Supplément grec, in Notices et extraits des manuscrits, 36 [1901], pp. 599675). In scultura la guarigione del c. è nel ciborio di S. Marco a Venezia (Wilpert, Mossthen, pp. 814-15 e figg. 377-78); in pittura la scena è effigiata in una delle colonne del presbiterio di S. Maria Antiqua in Roma del tempo di Giovanni VII (705); poi risorre nell'altare di Vuolvinio in S. Ambrogio a Milano (824-59); in avorio in una placchetta eburnea del paliatto di Salerno (fine sec. xi; il c. Bartimeo è rappresentato in una miniatura del cosiddetto evangeliario di Ottone III di Brema; nella seconda metà del sec. xit nel ciclo musivo di Monreale; più tardi ancora nei cicli pure musivi del monastero di Chora, oggi moschea di Kahriédjami in Costantinopoli, e nella chiesa della Metropoli di Mistra. - Vedi Tav. CI.
Bibl.: H. Leclercq, Averiges, in DACL, I, coll. 22242230.
Enrico Josi
CIELO, CULTO del. - Nelle varie religioni il c. può avere una notevole importanza soprattutto per tre motivi : può esser concepito come divinità; può prestare i suoi caratteri a qualche divinità; può apparire, infine, come dimora della divinità. Tra queste tre forme principali, e le loro varianti, i limiti non sono sempre netti. Una divinità può chiamarsi C. e abitare nel c.; altre possono abitare nel c., senza avere particolari attributi celesti; di altre, malgrado gli evidenti nessi con il c., non si ricorda esplicitamente una dimora celeste. L'oscillazione stessa dei limiti tra le varie forme rende verosimile che la distin-
zione tra di esse sia posteriore e secondaria, mentre l'origine del rapporto tra divinità e c. sia da ricercare in un periodo in cui il pensiero umano non è avvezzo alle distinzioni precise ed astratte. Infatti, c. ed Essere Celeste, dio dagli attributi celesti e dio che dimora nel c. sono, in origine, idee inseparabili, e solo in determinati sviluppi della mentalità religiosa (ad es., i politeismi antropomorfi e i monoteismi) si verrà a limitare i rapporti della divinità con il c. ad alcuni attributi o alla dimora.
L'Essere Celeste o il dio C. figura, si può dire, in tutte le sfere delle civiltà primitive. In queste, la sua idea spesso interferisce con un'altra idea religiosa: quella dell'Essere Supremo. Da tempo è stata segnalata, nelle religioni dei popoli incolti, l'esistenza del concetto di un Essere Supremo, la cui posizione tra le altre divinità e spiriti del culto e della mitologia è del tutto particolare e distinta: la scuola storicoculturale del p. W. Schmidt, anzi, mette in rilievo che proprio l'idea di un tale Essere Supremo appartiene al patrimonio religioso più antico dell'umanità. Ora, in molti casi, in quest'Essere Supremo primitivo si riscontrano i caratteri dell'Essere Celeste : considerato ora identico con il c., ora abitante nel c., ora regolatore dei fenomeni celesti. Tuttavia non sempre tale Essere Supremo ha un netto carattere celeste e, soprattutto, non sempre l'Essere Celeste occupa la posizione di Essere Supremo esistono anche casi in cui, nella stessa religione, si riscontrano più Esseri Celesti.
Degli innumerevoli Esseri Celesti dei popoli primitivi basterà qui citare pochi esempi, per mostrare l'universalità dell'idea e la varietà delle sue forme. a) Australia : Il Baiame dei Kamilaroi e popoli affini, come il Daramulun degli Yuin, abita nel c., regola i fenomeni meteorologici, ed è onniveggente. Anche il Bungil dei Kulin, creatore abitante nel c., vede tutto. Atnatu, dio esoterico dei Kaitish, è caratterizzato anche dalle sue numerose mogli che sono le stelle. b) Asia: Il Puluga degli Andamanesi è onnisciente, ma solo di giorno; egli punisce con il fulmine, abita in c., e il suo nome forse significa "tuono». Il Kari dei Semang (Malacca) si definisce nel suo nome che significa "c. n. c) Melanesia: Ndengei, nelle isole Figi, ha un nome che significa c.; egli, chiudendo gli occhi, produce l'oscurità. d) Polinesia: Rangi, il c., nella Nuova Zelanda, non è un Essere Supremo, solo una delle divinità di un ricco sistema politeistico; sua sposa è Papa, la terra. e) Africa: Il governo dei fenomeni meteorologici, la dimora celeste e l'onniscienza caratterizzano il Kaang dei Boscimani, lo Tsui-Goab degli Ottentotti, il Tilo dei Ba-ronga. Nzambi, presso i Bantu occidentali, Mulunga presso i Bantu orientali portano nel loro nome il significato "c. n. Ugualmente la figura di Marvu, presso i negri Eve, nella quale si riscontrano caratteri che derivano dall'impressione visiva del c. f) America settentrionale: Il Sing degli indiani Heida è il c. luminoso. Presso i Bellachula, Qamaits è il c., ma è una dea. Del carattere celeste dell'Essere Supremo dei
## Page 934
Pawnee, Tirawa, testimonia un ricco simbolismo coloristico del culto. g) America meridionale: Kamuscini, nelle Caraibi, è definito c. dagli indigeni che lo considerano come il primo essere cosmogonico. Il Pillan degli Araucan è un Essere Supremo che si manifesta soprattutto nei fenomeni meteorologici.
Una posizione particolare tra le altre divinità distingue la divinità del c. anche nelle religioni delle varie civiltà più elevate. La divinità che con il suo nome, con la sua mitologia, con le sue caratteristiche iconografiche ecc., rivela un'identità o per lo meno un nesso particolarmente stretto con il c., figura spesso come padre di tutti, onnisciente, onnipotente, re degli dèi, governatore dell'ordine cosmico e morale.
Nelle religioni dei popoli di lingua indoeuropea s'incontra più di una figura divina connessa con il c. Nelle religione vedica, Dyasu, il cui nome significa «c.», e Vàruna condividono gli attributi essenziali del c., ma mentre il primo ha un culto più ridotto ed è di un carattere soprattutto cosmogonico, Vàruna è divinità suprema di tipo antropomorfo. In Grecia, al contrario, Urano, il cui nome corrisponde a quello di Vàruna, porta nel nome e nella mitologia una completa identità con il c., ma ha un culto estremente ridotto, mentre Zeus, corrispondente a Dyasu, e la divinità suprema, pur non priva di attributi evidentemente celesti : abitante nel c., egli manda la pioggia, il fulmine, il tuono. La stessa figura domina il mondo religioso romano, sotto il nome di Iuppiter, nome la cui seconda parte implica la paternità attribuita sia al Dyasu indico che allo Zeus greco. Il Tiu dei Germani, etimologicamente corrispondente, ha un'importanza meno saliente e un carattere alterato.
Nella Babilonia, Anu ( = c.), pur non avendo un culto molto popolare, era considerato il re e il padre per eccellenza. Nell'Egitto il c. è invece una dea: Nūt, mentre la terra, che in altre religioni, primitive e colte, figura per lo più come sposa divina del c., appare qui nelle funzioni dello sposo. Pur essendo una dea, Nût mantiene le caratteristiche che spettano alla divinità del c.: essa è signora e madre di tutti, madre anche del sole, ed è essa che manda la pioggia.
