Mesopotamia in Africa con ramificazioni in Arabia. In Isr. 13, 23 il cuscita è descritto come appartenente alla razza negra; mentre in A m. 9,7 si ostenta un certo disprezzo verso quel popolo, in genere adibito come schiavo (cf. II Sam. 18, 21 sgg.; Isr. 38,7; 39,16). Tuttavia anche la moglie di Mosè era una cuscita (Num. 12,1).
Angelo Penna
CHUSA (XouÇä). - Alto dignitario di Erode Antipa (v. antipa julius herodes), menzionato da Lc. 8,3 ove Antipomo significa qualcosa come "primo ministro" (cf. Flavio Giuseppe, Bell. Ind., I, 24, 6, dove il termine è applicato a Syllaios, primo ministro di Areta, re dei Nabatei). Sua moglie Giovanna era tra le donne pie e facoltose che seguivano Gesù (Lc. 8, 3), per provvedere alle necessità di lui e degli Apostoli. Influento funzionario del tetrarca di Galilea, C. doveva esser ben disposto verso Gesù. Il suo nome, aramaico, s'incontra nelle iscrizioni nabatee (M. Lidzbarski).
Bial.: E. Levesque, Chusa, in DB, II, col. 746; J.-M. Lagrange, Evangile selon s. Luc, 4ª ed., Parigi 1927, p. 232. Francesco Spadafora
CHUSAI (ebr. Hû́s̆a). - Arachita (II Sam. 14, 32; 17, 5. 14), amico e consigliere intimo di David (II Sam. 15, 37; 16, 16), di cui godeva la piena fiducia ed a cui serviva con piena dedizione. Offertosi a seguire David fuggitivo davanti a Absalom, non fu accettato, data la sua età avanzata; ma fu consigliato di entrare in città per porsi a fianco del ribelle e render vani, con la sua sagacia, i piani del traditore Achitophel (II Sam. 15, 31-37), della cui abilità David molto temeva. Infatti C. tenne David informato della piega degli avvenimenti in Gerusalemme, e indusse Absalom, contro il parere di Achitophel, a rinviare l'inseguimento del padre. Diede così modo al re di prendere
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le misure opportune, salvandogli la vita e il regno (II Sam. 17, 1-14). Probabilmente C. è da identificarsi con il padre di Baana, uno dei prefetti di Salomone (I Reg. 4, 16).
Giorgio Castellino
CHUSAN RASATHAIM (ebr. Kûfan Rî́'âthajim). - Re, secondo la Volgata, della Mesopotamia e della Siria (Indc. 3, 8. 10).
Il testo ebraico lo dice re dell' 'Aram Nahdrajim o "Aram (v.) dei due fiumi ". Vi è chi fa C. capo d'una tribù araba, leggendo Edom per Aram (cf. Hab. 3, 7). Altri ha tentato di vedere in C. Tušratta re di Mitanni, contemporaneo di Amenophis II (cf. H. Hänsler, Der historische Hintergrund von Richter 3, 8-10, in Biblica, 11 [1930], pp. 391-418; 12 [1931], pp. 3-26, 271-96, 395-410). C. fu il primo oppressore degli Ebrei dopo la morte di Giosuè; dopo otto anni il Signore suscitò Otoniele, primo Giudice, che lo sconfisse, procurando a Israele libera pace per quarant'anni.
Giorgio Castellino
CIACCHI, Luigi. - Cardinale, n. a Pesaro il 16 ag. 1788, m. a Roma il 17 dic. 1865 . Giunto in età giovanile, a Roma, percorse la carriera prelati. zia. Nel 1828 fu prolegato nella provincia di Bologna; nel 1830 da Pio VIII fu inviato delegato apostolico a Macerata ove lo sorpresero i fatti del 1831. Ispirò il suo atteggiamento a concetti di intelligente tolleranza senza debolezze.
Tale linea di condotta portò il C. al governatorato della capitale e alla direzione generale di polizia (1834). In occasione della Pasqua del 1835 si rese promotore di una amnistia per quei condannati politici cui restavano da scontare 6 mesi di pena, attirandosi le simpatie popolari e le critiche vivacissime di coloro che non approvavano troppo la sua indulgenza. Creato cardinale nel 1838 da papa Gregorio XVI, fu legato a Ferrara ove decisamente affiancò l'opera riformatrice di Pio IX.
Allorché, nell'ag. del 1847, gli Austriaci entrarono nella città, il C. si condusse con alta dignità e pervenne, sia pure con grandi sforzi, ad evitare guai peggiori stante l'enorme effervescenza contro gli occupanti arbitrari. In riconoscimento della sua opera pacificatrice, la cittadinanza ferrarese fece coniare due medaglie d'oro di cui una gli fu rimessa personalmente e l'altra inviata al cardinale segretario di Stato Ferretti. Durante i mesi del 1848 , si prodigò nell'assistere i volontari e le truppe pontifice in marcia verso i campi di battaglia. Nel maggio dello stesso anno assunse la presidenza del ministero con il portafogli degli affari esteri ecclesiastici, ma subito dopo rinunciò per tornare a Ferrara ove di lì a poco venne sostituito con un prolegato laico. Tornato a Roma il C. continuò a seguire ed appoggiare la politica di Pio IX e trascorse gli ultimi anni nell'esercizio dell'apostolato sacerdotale.
BibL.: C. Tivaroni, L'Italia durante il dominio austriaco, II : Itolia centrale, Torino 1893, pp. 261-449, passim; A. Spadoni, s. v. in Diz. del Ris. maz., II, p. 682. Mario Zazzetta
CIACCIO, Giuseppe. - Medico e iatologo italiano (1824-1901), professore all'Università di Bologna, noto per gli studi sull'organo elettrico della torpedine e l'occhio degli insetti. La storia della sua conversione è raccontata dallo Acri.
BibL.: F. Acri, Amore, dolore, fede, Rocca S. Casciano 1917, p. 130.
Luigi Scremin
CIACONIO, Alfonso : v. CHACÓn ALONSO.
CIACONIO (ChAcón), Pedro. - Teologo e umanista spagnolo, n. a Toledo nel 1527, m. nel 1581 a Roma, dove dimorò a lungo. Fu incaricato da Gregorio XIII di rivedere il testo della Bibbia, di molti scrittori sacri e del Decretum Gratiani. Collaborò alla riforma del calendario. Annotò Arnobio, Minucio Felice, Tertulliano.
BibL.: Biografia ecclesiastica completa, III (1820). p. 791 sgg. (con ritratto); Hurter, III, coll. 278-81; E. Freys, s. v. in LThK, II, col. 821; Anon., s. v. in Enc. Eur. Am., XVI, col. 1378 sgg.
Benedetto Gioia

(da A. Della Corte-G. Pannoin, Storia della musica dal 529 al '529. (voise 1586)
Cialkowski, Piotr. Ilic - Ritratto.
CIAIKOVSKI (Čajkovskij), Piotr Ilic. - Musicista russo, n. a Votkinsk il 7 maggio 1840, m. a Pietroburgo il 6 nov. 1893. Studiò giurisprudenza e a 20 anni era impiegato governativo; frequentò i corsi di composizione al conservatorio di Pietroburgo sotto Rubinstein, diplomandosi nel 1865. Insegnante al conservatorio di Mosca dal 1866 al 1879 , viaggiò e visse molto all'estero.
