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o il 27 maggio 1639, entrato nel noviziato nel 1655 , partito per l'India nel 1674. Fu visitatore delle Province di Goa e di Malabar (1682-83). Andò poi in Cina e fu di là inviato come procuratore a Roma (1688-92). Il 25 genn. 1693, fu nominato vescovo di Nanchino, e, avutane la notizia solo nel 1695 , fu consacrato a Macao nel 1696. La sua nomina si colloca nel mezzo delle penose lotte fra la Congregazione di Propaganda e il Patronato portoghese per la giurisdizione in Cina. Il C. non fu, come si ripete erroneamente, primo vescovo di Pechino. M. nella sua città vescovile nel dic. 1704.

Bibl.: Sommervogel, II, coll. 1174-75; IX, col. 44; Streit, Bibl., V, p. 964 (tutte due in parte errati); L. Pfister, Notices biographiques... de l'ancienne mission de Chine, I, Sciangai 1932, pp. 391-92; A. Van den Wengsert, Le Patronat portugais et mons. Bernardin della Chiesa, in Archivum franciscanum historicum, 35 (1942), pp. 17-24. Edmondo Lamalle

CICERONE, Marco Tullio. - Oratore, uomo politico e filosofo romano, n. il 3 genn. del ro6 a. C. ad Arpino, m. per mano dei sicari di Antonio nei pressi di Gaeta il 7 dic. del 43. Compì gli studi a Roma dove ebbe maestri di oratoria M. Antonio e L. Crasso. Nel 75, appena trentenne, fu scelto al governo della Sicilia e nel 63 fu nominato console. Esiliato nel 58 da Clodio, dopo un anno fu richiamato a Roma da Pompeo. Caduto Pompeo, e non tollerando la monarchia, fu costretto all'abbandono della vita pubblica. Come politico, fu una delle figure più rappresentative dell'ultima età della repubblica romana; come scrittore, fra i massimi d'ogni tempo. Per il complesso d'idee che informarono la sua personalità e per il magistero dello stile, fu per secoli modello e maestro come pochi altri degli an-
tichi. Oltre a frammenti delle opere perdute, fra cui quelle poetiche e storiche, ci sono pervenute 57 orazioni, 7 opere retoriche, 12 opere filosofiche e 4 raccolte di lettere (in tutto 850 ).

Offere filosofiche. - L'attività filosofica di C. si iniziò con il De republica composto fra il 54 e il 51 , in 6 libri Ne possediamo circa un terzo, scoperto nel 1819 dal card. A. Mai (v.) in un palinsesto vaticano. Prima d'allora se ne aveva solo una parte, il Sonnolum Scipionis, conservato da Macrobio. Nel 52 fu iniziato il De legibus, rimasto incompiuto: ce ne sono pervenuti, lacunosi, 3 libri (di 6 forse) e frammenti del resto. L'una e l'altra opera si rifanno per la forma a Platone; quanto si contenuto, invece, dipendono in gran parte dallo stoico Panezio, da Posidonio, anch'esso stoico, che C. aveva udito a Rodi, e dall'accademico Antioco d'Ascalona, da lui udito in Atene. Del 47-46 sono i Paradoxa Stoicorum. Nel 45 si seguono: la Consolatio, per la morte della figlia Tullia, e l'Hortensius, opere ambidue perdute: la seconda, che era una esortazione alla filosofia ed agi su s. Agostino, utilizzava i Protreptia di Aristotele e di Posidonio. Nello stesso anno furono composti gli Academico, originariamente in 2 libri e poi in 4 , e il De finibus bonorum et malorum (del sommo bene e del sommo male) in 5 libri Gli Academico, dei quali è rimasto solo il l. II della prima redazione (Lucullus) e il I della seconda, tratravano del problema della conoscenza secondo le dottrine della media e nuova Accademia. Il De finibus espone e confuta le dottrine etiche degli Epicurei e degli Stoici, e per ultimo tratta di quella accademico-peripatetica (Antioco) che C. considera come la migliore. Fra il 45 e il 44 vennero composte le Tusculanae disputationes, in 5 libri, nelle quali si tratta delle morte, del dolore, delle passioni e della virtù, che sola può assicurare la felicità. Nel 44 si seguono: il De natura deorum in 3 libri, il Cato Maior de senectute, il Loelius de sonicitta, il De divinatione in 2 libri, il De fato (frammentario), il De officiis, in 3 libri, e le due operette perdute: De gloria (nota ancora al Petrarca) e De virtutibus.

La filosofia di C. - Parlando nel 45 ad Attico (Ad Att., XVI, 12, 5) delle opere che aveva tramano, C. scrive: "dndypayx sunt, minore labore fiunt, verba tantum adfero quibus abundo ". Nel fatto, la materia ch'egli espone, gli argomenti di cui si serve, sono in massima parte dipendenti da fanti greche. Da questo lato l'originalità di C. non può essere che scarsa o addirittura nulla. Ma questa dipendenza non è servile e meccanica: egli sceglie, giudica, e alle opinioni dei filosofi di mestiere porta il contributo o la correzione della sua esperienza romana, della sua umanità ampia insieme e profonda. "Non interpretum fungimur munere ", scrive con più verità nel De finibus (I, 6 : cf. De off. I, 6) e sed tuemur ea quae dicta sunt ab iis quos probamus, oisque nostrum iudicium et nostrum scribendi ordinem adiungimus \%. Il che tutto comporta un determinato atteggiamento spirituale, e cioè una personalità. Guardando alla sua forma, e cioè generalizzando i motivi dai quali trae ispirazione ed impulso, essa può venir definita come umanesimo, intendendo per tale quella concezione della vita, che mira a promuovere sul modello d'una forma ideale le attività specifiche dell'uomo quale essere razionale e capace di virtù. Sotto questo punto di vista la posizione filosofica di C. diventa logicamente chiara e mostra maggiore coerenza di quella che normalmente le viene concessa.
C. si trovò davanti tre correnti di pensiero: l'epicurea, la stoica e l'accademica, scettica questa, fino ancora a Filone di Larissa, maestro e amico di C., dommatiche le altre due. All'epicurea, che conobbe direttamente dai suoi maestri più reputati, come Fedro, Zenone e Filodemo, fu sempre ostile:

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essa abbassava troppo l'uomo e toglieva le basi allo Stato, contraddicendo a tutto quello che C. sentiva proprio della tradizione morale e civile romana. Gli Stoici rispondevano di più alle sue esigenze idealistiche e alle finalità sociali che, da uomo romano, egli poneva a ogni forma d'attività spirituale, ma gli dispiacevano la loro eccessiva sottigliezza, il rigorismo estremo e il loro dommatismo. L'Accademia, gli parve la scuola più adatta, non solo perché era quella che, per l'uso di discutere pro e contro ogni tesi, meglio conveniva all'oratore, ma anche perché lasciava campo aperto alla sua intelligenza e al senso del particolare storico ed umano che egli ebbe vivissimo. Questa sua adesione non fu però tale da fargli rigettare ciò che, in rapporto ai diversi problemi, egli trovava nelle altre scuole e soprattutto presso gli stoici. Sotto questo rispetto egli fu un eclettico. Non però in senso sistematico, bensì in vista di una filosofia che non contraddicesse alle esigenze di uno spirito altamente cosciente della nobiltà dell'uomo e del valore della comunità umana. Si comprende da ciò come le opere nelle quali C. maggiormente s'accosta allo stoicismo siano quelle politiche e, alla fine della sua vita, quella che è il suo testamento etico, e cioè il De officiis; ed è in esse che egli trova gli accenti più commossi e sinceri. Così nelle Tusculanae e in parte nel De finibus. Ed è qui, di fronte ai problemi della società e della moralità, che egli ricorre all'attestato della coscienza e al consenso delle genti. Il che non lo mette affatto in contraddizione con i suoi principi, perché, se di nessuna rappresentazione si può dire in assoluto che sia vera, v'è però un grado di probabilità che può tenere il luogo della verità. Questi criteri entrano particolarmente in azione nel problema dell'esistenza di Dio e dell'immortalità dell'anima. L'esistenza di Dio, se non può essere dimostrata con il rigore che gli Stoici pretendono (De nat. deor., III, 10), è sufficentemente resa probabile dal consenso universale (ibid., III, 95; Tusc., I, 30; De leg., I, 24). C. rigetta la mitologia popolare e considera come più verosimile la credenza in un Dio unico (De leg., I, 23; Tusc., I, 70). Al medesimo
modo si comporta con il problema dell'immortalità dell'anima, della quale egli afferma la parentela con Dio (Tusc., I, 65). Una viva vibrazione religiosa è nel Somnium Scipionis.

BibL.: Per le opere si ricordano le edd. della "Bibliotheca Teubneriana"; a cura di R. Klotz, 2^{°} ed., Lipsia 1863-71: a cura di C. F. W. Müller e di G. Friedrich, ivi 1878 sgg.; una nuova ed. critica è in corso a cura di K. Ziegler, C. Flasberg, Th. Schichs, M. Pohlenz ed altri. Per le edd. di opere singole con commento cf.: F. Überweg-K. Praechter, Die Philosophie des Altertums, 120 ed., Berlino 1926 e per gli anni seguenti l'Auné bibliographique di J. Marouzeau. Per il progresso degli studi ciceroniani v. i resoconti degli Jahresberichte über die Fortschritte der klass. Altertumsssistenschaft del Bursian, a partire dal 1881. Opera fondamentale per la ricerca delle fonti di C. è quella di H. Hirzel, Untersuchungen zu Ciceros philosoph. Schriften, I-III, Lipsia 1877-83. La questione è tuttavia sempre aperta. Un'ampia esposizione della filosofia di C. si ha in H. Ritter, Geschichte der Philosophie, IV, Amburgo 1838, pp. 106176; cf. anche E. Zeller, Die Philosophie der Griechen, III, i. a cura di E. Wofimann, Lipsia 1909, pp. 672-92. Opere d'insieme: G. Barzellotti, Delle dottrine filosofiche di C., Firenze 1867; C. Thiancourt, Essai sur les traités philas. de C., Parigi 1882; id., Les traités de philosophie religieuse et les opuscules philosophiques de C., ivi 1902: Sull'influenza di C. sulla posterità v. Th. Zielinski, Cicero im Wandel der Jahrhunderte, 3^{°} ed., Lipsia 1912.

Carlo Diano
CICERUACCHIO : v. brunetti, angelo.
CICLI BIOLOGICI. - Non v'è fondamentale differenza con il concetto di ritmo. La vita si manifesta ritmicamente (v. Bioritmi) : tali appaiono i processi fisiologici, quali la respirazione, la pulsazione cardiaca, la circolazione, la secrezione, ecc. Ma nei fenomeni della vita si manifestano dei ritmi più complessi, a periodo più lungo, che vengono meglio definiti quali c. b. La vita di un organismo dalla nascita alla morte si compie con un c. b. più o meno complesso. Esso presenta diverse fasi o periodi. L'organismo animale, ad es., che si origina dalla cellula uovo, presenta una prima fase detta di segmentazione durante la quale l'uovo si segmenta in un gran numero di cellule senza accrescersi. A questo periodo succede quello embrionale in cui avviene l'organogenesi ed una prima fase di accrescimento; segue un periodo di accrescimento più o meno lungo postembrionale che porta, con il cessare di questo, alla condizione adulta. Nella fase di accrescimento postembrionale può succedere un ac-
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(da. Enc. Catt.)
Cicli biologici - Alternanza di generazione nel ciclo vitale di una pianta (felce) e di un animale (coniglio).

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crescimento larvale o un accrescimento fetale; cosil l'accrescimento può continuare, in certe specie, anche nell'adulto. Alla condizione adulta, caratterizzata in genere dall'arresto di sviluppo, corrisponde la maturità sessuale che permette la formazione di spermatozoi e uova e la generazione di una nuova discendenza. Alla condizione adulta segue il periodo di senescenza e il c. b. si chiude con la morte del soma.

Possono essere considerati gli ambienti in cui l'organismo passa le varie fasi del suo ciclo vitale. Particolar-
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Cicli biologici - Ciclo della materia (carbonio) tra il mondo inanimato e il mondo vivente, rappresentato dalle piante verdi e dagli animali.
endotermica, sfruttando l'energia del sole (v. BOTANICA). Gli organismi eterotrofi analizzano le sostanze organiche cosi formate liberando l'energia in esse accumulata (reazione esotermica) e rimettendo al mondo minerale gli elementi che erano stati organicati. Tale processo di analisi si compie per lo più con le ossidazioni (respirazione; fig. 3).

Bibl.: E. Guienot, L'hérédité, Parigi 1942: A. Guilliermond e Maugunot, Biologie végétale, ivi 1943; G. Dubois, La notion de cycle, Neuchâtel 1945; U. D'Ascona, Biologia e zoologia generale, Padova 1947; G. Cotronei, Biologia e zoologia generale, Roma 1949.

Alberto Stefanelli
CICLO LUNARE. - Si designa in cronologia con questo nome (latino circulus lunae, o lunaris; francese cycle lunaire; tedesco Mandzythus) un periodo di diciannove anni solari, corrispondente a 235 lunazioni o mesi lunari, necessari perché un determinato momento dell'anno solare torni a corrispondere con la stessa fase lunare.

E uno dei computi adottati nel medioevo per la determinazione della Pasqua: già usato dai Greci, gli Ebrei lo derivarono da questi nel 338 d. C. Di per sé corrisponde esattamente al ciclo cosiddetto "diciannovenuale" (circulus decennovennalis), col quale anzi è spesso confuso, ma ne differisce per la data ideale di inizio, che nel c. l. è calcolata al 3 d. C., mentre nel ciclo diciannovenuale si pone all'anno i a. C. Si trova citato in alcuni documenti medievali, accanto alla data.