Una perfetta identità tra c. e divinità suprema si riscontra nella più antica religione della Cina. Ti'en ( = c.) chiamato anche Shang-ti (Imperatore Supremo) è la divinità centrale, garante dell'ordine dell'universo. L'imperatore, considerato suo figlio, gli presenta un sacrificio annuale per il benessere del paese, presso un altare rotondo orientato secondo i punti cardinali, nel giorno del solstizio invernale.
Nelle religioni monoteistiche il c. rimane la dimora della divinità: cosi, nello zoroastrismo Ahura Mazda, nell'islām Allāh, sono concepiti come abitanti del c.
BibL.: P. Foucart, Sky, in Enc. of Rel. and Eth., XI, p. 580 sgg.; R. Pettazzoni, Dio, Bologna 1922; J. G. Frazer, The Worship of Nature, I. Londra 1926; R. Pettazzoni, Saggi di mitologia e di storia delle religioni, Roma 1946, pp. 3-11. Angelo Brelich
CIENFUEGOS, diOCESI di. - Città della Repubblica di Cuba nelle Antille, e sede di una diocesi, suffraganea di Santiago di Cuba (v.), che comprende tutta la provincia civile di S. Clara con una superfice di kmq. 20.911. Nel 1948 la popolazione della diocesi era di 938.000 cattolici divisi in 34 parrocchie con 20 sacerdoti diocesani e 32 regolari, 8 collegi maschili e 19 femminili.
I Francescani spagnoli che dal sec. xvir assicuravano il ministero sacro nella diocesi, dovettero abbandonarlo nel 1835 per il decreto di esplusione degli Ordini religiosi emesso dal governo spagnolo. Le confische effettuate dai governatori, e le devastazioni causate dalle guerre civili del 1868 e del 1895 intralciarono parecchio il progresso della Chiesa. Dopo la guerra civile del 1898 , la provincia di S. Clara poteva essere eretta in diocesi con sede in C. il 20 febbr. 1903, e da allora è stata sempre suffraganea di Santiago di Cuba.
BibL.: Acta Leonis XIII, XXII, Roma 1893, pp. 311-21; Anon., s. v. in Cath. Enc., III (1908), p. 770; The Official catholic directory 1947, Nuova York 1947, parte 4, p. 110.
Corrado Morin
CIENFUEGOS, Álvarez. - Celebre teologo gesuita spagnolo, vescovo e cardinale, n. a Oviedo (Asturie) il 27 febbr. 1657, m. a Roma il 19 ag. 1739. Entrato nella Compagnia di Gesù (1676), insegnò filosofia a Santiago e teologia all'Università di Salamanca. Durante la guerra di successione spagnola si schierò con J. Thomas Henriquez dalla parte di Carlo III arciduca d'Austria, il quale lo incaricò di importanti negoziati presso il re di Portogallo. Ma in seguito alla vittoria dei Borboni non poté ritornare in patria. Rimasto per qualche tempo a Lisbona, fu poi chiamato a Vienna da Carlo III, divenuto imperatore con il nome di Carlo VI, che lo inviò in Inghilterra e in Olanda con altre missioni di Stato. Fu in seguito ministro plenipotenziario dell'imperatore presso la S. Sede, cardinale (1720), vescovo di Catania (1722), arcivescovo di Monreale in Sicilia (1724) e vescovo di Pünfkirchen in Ungheria (1735).
Le sue due celebri opere : Aenigma theologicum (Vienna 1717) sulla S.ma Trinità, e Vita abscondita, seu speciebos eucharisticis velata (Roma 1728) riscossero vive approvazioni per l'originalità e l'acutezza, ma anche vaste disapprovazioni per l'arditezza di alcune opinioni (p. es., sulla presenza reale di Gesù Cristo e sull'essenza del sacrificio della Messa).
BibL.: Hurter, IV, coll. 1020-22; M. Lepin, L'idee do sacrifice de la Messa d'apris les theologiens depuis l'origine inego'd une (ours, Parigi 1926, pp. 323-25; H. Dutouquet, s. v. in DTSC, II, coll. 2511-13; L. Koch, Jesuiten-Lexikon, Paderborn 1934, p. 337.
Emanuele Charmai
CIEPLAK, Jan Feliks. - Vescovo polacco, n. a Dombrowa (diocesi di Kielce) il 17 ag. 1857, m. a Passaic, presso Nuova York, il 17 febbr. 1926. Professore all'Accademia ecclesiastica di Pietroburgo dal 1882, fu nel 1908 eletto vescovo ausiliare (Arcivescovo titolare di Achrida [28 marzo 1919]), poi amministratore apostolico di Mohilev, durante l'esilio di mons. Raffo. Imprigionato nel 1923 dalle autorità sovietiche per «aver protestato contro il sequestro dei beni ecclesiastici e per aver fomentato la controrivoluzione con atti superstiziosi», fu condannato a morte. Graziato però per l'intervento di potenze straniere, venne poi scambiato con alcuni comunisti non russi. Morì improvvisamente negli Stati Uniti dopo essere stato promosso alla sede arcivescovile di Wilno recentemente ripristinata.
BibL.: [M. Barbera], Il processo contro il clero cast., in Civ. Catt., 1923, III, pp. 152-63, 320-34, 517-33; F. M. MacCullagh, The bolshevih persecution of Christianity, Londra 1924, passim; A. Battandier, Annuaire pontifical, 29 (1926), p. 349.
C. I. F.: v. centro italianio femminile.
CIFRA e CIFRARIO : v. crittografia.
CIFRE ARABICHE. - Il sistema oggi in uso per indicare i numeri, noto col nome di c. a., proviene in realtà dagli indiani, ed è costituito, secondo la teoria più comune, dalle lettere iniziali del nome di ciascun numerale in sanscrito. La sua conoscenza in Europa è però avvenuta per tramite degli Arabi, che ne avevano nozione già nel sec. viII.
Al califfato di al-Ma'mūn (813-33) risale il trattato di Abū Ge'far Muḥammad b. Mūsā al-Ḩwarizmī, a noi pervenuto in una versione latina. Nei codici latini la più antica menzione si ha in due manoscritti spagnoli delle Etymologiae seu Origines di Isidoro, uno del 976 proveniente dal monastero di Albelda (cod. Escorial d. I, 2), e l'altro del 992 scritto a S. Millán della Cogolla (cod. Escorial d. I, 1), dove, all'inizio del L III, una glossa attribuisce l'uso delle c. a. agli Indi, e riporta i numeri nell'ordine inverso, de 9 a 1 , escluso cioè lo zero: circostanza sufficente a dimostrare che esse non avevano ancora trovato applicazione nel sistema decimale.