Scrisse alcune opere teatrali, pezzi orchestrali, liriche, corali, e una Liturgia di s. Giovanni Crisostomo (1878, op. 41, Messa russa), composta con l'intento di riportare la musica sacra alla purezza degli antichi modi ecclesiastici. Fu eseguita con successo in concerti al conservatorio di Mosca. Scrisse anche 17 conti religiosi per coro su antiche melodie liturgiche ( 1882 , op. 52 ), 6 canti per i cherubini (1885), 6 inni sacri (1885). Curò nel 1882 l'edizione critica dell'Opera omnia di Bornianski, illustre compositore russo di musica sacra.
BibL.: M. Ciaikovski, La vita di P. I. C. (in russo), Pietroburgo 1900-1902; R. Newmarch, P. C. His life and works, Londra 1900; E. Evans, Tschaikovsky, ivi 1905; O. Keller, Peter Tschaikovsky, Lipsia 1914; R. H. Stein, Tschaikovskij, Berlino-Lipsia 1927; M. Tibaldi Chiesu, C. La vita e l'opera, Milano 1943. Zita Lana Cuchelli
CIALDI, Alessandro. - Navigatore e cultore di scienze idrauliche e nautiche, ufficiale pontificio di marina, n. a Civitavecchia il 9 apr. 1807, m. a Roma il 16 giugno 1882. Nel 1840 con il grado di capitano al comando d'una piccola squadra navale, risaliva per la prima volta con legni europei il Nilo per 1164 km . dalla foce, e, scolpito il nome di Gregorio XVI sul tempio di Iside nell'isola di File, faceva ritorno in Roma ( 28 ag. 1841), recando preziosa raccolta di materiale e di notizie archeologiche, nautiche e naturalistiche ed insieme quattro grandi parallelepipedi di alabastro donati dal viceré di Egitto al Pontefice per la risorgente basilica di S. Paolo fuori le mura.
Fu merito del C. se una modesta, ma da lui ben organizzata e condotta flotta pontificia, poté nel 1848 operare con successo in Adriatico, a fianco delle altre italiane,
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contro quella austriaca, e nel 1860 giunse a rifornire tempestivamente di armi e di munizioni la piazzaforte di Ancona, già sul punto d'esser cinta di assedio. Nel 1867 avvedutamente stroncava audaci tentativi garibaldini di scorreria e di sbarco lungo le coste laziali e sul corso del Tevere, come quella dei Cairoli; né coi suoi marinai il C. nel 1870 rimase inoperoso di fronte al rapido precipitare degli eventi.
Da allora, fedele al Pontefice, si ridusse a vita privata per dedicarsi ai suoi studi prediletti : vanno ricordati la regolarizzazione dei corsi del Tevere e del Serehio; le opere di miglioria e di perfezionamente dei porti di Livorno, Genova, Pesaro, Civitavecchia, Fiumicino ed Anzio; il non trascurabile contributo offerto nel sostenere e nel fiancheggiare tecnicamente e finanziariamente il taglio dell'istmo di Suez e la condotta medesima dei lavori anche come membro dell'apposita Commissione pontificia; l'opera svolta per l'attuazione e la completa e razionale illuminazione delle coste degli approdi tirrenici, dello Stato romano. Principale merito scientifico del C. fu la scoperta e la definitiva formolazione della teoria idrodinamica del moto ondoso e delle correnti di riva del mare, per cui, l'ri marzo 1878, l'Accademia delle scienze di Parigi lo annoverò tra i suoi membri, mentre già fin dal 1847 apparteneva alla pontificia dei Nuovi Lincei, e nel 1879 ne divenne presidente succedendo ad Angelo Secchi. In morte il C. lasciava erede della sua ricca e rara biblioteca scientifica la città di Civitavecchia, nel cui cimitero venne sepolto con epigrafe dettata dallo storico della marina pontificia Alberto Guglielmotti.
Tra le opere del C., ammontanti ad oltre una cinquantina, vanno particolarmente citate: Relation de deux voyages exécutés par la marine militaire des Etats Romains dans les annés 1840-42, in Annales maritimes et coloniales (Parigi 1843); Sul Tevere, sulla linea più conveniente per la unione dei due mari e sulla marina mercantile dello Stato Pontificio (Roma 1847); Sul moto ondoso del mare e sulle correnti di esso specialmente su quello litorali (ivi 1843; 2^{\text {a }} ed. assai accresciuta ivi 1846); Port Said. A M. F. De Lesseps..., lettre du comm. A. C., ecc. (ivi 1868); Noxioni preliminari per un trattato sulla costruzione dei porti sul Mediterraneo (ivi 1874); Illuminazione e segnalamento dei litorali e dei porti (ivi 1878 ).
BibL.: Sulla vita e sull'attività del C. cf. P. Cacchiatelli, G. Coster, Le scienze e le arti sotto il pontificato di Pio IX, 2^{\text {a }} ed., IV, Roma 1865; De Rossi, Commemorazione, in Atti dell' Acc. pont. de' Nuovi Lincei, 36 (1882, t), pp. 72-73; P. Dalla Torre, Nel sessantennio della morte di A. C. (1807-82), in Commentationes della Pont. accad. delle scienze, 7 (1943, xxiII), pp. 709 732 (con risca bibliografia); P. Fortini, I primi passi marinari di A. C., in Riv. di cultura marinara, fasc. 1, nonché la relativa polemica con P. Dalla Torre sulla stessa rivista, 22 (1947), fascc. v-vi, vii-viii, 76-xiI; ed infine ancora R. Lefèvre, Il cè̀era in Egitto e la spedizione pontificia del 1841, in L'Osservatore romano, 5 ott. 1947; id., L'ultimo viaggio del r.8. Carlo - lscher pontificia, in Riv. di cultura marinara, 22 (1947, vii-viii), pp. 25-39; id., Cente anni fa: la Marina militare pontificia, estr. da Rivista marititima, Roma 1948.
CiAMCIAN, Michele. - Armeno monaco mechitarista di Venezia, n. a Costantinopoli nel 1738, m. ivi nel 1823. Insigne figura di dotto orientalista, apostolo dell'unione degli Armeni con la Chiesa di Roma nelle sue successive residenze di Costantinopoli, Aleppo, Bassora, Transilvania. Passò gran parte della vita a S. Lazzaro a Venezia, fra libri e codici armeni.
Impugnò gli errori di Giacomo Nalian, patriarca armeno dissidente di Costantinopoli, nella sua poderosa opera apologetica, che chiamò Scudo dell'ortodossia, in 4 grossi volumi. Degno di gran nome è il Commentario ai Salmi, in 10 voll., composto sullo studio diretto del testo ebraico. Il suo capolavoro è però la Storia armena, impresa ardita per l'età sua, in 3 voll. in 4^{°}, condotta sullo studio diretto delle fonti orientali, e che ancora oggi è la più completa ed organica storia armena. Di quest'opera in armeno è stata fatta una traduzione abbreviata in inglese (M. Chamichian, History of Armenia, 2 voll., Calcutta 1827).

