ayole, cella sepolcrale e sarcofagi (A. Chaillan, in Bulletin archéologique du Comité, 1913, pp. 308-14); Marsiglia (v.); Narbona (v.); St-Bertrand de Comminges: basilica cimiteriale del sec. iv (R. Lizop, Histoire de deux cités gallo-romaines: Les Convenue et les Consoranni, Tolosa 1931; F. Benoit, Cimetières paléochrétiens de Provence, in Cahiers archéologiques, 2 [1947], pp. 7-15; L. Bréhier, Cimetières d'époque méravingienne et chapelle funéraire à Coudes [Puy de Dôme], in Comptes rendus de l'Acad. des inscript. et belles lettres, 1941, pp. 322-32).
Spagna: Cordova (v.); Gerona (v.); Saragozza (v.); Tarragona (v.).
Germania: Bonn, Colonia, Magonza (v.); Treviri (v.); Zenten (v.).
Pannonia: Cinque Chiese (v.); Sirmio (v.).
Grecia: Atene (v.); Corinto: c. cristiano (F. J. De Waele, The fountain of Lerna and the early christian cemetery of Corinth, in The American Journal of Archeology [1935], pp. 325-59).
Illirico: Dolmazia (v.); Salona (v.); Stobi (v.).
Per l'Asia Minore (cfr. W. Schultze, Altchristliche Städte und Landschaften, Gütersloh 1922, I, Aegai, p. 119; Amasea, p. 119; Andrapa, p. 141; Cizico, pp. 367369; Mudrianoun, pp. 341-42; Proconneta, p. 396; II. Kleinasien: Amastris, p. 214; Auhara, p. 207; Apamea, pp. 456460 e W. H. Bukler, W. M. Calder, Monuments and documents from Phrygia and Caria [Monuments Asiae minoris antiqua, 4], Manchester 1939); Caria, Schultze, p. 165; Claudiopoli, pp. 223-24; Eumencio, pp. 463-67; Frigio (P. Franchi de' Cavalieri, Note agiografiche [Studi e testi, 49] Roma, 1928, pp. 241-43); Licoanio: c. all'aperto (W. Ramsay, Luke the physician, Londra 1908, passim); Mirapoli, Schultze, pp. 415-17, 427-35; Nicea, pp. 322-23; Nicomedia, pp. 300-302; Pompeiopoli, p. 210; Prusia e Miplo, pp. 234-35; Soria, 217; Tieio, p. 230.
Africa (v.) del nord: Adrumeto (v.); Benian (S. Gsell, Feuilles de Benian, Parigi 1899); Cartagine (v.); Cherchell (v.); Cirta o Costantina (v.); Djemila (v.); Lambesis (v.); Mactar (v.); Mechera Sfa (S. Gsell, Monuments antiques de l'Algérie, I, Parigi 1901, pp. 34-35); Morsot (id., ibid., II, p. 234); Mouzaiazolle (id., ibid., p. 235); Setif (v.); Sufetula o Sbeitla (v.); Tabarca (v.); Tenes Cartenna (S. Gsell, Monuments antiques de l'Algérie, II, Parigi 1901, p. 408); Thaenue, Henchir Thina (G.-L. Feuille, Les nécropoles de Thaenue, in Bulletin archéol. du Comité, 1938-40 [1942], pp. 641-53); Timgad (v.); Tipasa (v.).
Egitto: al-Baqawāt (v.); Alessandria (v.).
Libia (v.): Ain Zara (v.); Tripoli (v.).
Mesopotamia (v.).
Palestina: Gerusalemme (v.); Gerasa (v.).
Per l'epigrafia e l'iconografia v. le rispettive voci. - Vedi Tavv. CIV-CV.
Biel.: A. Bosio, Roma sotterranea, Roma 1632; G. Marchi, Architettura delle arti cristiane primitive, ivi 1844; G. B. De Rossi, Roma sotterranea, I, ivi 1864; III, ivi 1877; M. Armellini, Gli antichi c. di Roma e d'Italia, ivi 1893; O. Marucchi, Le catacombe romane (opera postuma), ivi 1933; G. P. Kirsch, Le catacombe romane, ivi 1933; P. Styger, Die Römischen Katakomben,
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Berlino 1933; id., Römische Märtyrergrïfte, ivi 1935; A. P. Frutaz, I c. antichi di Roma, in Pliche-Martin-Frutaz, II, pp. 489207; A. G. Martimort, La fidélité des premiers chrétiens aux usages romains en matière de sépulture, in Société toulousaine d'études clastiques. Mélanges, I, Tolosa 1946, pp. 167-89; L. Hert-ling-E. Kirschbaum, Le catacombe romane e i loro martiri, Roma 1949; G. Bovini, La proprictá ecclesiastica e la condizione giuridica della Chiesa in età precontantiniana, Milano 1949. Per i respectori: Katahomben, in F. X. Kraus, Realencyc. d. christlichen Alterthümer, 2 voll., Friburgo in Br. 1886, pp. 98-136; N. Müller, Kolmetorien, die altchristlichen Begräbnistätten, in Realencycl. für prot. Theol. u. Kirche, X, pp. 794-877; H. Leclarca, Catacombes, in DACL. II, II, coll. 2376-2486. Enrico Josi
CIMITERI EBRAICI ANTICHI. - Il tipico sepolcro ebraico in Palestina è quello scavato nella roccia con una camera sepolcrale il cui ingresso veniva chiuso da una grossa pietra a incasso, sul tipo di quello di Giuseppe di Arimatea, in cui venne deposto il Redentore.
In Egitto, ad Alessandria, due intere regioni su cinque erano talmente popolate da Ebrei da esser chiamate quartieri ebraici (Filone, In Flaccum, 8, 55). Eppure quanti sono i c. e. ritrovati sopra terra?
A Bologna i corpi dei martiri Vitale e Agricola furono deposti in c. giudaico ma a tutt'oggi non si conosce una iscrizione sepolcrale giudaica rinvenuta in Bologna.
La comunità giudaica di Roma, sia secondo il giudizio del Frey (Les communautés juives à Rome aux premiers temps de l'Eglise, in Recherches de science religieuse, 20 [1930], pp. 269-97), che più recentemente di S. Collon (Remarques sur les quartiers juifs de la Rome antique, in Mélanges d'archéol. et d'histoire, 57 [1940], pp. 72-94) era già solidamente stabilita verso la metà del sec. II a. C.; ma finora non si conosce alcuna iscrizione sepolcrale non già di tale epoca, ma neppure della seguente età repubblicana o augustea.
Alla prima metà del sec. III le comunità giudaiche di Roma avevano almeno tredici sinagoghe; le regioni da loro più abitate erano il Trastevere e la Suburra.
Quali furono i loro sepolcreti o c. perché è continuo nella loro epigrafia sepolcrale l'augurio \dot{ε} ν ε i ρ \hat{η} η \hat{η} \varkappa o i μ η σ i ́ oou ovvero aurou o au τ η ς ? Forse a Roma gli Ebrei non ebbero subito sepolture separate da quelle dei pagani; a Civitavecchia (v.), ad es., una tomba ebraica fu trovata in mezzo al sepolcreto romano.