Dalla Spagna la conoscenza delle c. a. si diffuse in Francia, in Inghilterra, in Germania, e quindi in Italia,
## Page 935

(10). Asebivo fotografias clenitico 9 de arte, Madrid) Cirre arabiche - Primo esempio di c. a. Codice Vigilano (a. 976) contenente le Etymologine di Isidoro di Siviglia-Madrid, biblioteca dell'Escuriale, d. 1., 2, f. 127
non senza opposizioni, se nel 1299 gli Statuti dell'arte del cambio di Firenze imponevano di scrivere i numeri in tutte lettere, ad evitare facili alterazioni. Ma già nel 1202 il Liber abaci di Leonardo Fibonacci (filius libanacii) da Pisa, che aveva appreso il sistema nelle colonie pisane del Nord-Africa, era venuto a dimostrarne la praticità, divulgando l'uso delle quattro operazioni. Dal soc. xv le c. a. entrano nella pratica generale e si incontrano, tranne qualche lieve eccezione per il 3 e per il 4 , nella stessa forma presso tutti i paesi.
Bias.: 1. Taylor, The alfabet, II, Londra 1883, p. 283 sgg.; C. Paoli, Programma scolastico di paleografia latina e di diplomatica, I, 3^ ed., Firenze 1901, p. 30 sgg.; F. Steffens, Lateinische Paläographie, III, Friburgo in So. [1903], pp. xxxix-xx; M. Cantor, Vorlesungen über Geschichte der Mathematik, II, 4^{2} ed., Lipsia 1922, pp. 693-733 e II, 5^{2} ed., lvi 1913, pp. 3-53; G. F. Hill, The development of arabic numerals in Europe exhibited in sivis-four tables, Oxford 1915; D. Diringer, L'alfabeta nella storia della civiltà, Firenze 1937, pp. 723-28. Alessandro Pratesi
CIGOLI, CARDI Ludovico detto il. - Pittore, architetto e scultore, n. a Cigoli (S. Miniato), il 21 sett. 1559; m. a Roma l'8 giugno 1613. Scolaro di Alessandro Allori, ricercò nella pittura complessità di effetti coloristici e chiaroscurali, combinando elementi tratti anche da Santi di Tito e dal Barocci. Il suo riformismo eclettico rivela intenti di superamento del gusto manieristico.
Opere principali sono: la Madonna col Bambino a Budapest (1582); la Deposizione e l'Ecce Homo della galleria Pitti (rispettivamente 1597 e 1607) e il Martirio di s. Stefano alla Accademia (1597) a Firenze; gli affreschi con Storie di Amore e Psiche (1610-12) a Roma (galleria Capitolina). Al Bargello di Firenze si conserva una statuetta in cera del C., studio di anatomia. Come architetto fu scolaro del Buontalenti. Nel modello ligneo della facciata di S. Maria del Fiore (1586) e nel cortile del «Palazzo non finito" (1596) a Firenze, il C. interpreta la tradizione vasariana attraverso intenzioni cromatiche.
Bias.: K. Busse, s. v. in Thieme-Becker, VI, pp. 588-92: O. H. Giglioli, Una pittura inedita del C. nella B. galleria Palatina, in Boll. d'arte, 7 (1913), pp. 104-106; Vita di L. C. C., per cura del comune di S. Miniato 1913; G. Battelli, L. C. detto il C., Firenze 1922; Venturi, IX (1934), p. 688 sgg. Luigi Grassi
CILE. - I. Geografia. - Stato dell'America meridionale costituito dallo stretto versante occidentale delle Ande, e perciò chiuso fra queste e il Pacifico in una striscia larga fra i 150 ed i 200 km . ed estesa per 4300 km . da N. a S. Il grande sviluppo in latitudine determina condizioni climatiche diverse nelle diverse sezioni. Di regola si distinguono: una regione settentrionale arida (deserto di Atacama), ma ricca di risorse minerarie; una meridionale, umida e relativamente fredda, con buoni pascoli, ampie foreste ed una zona di mare adatta alla pesca; e, fra le due, il C. mediano, con clima temperato
caldo, e discreta piovosità, vaste superfici piane irrigate od irrigabili. Ne risulta un paese di larghe possibilità economiche, sia nel campo agricolo (cereali, tabacco, canapa e soprattutto vite), zootecnico ( 6.100 .000 di capi ovivi; 2.300 .000 di bovini, ecc., con conseguenti industrie delle carni e della lana) e forestale ( 1 / 5 della superfice territoriale è coperto di boschi, ma quasi tutti nel C. meridionale ed ancora poco sfruttati), come in quello minerario, che allinea, accanto alle enormi risorse di nitrato sodico del C. settentrionale (e dei sottoprodotti, come il borace e lo iodio), quelle del rame ( 2^{°} posto nella produzione mondiale), del ferro, dell'oro, del carbon fossile, del salgemma, ecc. L'industria, di fresca data, è impari alle possibilità e ai bisogni del paese, ma ha fatto, negli ultimi anni, notevoli progressi (specie nei rami tessile, alimentizio e siderurgico). Il commercio è prevalentemente marittimo, e conta su numerosi porti, il principale dei quali è Valparaiso, che assorbe da solo metà del traffico di importazione.
La popolazione del C. è abbastanza omogenea dal punto di vista etnico, risultando nella sua grande maggioranza di oriundi spagnoli. Gli Amerindi (Changos, Fuegini ed Araucani) ne rappresentano oggi appena il 2 \%, e presa'a poco altrettanti sono gli stranieri (dei quali i i.ooo italiani; 25.000 calcolando anche i figli nati nel C.). La densità ( 7,2 b .2 \mathrm{~kmq}.) varia di molto da zona a zona; sul 28 \% del territorio, nel C. mediano, si accentra l' 86 \% della popolazione totale. La capitale, Santiago, è ormai una grande metropoli ( 1.500 .000 ab. nel 1947), ma solo un'altra città, Valparaiso, supera i 100.000 ab . La religione cattolica è professata dal 95 \% degli ab.; ma gran parte degli Amerindi è ancora pagana; vi sono poi piccoli nuclei di evangelici e di israeliti.