Bibl.: E. Brinckmeier, Praktisches Handbuch der historischen Chronologie... des Mittelalters, Berlino 1882, p. 65; A. Giry, Manuel de diplomatique, Parigi 1894, pp. 148-49; H. Grotefend, Abriss der Chronologie des deutschen Mittelalters und der Neuzeit (Grundriss der Geschichtswissenschaft, ed. da A. Meister, I, III), 2^{2} ed., Lipsia-Berlino 1912, pp. 7-10.

Alessandro Pratesi
CICLO SOLARE. - E il nome dato impropriamente a un periodo di 28 anni solari (latino circulus solis, francese cycle solaire, tedesco Sonnenzythus), trascorso il quale la successione dei giorni della settimana torna a corrispondere esattamente alle lettere domenicali A-G, date convenzionalmente all'ordine progressivo dei giorni della settimana che aprono l'anno.

Se ad es. un determinato anno comincia di domenica, chiamato A il I genn., B il 2, C il 3 ecc..., la serie A-G (domenica-sabato) tornerà a corrispondere ai giorni 1-7 genn. dopo 28 anni. Il c. s., che in realtà non è in rapporto con il corso del sole, è stato usato largamente nel medioevo per la determinazione diretta della "lettera domenicale" (v.) e per il computo della Pasqua.

Bibl.: E. Brinckmeier, Praktisches Handbuch der bistarischen Chronologie... des Mittelalters, Berlino 1882, pp. 68-69; A. Giry, Manuel de diplomatique, Parigi 1894, pp. 134-37; H. Grotefend, Abriss der Chronologie des deutschen Mittelalters und der Neuzeit (Grundriss der Geschichtswissenschaft, ed. da A. Meister, I, III), 2^{2} ed., Lipsia-Berlino 1912, pp. 7-10.

Alessandro Pratesi
CICLOGNA, EMANUELE ANTONIO. - Principe degli eruditi e bibliofili del suo tempo, n. a Venezia nel

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1789, studiò nel Collegio dei nobili tenuto dai Somaschi in Udine. Appassionato per l'erudizione e la bibliofilia attese tutta la vita a studiare la storia di Venezia, i suoi personaggi politici e scrittori ed a raccogliere manoscritti, incunabuli, libri, opuscoli di autori o su autori e cose veneziane. Frutto del lungo suo lavoro furono la biblioteca Cicogna, oggi al musco Correr per suo legato, ricca di oltre 40 mila volumi a stampa e 5 mila codici manoscritti, ed un bel manipolo di pubblicazioni, tra le quali eccellono i sei grossi volumi delle Iscrizioni veneziane, editi a Venczia dal 1824, e il volume del Saggio di bibliografia veneziana, edito a Venezia nel 1847 e continuato in un secondo volume da G. Soranzo, edito ivi nel 1885 . Morí quasi ottantenne nel 1868 , insignito di onorificenze dai tre governi che aveva fedelmente servito, l'austriaco, il francese e finalmente l'italiano, inconsolabile soltanto di quel tanto che in quegli anni era andato perduto per la sua Venezia.

Bibl. A. Sagrado, E. A. C., in Arch. st. ital., 3^{2} serie, 7 (1868), pp. 208-21 (ibid., pp. 216-17, la bibl. dei suoi scritti); per le Iscrizioni veneziane, v. lo stesso, in Arch. st., ital., 2^{2} serie, 14 (1861), pp. 77-105; per la Bibliografia veneziana, ed altri scritti: I. Neumann-Rizzi, Di alcuni scritti pubblicati da E. C. veneziana dall'anno 1828 al 1830, Venezia 1830. Luigi Berra

CICOGNINI, Iacopo. - Scrittore, n. a Castrocaro nel 1557, m. a Firenze nel 1633. Laureatosi in giurisprudenza a Pisa nel 1600 , tentò molte attività nella vita, dapprima come ambasciatore a Roma presso alcuni cardinali, poi in qualità di governatore in varie città dello Stato della Chiesa; secondo infine il suo estro drammatico e compose a Firenze, tra il 1611 e il 1624 , con rude forza popolare, delle sacre rappresentazioni : Il trionfo di Davide, L'arcangiolo Raffaello, Il martirio di s. Agata.

In questo opere, più che nelle stanze rusticane o nei drammi profani (anche il figlio Giacinto Andrea compose opere teatrali diffondendo per primo in Italia il gusto del teatro spagnolo) c'è la fisionomia del C. Nelle sue rime, che sono una imitazione di quelle del Chiabrera, e in tutta la sua opera di scrittore, volle esprimere uno stato di inquietudine cupa e triste (il C. finí pazzo e suicida), più volte cercando nei temi sacri della Bibbia elevazione e religioso conforto.

BibL.: M. Sterzi, I.C., La Spezia 1903; id., I.C., in Rassegna bibliografica della letteratura italiana, 53 (1925), pp. 114-23; C. Naselli, "Il Martirio di s. Agata» di un drammaturgo del Seicento: I. C., in Archivio stor. per la Sicilia orientale, nuova serie 3-4 (1927-28), pp. 193-220. Giovanni Fallani

CICONIA, Iohannes. - Musicista e teorico, poeta e cantore, canonico padovano, ma originario di Liegi, fu, più che un compositore puramente eclettico, il rappresentante più valido del periodo di congiunzione tra l'Ars nova (v.) e la corrente italo-borgognona che dominava nella prima metà del sec. xv e che costituiva il primo periodo della polifonia quattrocentesca.

Visse ai primi del ' 400 a Padova dove scrisse (1411) il suo trattato Nova musica in 5 libri (del III, intitolato De proportionibus, vi sono vari manoscritti a sé), lasciò molte composizioni sacre, specie messe, frammenti delle quali sono conservati a Modena e a Varsavia nonché nei codici trentini, di stile elegante e sobrio, le quali, se non hanno le passionalità che vibra nelle sue canzoni profane, pure rappresentano la sintesi mirabile delle due scuole nazionali di cui era l'esponente per nascita e per elezione.

Luisa Cervelli
CID. - Con questo nome (arabo sajjid = signore) a lui dato dal vinto nemico, è consacrato dalla storia Rodrigo Díaz de Bivar, l'eroe castigliano in cui si incarna la Spagna cristiana medievale. N. verso il 1026 e m. a Valenza nel 1099, il suo ricordo è intimamente legato alle fasi gloriose della «raconquista». Vassallo
devoto di Sancio II di Castiglia, alla sua morte, provocata dall'inganno orditogli dalla sorella Urraca e dal fratello Alfonso, è bandito dal regno (ro8r) ad opera di quest'ultimo ormai sovrano di Castiglia e León, e a lui divenuto per cause non chiare decisamente ostile. Ma fedele e obbediente vassallo egli rimane attraverso le fortunose e fortunate vicende del suo lungo esilio, più di una volta interrotto da una fug. gzvole riappacificazione con il sovrano. Dopo aver riconquistato alla cristianità molte terre ormai preda degli Arabi invasori, la prosa di Valenza, strappata ai Mori nel rog4, corona il suo destino glorioso cui la morte porrà fine nel rogg. Per altri tre anni la vedova Ximena potrà reggere la città, ma nel 1102, sotto la crescente pressione almorávide, sarà costretta ad allontanarsene portando seco il cadavere dell'eroe che troverà sepoltura nel convento castigliano di S. Pietro di Cardeña e successivamente nella Cattedrale di Burgos.