La prima volta che si scoprì a Roma un c. e. sotterraneo fu nell'a. 1602 per opera di A. Bosio sulla via Portuense a Monteverde nella località allora detta Colle Rosaro; ma già in quel tempo era danneggiato. Fu rimesso in luce nel 1905 in molto più tristi condizioni ed esplorato da N. Müller (Le catacombe degli antichi Ebrei poste nella via Portuense, in Dissertazioni della Pont. accad. rom. di Archeol., 2^{°} serie, 12 [1915], pp. 205-318).
Il c. era talmente in cattivo stato che il materiale epigrafico e la suppellettile fu dovuta togliere e donata dal proprietario al museo Lateranense. Le iscrizioni furono di nuovo riprese in esame (N. Müller, Die Inschriften der jüdischen Katahomben am Monteverde zu Rom; nach des Verfassers Tode vervollständigt und herausgegeben von Dr. N. A. Bees, Lipsia 1919). Più recentemente sono state riunite (nn. 290-493) da J. B. Frey nel suo Corpus inscriptionum Iudaicarum. Recueil des inscriptions juives qui vont du IIIv siècle avant Jésus-Christ au VIIe de notre ère, I, Europe, Città del Vaticano 1936. Le datazioni però del Frey sono ben lungi dall'essere accettabili (v.cIMITERI CRISTIANI e le osservazioni di A. Ferrua in Cio. Catt., 1936, III, pp. 461-73; IV, pp. 127-37, 298-311). Il c. venne usato fino al sec. IV, come lo attestano alcuni bolli doliari e alcune lampade fittili con il monogramma \dot{\&}.
Il secondo c. e. rinvenuto fu quello nella vigna Randanini sulla via Appia, illustrato da R. Garrucci (C. degli antichi Ebrei scoperto recentemente in vigna Randanini, Roma 1862); conglobati con esso sono due cubicoli pagani che non risalgono oltre il sec. III d. C.; una parte del c. verso l'attuale via Appia Pignatelli si svolge all'aperto ed ivi il Garrucci ed altri hanno ritenuto poter riconoscere nei ruderi avanzi d'una sinagoga. Le iscrizioni nel citato Corpus del Frey vanno dal n. 81 al 276.
Un terzo c. sotterraneo poco esteso e pure molto danneggiato fu identificato sulla via Labicana da O. Marucchi (Di un nuovo c. giudaico scoperto sulla via Labicana, in Dissertazioni della Pont. accad. rom. di Archeol., 2^{\text {a }} serie, 2 [1884], pp. 497-538). Le iscrizioni nel Corpus del Frey sono ai nn. 73-77).
Nel 1886 N. Müller illustrava Le catacombe degli Ebrei presso la via Appia Pignatelli (in Mitteilungen des deutschen archäol. Instituts, 1 [1886], pp. 49-56; J. B. Frey, op. cit., nn. 79, 80 e 283).
Altre tombe ebraiche si rinvenivano nell'antica vigna Cimarra sull'Ardeatina (J. B. Frey, op. cit., nn. 277-81).
Nel nov. 1919 si rinvenne per caso un nuovo c. sotterraneo ebraico nella villa Tarlonia sulla via Nomentana. Esso è composto di due parti in origine indipendenti fra loro. La più antica a un livello superiore è del sec. III; l'altra ad una quota inferiore. Nella prima un cubicolo ha la vòlta e le pareti decorate con il candelabro eptalicno, lo ethrägh, il lüldhb, lo täphdr, il rotolo della legge, lo ärän il coltello della circoncisione, il vaso per l'olio, la mandragora, delfini col tridente, leoni, pavoni, uccelli, il sole, la luna, paesaggi. Sopra un sepolcro è rappresentata la svastica. La prima relazione della scoperta fu data da R. Paribeni (Catacomba giudaica sulla via Nomentana, in Notizie degli scavi di antichitd, 1920, pp. 143155), poi da H. W. Beyer e H. Lietzmann, Die jüdische Katakombe der Villa Tarlonia in Rom, Berlino-Lipsia 1930; le iscrizioni sono riedite dal Frey, op. cit, nn. 6-71.
Complessivamente ca. 500 sono le iscrizioni rinvenute nei detti c.; la maggior parte in greco, le altre in latino, pochissime le dazioni in ebraico. Le lastre manmore sono in genere più piccole, occupando in origine il centro del loculo il quale veniva chiuso piuttosto con muratura. Il candelabro eptalicno si trovava dipinto anche su una parete del c. della Portuense. F. Rieger ritiene che il candelabro eptalicno, gli oggetti simbolici della festa delle capanne (vaso, corno, ecc.) abbiano tutti un significato escatologico ( Z u den Freshen in der jüdischen Katakombe der Villa Tarlonia in Rom, in Zeitschrift für die neutestamentliche Wissenschaft, 43 [1943], pp. 216-18).
Fuori di Roma un c. sotterraneo fu rinvenuto a Venosa (R. Garrucci, C. e. a Venosa, in Cio. Catt., 12 serie, 1883, I, pp. 107-20; V. Castiglioni, Di alcune epigrafi del c. israelitico di Venosa, in Bull. della Comm. archeol. comunale, 37 [1909], pp. 82-96; J. B. Frey, op. cit., nn. 569-619). Un altro notevole gruppo di iscrizioni sepolcrali ebraiche è offerto da Taranto (J. B. Frey, op. cit., nn. 620-31).
Nelle altre città più che di c. veri e propri si può parlare di iscrizioni sepolcrali; ci si limita a ricordare dove sono più numerose: Napoli e Pompei figurano nel Corpus del Frey con 6 iscrizioni; Siracusa con 3, come Eiche in Spagna; S. Antioco in Sardegna con 4; nel Bosforo Cimmerio Ponticapla con 9 e in Tessalia Larissa con 12; nella Focide Delfi con 3; nell'Attica Atene con 4; nell'Arcipelago Delos con 7. In Africa e Cartagine una necropoli giudaica fu scoperta dal Delattre (Gamart ou la nécropole juive de Carthage, Lione 1895); a Setif un'iscrizione ricorda un pater synagogue (CIL, VIII, 8499); nel Ponto ad Amisos (cf. W. Schultze, Althchristliche Städte und Landschaften, II, Kleinasien, Gütersloh 1922, p. 163). Enrico Josi
CIMITERO. - E il luogo destinato alla sepoltura dei defunti.
I cristiani dei primi secoli, uniformandosi alle leggi romane che proibivano severamente di seppellire i cadaveri dentro la città (Mortuorum reliquias, ne sanctum monicijatorum ius polluatur, intro civitutem condi iam pridem vetitum est: Codice di Giustiniano, 3, 44, 12), li inumavano, come si è detto sopra, fuori delle mura, in appositi luoghi. Più tardi, l'osservanza di queste leggi andò rilasandosi, e i c. cominciarono a sorgere accanto alle chiese, delle quali diventarono ben presto parti accessorie. Nell'interno delle chiese stesse venivano deposte le spoglie dei vescovi, dei sacerdoti e di taluni laici di insigni virtù; ma a poco a poco invalse l'uso di darvi sepoltura a tutti
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i fedeli (cf. Decreto di Graziano, c. 18, C. XIII, q. 2) : il che indusse le autorità ecclesiastiche ad introdurre rigorose limitazioni.
