 1542. Fu in stretta amicizia con la famiglia Medici, col Poliziano, col Ficino e specialmente con Pico della Mirandola, accanto al quale riposa nella chiesa di S. Marco. Ebbe vasta cultura e maestria nel verso, tanto da primeggiare tra i poeti del tempo ed essere considerato da B. Varchi come il secondo restauratore della poesia italiana. Talvolta però sembra poco chiaro, a motivo del denso insegnamento platonico che entra nelle sue rime. Da quando passò al Savonarola, ispirò quasi tutte le sue opere a soggetti religiosi e divenne il poeta ufficiale delle manifestazioni savonaroliane.

Tra le sue composizioni ricordiamo il pucmetto allegorico Amore sull'amore umano, la Canzone de lo amore celeste e divino commentata da Pico, varie laudi e canzoni morali.

Bibl.: C. Re, G. B. fiorentino, Città di Castello 1906 (accellente) ; A. Pellizzari, Ou asceta del Rinascimento. La vita e le opere di G. B., in Dal Duccento all'Ottocento, Napoli 1914, pp. 238-60; V. Rossi, Il Quattrocento, 2² ed., Milano 1934, p. 281 .

BENIZI, Filippo: v. filippo benizi.
BENJAMIN. - Domenicano, probabilmente croato, il quale, verso la fine del sec. xv tradusse a NijniNovgorod per il locale arcivescovo Gennadio ( 1485 1504) quello che ancora restava della versione paleoslavica della Bibbia, valendosi in parte della Velgata. Soltanto allora si ebbe per la prima volta una versione completa in lingua slava di tutta la S. Scrittura. Questa versione, mai stampata, è stata alla base della cosiddetta Bibbia di Ostrog ( 1581 ) e quindi di tutte le altre traduzioni russe della Bibbia fino ad oggi.

Bibl.: A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, Torino 1948, pp. 152-53. 172. Alberto M. Ammann

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BENKERT, Franz Georg. - Teologo e storico cattolico tedesco. N. il 25 sett. 1790 a Nordheim (Rhön) e m. il 20 maggio 1859 a Coburgo. Fece gli studi secondari a Münnerstadt e gli studi teologici all'Università di Würzburg. Ordinato sacerdote nel 1816, fu, nel 1821, pur continuando i suoi studi, vicerettore del seminario di Würzburg. Si laureò nel 1823 .

Nel 1832 fu rettore dello stesso seminario; nel 1838 fu eletto canonico e decano del Duomo. Nel 1822 fondò e, fino al 1840 , diresse la rivista Religionsfreund. In un tempo in cui il clero inclinava verso il razionalismo ed il liberalismo, i suoi sforzi mirarono a conservare intatta la santità dei costumi e l'integrità della fede. Allo stesso scopo fondò (1827-28) la rivista Athanasia di teologia pastorale, storia ecclesiastica e pedagogia, la quale acquistò grandi benemerenze per il rinnovamento dello spirito ecclesiastico. Ma il B. si lasciò talvolta guidare dal suo zelo impetuoso, non sempre prudente, e si attirò molte inimicizie, particolarmente tra il clero anziano. In seguito, ritirata la sua collaborazione alle riviste, si dedicò esclusivamente a studi storici di interesse locale e con profonda conoscenza scrisse varie opere sulla storia della Franconia.

Biol.: F. Lauchert, s. v. in LThK, II, col. 171.
Giulio Gnsedie
BEN-NAPHTÂLĪ, Möšèh ben-DâwîdH. - Maso-
reta vissuto verso la metà del sec. x in Palestina, non a Bagdad, come erroneamente pensarono alcuni, dopo Elia Levita. Si dedicò a stabilire il testo biblico con l'apparato e la vocalizzazione della masora (v.) di Tiberiade.

Non conosciamo manoscritti che integralmente e sicuramente ci tramandino la punteggiatura masoretica di B.-N., a meno che essa venga raccolta nel gruppo dei manoscritti affini al codice di Reuchlin sui profeti (a. 1105-1106 - Ms. Durlach 55 della biblioteca di Karlsruhe). La punteggiatura di B.-N., pur avendo raggiunto un grado avanzato nel rilevare le minuzie tanto per le vocali che per gli accenti, venne nel sec. xir superata dalla avversaria scuola dei Ben- { }^{-} Ā S r̄ (v.).