Pochi decenni dopo la sua scomparsa, già la poesia fiorisce intorno alla figura di Rodrigo. E infatti molto probabilmente anteriore di poco al 1157 il Cantar de Mio C., poema di carattere eminentemente storico, animato da un commosso sentimento di amor patrio che lo permea e vivifica, ed in cui Rodrigo diventa l'espressione più alta della ormai rinascente Castiglia, fondendosi in lui le qualità più nobili dell'anima castigliana: gravità e affabilità, nobiltà ignara di enfasi, religiosità, tenerezza e lealtà. Il cantare, che è di spirito e carattere assolutamente nazionale, pur non mancando di alcuni motivi tecnici appresi dall'epica francese, consta di ca. 3700 versi legati da assonanza e di lunghezza varia, e può dividersi in tre parti : la prima descrive le vicende dell'eroe dal momento in cui è cacciato in esilio (sotto l'accusa di essersi appropriata una parte dei tributi versati dal re di Granata) fino alla conquista di Valenza; la seconda si svolge attorno al motivo delle nozze delle figlie di Rodrigo con i conti di Carrión, nobili leonesi che, avendo per vile calcolo sposato d. Elvira e d. Sol, le abbandonano poi nude e malconce nella selva di Corpes. Per questo affronto (e qui s'inizia l'ultima parte) il C. ottiene dalle «Correa» convocate dal sovrano, cui si è appellato per ottenere giustizia e soddisfazione, che i matrimoni siano annullati : le sue figlie possono così celebrare nuove nozze con l'infante di Navarra e quello di Aragona.

La narrazione strettamente realistica e storica e scarsa di elementi fantastici, ma nella quale, in pari tempo, la figura morale dell'eroe rimane nobilmente idealizzata, presenta tutta una serie di personaggi minori anch'essi storici e perfettamente definiti (Alvar Fáñez, Martin Múñoz, Nuño Gustavo, ecc.) : gli stessi infanti di Carrión appartengono alla realtà storica e soltanto si ignora se abbiamo contratto matrimonio con le figlie di Rodrigo.

Col tempo, tuttavia, l'eroe castigliano, che nel cantare è specchio fedele della dignitosa austerità, dello spirito democratico e individualista e dell'amore all'avventura che sono tipiche e costanti note della razza (e la cui figura epica si completava nei perduti cantari di Fernando I e dell'assedio di Zamora, ambedue riferentisi agli anni più giovanili dell'eroe), vedrà alterarsi i lineamenti in quelli con cui viene incontro da quel manoscritto (del 1307) dovuto alla penna di Pero Abbat, che, unico, ci conserva il cantare : ma ciò soltanto avviene a partire dal sec. xiv. Infatti, nel poemetto latino composto per la presa di Almeria (fra il 1147 e il 1157) la sua figura rimane intatta, come già se avvenuto nel carme latino in versi saffici a lui contemporaneo, composto intorno alla lotta sostenuta contro il conte di Barcellona, e nella Historia Roderici scritta ca. 15 anni dopo la sua morte, oltre che nei racconti in prosa della Primera Crónica general (1289) e della cronaca del 1344 o nella cronaca particolare del C., ove quasi unica novità è il maggior risalto dato alla religiosità dell'eroe.

All'inizio del sec. xiv nel poema detto Cantare o Gesta di Rodrigo, di cui la cronaca del 1344 offre una redazione prosastica, e dal quale nella seconda metà del secolo si svolge la cronaca rimata (detta anche El Rodrigo) di largo

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influsso e folta di elementi nuovi e particolarmente religiosi, l'elaborazione del sobrio motivo iniziale raggiunge l'ultimo grado del suo processo degenerativo: il vassallo devoto si è fatto cosi orragante e tracotante da trattare il sovrano quasi come un vassallo suo proprio. Con questo carattere nuovo ed infelice il C. continua a vivere nella poesia : in piena atmosfera di leggenda ci si trova di fronte al già costituito tema delle mocedades, cioè delle imprese giovanili, in cui il trionfo dello spirito d'avventura, che si traduce in un affastellarsi di incidenti straordinari e inverosimili, soffocherà l'umana poesia della gesta del sec. xir. Il «romancero» del C., a sua volta, opera di vari autori e di epoche varie, non descrive l'eroe in forma unitaria, ma ora lo presenta mite e sottomesso, affettuoso marito e tenero padre, più spesso ostinato e inflessibile o addirittura soldato quasi ebbro di rapina, e pone per la prima volta l'eroica giovinezza di lui al centro di un romanzo d'amore e di morte: infatti, i «romances» per primi ci parlano dei suoi giovanili amori, fino ad allora ignoti, con Ximena, solo momentaneamente turbati dal tragico duello con il padre di lei, offensore di quello di Rodrigo, e che Guillén de Castro raccoglierà nelle Mocedades del C. (diretta fonte del capolavoro del Corneille), la più nota e diffusa fra tutte le opere di poesia consacrate al più glorioso fra gli Spagnoli. Ma altri drammi possono aggiungersi, da Las olmenas de Toro di Lope, al No está en matar el vencer di Matos Fragoso, a La conquista de Valencia, all'Honrador de su padre di J. B. Diamante, ecc.; nel Settecento si tenteranno contaminazioni e adattamenti del maggior dramma spagnolo e della creazione classica francese, fino a che in epoca romantica la leggenda interesserà Hugo, Hérédia, Leconte de Lide; si diffonderà in imitazioni e rievocazioni dalla Germania all'Oceania, per tornare nella sua terra al regno della più nobile poesia, ai versi di Rubén Dario e di Machado, al penetrante dramma di Marquina (Las hijas del C.) il primo drammaturgo che abbia attinto la sua ispirazione direttamente al vecchio cantare.