Iyer cartina di mons. Gehrig
Ciamcian Michele - Ritratto.
Il C. lasciò pure un numero di opere ascetiche e di devozione: L'altare dell'incenso, Esercizi spirituali settimanali, Omelie per le feste della Vergine, ecc. tutte scritte in armena-classico. Un Viaggio in Persia, Meditazioni, Dizionario latino-armeno, sono ancora inediti.
BibL.: P. M. Teopilian, Vita di persone illustri (in armeno), II, Venezia 1839, pp. 811-13; N. Givanian, in Dizionario di nomi propri (in armeno), Costantinopoli 1879, parte 2*, p. 143; Anon., Breve storia letteraria di illustri mechitaristi, in Mechitar (numero unico in armeno), Venezia 1901, pp. 76-86. Elia Peckian
CIAMPI, Lechenzio Vincenzo. - Musicista piacentino, n. nel 1719, studiò a Piacenza con il maestro di cappella Rondini, passò a Napoli (forse allievo di Durante e di S. Leo), poi a Palermo e quindi, nel 1748 a Londra, a Venezia dove divenne maestro dei cori al conservatorio del Pio ospedale degli incurabili (carica in cui gli successe, nel 1726, Baldassarre Galuppi), nel 1752 a Parigi e ancora a Londra e a Venezia nel 1762 . Si ignorano la data e il luogo della sua morte.
Scrisse vari notori): Bethulia liberata (1747), Christus a Matre quaesitus et in Calvario inventus (1735), Vexillum fidei (1759), Virgines prudentes et fatuae (1760), Modula Mira Sacra (1757), messe, Te Deum, Salve Regina, nonché pezzi di musica strumentale, tra cui 6 concerti per organo che si trovano nelle biblioteche di Berlino, Dresda, Vienna e Londra.
Luisa Cervelli
CIAMPI, Sebastiano. - Sacerdote, n. a Pistoia il 31 ott. 1769, m. a Firenze il 14 dic. 1847. Professore di letterature antiche nell'Università di Firenze, poi in quella di Varsavia. La dimora in Polonia lo condusse alla storia della cultura polacca e dei rapporti fra questa e l'Italia: argomento sul quale pubblicò molti scritti, interessanti specialmente per le notizie intorno agli artisti e agli scienziati italiani vissuti in Polonia.
Notevole per la storia ecclesiastica il suo Catalogo di manuscritti e stampati relativi alla storia politica militare ecclesiastica e letteraria del regno di Polonia raccolti in Italia negli anni 1823, 1824, e 1825 (Firenze 1831).
BibL.: F. M. S., s. v. in Encyhlopedvia Pousseehna, V, p. 579; V. Capponi, Bibliografia pistinica, Pistoia 1874, pp. 85-112; G. Bindi, Vita di S. C., in Giornale d'eredizione, 4 (1892), pp. 7-8; G. Zaccagnini, T. Puccini e S. C., in Boll. stor. pistinica, 6, fascc. I-II. Benedetto Gioia
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CIAMPINI, Giovanni Giustino. - N. in Roma il 13 apr. 1633, m. ivi il 12 luglio 1698.
Abile giurista, ebbe poi, nella Curia romana, uffici importantissimi. Nel 1671 istitul presso il collegio Urbano di Propaganda Fide l'Accademia ecclesiastica, poi detta dei Concili, per lo studio dei concili, canoni e per questioni di teologia scolastica e morale. Nel 1673, nella sua stessa abitazione, istituì una seconda accademia che si occupava di filosofia e scienze, e trasformò la casa in un museo di antichità, con raccolta di macchine e strumenti scientifici. Una terza serie di riunioni si teneva presso di lui per trattare argomenti letterari. Il campo preferito dal C. fu quello dei monumenti sacri e profani, con lo studio diretto dei medesimi, alla visita dei quali accompagnò spesso il Mabillon, come questi ricorda nel suo Iter Italicum.
Non tutto quello che il C. scrisse è stato pubblicato; sue opere fondamentali sono: Examen Libri Pontificalis sive vitarum Romanarum Pontificum (Roma 1688), presentato al papa Innocenzo XI; si tratta di osservazioni originali intorno alla notissima raccolta di biografie dei papi. Seguono i Vetera monimenta, in quibus proecipue musica opera sacrorum, professoramque aedium structura, ac nonnullis antiqui ritmi dissertationibus iconibusque illustrantur. Pars I a primo Christi sacculo ad quintum (Roma 1690); la parte 2^{\text {a }} fu edita postuma nel 1699; una nuova edizione, in tre volumi, curata da C. Giannini si ebbe nel 1747; si occupa abbondantemente delle chiese più insigni di Roma, d'Italia e dell'estero con speciale riferimento ai musaio di dette chiese. Un'altra opera, De sacris aedificits a Constantino Magno constructis historia (Roma 1693), si riferisce alle chiese di Roma e di altri paesi, edificate da Costantino, o a lui attribuite.
Bibl.: H. Leclercq, s. v. in DACL. III, II, coll. 1386-88; G. Ferretto, Note storico-bibliografiche di archeologia cristiana, Città del Vaticano 1942, pp. 189-93. Carlo Carletti
CIAMPOLI, Giovanni. - Letterato, n. a Firenze nel 1589 , m. a Iesi l'8 sett. 1643. Iniziò gli studi presso i Gesuiti e i Domenicani. Sotto il patrocinio di G. B. Strozzi fu introdotto alla corte del granduca Ferdinando, ed inviato a completare gli studi a Padova e a Pisa, dove si addottorò. Venuto a Roma e vestito l'abito ecclesiastico, fu accolto favorevolmente nella corte pontificia.
Nominato segretario dei Brevi da Gregorio XV fu confermato nella carica dal nuovo pontefice Urbano VIII, sotto il quale godé anche di un canonicato in S. Pietro. Caduto in disgrazia, nel 1632 venne allontanato da Roma ed inviato governatore successivamente a Montalto, Norcia, S. Severino, Fabriano, Iesi (cf. le sue Lettere, [Venezia 1661], passim).
Ebbe vasta risonanza nel suo tempo sia per l'attività spiegata presso la corte pontificia, sia per l'opera di letterato.
Amico e fautore del Galilei fu antiaristotelico; espose le proprie idee nella Filosofia naturale. Poeta, volle dare nelle sue Rime (Roma 1648), in contrapposizione alla produzione del tempo, un contenuto morale-religioso alla poesia.
Bibl.: D. Ciampoli, Un amico del Galilei, mons. G. C., in Nuovi studi letterari e bibliografici, Rocca S. Casciano 1900, pp. I-I70; A. Favaro, G. C., in Atti Istit, seneto di scienze, lettere e arti, 62 (1902-1903, II), pp. 91-142; G. Gabrieli, Due prelati linezi alla corte di Urbano VIII, in Arcadia, 13 (1929), pp. 171-200; A. Belloni, Il Seicento, Milano 1929, pp. 144-49. Anna Cattani
CIANFORAN (Chamforans), Sinodo di. Quando, nella prima metà del sec. xvi, sorse nella Germania e nella Svizzera il movimento protestante, i valdesi (v.), già da secoli separati dalla Chiesa cattolica, mandarono alcuni dei loro «barba», o ministri, in quei paesi, affinché si abboccassero con i caporioni protestanti. Nel 1530 questi messaggeri visitarono
Guglielmo Farel (1489-1565) a Neuchâtel, Giovanni Ecolampadio (1482-1531) a Basilea, e Martin Bucero (1491-1551) a Strasburgo.