Biol.: Sulle differenze tra le due scuole palestinesi v. l'opera di Mischael (sec. x), edita da L. Lipschütz, B.-N. Der Bibeltext der Tiberischen Masoreten. Eine Abhandlung des Mischael b. 'Uzziel veröffentlicht und untersucht (Bonner Orientalische Studien, 25), Stoccarda 1937. Sul testo di B.-N.: P. Kahle, Masoretes des Westens, ivi 1930, p. 45 sg.

Faustino Salvoni
BENNONE. - Lasciato il canonicato di Strasburgo e datosi a vita eremitica presso la tomba di s. Meinrado, nel 927, fu dall'imperatore Enrico I eletto al vescovato di Metz. Due anni dopo, nel 929, un attentato lo privò interamente della vista, ed egli fu cacciato dalla sua sede. Ritornò allora con Eberardo canonico di Strasburgo e altri compagni presso il sepolcro di s. Meinrado, dove sorse poi tra il 945 e il 947 il celebre monastero di Einsiedeln (Svizzera). M. il 3 ag. 940.

Biol.: H. Contractus, Chronicon, in MGH, Scriptores, III, 113 sg.; F. A. Weiland, Vies des saints du diocèse de Metz, Metz 1910, pp. 303-13; J. M. B. Clauss, Die Heiligen der Elsass, Düsseldorf (1032), pp. 45, 195-96. Giuseppe Sanità

BENNONE, vescovo di Meissen, santo. - Di famiglia comitale sassone, fratello del conte Cristoforo, era canonico a Goslar allorché fu nominato da Enrico IV, nel ro66, vescovo di Meissen. Praticava, insolitamente tra i prelati germanici, la povertà evangelica. Nella lotta scatenatasi tra l'imperatore e i Sassoni, fu dalla parte dei suoi conterranei : il che lo espose, dopo avvenuta la pace, alle rappresaglie di Enrico. Il fermo atteggiamento della Chiesa, ormai avviata alle decisioni estreme per combattere l'interferenza laica, obbligò Enrico, all'indomani della scomunica, a richiamare i vescovi esiliati e tra essi B.

L'atteggiamento del vescovo fu, a sua volta, deciso : nel 1078, alla dieta di Forchheim, fu tra i sette vescovi sassoni che elessero, contro Enrico, Rodolfo di Svevia, e alla morte di questo, Ermanno di Salm. Negli anni successivi fu tra i più fervidi campioni del partito pontificale e della Chiesa riformatrice. L'assemblea di Magonza del maggio 1085 lo colpiva, insieme agli altri avversari della politica enriciana, dimettendolo ed esiliandolo dalla sua sede. Ma poi la tendenza conciliatrice prevalse nell'animo di B.: questa tendenza e la crisi della Chiesa alla morte di Gregorio VII, e forse il desiderio di ritornare alla sua Meissen, frattanto occupato dal vescovo imperiale Felice, lo piegarono a venire in Italia e a sottomettersi all'antipapa Guiberto, che lo fece riaccogliere nella grazia dell'imperatore. Restituito alla sua sede, diede opera, anche al pensiero, alla conciliazione delle due tesi con il trattato De unitate Ecclesiae conservanda. Nel ro97 tuttavia egli riconobbe Urbano II per vero Pontefice. Ma da allora le fonti tacciono di lui: si può solo supporre ch'egli morisse alcuni anni dopo, tra il 1105 e il 1107 .

