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eri entrano come fattori di decisione e scelta tutte le varianti ambientali e individuali. 3) Nel suo aspetto sociale, poiché appunto l'interesse privato è intimamente connesso con quello generale. Un delitto, p. es., va visto non solo in quello che di bene o male reca a chi lo compie, ma in tutte le risonanze che determina nella società, di danno, incertezza, paura, ecc. In rapporto a questo calcolo del valore quantitativo dei piaceri, che, per la maggior parte delle azioni umane, è già stato fatto dall'esperienza dei secoli, B. enunzia la norma concreta e universale dell'azione: se prevale la somma dell'utile, e soltanto allora, l'azione va compiuta.

L'etica benthamiana, equivalente, come si vede, a una tecnica e a un'aritmetica del piacere e dell'utile, si discosta, per questo carattere, dall'edonismo circtaico - vòlto unicamente al piacere attuale e presente - con cui pure sostanzialmente concorda nella riduzione della felicità a bene e godimento empirico. In ciò è anche il suo errore e la sua intrinseca insufficenza. Indubbiamente il B., valorizzando il principio dell'utilità, ch'è pure parte integrante in un sistema generale di etica, seppe portare un valido contributo al diritto e alla sua codificazione (la parola è del B.). In ciò va considerato il suo apporto positivo. Inoltre molte delle sue conclusioni stanno e si reggono indipendentemente dai principi dell'utilitarismo. Ma la sua sistematica concezione morale ristretta entro gli angusti limiti dell'empirismo, non è in grado di salvare la norma etica dal relativismo, e quindi, semplicemente, di conservarla in quanto tale. Identificando il bene morale con l'utile si cessa di riconoscere, accanto al puro interesse, egoistico o sociale che sia, un valore superiore universale di bene che valga per se stesso e si imponga all'uomo in quanto essere spirituale.

La stessa incomprensione il B. dimostra nei confronti della religione cristiana e poi della religione in genere, discussa in, base al principio utilitaristico e giudicata più dannosa che utile all'umanità. Le sue idee in proposito furono svolte principalmente nell'Analysis of Religion, pubblicata da G. Grote con lo pseudonimo di Ph. Beauchamp, nel 1822.

Del B. furono messe all'Indice: Traités de législation civile et pénale (22 marzo 1819), Traité des preuves judiciaires (4 marzo 1828), Deontology (20 genn. 1835).

Il Manzoni scrisse in confutazione del B. l'operetta Del sistema che fonda la morale sull'utilità, pubblicata come appendice al cap. III delle Osservazioni sulla morale cattolica, in Opere varie, Milano 1855, e a parte, ivi, stesso a.

Biss., Opere : Oltre le opere sopracitate e vari manoscriti ancora inediti, conservati principalmente all'Universite College di Londra e al British Museum, fondamentale è la Deontology or the science of morality, postuma (Londra-Edimburgo 1834) a cura di J. Bowring il quale curò anche l'vd. completa delle opere (non vi è compresa la precedente): B.'s works, 11 voll., Edimburgo

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1838-43 : i primi 9 voll. contengono in parte opere già pubblicate anteriormente, in parte opere non ancora pubblicate, e in parte versioni dalle redazioni francesi del Dumont; i 2 ultimi voll. contengono la vita di B. e un indice sistematico; trad. it. Desotologia, estratti a cura di A. Colazzi, Torino s. d. - Studi : L. Stephan, The English Utilitarions, I. Londra 1900 (con accurata nota critica sugli scritti di B. [pp. 319-26]); opera importante dal punto di vista storico e critico; C. M. Atkison, B.: his life and his work, ivi 1902; W. R. Sorkoy, B. and the carly utilitarians, ivi 1914; G. Walles, 7. B., ivi 1922; id., 7. B. and Ward-creation, Oxford 1928; M. Holdsworth, Some workers of English Law, Cambridge 1938.

Uzo Viglino
BENTIVENGHI, Bentivenga. - Francescano, cardinale, n. a Todi da nobile famiglia, m. il 25 marzo 1289. Secondo gli scrittori todini egli sarebbe il fratello del card. Matteo d'Acquasparta. Fu maestro di teologia e vescovo di Todi (1276-78). Niccolò III lo creò cardinale vescovo di Albano nel 1278 e lo nominò penitenziere maggiore.

Esiste ancora nel Cod. 336 di Assisi il registro dei suoi atti in detto ufficio, studiato e pubblicato da C. Eubel in Archiv für katholisches Kirchenrecht, 64 (1890), pp. 369. L. Leonj, Inventario dei codici della Comunale di Todi (Todi 1878, pp. 78-85), pubblicò il suo testamento. Pare morisse a Todi e sia stato sepolto in S. Fortunato. A Todi legò la sua ricca biblioteca di codici, oggi nella Comunale.

Biol.: Salimbene, Cronico, in MGH, Scriptores, XXXII, pp. 498, 667; A. Ciaconis-A. Chloino, Vitae et res gestus Pontificum Romanorum et S.R.E. Cardinalium, II, Roma 1677, p. 223; Ughelli. I, p. 1353; G. Ceci, Todi nel medio eva. Todi 1897, pp. 270-74.

Livario Oliger
BENTIVOGLIO. - Famiglia bolognese ricordata fin dal principio del sec. xili; già sulla fine del secolo e sul principio del seguente alcuni dei suoi membri, più o meno legati ai Pepoli e di parte guelfa si trovano implicati nelle diverse fazioni e vicende della città. Si opposero nel 1354 alla signoria di Giovanni di Oleggio e dovettero esulare. Rientrarono a Bologna con il card. Albornoz nel 1360. Nel febbr. 1401 GIOVANNI I si proclamò signore della città, ma fu truuidato l'anno seguente e la sua parte costretta ad esulare. Troviamo nel 1420 suo figlio Anton Galeazzo di nuovo signore, che durò sino al 1435 quando fu mandato a morte dal legato pontificio. Suo figlio ArRnibale risollevò le sorti della famiglia nel 1443 ma fu ucciso nel 1445 a tradimento per opera dei Canetoli. Però nel 1446 SANTE, suo parente, divenne signore e nel 1447 stipulò con Nicolò V in nome di Bologna quella convenzione con la S. Sede che durò sino all'invasione napoleonica. Con lui si sviluppa quel rinnovamento edilizio che assurse a particolare splendore sotto Giovanni II figlio di Annibale, successo a Sante nel 1462. Giovanni senza prendere ufficialmente la signoria governò per lunghi anni Bologna con grande fasto e prestigio, tenuto in alta considerazione dai potentati d'Italia. Alienatosi poi l'amore dei cittadini per alcuni atti di crudeltà, Giovanni si trovò isolato contro gli eserciti di Luigi XII e di papa Giulio II, sicché nel 1506 dovette lasciare la sua città con la famiglia e morì scomunicato a Milano nel 1508. La famiglia tentò invano più volte di rientrare a Bologna e si stabilì a Ferrara.

Biel.: A. Sorbelli, s. v. in Enc. Ital., VI, p. 656 sgg.; C. M. Ady. The B. of Bologna, Londra 1937.