Il C. è una Repubblica unitaria, con rappresentanza bicamerale. Ecco la sua attuale suddivisione amministrativa :
| Province | Superfice in kmq. | \begin{aligned} & \text { Popola- } \\ & \text { zione } \\ & \text { z } 1-1-1947 \end{aligned} | Densità <br> e kmq. | Capoluogni <br> (Popolazione in 1000 ab. cens. 1940) |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
| Tarapacá | 55287 | 107279 | 2 | Iquique (38) |
| Antofagasta | 123063 | 164268 | I | Antofag. (50) |
| Atacama | 79883 | 81573 | I | Copiapó (16) |
| Coquimbo | 39889 | 236527 | 6 | La Serena (21) |
| Aconcagua | 10204 | 117348 | 12 | S. Felipe (18) |
| Valparaiso | 4818 | 507567 | 505 | Valpar. (212) |
| Santiago | 169881 | 666680 | 98 | Santiago (949) |
| O'Higgins | 7112 | 208608 | 29 | Rancagua (22) |
| Colchagua | 8865 | 150630 | 15 | S. Fern. (15) |
| Curicó | 5735 | 85412 | 15 | Curicó (20) |
| Talca | 9640 | 159914 | 17 | Talca (45) |
| Maule | 5626 | 62113 | II | Cauquenes (11) |
| Linares | 9820 | 128572 | 13 | Linares (17) |
| Nuble | 14211 | 219511 | 15 | Chillán (39) |
| Arauco | 5756 | 72934 | 13 | Lebú (8) |
| Concepción | 5701 | 344970 | 61 | Concepc. (86) |
| Bio-Bío | 11248 | 126627 | II | Los Ang. (11) |
| Malleco | 14277 | 156505 | II | Angol (12) |
| Cautín | 17370 | 318655 | 18 | Temuco (39) |
| Valdivia | 20002 | 195805 | 10 | Valdivia (35) |
| Osorno | 10015 | 106760 | II | Osorno (27) |
| Llanquihue | 18407 | 116964 | 6 | Puerto M. (13) |
| Chiloé | 23446 | 92823 | 4 | Ancud (4) |
| Aysén | 88984 | 19094 | 0,2 | Aysén (2) |
| Magallanes | 135418 | 51863 | 0,4 | Punta Ar. (30) |
| Totale | 7417675 | 479202 | 7 | |
Bias.: W. H. Koebel, Modern Chile, Londra 1913; F. Mailland, Chile its Land and People, lvi 1914; O. Bürger, C., Lipsia 1920; C. Martin, Landeshunde von Chile, Amburgo 1923; F. Kluté, Argentinien-Chile von Heute, Lubecca 1925; A. Matthes, Landwirtschaft in Chile, Lipsia 1929; W. E. Rudolph, The new territorial Division of Chile, with Special Reference to Chilod, in Geogr. Review, 19 (1929), pp. 61, 77; E. Keller, Chile, 6a ed., Santiago-Sinccarda 1930; Istituto Nazionale per l'esportazione, Il C. Sviluppo economico e relazioni commerciali con l'Italia, Roma 1931; R. Gestermann, Chile, Parigi 1932; M. Glansdorff, L'évolution
## Page 936
de la structure économique du Chile, in Rev. économ. intern., 27 (1935), pp. 495-510; G. MacBride, Chile: Land und Society, Nuova York 1936; E. P. Hanson, Chile, ivi 1941; E. Fergusson, Chile, ivi 1943; P. T. Eusworth, Chile: an Economy in Transition, ivi 1945 .
Giuseppe Caraci
II. Evangelizzazione del c. - Dopo che Pedro de Valdivia nel 1540 dischiuse la parte settentrionale del C. alla colonizzazione spagnola, s'iniziò l'evangelizzazione degli indiani per opera dei Mercedari (1548) seguiti poco dopo dai Domenicani (1552) e dai Francescani (1553) e verso la fine del sec. xvi dai Gesuiti (1593) e dagli Agostiniani (1595). Nel 1561 fu eretta la diocesi di Santiago del C., nel 1563 quella di La Imperial. Gli Araucani al sud del fiume Bio-Bio resistettero però alla colonizzazione e all'opera missionaria, distruggendo nel 1598 La Imperial (in seguito la sede vescovile fu trasferita a Concepción) e le poche missioni dei Mercedari e dei Francescani. Nel sec. xvir i Gesuiti, malgrado le continue ribellioni degli Araucani, che attaccavano continuamente gli Spagnoli e le missioni, si spinsero verso sud fino all'arcipelago di Chonos e fondarono riduzioni tra gli stessi Araucani.
Queste riduzioni dopo la espulsione dei Gesuiti nel 1767 furono assunte dai Francescani, i quali, fondato il collegio missionario di Chillán (1756), ripresero la missione tra gli indiani. Le agitazioni delle guerre di indipendenza riuscirono a disturbarla ma non a distruggerla; anzi nel 1832 con l'arrivo di Francescani italiani presero un nuovo slancio. Nel 1848 vennero in aiuto i Cappuccini italiani e nel 1894 quelli bavaresi. A questi fu affidata la prefettura apostolica di Araucania, eretta nel 1901 ed elevata a vicariato apostolico nel 1928. Tra gli indiani della Terra del Fusco i Salesiani di d. Bosco lavorarono fin dal 1882 fondando parecchie stazioni nell'isola di Dawson. Il successo della missione fu interrotto ca. nel 1911 da una generale mortalità causata dalla tubercolosi; pochi indiani sopravvissero. Nel 1916, soppressa la prefettura della Pa tagonia meridionale, nella parte cilena fu eretto il vicariato

CILE - 1) confine di Stato; 2) confine di circoscrizione ecclesiastica; 3) ferrovie.
apostolico di Magellano che nel 1947 costitul la diocesi di Punta Arenas.
Dal 1939 il C. è diviso in 3 province ecclesiastiche : Santiago, con le suffragance: Linares (eretta nel 1925), Rancagua (1925), S. Filippo (1925), Talca (1925), Valparaiso (1925); La Serena con le suffragance: Antofagasta (1928), Iquique (1929) e Copopó (eretta in amministrazione apostolica nel 1946); Concepción con le suffragance: S. Carlo de Ancud (1840), Chillán (1925), Temuco (1925), Puerto Montt (1939), Valdivia (1944), Punta Arenas (1947). Inoltre esistono il vicariato apostolico di Araucania e la prefettura apostolica di Aysén, eretta nel 1940 con territorio distaccato dalla diocesi di Puerto Montt.
BibL.: F. Eurich, Historia de la Compañia de Jesús en Chile, 2 voll., Barcelona 1891; R. Ghodiazza, Historia de la provincia dominicana de Chile, Concepción 1808; R. Lagos, Historia de las Misiones del colceño de Chillán, Barcellona 1908; Ignacio de Pamplona, Historia de las Misiones de los pp. Capuchinos en Chile y Argentina (1848-1911), Santiago 1911; P. Gazulla, Las primeras Mercedarios en Chile, Santiago 1918; B. Calvi, La civilta nelle regioni maceduniche e i missionari salesiani, Torino 1925; G. Arcila Robledo, La Orden franciscana en la América meridional, Roma 1948, pp. 233-73.
Giovanni Rommerskirchen
III. Storia ecclesiastica del C. - Il 18 sett. 1810 segna la fine del dominio spagnolo, sebbene la lotta per l'indipendenza si trascinasse in seguito ancora per vari anni e l'esistenza del nuovo Stato fosse assicurata solo dopo la battaglia di Maipo (8 apr. 1818) e la spedizione nel Perù; esso segna anche, come per gli altri Stati dell'America spagnola, l'inizio di un periodo difficile nelle relazioni con la S. Sede. Il re di Spagna, secondo la bolla Universalis Ecclesiae del 28 luglio 1508, aveva il diritto di nomina per le sedi episcopali di quelle terre, e Ferdinando VII non intendeva rinunciarvi. La S. Sede si preoccupava, d'altra parte, della grave situazione che si creava man mano con la morte dei vescovi, non volendo i Cileni accettare quelli nominati dal re. Non poteva la S. Sede considerare de iure nullo il diritto di patronato dal re di Spagna, e non
## Page 937

(do Comero de Comerera de Santiago, Chile, n, 3, seft. 12/21 Cile - Cappo di don Pedro de Valdivia, Santiago del Cile (sec. xvI).
voleva opporre un rifiuto alle richieste dell'arcidiacono Cienfuegos, giunto a Roma quale plenipotenziario del governo cileno per richiedere la provvista delle sedi vacanti. Il card. Consalvi, segretario di Stato, escogitò l'invio di una missione, il cui capo, quale vicario apostolico, avesse la facoltà di conferire a dei vescovi titolari il governo delle tre diocesi cilene vacanti. In tal modo non si urtava la suscettibilità della Spagna e si provvedeva ai bisogni dei cattolici in quel lontano paese.