Tornati in patria, il Sinodo valdese del 1531 ne udi i pareri e decise di invitare alcuni riformatori della vicina Svizzera ad intervenire al Sinodo del 1532. Vennero di fatti, oltre il Farel, Antonio Sannier e Pietro Robert, detto l'Olivetano, il futuro traduttore della Bibbia in francese, i quali nel grande Sinodo di C. (12 sett. 1532), luogo vicino ad Angrogna, dopo una discussione lunga e vivace persuasero i valdesi ad accettare le nuove dottrine, cioè la predestinazione, l'inutilità delle buone opere per la giustificazione, la confessione libera, il matrimonio dei chierici e due soli Sacramenti. Nel Sinodo di Pral dell'anno seguente 1533, nonostante le obiezioni di alcuni che non erano favorevoli al cambiamento, le dottrine protestanti furono definitivamente adottate. Con questa decisione i valdesi non solo aumentarono le loro divergenze di fronte alla Chiesa cattolica, ma - come osserva la scrittrice Karttunen - si strinsero con una città (Ginevra) nemica della casa di Savoia, e questa fu non piccola causa delle difficoltà e delle lotte che ebbero poi con i loro legittimi sovrani.
Bibl.: L. Karttunen, Antonio Passevina, Lasarosa 1908; T. Gay, Histoire des Vaudois, Firenze 1912; Ern. Comba, Storia dei valdesi, Torre Pellice 1930. Camillo Crivelli
CIANRESI: v. LAMAlSMo.
CIANTES, Giuseppe-Maria. - Vescovo domenicano, ebraista e teologo, n. a Roma nel 1620, m. ivi il 24 febbr. 1670. Appartenne al convento di S. Maria sopra Minerva. Per la sua conoscenza dell'ebraico fu dal Papa incaricato d'istruire i giudei di Roma (1626). Vi attese con zelo e frutto per 14 anni, meritandosi il 5 marzo 1640 la promozione alla sede episcopale di Marsico (Potenza), suffraganea di Salerno. Dopo aver dato vita alla sua diocesi con un governo zelantissimo, nel genn. del 1656 si dimise e ritornò tra i giudei romani.
Dei vari scritti che pubblicò si ricordano : due discorsi contro gli ebrei De S.ma Trinitate... (Roma 1667) e De s.ma Christi Incarnatione... (ivi 1668); la traduzione in ebraico dei primi 3 ll. della Summa contra Gentiles D. Th. Ag. (ivi 1657), e un trattato Della perfezione dovuta allo stato del vescovo... (ivi 1669).
Bibl.: V. Fontana, S. Theatrum Dominicanum, Roma 1666, pp. 227-28; G. M. Cavalieri, Galleria de' Sommi Pontefici, I, Benevento 1696, pp. 631-33; Ughelli, VII, 221-22; QuétifEchard, II, p. 634; Eubel-Gauchat, Hierarchia cath., IV, 1935, p. 233; R. Coulon, s. v. in DThC, II, II, col. 2472; I. Colono, s. v. in DSp, II, coll. 886-87. Angelo Walz
CIASCA, Agostino. - Cardinale agostiniano, n. a Polignano a mare (Bari) il 7 maggio 1835, m. il 6 febbr. 1902. Dotto orientalista partecipò al Concilio Vaticano come teologo e interprete dei vescovi orientali. Nel 1879 compì un'importante missione pontificia in Egitto e nelle regioni d'Oriente. In quest'occasione esaminò e corresse, in gran parte, il Breviario siro, e raccolse, acquistandoli per Propaganda, importanti manoscritti, quasi tutti arabi cristiani. Fu pure prefetto dell'archivio Vaticano, arcivescovo titolare di Larissa (1891); delegato della S. Sede quale presidente nel Sinodo ruteno di Leopoli lo stesso anno; segretario di Propaganda (1893). Fu creato cardinale il 9 giugno 1899.
Lasciò molte opere; tra quelle edite vanno notate: I papiri capti del museo Borgiano... tradotti e commentati (ivi 1881); Tatiani Diatessaron seu Evangeliorum harmoniae Arabicae (ivi 1888); Sacrorum Bibliorum fragmenta Copto-sahidica musei Borgiani... (2 voll., ivi 1888; aveva pronto il terzo volume, ma non lo poté compiere perché prevenuto dalla morte; esso fu pubblicato da G. Balestri, Sacr. Bibliorum fragmenta Copto-sah., III, Novum Testamentum, ivi 1904); Acta et decreta Synodi provincialis Routhenorum, habitae Leopoli an. 1892 (ivi 1896).
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BibL.: D. A. Perini, Studio bio-bibliografico sul card. A. C., Roma 1903; id., Bibliographia Augustiniana, I, Firenze 1929, pp. 229-31; J.-M. Vosté, Paul Bedjan, in Or. chr. periodice, II (1945), pp. 45-102. Alfonso C. de Romania
CIASSARE (nell'iscrizione di Bîsutûn, Huwahîtra = «di buono sviluppo»). - Re dei Medi ( 635^{2-584} ), figlio di Fraorte, il quale era morto combattendo contro gli Assiri. Alleatosi nel 614 con Nabopolassar (v.), re di Babilonia, C. muove a capo degli Un-man-Manda ("popoli di Manda» = Medi; secondo altri = Sciti) contro la capitale sira Ninive, la quale cadde nel mese di 'abh (luglio-ag.) del 612 . I due alleati continuarono le conquiste verso occidente, occupando l'Assiria, la Mesopotamia settentrionale, l'Armenia, la Cappadocia. C. attaccò anche la Lidia; ma con il trattato concluso nel 585 tra lui e Aliatte, re di Lidia, fu stabilito il fiume Halys come confine tra i due regni. M. nel 584.
BibL.: Erodoto, I, 103-106; P. Dhorme, La fin de l'empire assyrien d'après un nouveau document (la «Cronaca di Gadd \gg ), in Rev. biblique, 33 (1924), pp. 218-34. Gaetano M. Perrella
CIBELE. - Sotto il nome Kußє̀ η, Kuß η β η, Kuß η λ λ e simili, appare, nella Grecia, sin dai tempi di Ipponatte d'Efeso e di Pindaro che la menzionano per primi, una dea che continuò a vivere nella coscienza ellenica quale una divinità d'origine frigia. Sotto un simile nome veniva, infatti, venerata una dea nella Frigia (Asia Minore) e più precisamente nella città di Pessinunte, ai piedi del monte Agdo e vicino ai fiumi Gallo e Sangario. Non si tratta, tuttavia, di una divinità originaria del popolo frigio. Questo popolo che, provenendo probabilmente dalla penisola balcanica, ove era vissuto insieme con il popolo tracio, ha invaso, forse intorno al sec. xir a. C., il territorio più tardi denominato Frigia, ha trovato nella sua nuova patria il potente culto di una divinità femminile, concepita come madre universale : infatti, non solo nella Frigia, ma in tutta la sfera anatolica si trovano dee-madri analoghe, quale è, ad es., anche la Mã di Comana o la dea di Efeso, identificata dai Greci con Artemide.