Il culto di B. sorse tardivamente, in occasione della ricostruzione della cattedrale di Meissen. Sul finire del Quattrocento il clero locale si fece patrocinatore della sua canonizzazione: e il 31 maggio 1523 Adriano VI lo canonizzò solennemente e ne fissò la festa alla supposta data della sua morte, 16 giugno (1106). L'anno dopo, in occasione d'una nuova traslazione, Martin Lutero, stimando che il nuovo Santo non avesse dato in vita prova di eroismo nella fede e che l'ambiente sassone e l'interesse del clero di Meissen avessero influito sul processo, non si lasciava sfuggir l'occasione per scogliarsi in un opuscolo contro tale forma della tanto deprecata mondanità della Chiesa (Widder den neven Abgatt und allten Teuffel, der zu Meyssen sol erhaben werden [in M. Luthers Werke, XV, Weimar 1899], pp. 170-98). Gerolamo Emser, il quale di B. aveva dal 1512 pubblicato una Vita (che rimane la fonte più ampia per la conoscenza del vescovo, nonostante il suo carattere leggendario), replicò a Lutero con una Antwort auff das lesterliche Buch wider Bischoff Benno zu Meissen, pubblicata a Dresda lo stesso 1524. Altri protestanti e cattolici fecero eco alla polemica. La quale si riverberò anche sulla vicenda delle spoglie del vescovo: l'introduzione della Riforma nel ducato di Sassonia provocò la distruzione dell'altare e della tomba del Santo, ma il vescovo Giovanni VIII di Meissen riuscl a portar le reliquie nel suo castello di Stolp. Ivi furono trattenute ben poco: trasportate a Wurzen, poi a Monaco, v'èbbero affine pace, dopo il 1580 , nella Cattedrale. B. è tuttora venerato dai cattolici di Meissen e della intera Baviera come il loro santo patrono.

Biol.: Per una notizia più compiuta delle fonti, cf. Acta SS. Iunii, III, Anversa 1701, pp. 146-231; Potthast, II, Lipsia 1896, p. 1294; O. Langer, Kritik der Quellen zur Gesch. des hl. Benno, in Mitt. d. Vereins für Gesch. der Stadt Meissen, I, 3 (1884, fasc. III), pp. 70-95; R. Döbner, Ahtenstüche zur Gesch. der Vita Benuonis Mimenis, in N. Archiv für sächsische Gesch., 7 (1886), pp. 131-44. - Su Bennone : E. Machatschek, Geschichte der Bischöfe des Hochstiftes Meissen, Dresda 1884, pp. 69-94; O. Langer, Bischof Benno von Meissen, in Mitt. d. Vereins für Gesch. d. Stadt Meissen, I (1886, v), pp. 1-38; II (1888, 11), pp. 99144; K. F. Will, Sanht Benno, Bischof v. Meissen, Dresda 1887; E. Klein, Der heilige Benno, Bischof von Meissen, Monaco 1904; J. P. Kirsch, Beiträge z. Gesch. d. hl. Benno, ivi 1904; A. Hauck, Kirchengesch. Deutschlands, III, Lipsia 1906, pp. 841-50. - Il trattato di Bennone, De unitate Ecclesiae conservanda, è pubblicato nella raccolta dei Libelli de lite imperatorum et pontificum, in MGH, II, Hannover 1893, p. 244 sgg. Pier Fausto Palumbo

BENNONE, vescovo di Osnabrücr. - N. a Löhningen verso il 1020, m. ad Iburg il 27 luglio 1088. Fu discepolo di Ermanno Contratto e, verso il 1042, accompagnò il vescovo Guglielmo di Strasburgo in un pellegrinaggio a Gerusalemme. Dimostrò fin da giovane grande attitudine per l'architettura e

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fu inviato da Enrico III a Goslar per la costruzione del palazzo imperiale. Nominato arciprete di Goslar e presidente del tribunale sinodale, il 23 nov. ro68, fu eletto vescovo di Osnabrück, succedendo a Bennone I e il 1^{°} febbr. ro69 fu consacrato a Colonia dall'arcivescovo di questa città.

Si occupò molto della sua diocesi provvedendo a far bonifiche, a perfezionare l'agricoltura e a far costruire edifici civili e religiosi. Fin dal primo anno della sua elezione, gettò lo basi del convento di Iburg. Durante la lotta tra Enrico IV e Gregorio VII, prese le parti dell'imperatore, ma, uomo intelligente, equilibrato e profondamente religioso, fu sempre stimato e ben accolto dal partito avversario. Scomunicato per aver sottoscritto alla destituzione del Papa nella Dieta di Worme, si recò anch'egli con Enrico IV a Canossa dove ottenne il perdono. Alla seconda scomunica di Enrico IV, nel ro8o, si astenne però dal prendere una qualsiasi posizione e poté in tal modo essere mandato in missione presso il Papa, nel ro83, per intercedere in favore dell'imperatore. E considerato beato, ma non ha mai avuto culto pubblico. La sua festa è celebrata il 22 luglio o il 20 nov.