La missione stessa, presieduta da mons. Muzi, e della quale faceva parte anche il canonico Mastai, futuro Pio IX, si imbarcò a Genova il 5 ott. 1823, e si fermò nel C. per 7 mesi. Non le fu però possibile raggiungere un accordo con il governo a causa di certe pretese d'ingerenza dello Stato negli affari ecclesiastici. Dopo l'entrata in vigore della costituzione del 25 maggio 1833 , che all'art. a riconosceva la religione cattolica religione dello Stato, si potć nel 1840 provvedere alle sedi episcopali. Gregorio XVI elevò infatti nel maggio di quell'anno Santiago ad arcivescovato con le diocesi suffraganee di S. Carlos de Ancud, La Serena e Concepción. Sotto i successivi pontificati le relazioni tra lo Stato e la Chiesa presentarono degli alti e bassi determinati dalle frequenti crisi politiche interne, sebbene non si procedesse a misure radicali contro il cattolicesimo, che costituiva la religione fondamentale del paese. Furono però aboliti i tribunali ecclesiastici, istituiti cimiteri laici, ed ammesso l'esercizio di qualsiasi culto. La separazione della Chiesa dallo Stato, sancita nella nuova costituzione del 1925, fu la logica conseguenza della politica cilena degli anteriori decenni, sebbene essa non intendesse assumere forme vessatrici nei confronti del cattolicesimo, e Pio XI, nell'allocuzione tenuta nel Concisoro del 14 dic. 1925, riconobbe che "si tratta di separazione così amichevole da potersi chiamare amichevole convivenza, nella quale la Chiesa cattolica potrà, confidiamo, continuare l'opera sua in ogni campo benefica in mezzo a quel caro popolo». Nel 1939 si procedette ad un nuovo ordinamento delle diocesi con l'elevazione a sedi metropolitane di La Serena e di Concepción. Nel Concistoro del 18 febbr.
1946 Pio XII concesse per la prima volta all'arcivescovo di Santiago, Caro Rodriguez, la porpora cardinalizia. A Santiago esiste il Pontificio seminario metropolitano degli Angeli Custodi.
Biol.: Una buona sintesi della storia del C. è dovuta a L. Pena, Histoire du Chili, Parigi 1927. Sulle relazioni con la S. Sede durante ad in seguito alla guerra d'indipendenza of. J. Schmidtin, Papstgeschichte der neusten Zeit, 4 voll., Monaco 1933-39, passim; P. Leturia, Gregorio XVI y la emancipación de la América española, in Gregorio XVI. Miscellanea commemorativa, II, Roma 1948, p. 292 sge. Sulla missione Muzi cf. P. Leturia, El cisne a América del futuro pontífice Pio IX, 1823-25, in Xenia Piana (Miscellanea historine pontificiae, 7), Roma 1943, pp. 389444.
Silvio Furlani
IV. Arte del C. - La nazione cilena per la sua movimentata storia politica fu, tra le regioni dell'America meridionale, la più restia ad una affermazione artistica. Solo a metà del sec. xix la scultura e la pittura v'ebbero le prime manifestazioni degne di rilievo. Grande merito acquisto allora l'italiano Alessandro Cicarelli, cui nel 1849 fu affidata la fondazione dell'Accademia delle belle arti e l'insegnamento della pittura che tenne per molti anni. Più tardi, nel 1876, un altro italiano, Giovanni Mochi, continuò la tradizione didattica inserendo ancor più la pittura cilena nel gusto europeo. Fra i pittori cileni si ricordano Nicola Guzmán Bustamante, Pasquale Ortega, Cosimo San Martin. Fra gli scultori rivelò una notevole personalità Rebecca Matte de Illiguez, allieva di Leonardo Biaralli, della quale si conserva nella galleria d'Arte moderna di Firenze la Derelitta. Anche nell'architettura l'influsso italiano fu determinante. Il primo architetto cui furono commessi edifici pubblici a Santiago fu Gioacchino Torsca; le cui opere costituirono per lungo tempo l'esempio esclusivo ai costruttori locali. Vedi Tar. CII.
Per la letteratura del C.: v. ispano-americana, LETTERATURA.
Biol.: L. Gillet, L'art dans l'Amérique latine, in A. Michel, Hist. de l'art, VIII, int. Parigi 1929, pp. 1019-96; G. Biondo, s. v. in Enc. ital., X (1931), p. 73 .
Giovanni Carandente
CILICIA. - Vasta regione all'angolo sud-est dell'Asia Minore. La lunga catena del Tauro con l'alta vetta Bulgar Dağ ( 3500 m .) la separa a nord dalla Isauria, Licaonia e Cappadocia; il monte Amano ( 1700 m .) ad est dalla Commagene e dalla Siria; il mare Mediterraneo la delimita a sud e a ovest dalla Panfilia.
Plattuanti nel corso della sua storia furono i confini, ma sempre determinati furono a nord nell'Antitauro

(du Comero de Comerera de Santiago, Chile, n, 2, seft. 12/21 Cile - Cattedrale di Santiago (1^ metà sec. xvir).
## Page 938
il valico «Porte Cilicie» (Gülek Boğaz, 1000 m .); ad ovest l'importante corso d'acqua, che gli antichi chiamavano Melas (moderno Manavgat Cay [Plinio, Nut. Hist., V, 93]); a est le «Porte siriache» (passo Belan, 670 m .) sul monte Amano.
Geologicamente si distingueva in due distretti : la C. piana (C. Campestris), che fra la catena del Tauro e il mare si estendeva ad oriente fino al monte Amano e ad occidente fino alla città di Soli (famosa per le sgrammaticature del suo linguaggio, donde «saleciami »); e la C. montana (C. Aspera), che si estendeva verso occidente da Soli alla Panfilia. Povero di corsi d'acqua, solo il Calycadnus ( = Gölu Su), dove trovò la morte Federico Barbarossa, forma il bacino più importante, traversando la regione da nord-ovest a sud-est, ricca di varia e lussuosa vegetazione. Il nome di C. appare nei documenti egizi nella forma di f / / k e in documenti assiri come Qilakku.
La C. fu soggetta agli Assiri, agli Hittiti, ai Persiani che vi costituirono la V satrapia (Erodoto, I, 74; III, 90). Secondo lo stesso scrittore (I, 74) i re degli Stati cilici erano chiamati Svennenses (non si conosce se fosse nome proprio o comune).
La regione era rinomata per l'allevamento dei cavalli e Salomone ne importò numerosi da Coa (C. orientale) e da Musur (I Reg. 10, 28). I Greci ebbero colonie sulla costa, ma la ellenizzazione, cominciata dopo la conquista di Alessandro Magno, si accomod con i successori, le cui lotte portarono il paese e dipendere ora dagli uni ora dagli altri, ma principalmente dai Seleucidi della Siria. Nel 103 a. C. divenne zona d'influenza romana e a Marco Antonio fu assegnato il compito di reprimere la pirateria. I generali Metello, Silla, Servilio Vetia, cui fu decretato l'appellativo di Isaurico, fino a Pompeo riuscirono a snidare i pirati dai loro rifugi. Cicerone fu uno dei primi amministratori della nuova provincia con il titolo di proconsole nel 50-51. Augusto la riunì alla provincia di Siria.