La materia è oggi integralmente regolata dal CIC, il quale consente che siano seppelliti nelle chiese soltanto i cadaveri dei pontefici, dei cardinali, dei sovrani e, limitatamente alla propria chiesa, dei vescovi residenziali, degli abati e dei prelati nullius. A parte queste eccezioni, tutti indistintamente i fedeli debbono ricevere sepoltura in un c. che sia stato solennemente o semplicemente benedetto secondo i riti descritti nei libri liturgici (can. 1205).
Per la qualifica di sacro, che indubbiamente spetta al luogo dove riposano i defunti, è intuitivo che la Chiesa rivendichi a se stessa il diritto pieno ed assoluto di possedere c. propri (can. 1206 § 1). Qualora questo diritto, come spesso accade, venga violato senza speranza di reintegrazione, è fatto obbligo agli Ordinari di curare che siano benedetti i c. civili, se coloro che sogliono esservi inumati sono per la maggior parte cattolici, o che almeno sia riservata ai cattolici una speciale area benedetta (can. 1206 \S 2). Ove neppure ciò possa ottenersi, debbono essere benedette volte per volte le singole tombe (can. 1206 § 3). Ogni parrocchia deve avere il suo c., a meno che l'Ordinario non ne abbia istituito uno comune a più parrocchie. I religiosi esenti possono avere un c. proprio, distinto da quello comune; e la stessa facoltà puó essere concessa dall'Ordinario ad altre persone morali o a famiglie private (can. 1208 \S \S 1-3 ).
Tanto nei c. parrocchiali quanto in quelli appartenenti ad altre persone morali, i fedeli possono, previa autorizzazione scritta, rilasciata rispettivamente dall'Ordinario e dal superiore, farsi costruire e, successivamente, anche alienare, sepolcri particolari per sé e per i propri parenti. I sepolcri dei sacerdoti e dei chierici debbono, possibilmente, essere separati da quelli dei laici e situati in luogo più decoroso, distinguendosi, se la cosa non presenta soverchia difficoltà, i sepolcri dei sacerdoti da quelli dei chierici d'ordine inferiore. Anche alle salme degli infanti debbono essere riservate, ove ciò possa farsi agevolmente, sepolture separate dalle altre (can. 1209 \S \S 1-3 ).
Il c. deve essere opportunamente chiuso da ogni lato e custodito con cautela (can. 1210). E compito degli Ordinari, dei parroci e dei superiori curare che gli epitaffi, gli elogi funebri e gli ornamenti delle tombe non contengano nulla che disdica alla religione cattolica e alla pietà (can. 1211). Per l'inumazione dei cadaveri di coloro ai quali non è concessa la sepoltura ecclesiastica (v.) il can. 1212 prescrive che venga predisposto, se possibile, un luogo diverso dal c. benedetto, ma parimenti chiuso e custodito.
Le disposizioni dettate dal CIC circa l'interdetto, la violazione e la riconciliazione delle chiese (v. chiesa) si applicano anche ai c. (can. 1207): notando che la violazione di una chiesa non comporta la violazione del c. contiguo e viceversa (can. 1172 § 2), e che nel c. colpito da interdetto possono bensl essere seppelliti i cadaveri dei fedeli, ma senza alcun rito ecclesiastico (can. 2272 § 2).
La violazione dei sepolcri o dei cadaveri, commessa a scopo di furto o per altro pravo motivo, è punita dal can. 2328 con l'interdetto personale, con l'infamia incorrenda ipso facto e, se il colpevole è un chierico, anche con la deposizione.
Nel diritto italiano. - La disciplina dei c. è affidata a numerose disposizioni della legge comunale e provinciale ( 3 marzo 1934, n. 383), del Testo Unico delle leggi sanitarie (27 luglio 1934, n. 1265) e del regolamento di polizia mortuaria (R. D. 21 dic. 1942, n. 1880). Ogni comune deve avere un c., la cui costruzione è regolata da particolari norme di carattere igienico. Così, ad es., il c. non può essere collocato a distanza minore di duecento metri dai centri abitati, deve avere un'area almeno dieci volte più estesa dello spazio necessario per il numero dei morti da seppellirsi in ciascun anno, deve sorgere su un terreno di natura friabile, permeabile ed asciutto, ecc.

(da V. Leroqonia. Les pontifiraux sers. des bibli. pub. de France. Parigi III, Iar, IIIi Cimitero - Benedizione di un c. Pontificale romano (princ. sec. xvi) - Parigi, biblioteca Nazionale, ms. lat. 1226, t. I, f. 22 .
La cosiddetta laicizzazione dei c., completata alla fine del secolo scorso, fa si che, oltre al seppellimento per mezzo della inumazione (in fosse scavate nel terreno) e della tumulazione (in tombe o nicchie), sia consentita la cremazione in appositi forni (v. defunti), e che per l'ingresso nel c. non si distingua in alcun modo tra cadaveri di persone aventi diritto alla sepoltura ecclesiastica e cadaveri di persone che ne siano private.
I c. fanno parte del demanio comunale; ma ciò non esclude il diritto reale e perpetuo che possono acquistare i singoli concessionari di nicchie o di aree per la costruzione di tombe individuali, familiari o di particolari comunità.
Notevoli le disposizioni del Codice penale circa i reati di violazione di sepolcro (art. 407) e di vilipendio di tombe o di cose destinate al culto dei defunti (art. 408), puniti rispettivamente con la reclusione da uno a cinque anni e da sei mesi a tre anni.
Bibl.: S. Many, De lacis sacris, Parigi 1904; M. Conte a Coronata, De lacis et temporibus sacris, Torino 1922: Wernsvidal, IV (1935); M. Piacentini, C., in Nuova Digesta it., III, Torino 1938, pp. 121-26.
Ferruccio Liuzzi
Liturgia. - Il c. è un luogo sacro, e come tale deve essere benedetto, secondo quanto stabilisce il Rituale romano (tit. vi).
Ci sono due riti ben distinti, sia per la benedizione, come per la riconciliazione dei c. Il primo è pontificale e riservato unicamente al vescovo, il secondo, più semplice, compete al sacerdote, anche se deputato dal vescovo. Il primo si trova nel Pontificale, il secondo nel Rituale romano.
Gli elementi principali del rito solenne (pontificale) della benedizione dei c. appaiono tra i secc. x e xim; l'aspersione con l'acqua benedetta e la recita delle litanie dei santi sono attestate nel sec. x, la erezione delle cinque croci e la recita dei sette salmi
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penitenziali nel sec. xirI. Nel frattempo si inserirono gli altri elementi, come il Miserere, vari salmi ecc.
La forma completa della solenne benedizione si trova anzitutto nel Pontificale di Durando (ed. M. Andrieu, Le Pontifical romain au moyen age, III : Le Pontifical de Guillaume Durand [Studi e Testi, 88], Città del Vaticano 1940, pp. 504-18). Ma già i primi elementi si riscontrano in una collezione di formole nel cod. 54 della biblioteca Civica di Bamberga (sec. xII) cf. M. Andrieu, op. cit. in bibl., p. 63 sgg.