BibL.: Cf. Acta SS. Iulii, V, Anversa 1727, p. 187; Norbert d'1burg, Vita Bennonis II episcopi Oenobrogensis, in MGH, Scriptores, XII, pp. 58-84; L. Thyen, Benno II, Bischof von Osnabrïck (1068-68), Osnabrück 1869; U. Chevalier, Répertoire des sources historiques du moyen-age, Bio-bibliographie, I, Paris! 1905, p. 514; I. Hindenberg, Benno II, Bischof von Osnabrück als Architektur, Strasbourg 1901.

Emma Santovito
BENNONE, vescovo di Rimini. - Nominato nel 1230. Molto stimato da Gregorio IX, fu incaricato di numerose missioni e gli venne affidata la composizione di una controversia tra l'arcivescovato di Ravenna e quello di Faenza. Fondò il lebbrosario di S. Lazzaro, vicino a Rimini, e ospitò nella sua città s. Antonio da Padova che vi si era recato per diffondervi il culto del S.mo Sacramento. Mori verso il 1235.

BibL.: Ughelli, II, col. 423; Cappelletti, II, p. 395; P. B. Gams, Series episcoporum, Ratisbona 1873, p. 722.

Emma Santovito
BENO (Benno, Bennone). - Cardinale, m. verso il 1100. Creato cardinale da Stefano IX nel rog8, il 5 maggio ro8r intervenne al sinodo romano contro l'antipapa Clemente III, ma nel ro84 si schierò contro Gregorio VII, e giustificò il suo atteggiamento in due scritti, nel primo dei quali si sforza di dimostrare falsa l'elezione di Gregorio VII, e nel secondo parla della scomunica contro l'imperatore Enrico IV. Redasse un manifesto dei cardinali scismatici e rimase ostinato avversario di Gregorio VII fino alla morte. Fu a Roma nel rog8 per partecipare al concilio riunito dall'antipapa Clemente III.

BibL.: J. Schnitzer, Die Gesta Romanae Ecclesiae des Kardinals B., Bamberga 1892; A. Potthast, Biblioteca historica Medii Aevi, 2^{°} ed., I, Berlino 1896, p. 146; Hefele-Leclerco, V, p. 272.

Emma Santovito
BENOIST, Michel. - Gesuita e missionario francese, n. a Digione (o ad Autun) l'8 ott. 1715, m. a Pekino il 23 ott. 1774. Entrato nel noviziato di Nancy nel 1737, arrivò in Cina nel 1744 e fu quasi subito chiamato a Pekino nel piccolo gruppo di missionari matematici alla corte, la cui funzione era di mantenere, con l'esercizio delle scienze e delle arti occidentali, la benevolenza imperiale verso la missione.

Si era preparato con studi di astronomia a Parigi, ma non poté segnalarsi in questo campo, perché l'imperatore Kien-lung l'occupò molti anni nell'abbellire i parchi imperiali con le magnificenze dell'arte idraulica, cascate, giuochi d'acqua e simili, nello stile di Versailles; l'incaricò poi
della costruzione di padiglioni di stile occidentale nella famosa residenza di estate (il Yuan-ming-yuan, distrutto nel 1860).

Il B. prese pure parte a lavori cartografici, e fra l'altro all'esecuzione della nuova carta dell'impero in ro4 fogli, per la quale egli introdusse di nuovo in Cina, con notevole successo, l'incisione in rame. Ebbe poi una parte preponderante nelle trattative per la incisione a Parigi, per conto di Kien-lung, della celebre serie di rami Les conquêtes de l'empereur de la Chine su disegni dei missionari di Pekino, e dovette poi eseguire altre tirature a Pekino. Superiore della residenza di Pekino in un tempo assai difficile, dal 1762 al 1772 , il B. soccombette all'annunzio della soppressione della Compagnia di Gesù.

BibL.: Sommervogel, I, coll. 1310-11; VIII, col. 1815; Streit-Dindinger, Bibl. Miss., VII, pp. 319-20; Lettres éd. flantes, XXXIV, Parigi 1781, 280-395 e 396-430; XXXVI (1783) pp. 417-29; L. Phater, Notices biographiques... de l'ancienne mission de Chine, II, Shanghai 1934, pp. 813-26; P. Pelliot, Les "Conquêtes de l'empereur de la Chine", in T'oung Pan, 1921 pp. 184-274; E. Lamalle, s. v. in DIIG. VIII, col. 1375-77.