Di questa fase pre-frigia del culto si ignorano i particolari. Essa è legata, comunque, alla popolazione indigena della zona del Mediterraneo orientale. La dea è chiamata qui con vari nomi dal significato di «mamma» (Ma, Nana, ecc.) o con aggettivi derivanti dal nome della località, più precisamente del monte in cui essa ha una sede di culto: così si spiegano i nomi Dindyméne, Sipyléne, Idaia e, probabilmente, Kybèle stessa. Dea dei monti, essa, forse per influsso babilonese mediato dagli Hittiti, è anche dea delle belve. Nelle città, sedi del suo culto, esercita le funzioni protettrici di una divinità poliade.
Questi tratti, dei quali si può supporre un'origine prefrigia, si ampliano sotto l'influsso del fervore religioso dei Frigi. Accanto alla figura della Grande Madre di Pessinunte, si trova ora quella di un dio, Attis, il cui nome significa padre. Il mito parla di una divinità androgina, Agdisti, nata dalle rocce del monte Agdo. Per soggiogare la sua natura sfrenata e indomabile, gli dèi la privano del sesso maschile. Dal suo sangue nasce un albero, il cui frutto feconda Nana, figlia del re Sangario: essa così diventa madre di Attis. Di questo Attis si apprende, intanto, che era un pastore, amato da Agdisti. Quando il re frigio Mida vuole dargli in sposa la figlia, la dea appare alle nozze e incute un furore religioso nei presenti. Tra questi Attis stesso si evita e muore; ma Zeus, dietro la preghiera della dea, gli concede una specie di immortalità: il suo dito magnolo continuerà a muoversi. Il mito motiva dunque l'uso dell'autoevirazione presso i sacerdoti del comune culto di C. e Attis - sacerdoti il cui nome rimane sempre "galli» in connessione con il fiume Gallo di Pessinunte ed esprime tutta l'ideologia del culto orgiastico e dell'aspirazione all'immortalità propria alla religiosità frigia.
L'indipendente stato frigio viene poi sommerso dall'espansione di altri popoli : così, nella seconda metà del vir sec. a. C., dai Lidi. Pessinunte rimane tuttavia una città-stato indipendente teocratica, amministrata cioè dai sacerdoti sotto la sovranità della dea. Nello stesso tempo il culto si diffonde nella Lidia, dove si trovano nomi teofori (ad es., Alyottes) nella famiglia regnante ed altri segni di un fervido culto della Gran Madre. Elementi della mitologia dei Lidi dimostrano, tuttavia, come i Lidi erano sempre coscienti dell'origine frigio del culto.
Per i continui contatti con i popoli dell'Asia Minore e per mezzo di numerosi schiavi frigi, il culto di C. penetra presto (v sec. a. C.) anche nella Grecia continentale. Esso si appoggia a culti greci: C., infatti, viene assimilata a varie dee-madri greche, come Gala, Deméter, e, soprattutto, Rea. Le forme sanguinose, selvagge e orgiastiche del culto, di carattere misterico, di Attis ripugnano però alla sensibilità ellenica: i comici greci ne parlano con disprezzo, ironizzando soprattutto sull'ordine sacerdorale mendicante dei metragyrrai. A cominciare dalla fine del sec. v a. C., la Grecia viene a conoscere, tuttavia, anche l'uso dell'autoevirazione e dal sec. iv esiste, al Pireo, un'associazione culturale di orgeónes, iniziati del culto misterico. Si trova menzione anche delle feste primaverili in onore delle due divinità, gli Attideia. Non solo, ma in Grecia, forse non senza l'influsso dei misteri di Eleusi, il culto acquista le sue forme definitive: il suo linguaggio rituale rimane, d'ora in poi, il greco, come appare dalle formule iniziatiche tramandateci da Firmico Materno e da Clemente Alessandrino.
Secondo la tradizione romana, nel 204 a. C., dietro suggerimento dei libri sibyllini Roma avrebbe introdotto - ottenendola da Attalo, re di Pergamo - nel suo territorio la pietra nera di Pessinunte, immagine aniconica della dea, e l'avebbe collocata, provvisoriamente, nel tempio della Vittoria sul Palatino. Fatto sta che già nel 191 a. C. viene dedicato un tempio alla dea, e precisamente sul Palatino, cioè, contrariamente a quanto avvenne per le altre divinità d'origine straniera, nell'interno del pomerio. La dea venne, infatti, considerata come una divinità dei Troiani, ottenuti dai Romani, quindi non straniera : anche nel suo nome ufficiale, Magna Mater Deum Idaea, viene espressa questa convinzione. I primi cultori romani della dea sono gli aristocratici che costituiscono sodalizi cultuali. Ma il culto originario, nelle sue forme estrance alla mentalità repubblicana romana, venne affidato a sacerdoti frigi e nessun cittadino romano poteva farsi iniziare a misteri. Anche delle feste primaverili solo la lavatia dell'immagine sacra nel fiume Almone si svolge in pubblico: altre celebrazioni, come i ludi Megalenses, hanno il carattere tipico del culto romano. Solo sotto l'imperatore Claudio le feste divennero pubbliche anche nella loro forma originaria. Nel calendario di Filocalo si trova tutto l'ordinamento delle celebrazioni primaverili (dal 15 al 28 marzo). In queste feste, dai nomi significativi (Canna intrat, Arbor intrat, Sanguem, Hilaria, Requietio, Lavatio, Initium Caiani) si rappresentava simbolicamente la morte e risurrezione di Attis: durante essa avveniva l'autoevirazione dei «galli». A questa religione apparteneva originariamente il rito del taurobolio: la «rinascita» dell'iniziando veniva promossa mediante la sua aspersione con il sangue del toro ucciso sopra un impiantito forato sotto il quale si trovava il tauroboliando.
Da Roma, suo nuovo centro, il culto si diffuse nelle province. Anche nell'ultimo periodo del paganesimo esso ebbe grande importanza. Gli aristocratici romani nella lotta contro il cristianesimo vittorioso, si fanno iniziare a questi ed altri misteri. Giuliano l'Apostata è uno dei più fervidi sostenitori del culto della Gran Madre.
Alcune sètte eretiche del primo cristianesimo, soprattutto nella sfera orientale, mostrano un chiaro influsso del culto di C.: così quella degli ofiti e quella, più importante, dei montanieri.
Bibl.: H. Graillot, Le culte de Cybele, Parigi 1912; Schwen, Kybele, in Pauly-Wissowa, XI, II, col. 2250 sgg.; N. Turchi, Le religioni misteriosefiche del mondo antico, Roma 1923, p. 127 sgg.; R. Pettazzoni, I misteri, Bologna 1924, p. 102 sgg.; F. Cumont, Les religions orientales dans le paganisme romain, 4^{e} ed.,
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Cibo, famiolia - Cappella C. Disegno di C. Fontana (1660). Quadro di C. Maratta - Roma, chiesa di S. Maria del Popolo.