Se il c. è contiguo alla chiesa, non si può considerare benedetto indirettamente od occasionalmente per l'acqua lustralc che riceve quando il vescovo procede alla benedizione esterna della chiesa (P. J. De Herdt, Sacrae Liturgiae praxis, III, Lovanio 1870, p. 290).
Al quattro lati del c. si piantano quattro croci ed una nel centro vicino a quella grande che deve sorgervi definitivamente. La cerimonia ha inizio con un discorso di circostanza da parte del vescovo, si recitano o cantano poi le litanie dei santi con tre particolari invocazioni finali per la purificazione, benedizione, santificazione e consacrazione del luogo.
Preparata poi l'acqua benedetta, il vescovo asperge con essa ed incensa tutt'intorno i muri del c. e si ferma davanti alle singole croci, le incensa e vi fissa tre candele, una in alto c le altre ai due bracci.
Nel frattempo si cantano i salmi penitenziali, seguiti da una orazione che sintetizza tutto lo spirito liturgico della cerimonia. Dopo l'incensamento della croce centrale ed il canto di un salmo di penitenza si leva ancora il grido della speranza e della pietà, il ricorso a Cristo misericordioso che darà l'immortalità ai nostri corpi. Come in tutti gli altri riti solenni della Chiesa, la cerimonia termina con una ispirata orazione ed un Prefecto che sviluppa il concetto informativo di tutte le preghiere della consacrazione.
Il rito delle benedizione invece è più semplice, ed è contenuto nel Rituale romano, tit. VIII, cap. 29. Si pianta una croce nel mezzo del c. ed il celebrante, vestito dei paramenti sacri, dice una orazione ed intona le litanie dei santi. Asperge poi la croce e tutt'intorno il c. al canto del Miserere.
La benedizione delle tombe si riferisce alle cappelle funerarie (Decr. S. Congr. dei Riti, nn. 3400, 3524), le quali, perché vi si possa celebrare la Messa, devono esser costruite in modo che lo spigolo dell'altare disti almeno un metro dalle tombe laterali: nessun cadavere vi può esser seppellito di fronte a sotto l'altare (CIC, can. 1202).
Quando il c. non è stato consacrato o benedetto, ogni fossa dovrà essere benedetta con la formola del Rituale romano, tit. VI, cap. 3, n. 12 prima del seppellimento del cadavere.
Bibl.: M. Hittorp, De divinis catholicae Ecclesiae officiis et mysteriis, Parigi 1610, coll. 143-44; G. Martène, De antiquis Ecclesiae ritibus, II, 20, ed. di Anversa 1763, pp. 294-96; M. Gerbert, Monumenta veteris liturgiae alemannae. II, St. Blasien 1779, pp. 58-59; M. Andrieu, Les Ordines Romani du haut moyen age, I, Lovanio 1912, p. 189; id., Le Pontifical romain au moyen age. I: Le Pontifical romain au XIIe siècle (Studi e Testi, 86), Città del Vaticano 1958, pp. 285-88.
Silverio Mattei
Arte. - Già durante il medioevo, oltre che nelle chiese, i morti ebbero sepoltura entro sacri recinti quali i quadriportici antistanti gli edifici sacri, i chiostri dei monasteri o comunque in determinate zone di terreno destinate a tale uso. Di tali luoghi, molti dei quali, specie all'estero, ancora in uso, o in particolare onore, il più noto è il camposanto di Pisa cominciato nel 1278 da Giovanni di Simone e la cui costruzione e decorazione venne proseguita fino oltre la metà del xv sec. Il camposanto pisano è costituito da un quadriportico ad archeggiature che limita un'area rettangolare ove fu deposta una gran quantita di terra che i marinai pisani avevano raccolta sul Golgota. Insigne per le tombe degli uomini più illustri della città, molte delle quali for-
mate da antichi sarcofagi ad opera di illustri maestri di scalpello, il camposanto pisano trae la sua fama maggiore dai cicli pittorici del xiv e xv sec. che ne adornano le pareti e che la recente guerra ha in parte gravemente danneggiato. Tuttavia durante il xviri sec. l'usanza di seppellire nelle chiese o comunque entro l'abitato venne gradualmente abbandonata fin quando provvedimenti legislativi intervennero a vietarla come dannosa, soprattutto all'igiene.
Cominciarono a sorgere così i primi nuclei monumentali e in molti casi, specie nei grandi nuclei urbani, alla metà del sec. xix, l'architettura fu direttamente impegnata per il miglior decoro delle costruzioni.
Cosi a Milano nel c., aperto nel 1866, dopo la soppressione dei cinque piccoli c. esistenti, si costrui un notevole Famedio (Maciachini) destinato a raccogliere le ceneri degli uomini illustri. In esso, che è uno dei più nobili esempi di tali complessi monumentali, la decorazione fuse elementi lombardi e tardo-bizantini in un insieme grandioso ed armonico. A Brescia un elegante faro (Rodolfo Vantini) si elevò nel mezzo dell'area, e specie fuori d'Italia si provvide a sistemazioni a parchi che offrivano maggior senso di serenità e di riposo spirituale.
Nell'ambito delle grandi costruzioni perimetrali sorsero più tardi le piccole costruzioni destinate ad accogliere le tombe di una famiglia o di singoli, fino alle modeste nicchie o cellette per i meno abbienti.
Un esempio tipico è dato dal c. del Verano presso S. Lorenzo fuori le mura a Roma (Vespignani). La prima fondazione, che risaliva al 1834 , fu ampliata più tardi e determinata dal grande quadriportico con la cappella nel centro, la grande statua del Cristo risorto e l'enorme distesa di giardini e siepi al di là della cinta centrale. A Napoli il c., costruito in pendio sulla collina di Poggioreale, ha un ingresso monumentale neoclassico che per un largo viale fiancheggiato da belle tombe e cappelle conduce al cosiddetto "Quadrato degli uomini illustri" cui fa sfondo la chiesa Madre, per le cerimonie funebri nei giorni della commemorazione dei defunti. Il c. di Genova (C. Barabino e G. B. Resasco), situato nella località periferica di Staglieno, a ridosso di una collina, si sviluppa in un grande rettangolo cinto da una serie di arcate che si collegano al centro con il grande Famedio dell'imponente gradinata. L'abbondanza della vegetazione e dei marmi vi crea poi un'atmosfera assai suggestiva. Sono degni di ricordo anche i c. di Torino, di Napoli, di Messina (Savoia e Fiore), di Chiaravalle Milanese, e, fuori d'Italia, quelli di Cincinnati e di Filadelfia, sistemati a parco, il Père Lachaise di Parigi e quello di Barcellona. Vedi Tav. CVI.
Bibl.: G. Bendinelli-R. Fabbrichesi, s. v. in Eur. Ital., X (1931), pp. 251-53; N. Tarchiani, L'architettura dell'Ottocento, Firenze s. d., passim. Per le prescrizioni canoniche e per suggerimenti pratici e artistici sul c., cf. R. B. Witte, Das Katholische Gotteshaus, Magonza 1939, pp. 390-404. Giovanni Carandente
CIMITILE : v. nOLA.