Bibl.: Opere: Pubblicato per la prima volta da T. A. Sánchez (1779), si deve a R. Menéndez Pidal l'ed. critica definitiva del cantare: Cantar de Mio C. Texto, gramática y vocabulario, Madrid 1908-11 (3a ed., ivi 1929); trad. it. di G. Bertoni (Bari 1912), di C. Guerrieri-Crocetti (nell'Epica spagnola, Milano 1944) e, accompagnata dal testo spagnolo, di S. Battaglia (Roma 1943). Studi : A. Restori, La gesta del C., Milano 1896; R. Menéndez Pidal, El poema del C. y las crónicas generales, in Rev. hisp., 5 (1898), p. 435 sgg.; dello stesso è L'épopée costillane à travers la littérature espagnole (trad. di E. Mérimée), Parigi 1910; id., La España del C., Madrid 1929; W. Entwistle, My C. legist, in Bull. of spanish studies, 6 (1929), pp. 9-15; E. Kullmann, Die distaterische und sprachliche Gestalt des Cantar de Mio C. in Romanische Forschungen, 45 (1931), pp. 1-65; L. Beral, Roy Diaz, il C. Campeador, Torino 1932; C. Diaz Plaja, Las descripciones en las leyendas carianas, in Bulletin hispanique, 35 (1933), pp. 3-22; E. Lévi Provençal, Le C. de l'histoire, in Rev. historique, 180 (1937), pp. 58-74; sui romances cidiani, v. C. Michôelis, Romancero del C., Lipsia 1912; elegante opera divulgativa è quella di A. Arnoux, La légende du C. Campeador d'après les textes de l'Espagne ancienne, Parigi 1922. Jole Scudieri Ruggieri

CIDONE (Cidonio, Kydones). - i. Demetrio. Fu uomo politico, letterato e teologo greco del sec. xiv, n. a Tessalonica ( 1324 ca .) da nobile famiglia. Ebbe maestro Nilo Cabasila. Fu dalla parte di Giovanni Cantacuzeno nella guerra civile del 1341-47, e da lui fu nominato primo ministro; ciò che non distolse Giovanni Paleologo dall'affidargli lo stesso ufficio, che tenne per ca. 30 anni.

Imparò il latino, scoprì con meraviglia la filosofia e la teologia scolastica, tradusse il Contra Gentiles di s. Tommaso d'Aquino (1354) e la Summa Theologica (1355-58 ca.), nonché altri scritti di s. Tommaso, s. Agostino, s. Anselmo e il Contra legem Alcorani di fra' Ricoldo da Montecroce, fiorentino.

Avversario, insieme con il fratello Procoro C., delle dottrine di Gregorio Palama (trionfanti nella Chiesa greca dal 1351), prima del 1365 si fece cattolico e divenne capo di un movimento per l'unione religiosa e per la cooperazione politico-militare con l'Occidente contro il pericolo turco. Ma dovette assistere all'in-
sediamento dei Turchi nell'Europa ( 1355 sgg.), alla canonizzazione del Palama e alla condanna del fratello Procoro (apr. 1368). L'anno seguente accompagnò in Italia Giovanni V, il quale fece professione di fede cattolica a Roma ( 18 ott. 1369 ). A Venezia, nel 1371, vide l'umiliazione del suo sovrano, debitore insobibile, ritenuto quasi prigioniero della Repubblica. Di ritorno a Costantinopoli, pur rimanendo al servizio dello Stato, non poté impedire la politica di sottomissione verso il Turco, condotta da Giovanni V sino alla morte (1391) e continuata dal figlio Manuele fino al 1394. Nel 1390 Demetrio si recò a Venezia con Manuele Crisolora, suo discepolo. Ivi fece insegnare (dal Crisolora?) il greco al fiorentino Roberto Rossi, discepolo di Coluccio Salutati. Questo casuale insegnamento ebbe poi felicissime conseguenze per la rinascita degli studi greci in Italia. Ritornato a Costantinopoli il C. vi rimase fino al 1396, anno in cui, sentendo una crescente ostilità a causa della sua fede cattolica, lasciò per sempre la patria. Dopo un breve soggiorno a Venezia, e forse anche a Milano, il C. passò in Creta, ove morì nell'inverno 1397-98. Il discepolo Manuele Calcea ne dettò l'cpitaffio.

Il C., oltre alle ricordate versioni, lasciò discorsi politici e sermoni sacri, un saggio filosofico morale De contemnenda morte, e bellissime apologie (pubblicate da G. Mercati), delle quali qualcuna rappresenta quasi una storia della propria conversione. Inoltre scrisse opere di controversia teologica, lasciò un voluminoso epistolario, di grandissima importanza per la storia del suo tempo. Fu uno dei migliori scrittori dell'età dei Paleologi, se non addirittura il migliore, e ritenuto ingegno singolare anche da avversari, come Giorgio Scolario. La sue fede religiosa fu da lui sinceramente vissuta, come asceta, pur nel suo stato laico. Amico di Manuele Paleologo, di cui era stato maestro, e di Nicola Cabasila, benché avversi alle sue convinzioni religiose, ebbe discepoli Manuele Crisolora, il restauratore degli studi greci in Occidente, Manuele Calcea e i fratelli Crisoberga. Radunò intorno a sé un piccolo gruppo di Greci, amici dell'Occidente, che divenne tramite delle relazioni tra l'umanesimo italiano e i dotti bizantini. Da quell'ambiente latonfilo uscirono poi coloro che caldeggiarono l'unione al Concilio di Firenze.

Bibl.: G. Cammelli, D. C., Correspondance, Parigi 1930; G. Mercati, Notizie di Procoro e D. C. (Studi e Testi, 36), Città del Vaticano 1931; R. J. Loenertz, Les recueils de lettres de D. C. (Studi e Testi, 131), ivi 1947 (con bibl.). Raimondo G. Loenertz
2. Procono. - Teologo bizantino del sec. xiv, n. a Tessalonica verso il 1330 , m. nel 1368-1369, fratello minore di Demetrio C. Fu monaco e si diede agli studi. La conoscenza della scolastica gli fece vedere la falsità della dottrina palamitica, di cui egli fu un deciso avversario. Proprio questo gli attirò l'ira dei palamiti e specialmente del patriarca ecumenico, Filoteo Kokkinos. Salito per la seconda volta sul seggio patriarcale nel 1364, questi accolse volentieri le accuse di eterodossia lanciate contro Procoro C. che scrisse una confutazione in regola dei sofismi palamitici, promettendo di sottomettersi, se gli si dimostrasse che era in errore. Citato al Sinodo di Costantinopoli del 1368, dove Gregorio Palamas fu canonizzato, Procoro C. fu degradato e scomunicato. Egli non sopravvisse a lungo a questa ingiusta sentenza.

Suo fratello Demetrio vendicò la sua memoria in due violente apologie, dirette specialmente contro Filoteo e pubblicate da G. Mercati (Notizie di Procoro e Demetrio C. [Studi e Testi, 36], Città del Vaticano 1931, pp. 296-338). Esse costituiscono la miglior fonte per la vita di Procoro C., i cui scritti consistono in opere originali e in traduzioni di autori latini. Se ne troverà la lista esatta nello studio del card. Mercati (op. cit., pp. 1-40). Si hanno buone ragioni di credere che Procoro C. fosse segretamente cattolico.