Parigi 1929, p. 43 sgg.: H. Gressmann, Die orientalischen Religionen im hell.-röm. Zeitalter, Berlino-Lipsia 1930, p. 30 sgg.
Angelo Brelich
CIBO, famiolia. - Nobile famiglia genovese. Cominciò a farsi notare nella prima metà del sec. xv con Abano C. che fu a servizio degli Aragonesi di Napoli e senatore a Roma (1455). Suo figlio Giovanni Battista divento, nel 1484, papa con il nome di Innocenzo VIII (v.).
Maurizio fratello del Papa (m. nel sett. 1490) non ebbe parte rilevante nel governo dello Stato e visse modestamente. Dei figli che Innocenzo VIII ebbe prima di entrare negli Ordini, Teobobina andò sposa al genovese Gherardo Usodimare; Franceschetto sposò Maddalena, figlia di Lorenzo de' Medici, entrando cosi nel campo della politica medicea.
Assunse il nome dei C. anche Lorenzo de' Marr, figlio di Domenico parente di papa Innocenzo, che ebbe l'arcivescovato di Benevento il 5 dic. 1485 e fu castellano di Castel S. Angelo. Creato cardinale il 9 marzo 1498, ebbe qualche parte negli avvenimenti di quegli anni. Morí il 21 dic. 1503.
Lorenzo, figlio di Franceschetto, fu comandante generale dello Stato pontificio, n. a Sumpierdarena il 24 luglio 1500, m. a Pisa il 14 marzo 1549. Rimase qualche tempo alla corte di Francia presso Francesco I, quindi, venuto a Roma, fu nel 1524, da Clemente VII, costituito governatore di Spoleto. Nel 1528 fu nominato capitano della guardia del palazzo Apostolico e, due anni dopo, comandante generale dello Stato pontificio (Pastor, III, passim). Il suo matrimonio ( 1515 ) con Ricciarda Malaspina, erede del principato di Massa, ebbe per conseguenza che la famiglia continuò col nome di C.-Malaspina ed il loro figlio Alberico I ebbe l'investitura del ducato da Carlo V nel 1534.
Innocenzo, fratello di Lorenzo, fu cardinale; n. a Firenze il 25 ag. 1491, m. a Roma il 14 apr. 1550. Protonotario apostolico, il 23 sett. 1513 a 22 anni fu creato da Leone X, suo zio, cardinale dei SS. Cosma e Damiano. Nel 1516 ebbe in amministrazione la chiesa
di Torino che cambiò, l'ri maggio 1517, con quella di Marsiglia, e la tenne sino al 1530 . Intanto l'ri marzo 1520 ebbe l'arcivescovato di Genova che conservò fino alla morte; ebbe in temporanea amministrazione le sedi di S. Andrea in Scozia (1513), di Aleria in Corsica (1518-20), di Mariana pure in Corsica (1531), di Tropea (1538), di Messina (1538-50). L'8 dic. 1515 accompagnò a Bologna Leone X che andava ad incontrarsi con Francesco I vincitore di Marignano. Durante la guerra intrapresa dal Papa per il ricupero di Parma e Piacenza, prestò a Leone X 35 mila ducati ricevendone in garanzia il camerlengato che poté però conservare solo per due mesi. Morto Leone X, egli divenne assai autorevole alla corte di Clemente VII e gli venne affidata, l'ri genn. 1524, la legazione di Bologna e Roma.
Durante il sacco di Roma e la prigionia di Clemente VII, rimasto libero riusci a mantenere molte città all'obbedienza del Papa e si impegnò con i cardinali radunati a Piacenza di non trasportare la sede apostolica ad Avignone. Accompagnò Clemente VII a Bologna nel 1529 quando questi si incontrò con l'imperatore Carlo V e lo incoronò imperatore ( 24 febbr. 1530). Dopo l'uccisione del duca Alessandro de' Medici resse il governo di Firenze fino alla venuta del duca Cosimo I. Questi seppe garbatamente metterlo da parte, tuttavia lo inviò nel 1538 alla tregua di Nizza. Con Paolo III fu in disaccordo, pensò di potergli succedere, ma vani furono i suoi sforzi nel 1549. Del resto visse come se nulla avesse dell'ecclesiastico e passa come uno dei più mondani cardinali di quell'età (Pastor, IV, passim).
Si ritrovano membri della famiglia C. nell'alta gerarchia ecclesiastica nel sec. xvir con Alderano, cardinale, n. a Genova il 16 luglio 1613 , m. a Roma il 22 luglio 1700. Figlio di Carlo, duca di Massa e Carrara, e di Brigida dei marchesi di Spinola, abbracciò a Roma, giovanissimo, la carriera ecclesiastica sotto papa Urbano VIII. Fu nominato, nel 1644, maggiordomo, poi, il 6 marzo 1645 , venne creato, da Innocenzo X, cardinale del titolo di S. Pudenziana, a trentadue anni. Fu legato di Urbino (1646), di Ravenna (1648) e di Ferrara (1639) dove diede grande incremento alle lettere e alle arti, e lottò per cercare di sterminare i briganti che infestavano quelle regioni. Fu membro delle principali congregazioni romane e il 24 apr. del 1656 fu nominato, da Alessandro VII, vescovo di Iesi, dove due anni dopo celebrò un sinodo i cui atti furono poi stampati. Ebbe successivamente i vescovati di Palestrina ( 6 febbr. 1680), Porto, e finalmente quello di Ostia il 10 nov. 1687. Nel 1698 radunò un sinodo a Velletri. Innocenzo IX, appena assunto al pontificato nel 1676 , volle il C. per suo segretario di Stato; questi si trovò cosi legato a tutti gli avvenimenti di quegli anni, particolarmente alla guerra contro il Turco che culminò nel 1682 con la liberazione di Vienna, ed alla resistenza contro Luigi XIV ed il suo ambasciatore marchese di Lavardin a proposito degli esagerati diritti di franchigia nel suo quartiere di Roma. Da Pier Matteo Petrucci gli fu dedicato il libro: Contemplatione mistica acquistata, stampato nel 1681 ed intinto degli errori del Molinos; fu il C. che promosse la nomina del Petrucci a vescovo di Iesi e lo consacrò. Ma il 15 febbr. 1687 il C. sottoscriveva la circolare ai vescovi d'Italia contro il Molinos ed il 17 dic. 1687 il Petrucci stesso ritrattò dinanzi al C. gli errori che aveva comuni col Molinos stesso. Il C. fu inoltre uomo dottissimo e protesse artisti e letterati. A lui si devono opere di restauro nelle chiese, in particolare costrui una sontuosa cappella a S. Maria del Popolo a Roma, che fece ornare di splendidi marmi sotto la direzione di Carlo Fontana e fece dipingere da Carlo Maratta.
Biel.: Gallia Christiana, I. Parigi 1715, p. 388; Ughelli, I, p. 88; L. Cardella, Memorie storiche de' cardinali, VII, Roma 1793, pp. 64-67; L. Staffetti, Il libro di ricordi della famiglia C., Genova 1910; L. Mussi, Il card. C.-Malaspina, Massa 1913; Pastor, XIV, II, p. 15 e passim; G. B. Scapinelli, Il memoriale
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(della riproduzione fotolipica curata da Pio Franchi de' Cavalieri, Fotina 1867
Ciborio - Particolare della miniatura raffigurante l'uccisione del sommo sacerdote Zaccaria. L'artista ha rappresentato l'altare ebraico con un altare della sua epoca. Menologia di Basilio II (976-1026) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. grec. 1613 fol. 14.
del p. Oliva S. J. al card. C. sul nepotismo (1676), in Rivista di storia della Chiesa in Italia, 2 (1948), p. 262.