CINA. - Lo stato cinese (Ta Chung Hwa Min Kuo, ossia "Grande repubblica del fiore del mezzo", con riferimento alla denominazione tradizionale "Impero del mezzo ", applicata in origine alla provincia dello Ho-nan, che occupa una posizione centrale della C. in senso più ristretto), comprende, oltre le 18 province che costituiscono la C. propria ( 3,7 mi lioni di kmq.), la Manciuria ( \mathrm{r}, \mathrm{I} milioni di kmq .), dichiarata indipendente dal 1932 e tornata cinese dopo la sconfitta del Giappone, la Mongolia interna ( \mathrm{r}, \mathrm{I} mi lioni di kmq.), il Tibet orientale (l'occidentale, che fa capo a Lhasa un tempo anch'esso cinese è ormai autonomo), il Sinkiang, o Turchestan cinese ( 1,6 mi lioni di kmq.), nonché l'isola di Formosa, perduta anch'essa dal Giappone nel recente conflitto. I le-
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Cima - Divisione amministrativa della Repubblica cinese.
gami di dipendenza di questi territori dal governo centrale sono piuttosto oscillanti e mal definiti.
Sommario: I. Geografia. - II. Religioni della C. - III. Evangelizzazione della C. - IV. Arte. - V. Arte cristiana.
I. Geografia. - La C. propria, le cui coste guardano al Pacifico, è segregata dal resto dell'Asia da elevate masse di altopiani e di montagne (ciò che dà ragione del suo lungo e perdurante isolamento) ed essa stessa suddivisa in due zone geograficamente diverse da una serie di mediocri elevazioni che, con nomi diversi (Tsin-ling, Fu-niu-shan) si continuano dal K'un-lun fin quasi al delta dello Yang-tse-kiang. La C. settentrionale, ancora percorsa da cospicui rilievi nel suo settore occidentale, s'apre ad oriente in una vasta piana alluvionale, formata dalle argille giallastre (lōs) di cui si caricano i fiumi che l'attraversano e di cui una parte finisce in mare (perciò detto Hoanghai, o "Mare Giallo", così come Hoang-ho, o "Fiume Giallo" è detto il maggiore di quei fiumi che snoda il suo corso per 4100 km ., ed ha spostato più volte la propria foce). Il clima è continentale, con inverni lunghi e rigidi (nel golfo del Pei-chih-li, alla latitudine della Sicilia, il mare si copre di ghiacci) ed estati precoci ed ardenti, con piogge non copiose, ma concentrate nella stagione calda.
La C. meridionale è invece paese assai più vario, con montagne e colline inframmezzate da conche e percorse da valli lunghe e profonde. Il reticolo idrografico si organizza anche qui in un ampio bacino, quello dello Yang-tse-kiang ("fiume del reame di Yang"; non, come si continua a ripetere, "fiume azzurro"), uno dei maggiori del mondo (quasi 2 milioni di kmq.) e dei più navigabili (è risalito dalla foce ad Ichang per ca. 280 km .). Il clima, che risente l'influsso benefico del monsone marino, è più caldo e più umido.
L'economia della C. è fondata essenzialmente sulla agricoltura ( 80-90 \% della popolazione), a carattere intensivo e affidata alla piccola proprietà. I prodotti di questa attività sono svariatissimi; ma dominano su tutti il riso (sebbene la C. raccolga da sola più di 1 / 3 del totale mondiale, non arriva a soddisfare il fabbisogno interno), il
frumento (la C. occupa il terzo posto nel mondo, dopo U.R.S.S. e U.S.A.), il tè (primo posto nella produzione mondiale; ma l'esportazione è relativamente modesta, dato il forte consumo), ed il gelso ( 100 milioni di kg . di bozzoli annui). Tuttaltro che trascurabili le produzioni di mais, orzo, miglio, arachidi, canna da zucchero (la C. deve però importare più di metà del suo fabbisogno), tabacco, cotone, semi oleosi, agrumi (che hanno qui la loro patria), oppio, ecc.
Tutte le altre attività economiche sono impari alle immense possibilità, non escluso l'allevamento (quando se ne eccettuino, oltre la bachicoltura, già ricordata, i suini nella C. meridionale e gli animali da cortile), mentre l'alimentazione carnea, essenzialmente ittica, è garantita dalla pesca e dalla diffusione dei vivai. Le risorse minerarie sono cospicue: abbondano i combustibili fossili, il ferro, lo stagno e i metalli da lega, la cui estrazione e lavorazione venne iniziata o favorita di recente dal capitale straniero. Anche la grande industria moderna è appena agli inizi (cotonificio, setificio, lanificio, siderurgia, ecc.); assai sviluppato l'artigianato (lavori in bronzo, in Ietta, avorio, in porcellana, in pietre dure, in stoffe, ecc.).
Uno dei problemi più delicati della economia della C. è quello delle vie di comunicazione; la maggior parte delle strade non essendo adatta al traffico moderno. Eccellente la rete dei canali, navigabili (il Canale imperiale, costruito nel sec. vi, traversa il bassopiano per 1300 km .), connessi con lo Yang-tse ed i suoi affluenti oltre che con il Si-kiang ed il Kan-kiang, ma le ferrovie (che non eguagliano, tutte insieme, la rete italiana) sono troppo lontane, ancora, dal poter soddisfare un cosi esteso e popolato territorio; l'aviazione si va lentamente affermando ( 50 mila km . di itinerari commerciali). Quanto al commercio marittimo, esso è anzitutto in mano straniera (Stati Uniti e Gran Bretagna in primo luogo); i porti principali sono Tientsin al N., Sciangai al centro e Canton al S.
In mancanza di veri e propri censimenti, i dati relativi alla popolazione cinese, tutti desunti da calcoli, vanno accolti con prudenza. In cifre tonde si può tenere che nel dominio cinese vivono non meno di 500 milioni di ab. e nella C. propria non meno di 400 . La densità media del dominio è circa la metà di quella della C. propria; ma anche quest'ultima cifra risulta da estremi piuttosto lontani. Nel bacino inferiore dello Yang-tse, su di una superfice pari a quella dell'Italia, la densità si avvicina ai 350 ab. a kmq; nella C. del N. il bassopiano ne conta almeno 250 e altrettanti il cosiddetto Bacino rosso dello Sze-chwan. Per contro, negli altopiani del S. si scende a 60 ab. a kmq. e ancora al di sotto nelle
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regioni periferiche montane. La popolazione rurale rappresenta probabilmente i 4 / 5 della totale; quella urbana si ripartisce in più di un centinaio di grandi città (cioè con oltre 100 mila ab. ciascuna, ma 7 di queste, Sciangai, Pechino, Tientsin, Chunking, Mukden, Canton e Hongkong superano il milione), ed in almeno 500 altri centri con popolazione compresa tra i 100 e i 25 mila ab.
Lo Stato cinese, che ha conservato forma monarchica fino al 1912, ha mantenuto, dopo la proclamazione della Repubblica, una condizione di permanente instabilità, sia per il giuoco delle pressioni esterne, sia per il prevalere di tendenze particolaristiche e separatistiche all'interno. Gli avvenimenti recenti aprono un nuovo capitolo, ma la trasformazione che preannunciono presuppone, come sempre in C., un travaglio necessariamente lungo.