Numerose colonie giudaiche si stabilirono in C. al tempo di Antioco (Fl. Giuseppe, Antiq. Ind., XII, 3, 4). Mercenari cilici sono ricordati nella guardia del corpo di Alessandro Ianneo (ibid., XIII, 13, 5: Bell. Ind., I, 4, 3); alla disputa di Stefano in Gerusalemme presero parte Giudei della C. (Act. 6, 9). Durante il dominio romano l'avvenimento più notevole fu la nascita in Tarso, città principale (Act. 21, 39), di s. Paolo, che esercitò il mestiere comune in quella regione e cioè di "fabbricante di tende»; dai peli ispidi e folti di capre si confezionavano tessuti detti appunto cilici. L'Apostolo vi predico il Vangelo dopo il suo primo viaggio a Gerusalemme (Gal. I, 21). Le chiese di C. erano formate non solo di giudei, ma anche di etnicocristiani, ai quali fu inviato il decreto del Concilio di Gerusalemme (Act. 15, 23). Dopo la separazione da Barnaba, Paolo, insieme a Sila, passando per le «Porte siriache» si recò in C. per rafforzarvi le Chiese (Act. 15, 21) e poi, attraverso la scalata del Tauro alle «Porte cilicie», andò in Licaonia (Act. 15, 41). Ripassò lungo il mare di C. nel suo viaggio da Cesarea a Roma (Act. 27, 5).
Bib.: D. Vaglieri, s. v. in E. De Ruggiero, Dizionario epigrafico di antichità romane, II, pp. 222-36; R. Paribeni, Saggio di bibliografia anacolica, Venezia 1921, p. 129 sg.; id., s. v. in Enc. Ital., X (1931), p. 240 sg.
Donato Baldi
Storia e Aglografia. - Dionigi d'Alessandria ricorda un vescovo di Tarso di nome Eleno insieme con gli altri vescovi della regione (Eusebio, Hist. eccl., VI, 46; VII, 5).
Al Concilio di Nicea intervennero i vescovi di Adana, Alessandria-parva, Castabala, Egea, Epifania, Flavia, Mopsuestia (sul finire del sec. Iv fu vescovo di questa città il noto Teodoro [v.]), Neronia, Tarso cioè o vescovi e un corepiscepo, dimostrando cosí la floridezza della Chiesa in C. al tempo costantiniano. Le due province ecclesiastiche della C. facevano capo rispettivamente ad Anazarbo e a Tarso (celebre il suo vescovo Diadoro [v.]), ed appartenevano al patriarcato di Antiochia. Le con-
quiste arabe della 2ª metà del sec. vir divisero la C. distruggendovi a poco a poco le comunità cristiane già cosi travagliate dai dissensi dottrinoli (melkiti e giacobini).
I martiri più venerati della C. sono: ad Anazarbo i ss. Taraco, Probo e Andronico, venerati il giorno in ott. (BHG, nn. 1574-75). Una Pizzio non molto autorevole assegna alla stessa città il martire Marino (BHG, n. 1171).
Ad Egea, una leggenda detta araba (BHG, nn. 378379) ricorda una basilica in onore dei ss. Cosma e Damiano.
S. Giovanni Crisostomo dà come martire di C. s. Giuliano (BHG, n. 167) che il Martirologio geranizniano segnala al 14 febbr.: in Cilicia Aegeas natale Iuliani.
A Egea i pellegrini si recavano a venerare la tomba di s. Talcico (BHG, nn. 1707-1708), martire venerato anche a Gerusalemme e in Bitinia. Vi erano venerati anche i ss. Zenobio e Zenobia (BHG, nn. 1884-85). Ma più di tutti sono noti di Egea i martiri Claudio, Asterio, Neone, Domnina (in alcuni documenti anche Teonilla) che il Martirologio geranizniano segnala al 23 ag. e i sinassari al 30 ott. Aussenzio, vescovo di Mopsuestia, eresse una basilica fuori le mura in onore dei martiri Taraco, Probo e Andronico, ponendovi in venerazione le loro reliquie, avute da Anazarbo. Mopsuestia si gloriava di avere le reliquie di s. Niceta il Goto.
Per Tarso i martiri più venerati furono Taraco, Probo e Andronico (BHG, n. 1274) che il Martirologio geranizniano indica in tre date, di cui la tradizionale s. quella del giorno in ott. Nella stessa città i sinassari greci annovavano anche i martiri Quirico e Giulitta.
Besti di basiliche cristiane furono trovati a Corycos, Sebaste, Anazarbo, Flaviopoli, Geropoli, Castabala.
Bibl.: W. Schultze, Altrhristliche Städte und Landschaften: Kleinenien, II, Gütersloh 1926, pp. 264-327; E. Herzfeld e S. Guyer, Monumenta Asiae minoris antiqua; II. Meriamlik und Kuryhas, Manchester 1930; J. Keil e A. Wilhem, ibid., III. Denkmäler aus dem runden Kılikien, ivi 1931: R. Devreesse, Le Patriarcat d'Antioche depuis la paix de l'Eglise jusqu'à la conquête arabe, Parigi 1943.
CILICIA degli Abmeni. - Patriarcato cattolico dal 26 nov. 1742, quando Benedetto XIV confermò Apraham Artzineam, vescovo cattolico, eletto katholikós di Sis da un'assemblea di sacerdoti e di laici desiderosi di costituirsi in gruppo indipendente degli Armeni dissidenti. Fu fissata la residenza a Kraim, nel Libano. La sua giurisdizione si estendeva alla Siria e all'Egitto. Successivamente venne estesa alla Mesopotamia (1760) ed a Tokat e Perkemik, in Asia Minore (1769). L'attuale residenza del patriarca di C. è a Bzommar, presso Beirut. Il patriarcato conta 12.000 fedeli, 6 parrocchie e 31 sacerdoti.
Bibl.: F. Tournobize, Histoire politique et religieuse de l'Arménie, Parigi 1007, p. 126 sgg.; J. de Morgan, Histoire du peuple arménien depuis les temps les plus reculés de ses annales jusqu'à nos jours, Parigi-Nancy 1919, p. 63 sgg.; Ann. paulifi. 10, 1949 .
Meriano Baffi
CILICIO. - Panno ruvido, tessuto con fili di capra o di cammello. Si chiamò dai latini cilicium perché veniva specialmente dalla Cilicia, sulle cui montagne pascolavano numerosi greggi di capre dal lungo pelo; era usato per far vesti grossolane, coperte, tende.