Dopo l'esilio a Ferrara uscirono dalla famiglia B. quei prelati che le conferirono nuovo lustro. Primo e più illustre fra essi fu: Guido, n. a Ferrara il 4 ott. 1579; studiò legge a Padova e vi ebbe maestro di scienze, com'egli stesso attesta, Galileo Galilei. Elotto da Clemente VIII cameriere segreto nel 1587 , si portò ben presto a Roma dove ebbe i favori di Paolo V, il quale lo inviò nunzio in Fiandra nel 1607; tornato
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(fei, Alianti)
Bentivoglio - Monumento ad Annibale II B. cretto nel 1438 , con la scritta che ricorda la sua uccisione nel 1445. Opera di scultore lombardo del sec. XV - Bologna, chiesa di S. Giacomo Maggiore.
di là nel 1615 , passò alla nunziatura di Parigi l'anno seguente e non la lasciò che nel 1621 quando fu creato cardinale. Ebbe largo credito in Curia quale protettore del regno di Francia e capo della Inquisizione, sinché mori il 7 sett. 1644 durante il Conclave radunato per la morte di Urbano VIII. Particolarmente inclinato agli studi storici, scrisse in 24 libri la storia Della guerra di Fiandra dal 1559 al 1607 (Colonis 1632-36) e le Relazioni in tempo delle sue nunziature (Anversa 1629); finalmente, nel 1642, quelle sue Memorie viva pittura della vita curiale del suo tempo e ricche di notizie che ne documentano le vicende. Per questi suoi scritti, che furono più volte ristampati, il B. viene annoverato fra i migliori scrittori dell'età sua.

Bint.: Pastor. XIII, XIV, passim; A. Belloni, Il Svicano, Milano s. d., p. 358 sg.; H. J. Elias, La nouciature de G. B., archecégue de Rhodes, à Bruxelles (1607-1615), in Bulletin de l'Inst. belge de Rome, 8 (1908), pp. 273-81; R. Di Tucci. Il cardinale G. B. e i suoi rapporti con la Repubblica di Genova, Genova 1934.

Pio Paschini
Marco Cornelio. - N. a Ferrara il 27 marzo 1668, m. a Roma il 30 dic. 1732; laureatosi in patria e riformatore di quello Studio, occupò in seguito vari uffici nella Curia; poi il 21 ott. 1711 fu inviato da Clemente XI nunzio in Francia, dove molto dovette adoperarsi per far accettare la famosa bolla Unigenitus. Calunniato presso il reggente dovette essere richiamato e fu creato cardinale il 29 nov. 1719. Nel luglio 1726 fu nominato ambasciatore di Spagna presso il Papa e si adoperò per la creazione a cardinale di Emanuele infante di Portogallo.

Con lo pseudonimo di Selvaggio Porpora, pubblicò a Roma nel 1729 la sua traduzione in versi sciolti della Tebatide di Stazio, che è la terza traduzione italiana poetica dal latino, dopo quelle del Caro e del Marchetti. Tutti i critici del Settecento furono concordi nel sentenziare che

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Stazio era divenuto nella traduzione del B., per dirla con lo Zeno, a sublime senza gonfiezza, grande senza sproporzione, soave senza mollezza n. E veramente la Tebaide del B. è una Tebaide settecentesca: s rifatta - scrive il Calcaterra secondo i gusti del primo Settecento, da un poeta che l'aveva rivissuta a traverso il suo amore letterario per il Tasso e per l'Ariosto, e che voleva continuare la tradizione epica della sua Ferrara n. E una leggenda che il card. B. avesse comparato del Frugoni questo lavoro e lo avesse pubblicato per suo: lo stesso Frugoni più volte dichiarò al suo primo biografo di non avere avuto parte alcuna nella traduzione della Tebaide.

Bibl.: G. A. e L. Barotti, Memorie di letterati ferraresi III, Ferrara 1793; C. Calcaterra, Introduzione alla Tebaide di Stazio trad. da C. B., Tarino 1928.

Annibale. - Arcivescovo, n. nella prima metà del sec. xvir, m. il 21 apr. 1663 . Si distinse da giovane per la sua produzione poetica in volgare, di cui a noi è rimasto soltanto Applausi poetici in lode di Lionora Barroni. Nel 1644 fu nominato arcivescovo titolare di Tebe.

Bibl.: F. S. Quadrio, Della storia e della ragione di ogni poesia, II, Milano 1741, p. 518; Mazzuchelli, II, it, p. 867. Emma Santovito

Domenico. - Generale pontificio, n. dalla nobile famiglia B. in Bologna il 3 luglio 1781, m. a Roma il 26 dic. 1851 . Ammesso nel 1805 col grado di sottotenente nel corpo delle guardie d'onore del viceré d'Italia Eugenio Beauharnais, e quindi come capitano nel 2^{°} reggimento cacciatori italiani, prese parte a tutte le campagne napoleoniche fra il 1808 ed il 1814. Caduto l'impero e tornato in patria, il 28 giugno 1815 prendeva servizio come tenente colonnello del 1^{°} reggimento dei carabinieri pontifici. Per la gagliarda difesa della piazza e guarnigione di Rieti, contro la colonna Sercognani, ebbe la promozione a colonnello e in seguito fu posto alla testa del corpo dei carabinieri riorganizzato in un reggimento. Nella primavera del 1848 resse per breve tempo il dicastero delle Armi, ma, soldato fedelissimo, dopo i torbidi del seguente novembre si ritirò a vita privata. - Vedi Tav. LXXXII.

Bibl.: P. Pagliucchi, I castelloni di Castel S. Angelo, II, Roma 1928, pp. 187-89; P. Dalla Torre, Materiali per una storia dell'esercito pontificio, in Rass. stor. del Risorg., 27 (1941), p. 71.

Paolo Dalla Torre
BENTLEY, Richard. - Studioso e grecista anglicano, n. a Dulton il 27 gen. 1662, m. a Cambridge il 14 sett. 1742. Studiò a Cambridge e, nel 1690 , prese gli Ordini.

E rimasta famosa la prima delle otto conferenze da lui tenute in difesa della religione cristiana, A confutation of atheism (1692), in cui dimostrò l'esistenza di Dio basandosi sulla recente scoperta di Newton. Fu nominato bibliotecario reale nel 1694 e, nel 1699, master del Trinity College, dove rimase fino alla morte, nonostante l'ininterrotta ostilità del Fellows. Al B. si deve la correzione di moltissimi testi antichi e l'instaurazione della critica scientifica. Con la Dissertation upon the Epistles of Phalaris (1699), denunciò l'evidente insutentioità di quelle epistole. Tra i suoi scritti più rinomati va ricordato Remarks upon a late discourse of Freethinking (1713), in cui mette in ridicolo Anthony Collins in quanto deista e critico del Credo cristiano.

Il suo stile sempre acuto e preciso, spesso sarcastico, è talvolta pervaso da una vena di umorismo.