Blat.: F. von Richthofen, China, Berlino 1877-1912; H. Schautthenner, Chinesische Landschaften und Städte, Stoccarda 1925; J. Sion, Asie der Monstoun, parte 1^{0} (China et Japon), Parigi 1928; G. Wegener, C.: Eine Landes- und Volksbunde, Lip-sia-Berlino 1930; G. F. Hudson, Europe and China, An Historical
| Suddivisioni amministrative | Superficie in kmq. | Popola2 (migliaic di ab.) | Densità a kmq. | Capoluaghi e relaz. tiva popolazione (in 1000 ) |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
| 1. Anhwei | 147.600 | 22.705 | 154 | Anking 641 |
| 2. Chekiang | 93.230 | 21.776 | 234 | Hangchow 425 |
| 3. Fukien | 121.730 | 11.990 | 99 | Fuchow 408 |
| 4. Honan | 165.740 | 31.806 | 192 | Kaifeng 450 |
| 5. Hopei | 145.000 | 28.644 | 198 | Pooring 408 |
| 6. Hunan | 217.530 | 27.187 | 125 | Changsha 312 |
| 7. Hupeh | 183.870 | 24.659 | 134 | Wuchang 660 |
| 8. Kansu | 414.350 | 6.255 | 15 | Lanchow 205 |
| 9. Kiangsi | 163.150 | 13.794 | 84 | Nanchang 270 |
| 10. Kiangsu | 101.000 | 36.469 | 361 | Chinkiang 200 |
| 11. Kwangsi | 109.760 | 14.255 | 68 | Nanning 75 |
| 12. Kwangtung | 233.070 | 32.339 | 139 | Canton 1146 |
| 13. Kweichow | 186.460 | 10.487 | 56 | Kweiyang 107 |
| 14. Shansi | 170.920 | 11.601 | 68 | Taiyüan 104 |
| 15. Shantung | 150.200 | 38.100 | 254 | Tainan 475 |
| 16. Shensi | 196.820 | 9.800 | 30 | Sian 437 |
| 17. Szechwan | 406.580 | 46.403 | 114 | Chengtu 441 |
| 18. Yunnan | 383.280 | 10.853 | 28 | Kunming 185 |
| C. propria | 3.690 .290 | 399.123 | 108 | Nanking 1755 |
| 19. Tsiwan (Formosa) | 35.961 | 6.084 | 169 | Taipeh 340 |
| 20. Antung | 59.285 | 3.214 | 56 | Antung 220 |
| 21. Heilungkiang | 183.802 | 2.469 | 13 | Peien 30 |
| 22. Hokiang | 131.608 | 1.298 | 10 | Kiamusze 94 |
| 23. Hsingan | 269.147 | 1.293 | 5 | Hulan 41 |
| 24. Kirin | 89.651 | 5.122 | 57 | Changchun 554 |
| 25. Liaoning | 75.625 | 12.460 | 165 | Shenyang 1136 |
| 26. Liaopeh | 104.885 | 4.030 | 39 | Szepeghai 65 |
| 27. Nankiang | 61.830 | 2.094 | 34 | Mergen 30 |
| 28. Sungkiang | 79.518 | 4.923 | 62 | Harbin 662 |
| Manciuria | 1.055 .351 | 36.903 | 35 | Hsinking 788 |
| 29. Chahar | 261.560 | 2.306 | 9 | Wanchuan 89 |
| 30. Jehol | 192.422 | 2.185 | 11 | Chengtch 510 |
| 31. Ningsia | 292.640 | 736 | 3 | Ningsia 80 |
| 32. Suiyuan | 295.230 | 2.084 | 7 | Kweisni 185 |
| Mongolia interna | 1.104 .852 | 7.311 | 7 | |
| 33. Chinhai | 411.760 | 1.513 | 4 | Sining 165 |
| 34. Sikang | 347.020 | 1.756 | 5 | Tatsienlu 40 |
| Tibet orientale | 758.780 | 3.269 | 4 | |
| 35. Sinkiang | 1.160 .000 | 4.360 | 3 | Tihwa 47 |
| Grande C. | 9.240 .000 | 485.050 | 50 | |
Surcay of Cultural Influence, Londra 1931; T'ang Leang-li, Encyclopedia of Modern China, Sciangai 1932; G. B. Cresscy, China's Geographic Foundations. A Survey of the Land and its People, Londra 1934; Yutang Lin, My Country and my People, Nuova York 1935; A. Hermann, Historical and Commercial Atlas of China, ivi 1936; F. C. Jones, China, ivi 1937; M. Raichman, A New Atlas of China: Land Air and Sea Routes, ivi 1941; H. T. Fei, Peasant life in China, Londra 1943; G. B. Cresscy, Asia's Land and People, Nuova York 1944; D. ed E. Lattimore, The Making of Modern China, ivi 1944; H. B. Rattenburg, China, my China, ivi 1944; D. N. Rose, China among the Powers, ivi 1945; K. S. Latourette, The Chinese, ivi 1946; Y. L. Liang-N. Whysuant, China, Londra 1946.
Giuseppe Caraci
II. Religioni della C. - Se s. Paolo, invece di prendere la via dell'ovest, avesse scelto quella dell'est, si potrebbe esser certi che dei Cinesi, più che dei Greci, avrebbe detto che erano in tutto e per tutto pii, timorati, religiosi, devoti, anche fino all'eccesso \varkappa α τ \dot{α} π \dot{α} τ α ós δ ε ı σ ι δ α ι μ 0 v ε σ τ ε ρ ° ι ς (Act. 17, 22). Fin dalle più lontane origini di questo popolo, verso la metà del III millennio a. C., infatti, il sentimento religioso verso l'Essere Supremo e la pietà filiale e devota verso gli antenati defunti ne sono la caratteristica la più spiccata. Questa nota di netta religiosità si ritrova, dove più dove meno, nel cinese di tutti i secoli, fino al nostro, quando, sotto l'influsso dell'ateismo occidentale, i giovani intellettuali, quelli specialmente educati all'estero, hanno voluto, come alcuni dei loro maestri occidentali, sbarazzarsi di ogni idea religiosa. Quindi è che può dirsi che di tutti i popoli antichi e moderni, non rischiarati dalla luce della Rivelazione, primitiva o cristiana, sarebbe difficile e forse impossibile trovarne uno più religioso del popolo cinese.
Nella storia di questo popolo si possono distinguere quattro correnti religiose, indipendentidal cristianesimo. Durante un millennio, e forse anche più, di storia documentata, vale a dire dai secc. xivxiII fin verso il III sec. a. C., il popolo cinese, e non soltanto la classe dei dotti, conobbe certamente il vero Dio, sotto i nomi prima di Dominatore, poi anche di Cielo, con o senza aggettivi come supremo, augusto, immenso, ecc. e gli rese il culto che gli era dovuto. Se vogliamo attenerci ai testi più antichi e più autentici, ci è impossibile, sinologicamente parlando, negare a questo popolo di aver avuto un concetto di Dio sufficientemente completo e puro, almeno durante il primo millennio della sua storia.