Martino Jugie

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CIECHI. - Scientificamente deve intendersi c. l'individuo i cui occhi mancano integralmente del senso della vista, cioè nemmeno sono capaci di percepire la sola differenza fra la luce e l'ombra.

Socialmente, la definizione della cecità varia secondo i paesi. In taluni è data in termini pratici, come l'impossibilità della deambulazione senza guida su percorsi non conosciuti, o del conteggio delle dita separate a distanza fissata ( 1.02 m .), ovvero di compiere un lavoro per cui la vista sia essenziale. Negli Stati Uniti viene definito c. l'individuo che possiede una acutezza visiva non superiore ai 20 / 200 nell'occhio in condizioni migliori e con lenti correttrici, o superiore ai 20 / 200 \mathrm{ma} con una limitazione del campo visivo tale che il diametro più ampio del campo stesso non si estenda a un angolo superiore ai 20 gradi. In Italia, l'acutezza visiva non deve oltrepassare un decimo in ambedue gli occhi, con la migliore correzione possibile e tollerata; sono inoltre considerati c. coloro che, pur avendo più di r/ro di visione, abbiano limitazioni tali nel campo visivo per cui la parte di visus in eccesso non sia completamente utilizzabile, ovvero abbiano alterazioni del senso luminoso o disturbi dell'equilibrio muscolare dell'occhio.

In generale, la vista è ritenuta come indispensabile al compimento di qualunque attività normale, cosicché la capacità dei c., più volte dimostrata, nell'esercizio di una professione o di un mestiere, viene considerata un fatto di eccezione ed attribuita a speciali compensi sensoriali. In realtà, ogni c. che non unisca alla cecità altre minorazioni fisiche o psichiche, può partecipare alla vita produttiva della collettività, purché convenientemente educato o rieducato.

L'inizio di un'attività educativa organica in favore dei c. si ebbe a Parigi alla fine del sec. xviri, con la fondazione del primo istituto destinato ai giovani c. (1784) dovuta a Valentin Haüy (1745-1822).

Il primo problema da risolvere era quello dell'apprendimento, donde la necessità di un sistema di scrittura in rilievo percettibile al tatto. Vari sistemi furono via via sperimentati, ma quello che per la sua completezza e praticità è stato universalmente accettato è il sistema ideato nel 1829 da Louis Braille (v.). Il sistema Braille è basato sulle varie combinazioni possibili di un numero di punti in rilievo non superiore a sei, a ciascuna delle quali corrisponde una lettera dell'alfabeto, un segno di interpunzione o un'indicazione grafica. Le stesse combinazioni vengono usate per i numeri e per le notazioni musicali. L'introduzione di tale sistema ha reso accessibile ai c. lo sconfinato campo della cultura e del sapere.

Sempre sostituendo gli elementi visivi con altri sensibili al tatto, i c. possono ormai apprendere concretamente discipline quali la geografia, la geometria, le scienze naturali ecc., con l'ausilio di carte geografiche e disegni in rilievo, di plastici, di modelli e di strumenti adattati. Con tale materiale didattico speciale, è data al c. la possibilità di giungere alla concezione delle forme e alla loro riproduzione per mezzo della plastica e del disegno.

Inoltre l'educazione dell'udito è fondamentale per abituare il c. alle valutazioni spaziali, alla localizzazione e all'apprezzamento degli ostacoli, alla percezione delle forme architettoniche nella misura in cui esse possono essere constatate attraverso la riflessione dei suoni: il che permette lo sviluppo
della disinvoltura e dell'autonomia nel movimento e delle possibilità di orientamento. In misura minore anche gli altri sensi, e particolarmente l'olfatto, esercitano una funzione di compensazione complementare.

Soltanto da questo sviluppo educativo derivano le possibilità sensoriali dei c. che spesso il pubblico attribuisce erroneamente ad un inesistente sesto senso.

Il primo istituto per c. fondato in Italia fu quello dei SS. Giuseppe e Lucia di Napoli (1818); seguirono l'istituto Configlischi di Padova (1838) e l'istituto di Milano (1840); in seguito tutte le principali città d'Italia ebbero il loro istituto per c., dovuto all'iniziativa di Ordini religiosi o di privati benefattori. Attualmente l'Italia possiede un complesso scolastico veramente imponente, il quale ha richiesto la creazione di un organo di coordinamento: la Federazione nazionale delle istituzioni pro c., sorta nel 1923 (Roma, Via Quattro Fontane, n. 147). La Federazione, d'accordo con l'Unione italiana dei c., ottenne l'estensione ai c. dell'istruzione obbligatoria ed il relativo intervento dello Stato con contributi per gli istituti e delle province con il pagamento delle rette per i c. indigenti (D. L. 70 genn. 1923, n. 2839); l'obbligo della specializzazione per gli insegnanti e gli assistenti nelle scuole dei c., attraverso un corso annuale di tirocinio nella scuola di metodo per gli educatori dei c., all'uopo istituita (R. D. 15 nov. 1925, n. 2483); la specializzazione degli istituti, la cui attuazione è ancora in corso.

Fra i trenta istituti esistenti, quattordici, riconosciuti dallo Stato come enti di istruzione e di educazione, con scuola elementare e di avviamento al lavoro, sono posti alle dipendenze del Ministero della pubblica istruzione e per essi è imminente la statizzazione. Si ricorderà fra gli altri, oltre alla scuola di metodo di Roma sopra citata (che, alla morte del suo fondatore Augusto Romagnoli, ne ha preso il nome): l'istituto Francesco Cavazza di Bologna (scuola musicale e convitto per studenti medi e universitari); l'istituto Martuscelli di Napoli (scuola musicale e convitto per studenti medi); l'istituto Serafico per c. tardivi di Assisi, tenuto dai Rogazionisti; l'istituto S. Alessio di Roma (scuola musicale), tenuto dai Somaschi. Tra le altre istituzioni italiane va citata la stamperia nazionale Braille (Via Antonio Cocchi, n. 2, Firenze), la quale provvede alla fornitura dei libri di testo per le scuole, nonché alla pubblicazione di libri di cultura varia; la biblioteca nazionale Braille di Monza, la quale possiede numerose opere destinate al prestito, nonché una discoteca, ancora in fase di sviluppo, per la diffusione del libro parlato.

E da notare come l'azione educativa possa avere effetto notevole di ricupero anche nei riguardi dei c. divenuti tali in età adulta, i quali, pur non potendo sempre raggiungere i risultati di rivalsa sensoriale che sono propri dell'infanzia, riescono tuttavia a riacquistare una capacità di lavoro intellettuale o manuale. Un istituto specializzato per l'istruzione professionale, con sede in Firenze, provvede alla loro rieducazione, nonché alla specializzazione nei vari mestieri dei giovani c. usciti dagli altri istituti. Presso lo stesso istituto, una scuola di massaggio, l'unica riconosciuta in Italia, provvede alla preparazione dei massoterapisti.