Bibl.: J. Mähly, R. B., eine Biographie, Lipsia 1868; J. E. Sandys, History of Classical Scholarship, II, Cambridge 1908, pp. 401-10. Amata Martorelli

BENUE, PREFETTURA APOSTOLICA di. - Di recente istituzione ( 9 luglio 1934), con territorio tolto al vicariato della Nigeria meridionale, da allora chiamato di Onitsha-Owerri; è la parte nordoccidentale della missione-madre, tra il Niger e il suo affluente Benue. La sua istituzione fu provocata
(come quella di Calabar, di Kaduna, di Jos, create tutte nel 1934, e finalmente quella di Ogoja, creata nel 1938) dal grandioso movimento di conversioni determinatosi in Nigeria in questi ultimi decenni. La prefettura fu affidata alla Congregazione dello Spirito Santo, i cui padri lavoravano in quella plaga già dal 1930.

La popolazione totale, distribuita su una superfice di ca. 75.000 kmq., è approssimativamente di 2.000 .000 di ab., di cui ca. 250.000 sono musulmani, 16.000 protestanti e gli altri pagani. I cattolici, secondo le statistiche del 1948 , sono 5.896 con 22.139 catecumeni. La prefettura ha 7 stazioni principali dirette da 19 missionari. La preoccupazione principale dei missionari è quella di organizzare nel miglior modo le scuole in tutta la missione.

Bibl.: Guida delle Missioni cattediche, Roma [1924], p. 246; Echo aus den Missionen, 1939, p. 104; MC, p. 43; Archivio di Prop. Fide, Prospectus status Missionis, posiz. prot. n. 3578/48. Giovanni B. Trepella

BENVENUTI, Giovanni Antonio. - Cardinale, n. a Belvedere, nella diocesi di Senigaglia, il 17 marzo 1766, m. a Osimo il 14 nov. 1838. Creato cardinale da Leone XII nel Concistoro segreto del 2 ott. 1826, fu pubblicato soltanto il 15 dic. del 1828. L'anno dopo venne eletto vescovo di Osimo e Cingoli. Dimostratosi energicamente avverso ai moti del 1831, per misura precauzionale, fu dai novatori fatto allontanare e condotto a Bologna. Più tardi trasferito ad Ancona, come ostaggio del governo delle Province Unite, fu poi liberato; con lo stesso governo trattò la capitolazione della città, che non venne riconosciuta né dagli Austriaci né dal Papa.

Bibl.: Cappelletti, VII, p. 593; F. Cristofori, Storia dei cardinali di S.R.C. dal sec. V all'anno del Signore MDCCCXXXVII, Roma 1888, p. 136; D. Spadoni, s. v. in Diz. del Risorg. nav., II, p. 238; F. Ercole, Enciclopedia biografica e bibliografica italiana, 42^{°} serie; Il Risorgimento italiano, II: Gli uomini politici, I, Roma 1941, p. 140.

Emma Santovito
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(fot. Alinari)
Bentivoglio, Guido, card. - Ritratto dipinto da A. Van Dyck. Firenze, galleria Pitti.

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BENVENUTI, Giovanni Battista: v. ortolano.
BENVENUTI, Pietro. - Pittore, n. ad Arezzo l'8 genn. 1769, m.a Firenze il 3 febbr. 1844. Dal 1782 al 1804 visse a Roma, dove segui il Camuccini e il danese A. J. Carstens. Dal 1804 diresse l'Accademia di belle arti di Firenze. Le sue pitture sono numerose: Il martivio di s. Donato (1794, duomo di Arezzo), il Martivio del b. Signoretto Alliata (1802, duomo di Pisa), il Trionfo di Giuditta (1803, duomo di Arezzo), le Storie dell'Antico e Nuovo Testamento (1827-36, affreschi in S. Lorenzo a Firenze) dimostrano chiaramente la sua maniera che si risolve in sicurezza di composizione, correttezza di disegno, da cui è assente una netta sensibilità per il colore.

La parte migliore della sua opera è costituita dai ritratti (La corte di Elisa Baciocchi, del 1813, al museo di Versailles, l'Autoritratto agli Uffizi, ecc.).

Bibl.: N. Tarchiani, s. v. in Thieme-Becker, III, pp. 358-59 (con bibl.).

Elsa Gerlini
BENVENUTO di Giovanni. - Figlio di Meo del Guasta. Pittore senese. N. il 13 sett. 1436, m. ca. il 1518; la sua attività è largamente documentata da numerosi ricordi d'archivio e da un cospicuo gruppo di opere firmate e datate.

A 17 anni collaborava con il Vecchietta, suo maestro, agli affreschi del S. Giovanni di Siena (Due miracoli di s. Antonio) : ma le sue prime opere interamente autografe e datate sono due tavole nella galleria di Volterra, del 1466.

Del 1475 è lo smagliante trittico della chiesa di S. Michele Arcangelo a Montepertuso (Murlo), mentre la pala con lunetta che i frati di S. Domenico di Siena gli pagarono nel 1483 è tra le più significative composizioni che concludono il suo primo periodo, caratterizzato da una squisita freschezza di colore e da un modellato estremamente nitido, nel quale si avvertono anche echi del Sassetta e sottili eleganze prossime a Neroccio.

Nella grandissima Ascensione, firmata e datata 1491, nella pinacoteca di Siena, il suo stile appare già mutato: le forme si fanno più larghe e pesanti, il modellato assume una secchezza geometrica, e il colore s'intorbida : influen umbri si notano nel paesaggio e nell'espressione patetica delle figure. Tra le opere datate dell'ultimo periodo van ricordate l'Assunzione del Metropolitan Museum di Nuova York (1498), la grande ancona in S. Lucia a Sinalunga (1509), e una lunetta con il Ritorno di Gregorio XI da Avignone nel museo di Pie Disposizioni di Siena (1501), particolarmente interessante per la rarità del soggetto. Altre piccole, aggraziate Madonne si trovano in musei d'Europa e d'America. B. esegui pure i cartoni per varie scene e figure del pavimento a tarsia del duomo di Siena, dove dipinse i grandi santi a monocromo nel tamburo della cupola. Sono invece perduti gli antifonari che nel 1482 minib per l'Opera del duomo di Siena. Il figlio Girolamo (n. nel 1470) ne continuò con minor vigore lo stile.

Bibl.: E. Jacobsen, Das Quattrocento in der Gemäßlegalerie zu Siena, Strasburgo 1908, pp. 68-76; G. F. Hartlaub, Matteo da Siena und seine Zeit, ivi 1910, passim; R. Van Marle, The development of the ital. Schools of painting, in L'Aia, 16 (1937), pp. 391-441; G. H. Edgell, A History of Sienese Painting, Nuova York 1932, pp. 251-55.

Enzo Carli
BENVENUTO da Gubbio, beato. - Nobile e soldato di Gubbio, nel 1222 fu ricevuto tra i frati Minori da s. Francesco, sicuro che al valore delle armi B. avrebbe sostituito l'eroismo delle virtù. Infatti in breve divenne sommo negli uffici più umili. Affidatagli la cura dei lebbrosi, vincendo la naturale ripugnanza li serviva con affetto paterno non mostrandosi né stanco né affaticato, sebbene facesse le più aspre penitenze. Per la sua carità era chiamato «apostolo dei lebbrosi». Colpito da grave malattia, mori a Corneto nelle Puglie nel 1232. Ad Illiceto, dove si venera una reliquia (un braccio), si celebrava la festa al 5 maggio; nell'Ordine francescano ricorre invece il
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Benvenuti, Pietro - Autoritratto - Firenze, galleria degli Uffizi.
27 giugno. Innocenzo XII ne permise il culto all'Ordine, ma la data dell'indulto non è conosciuta.