Nella S. Scrittura il c. o sacco (ebr. inq. gr. σ \dot{α} \times x 0 ς ) designa generalmente una veste di tal panno, che s'indossava in segno di lutto o di penitenza (cf. Gen. 37, 34; I Reg. 21, 27; II Reg. 2, 30; Jer. 4, 8; 6, 26 ecc.). Era l'abito ordinario dei profeti, predicatori di penitenza (Is. 20, 2; II Reg. 1, 8; Mt. 3, 4). Insieme al c. si usava pure la cenere per aspergere il capo; di qui l'espressione biblica: «far penitenza nel c. e nella cenere» (Mt. i1, 21). Come strumento di penitenza, il c. sulla nuda pelle è stato sempre usato nell'ascesi cristiana. S. Agostino (Symbol. ad catechum., I: PL 40, 660 sg.) ci attesta che anche i catecumeni si preparavano al Battesimo portando il c. Celebri in proposito nell'aglografia l'anacoreta costantinopolitano s. Teodoro detto Trichinas (v.) o "peloso» per l'aspra veste di c. che indossava, e l'eremita camaldolese s. Domenico Loricato (v.), cosi chiamato dalla maglia di ferro che portava sulla carne.
## Page 939
Nella forma più semplice il c. è ridotto ad una fascia di panno ruvido, tessuto con peli o crini, ovvero ad una cintura composta di anelli o maglie di filo di ferro a punte sporgenti (v. Catenelle), per stringersi la vita, le braccia e le gambe.
Bibs.: I. Gretacr, De disciplinis libri tres, Colonia 1607; H. Lesćrec, Cilice, in DB, I, coll. 759-61; H. Leclercm, Cilice, in DACL. III, coll. 1623-25. Giacinto del S.mo Crocifisso
CIMA da Conegliano. - Pittore, n. a Conegliano tra il 1459 e il 1460 e ivi m. nel 1517-18. Nel 1492 si stabilì a Venezia, dove rimase per quasi tutto il resto della sua vita. Alcuni aspetti del suo modo di intendere il problema luministico lo avvicinano al Montagna. La linea in C. suggerisce il volume, giovandosi del chiaroscuro pittorico che non distrugge il colore, ma lo fa vibrare anche nell'ombra. E al morbido chiaroscuro si intona la dolce espressione delle figure, animate da una candida e profonda pietà. Notevole anche l'amore ingenuo per la natura, che induce il pittore a collocare spesso le sacre scene sullo sfondo di giardini e di porgolati.
Tra le opere più importanti di C. si citano: la Madonna tra i si. Giocamo e Gerolamo, nella galleria di Vicenza; la Glorificazione del Battista, nella Madonna dell'Orto a Venezia; il Battesimo di Cristo, in S. Giovanni in Bragora a Venezia; la Madonna dell'arancio, nella galleria di Venezia, scena rustica che ben mostra la predilezione del pittore campagnolo per la libera natura; il S. Pietro martire nella pinacoteca di Brera; la Presentazione al Tempio nella pinacoteca di Dresda, uno dei dipinti più belli per lo sfondo di paese; la Natività nelle chiesa del Carmine a Venezia.
Bibs.: V. Bottcon e A. Aliprandi, Intorno alla vita e alle opere di Giandottista C., Conegliano 1893; R. Burckhardt, C. da C., Lipsia 1905; Venturi, VII, pp. 100-51; B. Berenson, Pitture ituliane del Rinascimento, trad. it. F. Cecchi, ivi 1936, pp. 123-28; R. Lonski, in Viatico per cinque secoli di pittura veneziana, Firenze 1946, passim.
Vincenzo Golzio
CIMABUE. - Cenni di Pepo detto C., pittore

(Int. Andersen)
Cima da Conegliano - Cristo deposto dalla Croce. Modena, pinacoteca.

(da P. Mernand, Le visage du Christ, Parigi 1569)
Cimabue - Gesù Cristo - Nuova York, coll. Duween.
fiorentino, n. ca. il 1240 . I documenti ci fanno sapere solo che nel 1272 era a Roma, che nel 1301 si obbligava ad eseguire in collaborazione con il lucchese Giovanni d'Apparecchiato una tavola con la Maestà per la chiesa di S. Chiara di Pisa e che nel 1302 attendeva ad una figura di S. Giovanni a musaico nel catino absidale del Duomo, pure a Pisa, dove m. in quell'anno. Assai più ampie notizie della sua attività ci fornisce il Vasari, ma la prima e importantissima testimonianza sul pittore è costituita dalla notissima terzina dantesca (Purg., XI, 94-96) : dove peraltro Dante, avvertendo che "la fama di colui è scura", non sembra tanto alludere all'oblio in cui sarebbe caduto il nome del pittore, la cui arte era stata sorpassata dalla nuova maniera di Giotto, quanto al rapido passaggio della figura del più vecchio maestro dalla storia al mito: ché la fama ancor sussisteva. Lo storicismo del secolo scorso, con la sua rigida critica delle fonti e del testo vasariano, parve confermare l'intuizione dantesca, e disperando di ricostruire l'opera di C., giunse persino a dubitare dell'esistenza di questo (Wickhoff, Richter, Douglas). Spetta alla critica moderna il merito di aver restituito a questo nome divenuto ormai leggendario una completa fisionomia. Sul fondamento stilistico della sola opera del maestro di cui l'autenticità sia documentariamente accertata (il S. Giovanni a musaico per il duomo di Pisa) essa ha costituito un gruppo di dipinti (tavole, affreschi e musaici) sufficentemente omogeneo per illuminarci sullo svolgimento artistico di una personalità ormai ben definita e inconfondibile.
La più attendibile successione delle opere sicuramente di C. sarebbe la seguente: due Storie di Giuseppe e Impostizione del nome al Battista, scene a musaico nella cupola del battistero di Firenze (solo in alcune parti è riconoscibile l'intervento di C.); Croce dipinta su tavola nella chiesa di S. Domenico ad Arezzo; affreschi nel presbiterio e nel transetto della basilica superiore di S. Francesco di Assisi
## Page 940

(lat Judicen)
Cimabue - La Vergine in trono con angeli e s. Francesco - Assisi, chiesa inferiore di S. Francesco.
(raffiguranti i quattro Evangelisti nella vòlta del presbiterio, le Storie della Vergine nel coro, le Scene apocalittiche e una grande Crocifissione nel braccio sinistro del transetto e Storie degli apostoli Pietro e Paolo e una Crocifissione nel braccio destro del transetto), assai rovinati, e una Madonna tra quattro angeli e s. Francesco, assai ridipinta, nel transetto della basilica inferiore; la grande tavola con la Madonna in trono con il Bambino, otto angeli e quattro prefeti già nella chiesa di S. Trinita a Firenze, ora nella galleria degli Uffizi; la tavola con la Madonna in trono con il Bambino e sei angiofi già in S. Francesco di Pisa, ora al Louvre; la Croce dipinta su tavola nel museo dell'Opera di S. Croce a Firenze e il citato S. Giovanni a musaico di Pisa. Opera tarda di bottega, ma con qualche parte autografa, è la Madonna in trono con due angiofi già nella chiesa del Servi, ora nella pinacoteca di Bologna.