Fin qui si è su terreno certo, mentre il periodo che segue è meno saldo. E probabile però che anche durante più di due altri millenni, vale a dire fino al sec. xix, la C., pur in mezzo ad errori e superfetazioni, abbia ritenuto, almeno presso alcuni dotti, in misura sufficente, il concetto del vero Dio.
Con l'avvento di Confucio nel vi sec. a. C., questa antica tradizione si conserva nella sua scuola, non nella sua purità primitiva, ma ancora, come si è detto, in misura sufficentemente riconoscibile, almeno fino all'arrivo del filosofo Ciusci [Chu Hsi] (1130-1200), corifeo dei razionalisti cinesi, e di quelli della sua scuola,
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la scuola dei Som [Sung], dal nome della dinastia allora regnante ( 960 -1279). La scuola confuciana va sotto il nome di confucianesimo (v.).
Vanno ancora menzionati il taoismo e il buddhismo.
Il taoismo o tao chiao (dove il lettore europeo deve notare che la a nel dittongo ao è quasi muta), nome invalso durante il II sec. a. C., è, etimologicamente la religione del tao. Il tao poi è quanto di più vago ci possa essere, e può significare secondo i contesti via, modo perfetto di governare o di ubbidire, principio, assoluto, modo di concepire, metodo, maniera di essere o di fare ecc. ecc. Gli autori occidentali nelle loro traduzioni parlano di Logos, Dio, ragione, natura, via, provvidenza ecc. Per i Cinesi, il fondatore dei taoismo (v.) è Laoze [Lao Tzu], personaggio del vi-v sec. a. C. sul quale si sono accumulate le più inverosimili leggende. La ragione
di questa attribuzione va ricercata nel fatto che egli sarebbe stato il redattore del primo scritto taoistico, il Taotéchin o Libro del Principio e della sua Attiutio, che qualche autore recente ha voluto datare dall'inizio o dalla metà del Iv sec. a. C., ma che essendo citato da autori del v-IV sec. deve essere anche di un'epoca un po' anteriore. E questo libro che ha servito di base allo sviluppo ulteriore di tutto il sistema. Sembra invece che Laoze trovò la dottrina, già sufficientemente formulata, negli archivi della dinastia Ceu [Chou], incominciata nel rogo a. C., secondo questa frase dell'Indice letterario dei Han: «I taoisti provennero dagli archivisti» cioè dagli annalisti e astrologi dei Ceu. I testi ne parlano come di una dottrina non cinese, allora corrente in India, diffusa improvvisamente in C. Non poteva essere dunque che un adattamento cinese del sistema indiano delle upanisad, ossia «testi di dottrina

Cina - C. ecclesiastica nord-orientale: 1) confine di provincia; 2) confine di circoscrizione ecclesiastica; 3) ferrovie.
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Cina - C. ecclesiastica occidentale: 1) confine di Stato; 2) confine di provincia: 3) confine di circoscrizione ecclesiastica: 4) ferrovie. arcana ", che contenevano delle considerazioni sull'Essere Supremo, l'io e il mondo, di cui le più antiche risalgono al periodo 800-500 a. C. Prima di Laoze ci furono dei pretaoisti che insegnarono il taoismo, ma non lasciarono nessuno scritto; alcuni nomi di questi pretaoiati sono conosciuti.
Laoze sembra aver accettato, come Confucio, l'aritica religione coi suoi sacrifici, il suo culto degli antenati e i suoi sistemi di divinazione. Quello che è certo è che egli né condannò né raccomandò queste cose. Egli si contento di attirare l'attenzione sul tao, sperando che cosi l'uomo si sarebbe conformato ad esso, ed avrebbe in tal modo raggiunto la perfezione della sua vita morale.
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I testi concisi ed oscuri di Laoze, uno o due secoli più tardi, furono sviluppati in una lingua magnifica da Liéze [Lieh Tzu] e da Cioamze [Chuang Tzu], che sono considerati come i maggiori esponenti del taoismo, e i più profondi pensatori della C. Le idee di Cioamze sono in genere elevate e la bellezza del suo stile fa che egli sia letto con piacere dai Cinesi di tutti i tempi. Per lui la vita è una illusione, è un continuo trasformarsi e succedersi di nuove forme. E celebre l'aneddoto della farfalla. "Una volta - dice egli - io Cioamze segnai di essere una farfalla che svolazzava contenta e non sapeva che era Cioamze. Poi mi svegliai e mi ritrovai Cioamze. Ma non sapevo più se ero Cioamze che sognava di essere farfalla o se ero una farfalla che sognava di essere Cioamze».
Molto presto si creò un certo antagonismo tra i seguaci di Confucio e quelli di Laoze, donde lotta tra le due scuole, fino all'a. x13 a. C. quando i libri confuciani vennero bruciati e il confucianesimo entrò in un periodo di eclissi, mentre il taoismo trionfó per un certo tempo. L'imperatore Scehoamti [Shih Huang-ti], che fece l'unità della C. nel sec. in a. C., e i suoi ministri, erano taoisti, come prova la ricerca della droga dell'immortalità, tanto in voga in quei tempi. Anche verso l'èra cristiana gli imperatori erano favorevoli al taoismo. Ritrovati i libri classici nel sec. it d. C., il taoismo incominciò a declinare. Sotto l'influsso di Ciam-taolim [Chang Tao-ling] (n. nel 34 d. C. e m. verso il 165), il taoismo si dedicò all'alchimia, alla magia, alla ricerca della droga dell'immortalità, agli incantesimi e ai teliamani, cose tutte che permisero ai "sacerdoti" del tao o taosce di vivere lungo il corso dei secoli a spese del popolo ignorante e credulo. La rovina del taoismo fu completa con l'arrivo in C. del buddhismo al quale il primo prese continuamente in prestito molti elementi.
Si incominciarono allora a fabbricare dei templi e dei monasteri in cui i taosce fino al sec. x potevano anche prender moglie. Si parlò allora del Cielo e della Terra. S'introdusse nel culto un pantheon quasi cosi completo come quello del buddhismo. D'allora in poi ora l'una, ora l'altra religione era in favore alla corte, ora ambedue erano perseguitate. Questo giuoco di altalena durò fin al sec. xir, quando Ciusci gettò il discredito contro l'una e l'altra religione e vi riusci. D'allora in poi, il taoismo e il buddhismo hanno cercato di vivere l'uno accanto all'altro, prendendo e dando in prestito idee e metodi di azione a spese del popolo.