Bibl.: B. Mazzara, Leggeudario franc., I, Venezia 1676, pp. 862-64; Acta SS. Iunii, VII, Parigi 1867, pp. 295-98, 697-98; Dialogus de Vitis sanctorum Fratrum Min., ed. L. Lemmens, Roma 1902, pp. 26-51; Bartolomeo da Pisa, De confermitate Vitae Beati Francisci..., in Analecta Franciscana, 4 (Quaracchi 1906), pp. 295, 531; L. Wadding, Annales Min., II, ivi 1931, pp. 50, 325.

Ferdinando Dussilievi
BENZI, Bernardino. - Moralista gesuita, n. a Venezia il 16 luglio 1688, m. ivi il 28 febbr. 1768. Entrato in religione nel 1705, insegnò successivamente grammatica, retorica e filosofia in vari collegi, poi teologia a Venezia.

Una sua Dissertatio in casus reservatos Venetae dieceseos (Venezia 1743), fu messa all'Indice il 16 apr. 1744 per una proposizione «de tactu mamillari» e la stessa sorte toccò il 22 maggio 1745 alla Praxis tribunalis conscientiae seu tractatus theologicus moralis de sacramento paeuitentiae (Bologna 1742). Intorno a questi incidenti si scatenò fra teologi domenicani (Concina, Patuzzi ecc.) e gesuiti (B., Faure, Poli, ecc.) una polemica d'una estrema violenza.

Bibl.: S Sommervogel. I, coll. 1315-16; F. Reusch, Der Index der verbatenen Bücher, II, Bonn 1882, pp. 817-20; J. Brucker, s. v. in DThC, I, col. 719; E. Lamalle, s. v. in DHG, VIII, col. 293. Edmondo Lamalle

BENZIGER. - Casa editrice cattolica, di origine svizzera, con succursali negli Stati Uniti d'America (Nuova York, Cincinnati, Chicago), in Germania (Colonia, Waldshut) ed altrove. Ne fu fondatore Josef Carl B., n. nel 1762 ad Einsiedeln, in Svizzera, e m. ivi nel 1841. Insieme con il fratello Franz Sales B. (n. nel 1758, m. nel 1827) che era direttore della tipografia della locale abbazia benedettina, costituì il nucleo della futura grande casa editrice.

Nel 1833 la società fu ricostituita, da Josef Karl (1799-1873) e Nikolaus B. (1808-64). Sotto questi due nuovi editori, la produzione libraria ed artistica ebbe un assai viva sviluppo. Nel 1840 uscì per la prima volta l'Einsiedler Kä-

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lender. Dal punto di vista tecnico, furono adottati il procedimento litografico e le altre moderne innovazioni dell'arte della stampa. Nello stesso tempo, un figlio di Josef Karl, Adelrich (1827-73), che era console svizzero a Cincinnati, fondò nel 1853 la succursale negli Stati Uniti. Nel 1867 fu iniziata la pubblicazione di Alte und Neue Welt, la prima rivista illustrata per i cattolici di lingua tedesca, di carattere divulgativo. Si iniziò anche a grande tiratura la pubblicazione di testi religiosi, tra cui la Bibbia, in dodici lingue, e noti libri di preghiera. L'attività editoriale della società si è svolta pressoché esclusivamente nel campo della letteratura religiosa di carattere divulgativo. Dal 1896 al 1914 furono edite dalla società svizzera ben 2154 opere, mentre la succursale americana (ora del tutto indipendente dalla casa madre europea) nel 1912 era già pervenuta ad una produzione editoriale di oltre 5300 opere.

Biel.: T. Meehan, s. v. in The Cath. Enc., II, p. 484; Dict. hist. et biograph. de la Suisse, II, p. 60 . Silvio Furlani

BENZIGER, Aloys di S. Maria. - Figlio dell'editore Johann B., n. il 31 genn. 1864 in Einsiedeln; si fece carmelitano a Bruges (1884), sacerdote nel 1888, partì missionario per le Indie (1890), ove, dopo due anni d'insegnamento nel seminario di Puthempally, fu fatto segretario del delegato apostolico mons. Zaleski, con cui visitò tutta l'India. Eletto (luglio 1900) coadiutore del vescovo di Quilon mons. Ossi, gli succedette nel 1905 in quella sede vescovile. Grazie ad un'attività instancabile, riuscì a mettere la diocesi, per il numero delle conversioni annue, alla testa di tutte le missioni dell'India, provvedendo all'istruzione e all'aumento del clero indigeno, erigendo chiese e scuole, introducendo le suore europee nelle scuole medie e negli ospedali. Il 4 luglio 1931 ottenne dalla S. Sede di rinunciare, e nominato arcivescovo titolare di Antinoe ( 23 luglio 1931), si ritirò nel convento del noviziato dei Carmelitani scalzi indigeni di Trivandrum, dove morì il 17 ag. 1942.

Bibl.: Anon., A Quarter-Century of Progress in the Diocese of Quilon 1900-1913, Trichinopoly 1925; Melchior a S. Maria, Necrologia, in Analecta O. Carm. Disc., 17 (1942), pp. 280-90. Ambrogio di S. Tereza

BENZINGER, Immanuel. - Esegeta e palestinologo protestante, n. a Stoccarda nel 1865 , m. nel marzo 1935. Nel 1898 fu libero docente per il Vecchio Testamento a Berlino, nel 1912 professore ordinario a Toronto nel Canadà, nel 1915 a Meadville (Pennsylvania) e nel 1921 a Riga. Fu partigiano della scuola critica di Wellhausen, poi della scuola panbabilonistica.

Sue opere principali: Hebräische Archäologie (Lipsia 1894-1907); Die Bücher der Könige (Friburgo in Br.-Tubinga 1899); Die Bücher der Chronik (ivi 1901); Geschichte Israels (Lipsia 1904; 3ᵃ ed., Berlino 1924); Bilderatlas zur Bibelkunde (insieme con L. Frohnmeyer, Stoccarda 1905 e ivi 1913); Iahvist und Elohist in den Königsbüchern (ivi 1921). Fu editore della Zeitschrift des Deutschen Palästinansereins dal 1897 al 1902, e di K. Büdeker, Palästina und Syrien (dalla 3ᵃ alla 7ᵃ ed., 1890-1910).

Bibl.: E. Kiploks, Indea scriptorum I. B., Palaestinae antiquitatum Veterisque Testamenti investigatoris, Riga 1938.