L'esperienza dell'ultimo mezzo secolo ha dimostrato come i c. possano applicarsi anche a lavori manuali, in quelle attività o in quelle fasi di lavorazione nelle quali l'uso della vista non è indispensabile. A prescindere dal massaggio e dall'accordatura e riparazione degli strumenti musicali, nei quali le capacità dei c. eguagliano e forse superano quelle dei veggenti, altre attività artigiane sono aperte alle possibilità dei privi della vista, come le lavorazioni di spazzole, di intreccio, di maglieria, di carta e cartone, di tessitura ecc. Anche nella industria normale si può esplicare l'attività dei c., come, ad es.,

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nella calibratura di oggetti metallici. Inoltre spec'ali apparecchi, come, ad es., il centralino telefonico che sostituisce segnali acustici a quelli ottici, permettono ai c. di essere proficuamente impiegati.

E da notare che, fino al 1918, il lavoro per i c. era considerato più come un elemento di svago sul piano caritativo che non come un'effettiva possibilità di rendimento. Gli esperimenti compiuti negli Stati Uniti (Ford) ed in Germania dimostrarono invece il contrario, cioè le possibilità di immettere i c. sia nell'industria comune, sia in laboratori speciali, ove avrebbero lavorato con l'ausilio di maestranze veggenti. Quest'ultimo è stato il sistema che ha prevalso in Italia, con la costituzione dell'ente nazionale di lavoro per i c. (1934), coordinatore dell'attività dei vari laboratori per maglieria, tessitura, canapificio, sacchettificio, calzoleria, minuterie metalliche ecc. sparsi in tutta Italia; organismo che è vissuto senza gravare sui fondi pubblici, fino al 1944, ma che purtroppo ha recentemente subito le gravi conseguenze del periodo post-bellico.

Il lavoro intellettuale offre ai c. vaste possibilità. Esistono oggi in Italia numerosi insegnanti nelle scuole pubbliche e private ( 150 ca .) e professionisti che esercitano la loro attività nell'avvocatura, nel giornalismo, nella direzione di aziende commerciali ed industriali ecc.; anche la musica, sia come insegnamento che come esecuzione, costituisce un fertile campo di attività per i c. dotati di attitudini specifiche.

La capacità dei c. nel campo organizzativo è stata dimostrata in tutto il mondo, ed in particolare in Italia, dalle loro associazioni di categoria. In Italia, l'Unione italiana dei c., fondata nel 1920 per la collaborazione tra c. civili e c. di guerra, ha via via assunto sempre maggiore importanza, fino ad ottenere il riconoscimento della a rappresentanza e tutela degli interessi morali e materiali dei minorati della vista presso le pubbliche amministrazioni e presso tutti gli enti ed istituti che hanno per scopo l'assistenza, l'educazione ed il lavoro dei c. e (D. L. 26 sett. 1947, n. 1047).

All'Unione, la quale svolge la sua attività attraverso una sede centrale (Roma, Via Quattro Fontane, n. 147), 23 sezioni regionali o interprovinciali e numerose sottosezioni e rappresentanze, in Stato va affidando compiti sempre maggiori. Nel 1948, in applicazione dell'art. 38 della Costituzione, sono stati per la prima volta concessi all'unione i fondi necessari per la distribuzione a tutti i c. bisognosi di un assegno mensile di assistenza, la cui entità è ancora modesta; detta concessione, rinnovata per l'anno 1949, è ancora di carattere provvisorio, ma tende a divenire continuativa.

Inoltre, attraverso l'attività di un suo ente edilizio, l'Unione provvede ai propri soci case popolari in base ad un piano organico di costruzioni nelle varie città.

L'Unione provvede alla stampa di tre periodici mensili in braille, il Corriere Braille, il Gennariello (per l'infanzia), il Faro (musicale), e di uno in nero, il Corriere dei c.

Fra le principali istituzioni straniere che dedicano la loro attività all'educazione, al lavoro e all'assistenza dei c., vanno ricordati: l'Association Valentin Haüy pour le bien des aveugles, Parigi; la Ligue Braille, Bruxelles; la Stichting "Het Nederlandse Blindensvezen", Amsterdam; la Blindenstudienanstalt, Marburg-Lahn; l'Osterreichischer Blindensverband, Vienna; il Dansk Blindensmfund, Copenaghen; l'Ostlandske Blindeforbund, Oslo; il Blind Institute, Tomteboda (Svezia); il National Institute for the Blind, Londra; il St. Dunstan's College, Londra; l'Irish National League of the Blind, Dublino; l'Organización Nacional de Ciegos,

Madrid; lo Schweizerischer Blindensverband, Zurigo; l'American Foundation for the Blind, Nuova York; il Perkins Institute, Watertown, Mass. (U.S.A.); l'American Foundation for Overseas Blind, Nuova York. Dalla conferenza internazionale sulla cecità di Oxford (ag. 1949) è stato eletto un comitato promotore di una federazione internazionale dei c., con sede provvisoria a Parigi.

Bibl.: R. T. Armitage, L'educazione e il collocamento dei c., Firenze 1890; M. De La Sizerenne, Les aveugles par un aveugle, Parigi 1897; A. Moll, Encyklopädisches Handbuch des Blindenswesens, Vienna-Lipsia 1900; M. Truchsel, Der sogenannte verbote Sinn der Blinden, in Archiv f. die genannte Psychologie, 14 (1909); E. Keller, Il mondo in cui vive, Torino 1910; M. De La Sizerenne, Le monde des aveugles, Parigi 1918; P. Villey, Le monde des aveugles, ivi 1918; E. Keller, Il racconto della mia vita, Firenze 1923; A. Romagnoli, Ropazzi c., Bologna 1924; K. Bürklen, Blindenpsychologie, Lipsia 1924; R. Kretschmer, Geschichte der Blindenswesen, Ratibor 1925; B. Furus, The Blind in Industry, Londra 1925; H. Otto, Grundrize des Blindenswesens, Berlino 1926; P. Villey, Les aveugles dans le monde des voyants, Parigi 1927; E. Soleri, Bibliografia sulla cecità, Milano 1929; A. Romagnoli, Pagine vissute di un educatore c., Firenze 1942; A. Nicolodi, Discorsi sulla cecità, ivi 1945, Giovanni Quagliotti

Il. I c. nell'archrologia cristiana. - Le guarigioni dei c. operate dal Signore figurano ben presto nell'arte funeraria cristiana, sia in pittura che nella scultura.

Le pitture cimiteriali presentano la scena del miracolo secondo la narrazione di s. Giovanni ( 9,1 sgg.); però Cristo tocca la testa del c., non i suoi occhi.

La più antica rappresentazione si trovava in un cubicolo del cimitero di Domitilla, veduto intatto dal Bosio (Roma sotterranea, Roma 1632, p. 249); l'affresco venne distaccato dal Boldetti e dato insieme con altri dello stesso cimitero al benedettino Placido Scammacca il quale li collocò nel suo monastero di S. Nicolò in Catania, dove si conservano deturpati da restauri (H. Achelis, Römische Katakombenbilder in Catania, Berlino 1932, p. 14 e figg. 8, 96).