Il taoismo popolare di oggi è un miscuglio di superstizioni grossolane, che non va disgiunto dal culto d'innumerevoli idoli, dallo studio dell'alchimia e dalla pratica dell'astrologia. Nella sua forma popolare, esso ha delle divinità per tutte le forze della natura e per tutto quello che in un modo o in un altro può essere oggetto della conoscenza dell'uomo. Ci sono deita per tutte le malattie, dall'ossessione diabolica fino al mal di denti, per tutti gli organi del corpo umano, per la nascita e la morte, per la ricchezza e la felicità, per la vecchiaia, per il commercio, per la guerra, per i monti, i fiumi, i laghi, per il cielo, per l'inferno, per il sole, la luna, le stelle, per le strade, per il tuono, insomma per ogni cosa. Molti di questi dèi possono vedersi nei templi taoisti. Oltre la custodia di questi templi, i taosce hanno l'ufficio di fare incantesimi e di scongiurare i demoni, cacciandoli dalle case o dalle strade che si suppongono infestate da essi. Essi sono pure invitati spesso alle esequie o alle processioni per ottenere la pioggia o il sereno. Queste funzioni non possono aver luogo senza grida frenetiche e grande stonatura di musica strumentale. Tutti i taosce e perfino le divinità locali dipendono dal "Maestro Celeste", titolo conferito nel 748 a Ciamtaolim e ai suoi

Cima - C. ecclesiastica sud-orientale: 1) confine di provincia; 2) confine di circoscrizione ecclesiastica; 3) ferrovie.
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discendenti, nel quale alcuni occidentali, ben digiuni di conoscenze religiose, con linguaggio blasfemo hanno voluto vedere il "papa" dei taoisti. Si ammette che gl incantesimi diretti al "Maestro Celeste" hanno una efficacia straordinaria. Le dottrine taoiste sono contenute in una voluminosissima collezione, chiamata "canone taoista", che comprende 1504 opere in 1120 piccoli volumi. L'influenza del taoismo sulla nazione cinese sembra oggi abbastanza debole, solo il popolino essendo più o meno imbevuto di queste dottrine.
Il buddhismo o fu chiao è la religione di Fu, voce anticamente pronunziata Bud, quindi Buddha. Secondo una costante tradizione cinese, l'imperatore Mim [Ming] dei Han Posteriori (58-75 d. C.), avrebbe visto in sogno "un uomo d'oro", una statua, alta 16 piedi e circondata di un nimbo. Il dotto Fui [Fu Yi] gli avrebbe spiegato, allo svegliarsi, che questo tale era il Buddha. In seguito a questo sogno, l'imperatore avrebbe mandato a cercare i predicatori buddhisti, di cui due, Kāśyapa Matanga e Dharmarksa o Gobharana, avrebbero portato e tradotto il Sutva dei 42 paragrafi ed altri libri buddhistici e sarebbero arrivati a Loyang nel Honan negli aa. 65 , 67 o 68 d. C. Questa leggenda fu accettata da tutti, quindi anche dai missionari cattolici degli anni intorno al risoo, i quali supposero inoltre che l'imperatore avesse mandato ambasciatori in India per riportarne la religione che allora vi predicava l'apostolo s. Tommaso, mentre essi non ne avrebbero riportato che il buddhismo. Ma nel 1910 il prof. Enrico Maspero ha dimostrato che il sogno e le tradizioni che vi si collegano sono una pia frode immaginata alla fine del sec. it d. C. (H. Maspero, Le souge et l'ambassade de l'empereur Ming. Etude critique des sources, in Bulletin de l'Ecole française d'Extrême Orient, Hanoi 1910, pp. 95-130). Si hanno buone prove che già nel sec. I a. C., o anche prima, v'erano infiltrazioni buddhistiche nel bacino inferiore del Fiume Azzurro. Forse la leggenda nacque con il fatto del riconoscimento ufficiale del buddhismo verso il 65-68 d. C.
La nuova religione, benché patrocinata dall'imperatore, non fece al principio rapidi progressi. Quasi tutti i predicatori di questa dottrina erano nei primi secoli stranieri alla C. Essi si misero con coraggio a tradurre ed adattare i libri in cinese, nel qual lavoro furono grandemente aiutati da un principe della Parthia, un certo Parthamasirin, arrivato in C. nel 148 d. C. e conosciuto dai Cinesi sotto il nome di Nganscecao [An Shih-kao]. Nei secc. iv-v incominciò per il buddhismo un'ira di grande prosperità. Verso il 335 nella sola capitale vi erano 42 conventi, e nel 38 I si dice che i nove decimi degli abitanti della C. del nord-ovest erano buddhisti. Alla fine del sec. Iv s'inizia anche la serie degli imperatori che abbracciano essi stessi questa religione. Poi cominciano i pellegrinaggi in India intrapresi dai più pii buddhisti cinesi che ne riportano leggende, manoscritti e informazioni diverse. Il più famoso di questi pellegrini è Fascien [Fa Hsie] che partì nel 399 e ritornò nel 414. Il buddhismo in C. ebbe attraverso i secoli dei periodi di alto e basso, andando anche non di rado incontro a delle persecuzioni abbastanza forti, o vedendo d'altra parte più d'una volta tra i suoi bonzi anche qualche imperatore che aveva abdicato per menare vita più raccolta in qualche monastero. L'apogeo fu raggiunto nei secc. x e xir quando questa religione non soltanto divenne popolare ma ebbe un grande influsso letterario.
Oggi il buddhismo in C., col suo politeismo, i suoi incantesimi e le sue superstizioni, eccita ben poco entusiasmo. Le pagode sono spesso abbandonate, sporche e trascurate. I bonzi sono tenuti in ben poca stima, essendo quasi sempre ignoranti e spesso immorali e fumatori di oppio. Anche le bonzesse hanno un posto molto basso nella stima del popolo. Nel 1840 tutte le case di bonzesse
nella città di Souchow nel Kiangsu e di Foochow nel Fukien furono soppresse per immoralità.
Delle dieci scuole del buddhismo, quella della dhyāna o della contemplazione, poco nota in India e portata in C. nel sec. vi da Bodhidharma, sembra aver quasi assorbito tutte le altre. Essa si propone d'intensificare la vita interiore attraverso la calma, la meditazione e la preghiera. Ad essa hanno appartenuto nel passato parecchi pensatori cinesi, a cui non andava a genio il culto delle immagini quale viene praticato dal popolino.
Uno dei rami di questa scuola è l'amidismo dove non sono rare le anime buone che con labbra pagane pregano fervorosamente e con formole quasi cristiane: è nel seno di questa setta, che può sperarsi che il vero Dio abbia preparato delle anime di buona volontà che siano guidate dalla sua Grazia. Vi si trova un Salvatore, che però non è Redentore, e l'idea della salvezza in una "terra pura"; vi si trova una vita intensa di preghiera, lunga, umile, ardente, sincera, e, specialmente, bellissimi atti di contrizione e di amore. Ogni buon amidista deve ogni mattina per tempo, appena alzato, rivolgersi verso l'Occidente,

(Art. Istituto di archeologia e storia dell'arte)
CINA - Piante prospettica cinese del tempio di Hua-Shan.
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adorare con le mani giunte, raccogliersi ed invocare Amida. Inoltre egli deve fare un atto di contrizione, convertirsi dal male al bene ed esprimere il desiderio di rinascere nella terra pura. Deve fare tutto questo con rispetto, pensando che Amida è presente. Benché assicurato della sua salvezza mercé l'invocazione a Amida, l'amidista deve essere umile e puro, poiché la salvezza non è veramente assicurata che dalle invocazioni fatte in punto di morte. Allora bisogna fare dieci invocazioni dal fondo del cuore. Solo così, Am