Edmondo Lamalle
BENOZZO di Lese: v. GOZzoli benozzo.
BENSON, Robert Hug. - Convertito inglese, apologista e romanziere, p. nel Berkshire il 18 nov. 1871 e m. a Londra il 19 ott. 1914. Studiò teologia a Cambridge, al Trinity College. Dapprima ministro anglicano (suo padre Edoardo White era arcivescovo di Canterbury) sentl ben presto l'inconsistenza dell'anglicanesimo e si converti nel 1903 ; nel 1904 fu ordinato sacerdote, nel 1911 divenne prelato romano. Scrittore di una rara fecondità, fu una delle più interessanti ma anche più discusse figure della storia religiosa e letteraria dell'Inghilterra contemporanea. Apologista vivace e penetrante conoscitore della psicologia moderna, oltreché artista squisito, inferiore forse solo al Newman.

Fra le sue opere sono particolarmente degne di nota: Confession of a convert (Londra 1913), opera fra le più suggestive del genere; The Lord of the World (ivi 1907), racconto apocalittico sugli ultimi giorni del mondo, che appassionò vivamente, ma suscitò anche aspre controversie letterarie e teologiche, alle quali rispose con un altro racconto, The Dawn of all (ivi 1910), sullo stesso argomento. In altri romanzi : By wath Authority (ivi 1904), The King's Achievement (ivi 1905); The Queen's Tragedy (ivi 1906); Come Ruch, come Rajse (ivi 1912), il B. fa la storia e l'apologia del cristianesimo nell'epoca tormentata di Enrico VIII, Maria ed Elisabetta; in altri ancora cerca, con grande serietà morale e con una forma di grande effetto, di glorificare la Ecclesia militans o anche di dimostrare in modo vivace, originale, e talora paradossale, l'insufficenza assoluta della scienza e dei progressi materiali e meccanici moderni, a risolvere i problemi della vita.

Negli scritti: Christ in the Church (trad. it. di A. To vini, Brescia 1936) e The friendship of Christ (trad. it. di E. Francia, ivi 1931), si mostra ardente, sperimentato ed anche originale espositore della dottrina del Cristo mistico.

BibL.: C. Martindale, The Life of R. H. B., 2 voll., Londra 1916; A. de la Gorce, R. H. B. prêtre et romancier, Parigi 1928.

Giulio Gnaedig
BENTHAM, JEREMY. - Filosofo e giurista, n. a Londra il 15 febbr. 1748, m. ivi il 6 giugno 1832. Fu d'ingegno assai precoce, tanto da poter leggere, a tre anni, parte della History of England di F. De Rapin, e iniziare l'anno seguente l'apprendimento del latino. Studiò a Westminster, quindi all'Università di Oxford dove conseguì il grado di baccelliere (1763) e di «macetro in arti» (1766).

Indirizzato dal padre all'avvocatura, cui non intendeva dedicarsi, la esercitò per breve tempo, e si volse quindi agli studi filosofici, formandosi particolarmente alle dottrine di Locke, Hume, Beccaria, Montesquieu, Helvétius. Pubblicò, anonimo, nel 1776, il suo primo lavoro, A Frag-

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ment of Government, in cui attaccava violentemente la costituzione inglese e indicava nel principio utilitaristico il fondamento delle dottrine etico-giuridiche. Compì, nel 1785, passando per l'Italia e per Costantinopoli, un viaggio in Russia - per visitare il fratello, ingegnere navale di Caterina II - e colà scrisse la Defence of usury (1787). Tornato in Inghilterra pubblicò la sua opera principale cui attendeva da molti anni: Introduction to the principles of Moral and Legislation (1789) intesa alla ricerca di solidi principi, dal punto di vista dell'utilitarismo, per una sana legislazione. L'opera gli diede larga fama in Europa e in America. Essa è anche la sola, fra le maggiori, scritta interamente di suo pugno. Nel resto delle sue opere B. ebbe a collaboratori discepoli e seguaci, primo fra essi il ginevrino E. Dumont conosciuto a Londra, il quale, oltre alle traduzioni (Geuvres, 3 voll., Bruxelles, 1829-30 ) ne redosse e pubblicò in francese i Traités de législation civile et pénale ( 3 voll. contenenti varie opere di B. : Principes généraux de législation; Principes du code civil; Principes du code pénal; Mémoire sur le panoptique; De la promulgation des lois, ecc., Parigi 1802); e inoltre la Théorie des peines et des récompenses (ivi 1811); il Traité des preuves judiciaires (ivi 1823), e altri scritti. Usel postumo: Deontology or the Science of Morality per cura di J. Bowring (Edimburgo 1834). B., per oltre 20 anni, si interessò anche a progetti filantropici, e principalmente alla riforma del penitenziari (pensava ad un tipo di carcere in cui, da un punto centrale ogni parte fosse visibile, denominato dal greco "panopticon "). Nonostante i suoi progetti fossero stati presi in considerazione dal Parlamento inglese, non approdò ad alcun risultato, pur avendone largo compenso in danaro.