## Arduino Kleinhans

BENZONE, vescovo di Alba. - Originario probabilmente dell'Italia meridionale, n. agli inizi del sec. xi, era già vescovo nel 1059, poiché appare tra i sottoscrittori del Concilio romano di quell'anno. Nulla si sa della sua giovinezza né della sua formazione intellettuale e morale. Sembra che prima della sua nomina vescovile sia stato in Germania, poiché conosceva bene il tedesco ed aveva una profonda conoscenza degli indirizzi della politica imperiale. Durante il pontificato di Niccolò II (1059-61) si rivelò
come il prelato italiano più devoto dell'impero germanico. Ebbe infatti un compito importante alla morte di Niccolò quando, eletto dai cardinali Alessandro II, l'imperatrice reggente Agnese gli oppose il vescovo di Parma Cadalo con il nome di Onorio II. Nell'autunno del ro6r infatti B. fu mandato a Roma dove seppe conquistare quasi tutta la città alla causa dell'antipapa che andò ad incontrare a Sutri per introdurlo in città costringendo Alessandro a fuggire. Ma espulso Cadalo per l'intervento di Goffredo di Lorena, B. vide battuti tutti i suoi piani. Nonostante il riconoscimento di Alessandro da parte della Germania, avvenuto nel ro62 nel Concilio di Augusta, B. tentò ancora una volta di far occupare Roma da Cadalo. Recatosi in Germania per spingere Enrico IV ad una spedizione contro i Normanni, ritornò in Italia dove svolse una grande attività contro Alessandro e a favore di Enrico. Cacciato dalla sua diocesi verso la primavera del 1077, fu costretto dalle privazioni e dalle malattie a cambiare l'orientamento della sua attività. Sotto il pontificato di Gregorio VII (1073ro89) infatti, durante la lotta per le investiture, si schierò apertamente dalla parte dell'impero, componendo una serie di scritti aspramente polemici contro il papato. Quando nel ro8i Enrico IV venne in Italia, B. gli era al fianco sperando in giorni migliori e credendo nella riuscita della politica imperiale. Gli ul timi anni della sua vita sono sconosciuti; mori certamente prima della seconda spedizione di Enrico del rogo, ma non si può stabilire una data precisa.

Implicato negli avvenimenti politici e religiosi del tempo, B. ci ha lasciato di essi un'opera curiosa ed importante per la storia del suo secolo nel Liber ad Heinricum. Non è un lavoro omogeneo, ma la raccolta di brani più o meno lunghi, in prosa ed in versi, dedicati a personaggi diversi e legati insieme solo dall'idea dominante per la quale B. non cessò di lottare tutta la vita. L'opera ebbe probabilmente forma definitiva poco dopo la morte di Gregorio VII, tra il 1085-86. In essa B. fa mostra dei più abietto servilismo verso Enrico e l'impero, chiedendone la dovuta ricompensa. In teoria propugna l'impero romano cristiano sotto la guida suprema dell'imperatore a cui il Papa e i vescovi devono sottostare, sfogando tutto il suo odio contro Gregorio VII e la Patacia che costituivano il maggiore ostacolo all'attuazione delle sue teorie. Per lo spirito settario che investe tutta l'opera, la testimonianza di B., benché contemporanea agli avvenimenti, non può essere accettata se non con molta cautela e discernimento.

Bibl.: Opere: Liber ad Heinricum, ed. K. Pertz, in MGH, Scriptores. XI, pp. 591-681. - Studi: H. Lehmgrübner, Henco ven A., Berlino 1887; E. Schramm, Kaiser, Rom und Renovatio, L.LipsiaBerlino 1929, pp. 258-74; A. Fliche, La Réforme Grégorienne, I, Lovanio 1924, 388-73; III, ivi 1937, 216-49. Agostino Amore

BEGGRAD: v. belgrado.
BÉRÄKHÖTH. - Primo trattato della Mišnāh (v.), di 9 capitoli, contenuto nel doppio Talmud babilonese e palestinese. Come indica il titolo «Benedizioni» (v.), contiene regole sulla liturgia sinagogale e sulle preghiere individuali.

Tocca però, all'occasione, molteplici argomenti, come la fisiologia dei vari organi umani (61), il valore del sale e del comino tonico del cuore ( 5 ; 44 ), il danno delle verdure non ben cotte (39), la temperanza nel cibo e nel sonno (38; 62), il fastidio di chi deve dipendere da altri (6), il rispetto ai governanti (58), l'interpretazione dei sogni (55-57), gli spiriti maligni ( 6 ; 62 ), la cognizione dei morti (18), ecc. Dio deve essere benedetto, ma senza lodi esagerate (32), anche quando ci viene un male (60); deve

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essere pregato con riverenza (31), senza lungaggini (34) e senza gridare (24), tanto per sé che per il prossimo (12), tanto in privato che nella sinagoga dove si richiede la presenza di almeno 10 membri ( 8 ; 47 ). I molteplici esempi di preghiere riguardano la sinagoga ( 16 ; 17; 29), il mattino e la sera (7), e le più svariate circostanze : dal salasso alla soddisfazione dei bisogni naturali (60). v. ššma' e ššMŠMAH'ESMŠM.

BibL.: Oltre le edd. complete della Mišnāh e del Talmud. ed. critica di W. Pereferkowitsch, B., Pictroburgo 1909. Trad. it., Sancino 1483 ; ne curò una ed. ingl., seguita nelle citazioni dei paragrafi, A. Cohen, Cambridge 1921, ed una vol. H. L. Strack, Lipsia 1912. - L. Gulkowitsch, Der Toseftatraktat B., in Aegelot, 3 (1930), pp. 129-63, parla di un trattato suppletorio del primo.

Faustino Salvoni
BÉRANGER, Pierre-Jean de. - Poeta francese, n. a Parigi il 19 ag. 1780 , m. ivi il 16 luglio 1857 , Dopo una vita grama e disagiata si diede alla poesia, e il suo significato letterario era nell'aver restaurato con una vena facile e arguta l'antica poesia goliardica, trasformandola in canzone patriottica e popolare e adoprandola a strumento di propaganda.

Vi trasfuse le sue idee politiche incostanti e volubili, l'amaro sarcasmo contro l'autorità; ma troppo spesso anche vi si dimostra spregiudicato, libertino e irreligioso (cf. p. ex.: Le Dieu des bonnes gens, Le fils du pape, Les révéreads Pères, Les filles, Les deux soeurs, La vieux célibataire). Le sue Chansons furono per questo messe all'Indice (29 luglio 1834 ).

BibL.: Opeve: Oeuvres complètes, 5 voll., ed. Perrotin, Parigi 1821-27; Correspondance, 4 voll., ed. Boiteaux, ivi 1860 , - Studi: G. Bernard, B. et ses chansons, Parigi 1829; J. Janin, B. et son temps, ivi 1866; A. Boullc, B., va vie, son oeuvre, ivi 1908; L. Four, La vie en chansons de B., ivi 1930; C. Esil, B. et ses amis, lettres inédites, in Revue de la France, 18 (1938), pp. 209 -19.

BERARDI, Carlo Sebastiano. - Canonista, n. ad Oneglia il 26 ag. 1719, m. nel 1768. Dopo avere studiato la teologia presso gli Scolopi a Savona fu ordinato sacerdote e si dedicò agli studi giuridici in Torino dove, nel 1745, fece parte del collegio dei giuristi. Nel 1749 divenne prefetto della facoltà giuridica e nel 1754 professore utriusque iuris. Ha contribuito efficacemente allo sviluppo della scienza canonica con il suo commentario scritto con senso squisitamente scientifico e pratico. Come investigatore critico delle fonti ha lasciato opere di grande valore.