La tradizionale tesi delle origini bizantine dell'arte di C. non ha trovato una conferma, in senso vasariano, nel recente riconoscimento dell'intervento del pittore nel ciclo musivo della cupola del Battistero fiorentino, in quanto la moderna critica non giudica più tali musaici opera di artefici greci e bizantini, abbiene espressioni ben definite di un gusto tipicamente occidentale e romanico. Il bizantinismo di C. è invece attestato dalla dipendenza della Croce dipinta di Arezzo dai modelli di Giunta Pisano: furono Giunta e i pittori della sua cerchia, esponenti in Pisa di quella cultura orientalizzante nutrita di reviviscenze classiche che si suol definire con il nome di «neoellenismo bizantino», a trasmettere a C. quell'abbondante repertorio di soluzioni linguistiche, di segni, di metafore, di simboli figurativi che in limpida e vigorosa metrica si compongono nel Crocifisso aretino: e C., quasi completamente immune dalla grazia neoellenica che caratterizza il suo contemporaneo Duccio di Buoninsegna, trasse piuttosto dalla tradizione di Bisanzio quegli accenti di
severità solenne, di rigore liturgico, di cupo fusto che costituiscono il sostrato arcaico e immutabile di quella civiltà. Ma già nella Maestà degli Uffizi ciò che colpisce non è tanto la grandiosa organicità della composizione in cui la ieroticità bizantina si concreta in una costruzione architettonica, quanto l'incisività della linca, l'aspra energia dei segni e dei profili che creano effetti di plastico rilievo e conferiscono un dinamismo appassionato alle figure. E nei mirabili, rovinatissimi affreschi assisiati, soprattutto nella Crocifissione del transetto sinistro, le forme appaiono improntate alla robusta evidenza della plastica romanica, mentre la convenzionale drammaticità dei modelli iconografici bizantini appare superata in una tragica violenza espressiva che scardina audacemente la costruzione spaziale della scena.
Con l'accentuato individualismo di C. la tradizione bizantina trova nella pittura italiana la sua fase conclusiva, mentre il progressivo affermarsi del disegno e del rilievo sui valori puramente cromatici (come si vede, ad es., nel tardo Crocifisso di S. Croce) è chiaro preludio all'arte di Giotto. - Vedi Tav. CIII.
Bibli: G. Vasari, Le vite.... ecc. (ed. Milanesi), I. Firenze 1878, pp. 247-67; J. Strzygowski, C. und Rom, Vienna 1888; Venturi, V, pp. 63-80, 195-242; A. Aubert, Die malerische Dekoration der S. Francesco Kirche in Assisi: Ein Beitrag zur Lösung der Cimabuefrage, Lipsia 1907; P. Toesca, Storia dell'arte italiana, I. Torino 1927, pp. 1003-12; A. Nicholson, C., Princeton 1932; R. Salvini, C., Roma 1946; R. Longhi, Giudizio sul Duecento, in Proporzioni, 2 (1948), pp. 13-18, 43-47.
Enzo Cefii
CIMAROSA, Domenico. - Operista italiano del sec. xviri, n. ad Aversa nel 1749. Studiò a Napoli con l'organista P. Polcabo e poi al conservatorio di S. M. di Loreto (1761-72) con Manna, Sacchini, Penaroli e quindi con Piccinni. Fu alla corte di Pietro-
## Page 941
# CIMABUE

## Page 942
.
## Page 943
burgo (1787-91) chiamatovi da Caterina II, a Vienna, a Napoli ed infine Venezia, ove m. l'1 i genn. 1801.
Compose vari oratòri: Assalonne (1782), Betulia liberata, Giuditta, Iefte, Il sacrificio d'Albrano, conservati in manoscritti delle biblioteche private e pubbliche di Roma, Napoli, Vienna e Dresda, e musica sacra, tra cui messe e motttati (manoscritti a Napoli, Milano, Berlino, Bruxelles, Einsiedeln, Londra e Monaco).
Biel.: F. Florimo, La scuola musicale di Napoli, Napoli 1880-82; A. Bonaventura, D. C., Torino 1915; R. Vitale, D. C.: la vita e le opere, Averes 1029, Luisa Covelli
CIMBEBASIA INFERIORE, vicariato aPOSTOlico di: v. WINDHOCK, vicariato apostolico di.
cIMBEBASIA SUPERIORE, diocesi di: v. SILVI, PORTO, diocesi di.
CIMENTO, Accademia del. - Sodalizio scientifico, sorto in Firenze per iniziativa di Vincenzo Viviani fra i discepoli del Galilei, e inaugurato il 15 giugno 1657, sotto gli auspici di Ferdinando II e Leopoldo de' Medici, che l'ospitò in una sala contigua alla sua biblioteca nel palazzo granducale. Si propose la ricerca del vero per mezzo di esperienze multiple e collettive; donde la scelta dell'«impresa»: tre crogiuoli, entro un fornello acceso, e il motto danzesco: «Provando e riprovando».
La serietà degl'intenti escluse l'uso di nomi accademici e persino di uno statuto; uno schema di questo, tracciato dal socio Paolo Del Buono, non fu mai applicato. Oltre al Viviani e al Del Buono, vi appartennero Alessandro Marsili, Antonio Oliva, Carlo Rinaldini, Giovanni Alfonso Borelli, Candido del Buono, Francesco Redi e il conte Lorenzo Magalotti. Dei soci corrispondenti furono: il Cassini, il Ricci, il Rossetti e il Falconieri, fra gli italiani; lo Stenone, il Thévenot e il Fabry, fra gli stranieri. I lavori rimasero sospesi dalla fine del 1657 al 1658 per il trasferimento a Pisa della corte granducale, e ripresi attivamente soltanto nel 1660 , estendendosi anche all'astrofisica, soprattutto per opera del Magalotti, che aveva assunto la carica di segretario. Nel 1666, del Magalotti stesso, fu pubblicata un'accurata relazione degli studi e delle esperienze dell'Accademia con il titolo Saggi di naturali esperienze fatte nell'A. del C., che può considerarsi il primo modello di ricerca sperimentale, il primo corso pratico di fisica. I Saggi (tradotti in inglese nel 1684 dallo scienziato Riccardo Walter e in latino da Pietro van Musschenbroek, Leida 1731) e i 48 voll. manoscritti conservati nella Nazionale di Firenze dimostrano come l'A. del C., nel breve periodo di io anni, sia riuscita a rinnovare e ampliare la scienze fisiche, matematiche, astronomiche e naturali.
Nel 1667 i dissidi sorti fra il Viviani e il Borelli e soprattutto la nomina a cardinale del principe Leopoldo, animatore e guida del sodalizio, segnarono la fine dell'Accademia. Soltanto nei primi del sec. xix, quando al governo della Toscana stava il Murat, l'A. del C. rivisse per una sola tornata (cf. Gazz. Universale di Firenze per l'anno 1801, nn. 21 e 28, pp. 166 e 207).
L'attività di questa Accademia rese toscana la fisica sperimentale, il cui studio era stato avviato mezzo secolo prima dalla romana Accademia dei Lincei (v.), in cui il Galilei e altri insigni fiorentini avevano spiegato frequente e ammirata operosità.
Biel.: G. Targioni Tozzetti, Atti e memorie inedite dell'A. del C., Firenze 1780; V. Antinori, Notizie istoriche dell'A. del C., in Scritti editi e inediti di F. Antinori, pubbl. da M. Tabarrizi, Firenze 1868, pp. 108-267; C. Del Lungo, Per la storia dell'A. del C., in Archivio storico it., 76 (1918), pp. 109-19; M. Mayl