Il miracolo è poi rappresentato in un arcosolio di Priscilla (Wilpert, Pitture, tav. 70, 1); in tre cubicoli del cimitero Ad duas lusras (ibid., tavv. 68, 3; 105, 2; id., Ein Cyklus christologischer Gemälde aus der Katakombe der heil. Petrus und Marcellinus, Friburgo in Br. 1891, tavv. 1-4).

Nelle sculture invece si distinguono più rappresentazioni; in alcuni sarcofagi si trova la scena della guarigione del c. Bartimzo, narrato da Mc. 10, 46-52 e da Lc. 18, 35-43; tipico è l'esempio del frammento di Villa Doria a Roma.

La guarigione del c. nato è uno dei soggetti più spesso rappresentati nei sarcofagi cristiani antichi; il Garrucci e il Le Blant ne avevano dati cinquantasette esempi; il Wilpert ne ha aggiunti oltre venti (gli esempi elencati dal Garrucci e dal Le Blant sono in Wilpert, Sarcofagi, II, p. 296, n. 2; quelli del Wilpert, ibid., nn. 3 e 4). Gli esemplari più caratteristici sono offerti dai frammenti dei cimiteri di S. Callisto, S. Sebastiano e Pretestato (ibid., tavv. 228, 3; 229, 7; 231, 7).

Un bell'esempio è stato trovato in un sarcofago di recente rinvenuto presso la confessione di S. Pietro in Vaticano. Un gruppo di sarcofagi presenta invece la scena della guarigione di due c., secondo Mt. 20, 30-34, ai quali il Signore tocca gli occhi e restituisce la vista; in genere il primo c. si appoggia con il bastone, mentre l'altro si guida tenendo la sua mano sulla spalla del precedente; questa scena apre in genere la serie cristologica nel centro di sarcofagi specie nelle Gallie, ad es., nei sarcofagi di Dil (Wilpert, Sarcofagi, II, p. 295, tav. 230, 2), di Clermont (ibid., p. 295, tav. 230, 5), di Valence (ibid., pp. 295-96, tav. 214, 6), di Leida (ibid., p. 296, fig. 93), di Tarragona (ibid., p. 296, tav. 230, 5).

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![img-0.jpeg](img-0.jpeg)
(fol. Nineri)
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(fol. Nineri)
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(fol. (lab. fol. nat.)
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(fol. Nineri)
In alto a sinistra: CIBORIO (sec. viri), già nel palazzo dell'Università - Perugia, S. Prospero. In alto a destra: CIBORIO con rilievi in stucce (sec. xir) - Milano, basilica di S. Ambrogio. In basso a sinistra: CIBORIO con rilievi in stucco (sec. xir) - Civate, S. Pietro al Monte. In basso a destra: CIBORIO nella chiesa di S. Clemente a Casauria (primi del sec. xir). L'altare è un sarcofago romano del sec. iv.

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![img-4.jpeg](img-4.jpeg)
(fol. Gab. fol. naz.)
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(fol. Alinari)
![img-6.jpeg](img-6.jpeg)
(fol. Gab. fol. naz.)

In alto a sinistra: CIBORIO della chiesa di S. Maria Maggiore in Tuscania (fine del sec. xit). In alto a destra: CìBORIO firmato dal maestro Drudo romano (primi del sec. xit1) - Ferentino, Duomo. In basso a sinistra: CIBORIO di A. Orcagna (1359) - Firenze, chiesa di Orsanmichele. In basso a destra: CIBORIO dell'altare del Sacramento, di Bernardino da Bissone (1491-95) - Aquileia, Basilica.

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![img-7.jpeg](img-7.jpeg)

In alto a sinistra: TRASCRIZIONE DAL BRAILLE in nero con una normale macchina da scrivere. In alto a destra: UN CENTRALINO TELEFONICO A SEGNALAZIONI ACUSTICHE. In basso a sinistra: STUDIO DELLE FORME ARCHITETTONICHE IN UN CHIOSTRO. In basso a destra: STUDIO DELLA MUSICA SU UN TESTO BRAILLE.

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![img-8.jpeg](img-8.jpeg)
(fot. More)
![img-9.jpeg](img-9.jpeg)

In alto: VEDUTA DEL VULCANO CALBUCO RICOPERTO DI NEVE. In basso: ISTMO DI OFQUI Terra del Fuoco.

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Il prototipo romano è il sarcofago lateranense 125; nel sarcofago di Bassa in Pretestato i c. sono tre (ibid., p. 296 e tav. 207, 1).
S. Marco parla della guarigione del c. di Bethsaida (Mc. 8, 22-25). La scena è rappresentata in un sarcofago ora nell'orcio della basilica di S. Lorenzo in Agro Verano. Il Signore tiene tra le sue mani la testa del c. e gli tocca con la destra un occhio (Wilpert, Sarcofagi, II, p. 296, tav. 197, 5).

In antichi monumenti cristiani non funerari la guarigione del c. si trova : in una delle formelle lignee intagliate della porta di S. Sabina in Roma (sec. v); in un vaso d'argento edito dal Bottari (Scullure, pitture sacre estratte dai cimiteri in Roma, I, Roma 1737, p. 18, 5).

Sempre nel sec. v si trovano le scene della guarigione del c. in vetri dorati, in avori, come, ad es., nella cappella di Brescia o in un dittico della cattedrale di Palermo (Venturi, I, fig. 382); nelle stoffe, come viene attestato da Asterio di Annisca (PG 40, 166-67); mentre il miracolo dei c. di Gerico figura nel ciclo musivo
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(da A. Mubac, Il codice purpureo di Bessano, Roma 1586, tav. II)
Ciechi - Guarigione del c. nato (Ia. 9, 1 sgg.).
Codice purpureo di Rossano (sec. vi).

di S. Martino - in caelo aureo" (S. Apollinare nuovo) in Ravenna. Nel sec. vi torna la guarigione del c. in una delle tavolette eburnee d'un evangeliario di Milano (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, Prato 1881, tavv. 454-55).

L'espressiva rappresentazione della guarigione del c. nato si trova nel Codice di Rossano (sec. vi) e quella dei c. di Gerico in una delle 5 miniature dell'Evangeliario Sinopense, dello stesso secolo (H. Omont, Notice sur un très ancien manuscrit de l'évangile de s. Mathieu en anciale d'or sur parchemie pourpre et orné de miniatures conservé à la bibliothèque Nationale n. 1286 du Supplément grec, in Notices et extraits des manuscrits, 36 [1901], pp. 599675). In scultura la guarigione del c. è nel ciborio di S. Marco a Venezia (Wilpert, Mossthen, pp. 814-15 e figg. 377-78); in pittura la scena è effigiata in una delle colonne del presbiterio di S. Maria Antiqua in Roma del tempo di Giovanni VII (705)