Scrisse: Commentaria in ius ecclesiasticum universum (Torino 1766 agg.; 4 voll., Venezia 1778-89; Loreto 1847); Institutiones iuris ecclesiastici (2 voll., Torino 1789); Gratiani canones genuini ab apocryphis discreti, corrupti ad emendatiorum codicum fidem exarati, difficiliores commodo interpretatione illustrati (ivi 1752-57; 4 voll., Venezia 1783); De variis sacrorum canonum collectionibus dissertationum sylloge (I, ivi 1778, pp. 687-722).

BibL.: Mazzuchelli, II, n. p.910; T. Vallauri, Storia delle università degli studi del Piemonte, III, Torino 1846, p. 219; J. F. Schulte, Geschichte der Quellen und Literatur des Kanonischen Rechts, III, Stoccarda 1880, p. 524; Hurter, V, 1, p. 206.

Felice A. Wilches
BERARDI, Giovanni. - Cardinale, n. a Corcumello (Aquila) dalla nobile famiglia dei conti dei Marsi di Tagliacozzo, m. a Roma il 21 genn. 1449. Il 20 ott. 1421 da Martino V fu nominato arcivescovo di Taranto. Devotissimo alla S. Sede, fu mandato da Eugenio IV con altri prelati quale plenipotenziario al Concilio di Basilea per riallacciare le relazioni fra il Papa ed il Concilio. Dopo lunghe trattative il B. con i suoi fu ammesso alla congregazione generale del 22 ag . 1437 e l'indomani con lungo discorso e solidi argomenti difese il primato papale, giustificando il precedente scioglimento del Concilio da parte di Eugenio IV (18 dic. 1431), spettando al Papa, non solo la con-
vocazione, ma anche la conferma dei concili generali; scongiurò i padri di accettare la decisione del Papa e raccogliersi in concilio in una città italiana (cf. Mansi, XXIX, coll. 482-92). I padri non si piegarono ( 3 sett. 1432). L'anno seguente il B. con altri nunzi fu incaricato di presiedere provvisoriamente al Concilio (7 marzo 1433). Era un riconoscimento implicito del Concilio; quello esplicito venne il 15 dic. 1433. Alla vigilia il Papa aveva confermato al B., al card. Cesarini, a Pietro vescovo di Padova e a Ludovico Barbo abate di S. Giustina, l'incarico di sostituire provvisoriamente i cardinali che dovevano presiedere al Concilio. In realtà a cominciare dalla xvir sessione ( 26 apr. 1434) il B. e i colleghi furono i veri presidenti del Concilio. Il 24 apr. 1434 essi avevano giurato, in nome proprio, non del Papa, di riconoscere la superiorità del Concilio sul Papa. In compenso il B. continuò a difendere i diritti del Papa, come ad es. nella XXI sessione ( 9 giugno 1435) per l'abolizione delle annate e degli altri introiti della Curia romana. In seguito ( 17 fobb. 1436) Eugenio IV l'incaricò di pronunciarsi definitivamente in merito a tutti i conflitti relativi al possesso dei benefici. Nel 1437 il B. venne in Italia per parlare con il Papa, e di ritorno a Basilea caldeggiò il trasferimento del Concilio a Firenze. Avendo invece la maggioranza scelto Avignone, il B. si impossessò con inganno del sigillo conciliare e ne munì il decreto della minoranza. Fu arrestato, ma riusci a fuggire e a portare a Roma il decreto. Il Concilio le privò d'ogni dignità; ma il Papa cosoò la sentenza e lo nominò cardinale del titolo del SS. Nereo ed Achilleo ( 18 dic. 1439). Più tardi fu legato a Napoli per stabilire la pace tra Alfonso d'Aragona e Renato d'Angiò. Continuò a reggere la sede di Taranto, finché passò al vescovato di Palestrina ( 7 marzo 1444). Divenne poi decano del sacro collegio e penitenziere maggiore. Partigiano degli Orsini, riusci a eliminare la candidatura di Pompeo Colonna, dopo la morte di Eugenio IV ed a far prevalere quella di Tommaso Parentucelli (Niccolò V).

BibL.: Pastor, I, passim: Hefcle-Leclercq, VII, II, p. 741 sgg.

Ireneo Daniele
BERARDIER, Denis. - Sacerdote n. nel 1729, m. nel 1794. Compiuti i suoi studi di teologia alla Sorbona, fu rettore del collegio di Quimper, sua città natale, nel 1762 e più tardi, nel 1778, del collegio Louis-le-Grand a Parigi. Ivi Desmoulins e Robespierre suoi alunni, furono uniti a lui da legami di riconoscenza di cui non tardò a sentire i benéfici effetti. Infatti, sopraggiunta la rivoluzione, B. deputato alla Costituente, con la sua vigorosa parola e con gli scritti si oppose alla costituzione civile del clero, dimostrandosi uno dei più arditi difensori della Chiesa cattolica. Arrestato, sfuggì al massacro solo grazie all'intervento dei suoi antichi allievi.

Tra gli scritti del B. vanno menzionati: Les principes de la foi sur le gouvernement de l'Eglise en opposition avec la Constitution civile du clergé (Parigi 1791); L'Eglise constitutionnelle confondue par elle-même (ivi 1792).

BibL.: Anon., s. v. in Biografia eccezistica, II, Madrid 1849. p. 510 sg.; J. Dedieu, s. v. in IHIG, VIII, coll. 231-32.

Gabriella de Stefano
BERARDINELLI, Francesco. - Letterato, n. a Gambatesa (Campobasso) nel 1816 e m. a Roma il 12 dic. 1892. Entrato nella Compagnia di Gesù a Sorrento nel 1837, insegnò belle lettere in vari collegi del Mezzogiorno. Nel 1861 venne a Roma a far parte del Collegio degli scrittori de La civiltà cattolica, che seguì nel 1870 a Firenze, dove ne ebbe la direzione, ritornando poi con essa nel 1887 a Roma.

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Merito speciale lode per i due volumi: Il concetto della Divina Comedia (Napoli 1859) e Il Dominio temporale de' Papi nel concetto politico di Dante Alighieri, con una appendice sul senso allegorico della Divina Comedia (Modena 1882).

BibL.: Sommervogel, VIII, coll. 1816-19.
Edmondo Lamalle
BERARDO, PIETRO, ACCURSIO, ADIUTO, OTTONE, santi. - Protomartiri francescani : dei quali O. era sacerdote, B. suddiacono, gli altri conversi. Nel 1219 furono mandati fra i Saraceni dallo stesso s. Francesco; dopo breve sosta ad Alenquer, veleggiarono alla volta di Siviglia, allora capitale dei re mori. Cominciarono a predicare il Vangelo davanti il palazzo dello stesso re, che ordinò fossero decapitati, ma poi, temendo lo sdegno dei principi cristiani, li fece rinchiudere in una torre mandandoli poi nel Marocco. Era il luogo assegnato loro da s. Francesco. Qui più volte, anche alla presenza del re Miramolino (Mostanser), impugnarono Maometto ed il Corano predicando Gesù e la sua legge, confermandola con il miracolo dell'acqua fatta scaturire per dissetare il popolo sitibondo. Temendo la conversione del popolo, Miramolino con la propria scimitarra li uccise, il 16 genn. 1220 a Marrakos. I corpi dei martiri furono trasportati con grande pompa in Coimbra; Sisto IV li canonizzò il 7 ag. 1481. Festa il 16 genn.