Camillo, figlio di Alberico III, duca di Massa e Carrara, n. il 25 apr. 1681, alla morte del padre (1715) rinunciò ai diritti sul ducato in favore del fratello Alderano III, per continuare nella carriera ecclesiastica che aveva cominciata come chierico di Camera (1705) indi di uditore. Nel 1718 fu patriarca di Gerusalemme, maggiordomo di Benedetto XIII nel 1725 e resistette all'invadenza del Coscia. Fu creato cardinale di S. Stefano al Celio, il 23 marzo 1729. Morì il 12-13 genn. 1743 (G. De Novaes, Elementi della storia dei sommi pontefici, XIII, Roma 1822, p. 149). Sua nipote MARIA TERESA, ultima discendente del casato, trasmise alla casa d'Este il principato di Massa nel 1741, sposando Ercole Raimondo, figlio di Francesco III, duca di Modena. - Vedi Tav. XCVIII.
Bibl.: G. Viani, Memorie della famiglia C. e delle monete di Massa di Lunigiana, Pisa 1808; L. Staffetti, Il libro dei ricordi della famiglia C., Genova 1910; V. A. Vitale, Cybo, in Enc. Ital., XII (1931), p. 201.
Emma Santovito
CIBORIO. - Dal greco xı β ópıov detto pure fastigium, tegurium e nel medioevo tiburium. Era una copertura arcuata sostenuta da quattro colonne che i Romani usavano per proteggere statue, are, fontane, sepolcri, come pure a protezione di tombe venivano poste in Siria. G. B. De Rossi ritiene che appunto perché l'altare, secondo il concetto ispirato dalle visioni dell'Apocalisse e secondo le prescrizioni liturgiche è una mensa disposta sopra il sepolcro di Cristo l'architettura cristiana usò questo sistema già in uso per protezione di sepolcri isolati (G. B. De Rossi, Roma sotterranea, III, Roma 1877, p. 437).
Infatti il tipo architettonico si ritrova non solo in cippi o in bassorilievi romani ma anche nei cimiteri sotterranei cristiani : si trova una volta a Roma (cimitero
ad duas lauros) più volte a Napoli e a Siracusa, molto spesso a Malta. Nel Museo lateranense l'iscrizione di Adeodata rappresenta un c. con la croce nel centro: (G. Marucchi, I monumenti del Museo Pio Lateranense, Milano 1910). La biografia di Silvestro nel Lib. Pont. (ed. Duchesne, I, Parigi 1886, p. 172) contiene la descrizione del fastigium argenteum della basilica Lateranense; esso aveva da un lato il Salvatore assiso in curtedra tra i dodici Apostoli e dall'altro il Salvatore in trono tra quattro angeli; aveva un peso di 2025 libre d'argento. Ne ha tentato una ricostruzione il Rohault de Fleury (La Messe, II, p. 3 e tav. 90). Tale c. fu rubato da Alarico e sostituito al tempo di Sisto III dall'imperatore Valentiniano con un altro, pure d'argento (Lib. Pont., I, p. 233). Sono tuttora conservati nella basilica di S. Clemente resti dell'antico c. marmoreo donato dal presbitero Mercurio (poi Giovanni II) al tempo di papa Ormisdo (314-23).
Un c. è rappresentato nei museici di S. Maria Maggiore. Nel c. marmoreo della basilica dei SS. Nereo, Achilleo e Petronilia nel cimitero di Domitilla, in due colonne era rappresentato il martirio dei due Santi; una delle colonne superstiti mostra la scena del martirio di Achilleo (O. Marucchi, Roma sotterranea, I, II, Roma 1914, p. 174, fig. 40 e ricostruzione a p. 149, fig. 49).
In genere però nelle basiliche romane le colonne che sostenevano il c. erano in porfido rosso : esso era in genere fornito di vela che sono spesso ricordati nel Lib. Pont. tra le donazioni fatte dai popi alle singole basiliche, talvolta detti tetravelo per le quattro pareti.
G. B. De Rossi ha illustrato i resti di due c. africani : Area d'un c. presso Mediana Zabaniarum, in Bull. d'arch. crist., 3^{°} serie, 3 (1878), pp. 115-17; id., Ario marmoreo di tabernacolo rinvenuto nella Mauretania adorno dell'immagine di Daniele fra i leoni e di altri simboli cristiani, ibid., 5^{°} serie, 2 (1891), pp. 67-72, 138. Enrico Ioni
Sono piuttosto numerosi gli esempi di c. che risalgono al sec. viII e al ix. Si ricorda quello di S. Giorgio in Valpolicella, oggi smembrato, ove appaiono chiaramente espressi i caratteri della scultura di quella età. L'iscrizione del 712 ricorda i nomi

Ciborio - C. per l'altare di a. Eleucadio, eretto da un Pietro sacerdote all'inizio del sec. Ix - Ravenna, chiesa di S. Apollinare in Classe.
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di un Ursus Magester cum discipolis suis Invintino et Iuviano. Caratteri non dissimili mostrano alcuni resti di c. del musco Cristiano di Brescia e di S. Maria in Valle a Cividale e il c., questo ancora integro con le sue quattro colonne sormontate da capitelli corizzi, le archeggiature lavorate a rilievo e la copertura a piramide a base poligonale, che era in S. Prospero a Perugia ed ora è nel musco Archeologico di quella città. Caratteri simili hanno inoltre alcuni resti di c. della Pieve di Bagnacavallo, il c. di S. Apollinare in Classe a Ravenna, del tempo del vescovo Valerio (896910) e l'altro che ancora copre l'altare del Miracolo in S. Cristina a Bolsena; il quale ultimo tuttavia potrebbe appartenere, per il carattere dei rilievi, al sec. x.
Nell'età roma. nica i c. assumono nella jorganizzazione e nella distribuzione generale degli elementi architettonici, anche in rapporto all'ambiente, una maggiore imponenza e giustezza di proporzioni. Da citare il c. di S. Pietro a Tuscania, semplicissimo, con gli archi in muratura e sormontato da una copertura a piramide quadro, adorno, nella cornice terminale, di una nitida iscrizione che parla della consacrazione dell'altare avvenuta nel 1093 e quello bellissimo del S. Ambrogio di Milano con magnifici rilievi di stucco che alcuni studiosi hanno ritenuto di poter attribuire al sec. Ix. Da esso deriva l'altro di S. Pietro al Monte di Civate. Appartiene al sec. XII anche il c. del S. Marco di Venezia sorretto da quattro colonne istoriate che risalgono al sec. vi e quello della cattedrale di Parenzo. Essi riflettono modi bizantini, specie nella copertura.