Le opere di B., che restano una ricca sorgente di idee legislative, studiate da politici e giuristi, influirono, nel periodo della restaurazione, su varie legislazioni d'Europa e d'America. In Inghilterra le idee del filosofo ebbero larga diffusione, grazie soprattutto alla Westminster Review, da lui fondata, in collaborazione con James Mill, nel 1823, come organo radicale in opposizione alla conservatrice Edimburg Review. La rivista attrasse attorno a sé un gruppo di fervidi collaboratori, primo fra tutti J. Stuart Mill (v.). La riforma della legislazione inglese, del diritto processuale, civile e penale, in gran parte fu dovuta al B.

II B. occupa un posto importante, oltre che nella storia della legislazione, anche nella storia del pensiero etico per la sua originale espressione, sistemazione e difesa dell'utilitarismo. Educato dapprima al conservatorismo inglese, tradizionale e ortodosso, B. ebbe dalla lettura di Hume (A Fragment of G., I, § 36, n.) la prima rivelazione del principio utilitaristico che divenne il centro di tutta la sua concezione eticogiuridica. Non c'è, egli osserva, a fondamento della condotta umana, quand'essa non si lasci influenzare da pregiudizi, particolarmente d'ordine religioso, altro movente che quello della felicità. Il piacere e il dolore inerente o connesso con le nostre azioni è, in fondo, il vero e unico motivo che le determina. Anche quella che si chiama ed è sentita come «obbligazione» morale non si concepisce né si spiega altrimenti che come necessità di porre o tralasciare un'azione perché ciò serve od è indispensabile al bene dell'individuo e della società. Essa trova parimenti la sua sanzione principale nelle dannose conseguenze che un'azione contraria all'utilità naturalmente comporta. Il principio utilitaristico diventa così insieme la base della morale e del diritto, e di conseguenza della legislazione, la quale dev'essere sottratta alle norme teoretiche del cosiddetto diritto naturale, e guidata unicamente dall'intento di realizzare "la maggior felicita possibile per il piùgran numero possibile di individui». Tale la formula sintetica del principio e della norma etico-giuridica, enunziata già dal Beccaria, cui B. si ispira. Identificato così il bene etico con l'utile e il male con tutto ciò che nuoce alla felicità, la morale
viene concepita come un calcolo sapiente del più reale e fruttuoso interesse di tutti. Infatti l'interesse dei singoli, se bene inteso, si accorda in definitiva con l'interesse generale: e i limiti che questo impone all'egoismo del momento sono compensati dal risultato finale ch'è una somma maggiore di felicità. Il B. si addentra quindi in una sottile descrizione dei motivi delle azioni, di cui costruisce estesissime tavole, e in un'analisi minuziosa delle varie classi di piaceri, tentando di determinare il loro rispettivo apporto, immediato e mediato, alla somma finale della felicità.

In generale il piacere va considerato: 1) Da parte dell'oggetto, nella sua intensità, durata, certezza, accessibilità, fecondità, purezza da mescolanza di dolore, estensione a una maggiore o minore moltitudine di individui. 2) Riguardo al soggetto. Il piacere infatti è relativo, per cui, nel computo dei piaceri entrano come fattori di decisione e scelta tutte le varianti ambientali e individuali. 3) Nel suo aspetto sociale, poiché appunto l'interesse privato è intimamente connesso con quello generale. Un delitto, p. es., va visto non solo in quello che di bene o male reca a chi lo compie, ma in tutte le risonanze che determina nella società, di danno, incertezza, paura, ecc. In rappo