BibL.: Chronica Nicolai Glassberger, in Analecta Franciscana, II, Quaracchi 1887, pp. 13-14; L. Wadding, Annales Minorum, I, ivi 1931, ad ann. 1213, p. 173; ad annum 1219, pp. 322 353; Acta SS. tommarii, II, Parigi 1863, pp. 426-35; Martyr, Romanum, Bruxelles 1940, p. 24. Ferdinando Diotallevi

BÉRAUD, Laubert. - Gesuita francese, n. a Lione il 5 marzo 1702, entrato nel noviziato il 1717 , si segnalò nell'insegnamento della matematiche, massime a Lione, dove fu pure direttore delle specola del collegio della 'Trinità e custode delle sue collezioni di medaglic. Uscito di Francia nel 1762, vi tornò dopo la soppressione della Compagnia e m. a Lione il 28 giugno 1777 .

Pubblicò in varie raccolte (Mémoires de Trévoux, ecc.) buone osservazioni o dissertazioni astronomiche; un'altra sulla causa dall'elettricità fu stampata dall'Accademia imperiale di Pietroburgo nel 1755 e ristampata in Italia due anni più tardi; parecchie altre rimasero inedite.

BibL.: Sommervogel, I, coll. 1318-22. Edmondo Lamalle

BÉRAULT-BERCASTEL, Antoine - Hestri. Storico della Chiesa, dei più letti ai suoi tempi. N. a Briey nel 1720, secondo alcuni nel 1722, e m. verso il 1794, nell'infuriare della Rivoluzione Francese. Gesuita prima, parroco secolarizzato, poi, di Ormeville, si diede a conoscere come poeta e come romanziere, non eccellente e neppure dei più castigati. Trovò poi la sua strada nella storia, e pubblicò in ben 24 voll. una Histoire de l'Eglise (Parigi 1777-90), edita anche nel secolo seguente e tradotta in più lingue, che si raccomandava per lo stile colorito e spigliato. Inferiore al Fleury, tanto celebrato, si conserva ben più lontano di lui dalle tendenze gallicane imperanti nel tempo in cui scriveva.

BibL.: D. Tabarard, s.v. in Biographie universelle, III, Parigi s. d., p. 689; Hurter, V, III, pp. 400-401.

Luigi Berra
BERAZA, Blas. - Gesuita e teologo spagnolo, n. a Begoña (Vizcaya) il 21 dic. 1862, m. a Marneffe (Belgio) il 25 genn. 1936.

Entrato l'8 genn. 188 r nel noviziato della provincia di Castiglia, fu applicato all'insegnamento della teologia dommatica, prima nell'Università pontificia di S. Girolamo a Burgos (1898-1904), poi nel collegio Massimo della sua provincia religiosa a Oña,
che seguì nel Belgio al momento dell'espulsione dei Gesuiti dalla Spagna nel 1932.

Le sue opere principali sono quattro volumi del Cursus theologicus oniensis: De gratia Christi (Bilbao 1916, 2^{°} ed. 1929); De Deo creante (ivi 1921); De Deo elevante, de peccato originali, de novissimis (ivi 1924); De virtutibus infusis (ivi 1929). Se l'ampiezza dello sviluppo supera essai quello che si trova nei manuali consueti, l'autore non cerca tuttavia di far opera d'indole e di impronta personale; le qualità sono la ricchezza dei dati bibliografici e delle fonti citate, la sicurezza della dottrina tradizionale, un vivo senso pedagogico.

BibL.: F. J. Montalbán, El p. B. B., in Estudios eclesiásticos, 15 (1936), pp. 284-69. Edmondo Lamalle

BERBERATI, PREFETURA APOSTOLICA di. - Eretta il 28 maggio 1940 nell'Africa Equatoriale Francese, nella parte nord occidentale dell'Ubanghi-Chari con territorio preso parte dal vicariato di Bangui e parte da quello di Foumban. La nuova prefettura fu affidata ai Cappuccini francesi, che già lavoravano là da alcuni anni.

La stazione di B., tra i Baya, fu aperta nel 1923, quando essa apparteneva ancora al vicariato del Me-dio-Congo (poi Brazzaville) e fu poi annessa alla prefettura dell'Ubanghi-Chari (poi vicariato di Bangui) nel 1929 .

Secondo le statistiche del 1948 su di una popolazione di ca. 1.000 .000 di ab., i cattolici sono 15.645 e i catecumeni 12.600 , protestanti 15.000 , musulmani 5000 , gli altri pagani. Vi sono 9 stazioni primarie e 10 secondarie; scuole elementari 8 con 1445 alunni, professionale 1 con 15 alunni, per catechisti 8 con 195 alunni.

BibL.: Chronique des Missions confiées à la Congrégation du St-Esprit: Apercu historique et Exercice 1930-31, Parigi 1932, pp. 218-23; AAS, 32 (1940), pp. 536-38; Analecta Ord. Fratrum Minorum Cupp., 51 (1940), pp. 329, 330, 336; MC, p. 46; Archivio di Prop. Fide, Prospectus status missionis, 10 att. 1948, posiz. prot. n. 4299/48. Giovanni B. Tragella

BERBERI, religione dei. - Gli attuali B., sull'origine dei quali gli scienziati non sono d'accordo (origine asiatica secondo alcuni, africana o mista secondo altri), sono i discendenti di quelle stirpi libiche ben note agli ostichi con il nome di Getuli, Libi, Numidi, ecc., che occuparono la vasta estensione di territorio che va dal Mediterraneo al Sudan, dall'Atlantico all'Egitto, senza riuscire mai durante tutta la loro storia a organizzarsi in grandi unità politiche. Nell'esame della loro religione è opportuno distinguere un periodo preislamico e un periodo islamico.
I. Periodo preislamico. - Il grande particolarismo, caratteristica dei B., si riflette anche sulla religione. Le singole tribù praticavano culti naturalistici di cui abbiamo notizie piuttosto scarse e frammentarie. Erodoto (IV, 188) parla di culto per il sole e la luna. Ibn Haldūn accenna a B. che ancora al tempo della conquista islamica adoravano il sole e la luna, mentre d'altra parte i Guanci delle isole Canarie, ora scomparsi, veneravano anch'essi, fino ad epoca relativamente recente, il sole. Questo culto sembra confermato da incisioni rupestri dove compare un ariete con il capo circondato da un disco: un influsso dell'Amōn-Rā' egiziano sembra probabile. Oltre al culto degli astri i documenti ci mostrano interessanti fenomeni di zoolatria. Corippo (vi sec.) parla di un Gurzil, nato dal dio Ammone e da una vacca, adorato dai Laguatan (abitanti l'attuale Tripolitania). Al-Bakri (xi sec.) menziona l'adorazione di arieti. Diodoro Siculo (XX, 58) accenna ad un paese «libico» dove le scimmie erano considerate sacre e abitavano insieme con gli uomini. Tracce di totemismo si scorgono nella