Frattanto, mentre in Abruzzo si diffonde, quasi eco lontana di suggestioni orientali, un tipo di c. che ha le archeggiature lobate (S. Clemente a Casauria) secondo un gusto un po' paesano che viene accolto anche nell'alto Lazio (S. Maria Maggiore a Tuscania) a Roma si attua un tipo di c. ove le colonne, a volte di marmi rari, sono raccordate da architravi anziché da archi e su quelle la copertura a tetto o a piramide imposta su file di colonnine. Esempi notevoli sono in S. Clemente, a S. Giorgio in Velabro, a S. Lorenzo fuori le Mura e nei centri minori del Lazio ove s'estese l'attività dei marmorari romani.
Ed è a Roma che sul finire del '200 ad opera di Arnolfo di Cambio vengono creati a S. Paolo (1285) e a S. Cecilia in Trastevere (1293) due c. che vanno posti, sia per la eleganza delle linee, ormai gotiche, come per il vigore e la bellezza delle sculture, che vi assumono carattere di preminenza, tra i capolavori dell'arte italiana. I modelli arnolfiani vennero subito imitati; ne riecheggiò il tipo Deodato in S. Maria in Cosmedin (1294), e ancora li considerò con interesse, ma senza coglierne il senso di squisita eleganza, quel Giovanni di Stefano cui fu allogato da Urbano V dopo l'incendio del 1361, l'ingombrante c. di S. Giovanni in Laterano.
Quando esso veniva eretto nella cattedrale di Roma, già da pochi anni Andrea Orcagna, in Orsammichele a Firenze, aveva portato a compimento un c. (1349-59) che può considerarsi un capolavoro più dell'artigianato che dell'arte fiorentina. Tutto intersiato di marmi policromi, sovraccarico d'ornati, d'intagli, di trafori, tempestato di musaici e sormontato da una strana cupoletta ovuidale, che appare fra due pilieri oltre una cuspide priva di slancio, ha le archeggiature a tutto sesto, e per certa sua deliberata grevezza lo si potrebbe intendere, a
Firenze, quasi affermazione polemica in opposizione agli slan. ci del gotico tanto caro agli artisti senesi e ai pisani.
Con l'opera di Andrea Orcagna e di Giovanni di Stefano il c. aveva assunto carattere di una vera e propria opera architettonica che si inseriva entro lo spazio ben determinato e concluso della chiesa. Un'architettura dentro un'altra architettura e quindi difficilmente armonizzabile con il gusto ed il senso spaziale degli uomini del Rinascimento. Così non hanno vero e proprio carattere di c., per non essere isolati ma posti a ridosso di pareti, i c. michelozziani della S.ma Annunziata e dell'Impruneta e gli altri consimili. Ma nella seconda metà del sec. xvi torna

nuovamente l'uso di creare dei c. che siano appunto dei veri e propri santuari eretti nell'interno della chiesa, e sono pensati ed attuati con gusto architettonico, resi preziosi soprattutto per la ricchezza della materia e la raffinatezza tecnica. Caratteristici quello della chiesa romana di S. Alessio che è del 1582 ; bellissimo e bene studiare, anche in rapporto con l'ambiente, quello della basilica di S. Agnese che ha quattro preziose colonne di porfido e che è dal 1614, e l'altro della chiesa di S. Crisogono sorretto da quattro preziose colonne di alabastro, del tempo in cui G. B. Soria, per ordine del card. Scipione Borghese (1623), rimaneggiava l'antica chiesa trasteverina.
Sulla stessa via debbono essere considerati gli altri c. che fra il' 500 e il' 600 s'accampano con le loro perentorie strutture nel mezzo delle chiese; primo fra tutti quello della chiesa fiorentina di S. Spirito; opera ricchissima e monumentale, ma disarmonica rispetto alla eccelsa musica delle strutture brunelleschiane della chiesa, opera di Giovanni Caccini, che qui ebbe a collaboratori G. Silvani e A. Ubaldini.
L'età barocca con il suo senso unitario della decorazione ambientale dette per opera di uno dei suoi massimi geni, G. L. Bernini, nuova soluzione al problema creando nella basilica Petrisna il baldacchino famoso (1624-35). Il quale baldacchino ( c. ) con le sue quattro colonne bronzee a tortiglione ed il fastigio pur esso bronzeo, formato da quattro mensole raccordate al sommo per sorreggere il globo con la croce, con i suoi drappi e le sue statue assume, per il carattere stesso della materia, un senso di provvisorio nonostante la gigantesca struttura. Il grande modello berniniano, cosi nuovo da apparire rivoluzionario, venne subito preso ad esempio ed imitato in Italia e fuori,
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ad es. nel duomo di Trento e nella chiesa di Val de Grâce a Parigi, e, ancora 'nel Settecento, quando già s'annunciavano nuovi intenti di compostezza architettonica, Ferdinando Fuga ne riprendeva il tema fondamentale nel fastigio di quello da lui creato in S. Maria Maggiore a Roma ( 1743-50 ).
I c. ottocenteschi, che riflettono in genere il carattere eclettico dell'architettura del tempo, spesso sono imitazioni di quelli medievali. - Vedi Tavv. XCIX-C.
V. anche baldacchino e tabernacolo.
Bibl.: H. Leclercq, s. v. in DACL. III, in, col. 1588 sg.; J. Braun, Der christliche Altur, Monaco 1924, pp. 183-261; P. Toesca, Storia dell'arte italiana, Torino 1927, passim; C. Cecchelli, s. v. in Enc. Ital., X (1931), pp. 195-96. Emilio Lavagnino
CICATELLI, Sanzio. - N. a Napoli nel 1570, m. ivi il 29 giugno 1627. Ricevuto, diciannovenne, da Camille de Lellis (v.) nella sua Compagnia, iniziata nel 1584, fu dei primi professi dell'ordine dei Ministri degli infermi (v.), l'8 dic. 1591 in Roma. Per 25 anni fu compagno di fatiche e di governo del Santo, cui successe come terzo generale dell'Ordine (1619-25).
Sacerdote colto e pio, tenne fedelmente nota di quanto osservava e raccoglieva dai testimoni oculari, serbando ciò che era meritevole d'esser ricordato intorno alla persona del fundatore e alla sua fondazione. Così alla morte di Camillo ( 14 luglio 1614), il C. aveva pronto il manoscritto della vita di lui, uscito alle stampe l'anno dopo (1615) in Viterbo. Nei 12 anni che sopravvisse curò due altre edizioni ( 1620 e 1624 ), mentre l'ultima ( 1627 ), curata sui processi apostolici, pubblicata dopo la morte del C., fu probabilmente interpolata. La vita del p. Camillo del C. incontrò largo favore e resta, nelle edizioni genuine, un documento di grande importanza anche per la storia degli ospedali del tempo.
Bibl.: M. Vanti, Storia dell'Ordine dei Ministri degli infermi, II, Roma 1944, pp. 173-314. Mario Vanti
CICCIONE, Andrea: v. ANDREA da nofRI.
CICERI, Alessandro. - Missionario gesuita, n. a Como il 27 maggio 1639, entrato nel noviziato nel 1655 , partito per l'India nel 1674. Fu visitatore delle Province di Goa e di Malabar (1682-83). Andò poi in Cina e fu di là inviato come procuratore a Roma (1688-92). Il 25 genn. 1693, fu nominato vescovo di Na