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leggendaria alleanza, di cui parla Eliano (Nat. Anim., I, 57), degli Psilli (popolo della Sirte) con le vipere cornute (sepáotai), il cui veleno non avrebbe avuto potere su di loro. Anche diffuso deve essere stato il culto di pietre e specialmente di grotte (presente ancora oggi) e montagne (in particolare l'Atlante). Diffuse le pratiche magiche: di riti per provocare la pioggia, tuttora in uso, parlano gli autori classici. Interessante il cenno di Erodoto (IV, 172) al costume dei Nasamoni che si recavano a dormire sulle tombe dei loro antenati dopo aver pregato, e si conformavano poi a quello che avevano visto in sogno (una usanza simile è documentata presso gli attuali Tuzreg del Sahara e altrove). Anche le attuali credenze in geni e in folletti hanno in parte origini antichissime. Scarse le notizie sui riti. Erodoto (XIV, 188) parla di sacrifico che sarebbero stati fatti esclusivamente al sole e alla luna: prima dell'uccisione della vittima le si tagliava un pezzo d'orecchio gettandolo in aria. I rivieraschi del lago Tritonis (Tunisia centrale) celebravano, secondo lo stesso autore, una festa annuale in onore di Atena (dea indigena identificata con l'Atena greca) durante la quale, dopo una lotta spesso cruenta tra fanciulle, una di esse era portata in processione su di un carro. A gesti rituali sembrano accennare anche delle incisioni rupestri che mostrano persone con braccia alzate, travestite da animali, ecc. Alcune grotte servivano forse da tempio.

Notevoli furono gli influssi della religione punica e romana su quella indigena: in alcuni casi riesce difficile decidere se si tratti di divinità indigene assimilate a straniere o viceversa.

Molto diffuso fra i B. fu il giudaismo : molti degli attuali Ebrei dell'Africa settentrionale discendono da Ebrei preislamici.

Sulla primissima predicazione del cristianesimo fra i B. mancano notizie precise: in ogni modo la nuova religione deve essere stato ottimo pretesto antir romano per questo popolo così amante dell'indipendenza. La Chiesa d'Africa entra nella storia nel 180 con i martiri di Scllli e di Madaura. Mentre sono probabilmente spurie le tradizioni riguardanti una origine apostolica del cristianesimo africano, sembra certo che esso sia penetrato in Africa attraverso Cartagine e che quei primi cristiani siano stati sempre in ottimi rapporti con Roma. Specialmente fra la popolazione b. furono reclutati i militanti donatisti (v. donatismo) e circoncellioni (v.): sotto questi movimenti ereticali si celarono tendenze di carattere sociale o nazionale. Dinastie di principi cristiani b. esistettero nell'Afgeria occidentale. Con l'invasione islamica (vir sec. d. C.) il cristianesimo africano non fu totalmente distrutto: ancora nel 1076 esistevano in Africa due vescovi.
II. Periodo islamico. - Anche dopo la conquista islamica il nazionalismo b. trovò modo di appoggiare movimenti ereticali : significativo il fatto che forti nuclei b. abbracciarono eresie anche diametralmente opposte fra loro come il democratico hāriǧismo e il legittimistico il'ismo. Il movimento almohade (1121 d. C.) distrusse, insieme agli ultimi reati di cristianesimo, quasi ogni traccia di eresia islamica: attualmente i B. sono sunniti di rito mālikita salvo alcuni nuclei di hārigiti ibāditi nel Mzāb, nel Gebel Nefūsah e nella Gerba.

Su terreno b. sono nati due interessanti tentativi di riforma religiosa, quello di Ṣālih ibn Tarif (viir sec. d. C.) e quello di Hāmim al-Mu ftarl (x sec. d. C). Solo il primo sembra presentare qualche divergenza dogmatica dal-
l'Islām: molte sono invece in ambedue le differenze rituali (abolizione di certe preghiere, mutamento del periodo di digiuno, abolizione di certe proibizioni alimentari, recitazione delle preghiere in b. invece che in arabo, ecc.). Ambedue i riformatori scrissero un loro libro sacro in b. Interessante la proibizione delle uova, comune ad ambedue le religioni, e che è ancora praticata in una tribù di Tuzreg. La religione di Ṣālih ibn Tarif, che si sviluppò pienamente solo molto tempo dopo la sua morte, fu annientata con l'imporsi della dinastia almohade nel 1148, l'altra finì con il suo fondatore nel 931 o 941 .

Bbac.: Si veda per un'ampia bibl. R. Bassat, Berbures and North-Africa, in Hastings' Encyclopaedia of Religion and Ethics, II, pp. 506-19. - Per un orientamento generale sui B. si veda Ibn Haldūn-De Slane, Histoire des Berbures, Alacri 1832-36; alBakrī, Description de l'Afrique Septentrionale, ivi 1837 (la principale fonte per la conoscenza dei due tentativi di riforma religiosa); R. Bassat, Recherches sur la religion des Berbires, Parigi 1910; S. Gsell, Histoire aucieune de l'Afrique du Nord, I, Parigi 1913; id., Hérodote (Textes relatifs à l'histoire de l'Afrique du Nord), I, Alguri 1913; F. Beguinot, Chi sono i B. ?, in Oriente moderno, I (1921), nn. 4-5. - Per la storia del cristianesimo nell'Africa settentrionale cf. H. Leclerc, L'Afrique chrétienne, Parigi 1904. - Per le credenze religiose del popolo dei Guanei delle Canarie, v. B. Webb-S. Berthelot, Histoire naturelle des îles Canaries, Parigi 1842, Alessandro Bassani

BERCEO, Gonzalo de. - Sacerdote e poeta spagnolo, di cui si hanno poche notizie biografiche. N. a Berceo (diocesi di Calahorra) intorno al 1198, fu educato nel monastero benedettino di S. Millán, dove fu ordinato sacerdote e probabilmente rimase. In esso si conservarono a lungo i manoscritti delle sue opere, poi dispersi. I documenti che lo ricordano non vanno oltre il 1242, ma certo egli morì assai vecchio (1268?), perché tale si qualifica nella Vita de santa Oria, che è forse l'ultimo suo scritto.
G. de B. è considerato uno dei più insigni rappresentanti del "mester de clerecia", scuola letteraria che intendeva contrapporre al sistema ametrico o catastico della poesia epica e di quella giullaresca l'uso della strofa tetrastica monorima di alessandrini (o cuaderna via ). Poeta dotto dunque, anche perché nella semplicità della sua lingua (che pure è quel volgare "en qual suele el pueblo fablar á su vecino") si rivela il desiderio di uno stile vivo e ricercato, di un lessico ricco e vario. Il complesso delle sue opere (in totale 13.000 versi ca.), efficacemente definito "ramancero de la Iglesia" si può dividere in tre triadi, la prima comprendente vite di santi (Domingo, Millán, Oria), la seconda riguardante la Vergine (Loores de Nuestra Señora, Milagros de Nuestra Señora, Duelo de la Virgen), la terza di assunto religioso vario (El martirio de Sant Laurencio, El sacrificio de la Misa, Los signos que aparecerán antes del fricio). Emergono fra tutti questi scritti, per il