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 da passarsi all'Ordinario del luogo, non però a titolo di composizione compensativa come era previsto nella prassi precedente. Sono espressamente eccettuati dal condono i possessori di edifici sacri. Il condono è accordato per il fòro interno, ma potrà aver efficacia anche per il fòro esterno per mezzo di un documento che i confessori sono autorizzati a rilasciare.

BibL.: J. Buccernoi, Compositio, in F. L. Ferraris, Promptae bibliothecae supplementum, Roma 1899; L. De Alexandria-G. Capitani, Deo et Caesar, Torino 1932, p. 550 sgg., n. 446; G. Cavigidi, Manuale di diritto canonico, ivi 1938, p. 578 sgg.; Th. A. Jorio, Theologia moralis, Napoli 1946, p. 412 sgg., n. 714 sgg.

Zaccaria da S. Mauro
CONDORCET, Marie-Jean-Antoine Caritat, marchese di. - Cultore di scienze e filosofia, uomo politico, n. a Ribemont in Piccardia il 17 sett. 1741, m. a Bourg-la-Reine il 29 marzo 1794. Si diede allo studio delle matematiche e all'età di soli 27 anni fu ammesso all'Accademia delle scienze.

Parteggio per gli enciclopedisti (v. enciclopedia), il cui spirito si paless nelle sue Lettres d'un théologien (1772) e nella sua edizione di Pascal. Nel 1782 entrò a far parte dell'Accademia francese. Pubblicò nel 1786 la Vie de Turgot e nel 1787 la Vie de Voltaire. Eletto deputato, propose un famoso Rapport sur l'instruction publique e lavorò alla Costituzione. Caduto in disgrazia all'avvento della Camune, si dovette nascondere ma fu denunziato. Preso ed incarcerato a Bourg-la-Reine, fu trovato morto nel carcere. Non si esclude che si sia dato la morte con veleno.

Durante la sua latitanza compose il piano di una grande opera che si proponeva di redigere. E l'Empire d'un tableau historique des progrès de l'esprit humain. In essa si propone di dimostrare che la perfettibilità dell'uomo non ha limiti e che il progresso potrà bensì venire rallentato, non mai però arrestarsi o indietreggiare. Egli distingue dieci epoche. Dopo aver considerato come i primi uomini si unirono in popoli, dallo stato di pastori si elevarono a quello di agricoltori e poi inventarono la scrittura, segue lo sviluppo dello spirito umano nei Greci, assiste al costituirsi delle scienze, al loro progresso, alla loro decadenza, causata principalmente dalla difficoltà di moltiplicare i manoscritti e dalla negligenza dei Romani. Gli Arabi ripresero la marcia del progresso, accelerata con l'invenzione della stampa, nemica dei re e dei preti. Con Cartesio, con l'indipendenza americana, con la Rivoluzione Francese, il C. vede il regno della ragione prodigiosamente esteso, e contempla l'avvenire, la decima epoca, e cui è riservato di realizzare l'uguaglianza dei popoli tra di loro, l'uguaglianza dei cittadini in ciascun popolo, ed il perfezionamento delle facoltà umane.

Il libro scritto in bella lingua è un inno alla ragione e
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(1st. Enc. Cati.)
Condorcet, Marie-Jean-Antoine - Ritratto pubblicato in Condorcet-Turgot, Correspondance inédite (1770-1772), edito da C. Henry, Parigi 1882 (cav. tra p. xii e xiii) - Roma, esemplare delle biblioteca Nazionale.
contiene molte osservazioni giuste, suggerimenti utili; ma la passione antireligiosa lo guasta e ne fa sviare l'ispirazione, in sé nobile. I giudizi sul cristianesimo, in particolare, sono ingiusti fino al ridicolo e manifestano un'ignoranza ed un partito preso, che solo l'ombiente di quegli anni tempestosi può in qualche modo spiegare. L'opera è all'Indice (decreto del 10 sett. 1827).

BibL.: Opere: Oeuvres complètes, pubblicate da A. Condor O'Connor e M. F. Arago, 12 voll., Parigi 1847-49. Studi: F. Picavet, Les idéologues, ivi 1891, pp. 101-18; L. Cahen, C. et la Révolution Française, ivi 1904; E. Cadignola, La pedagogia rivoluzionaria, 2² ed., Firenze 1925; K. Breysig, Die Meister der entsoichelnden Geschichtsforschung, Breslavia 1936, p. 104 sgg.; J. M. Allison, C., in Essays in honor of Albert Feuillerat, Nuova Haven 1943, p. 183 sgg.

Carlo Boyer
CONDREN, Charles de. - Secondo superiore generale dell'Oratorio francese, uno dei più insigni direttori spirituali dell'epoca, n. a Vaubuin (Soissons) il 15 dic. 1588, m. a Parigi il 7 genn. 1641. Sacerdote nel 1614, consegui l'anno seguente la laurea di dottore alla Sorbona e predicò a St-Nicolas du Chardonnet, a St-Honoré e a St-Médard. Dopo aver esitato alquanto sulla sua vocazione, entrò a 29 anni nell'Oratorio. Di lì a poco il card. de Bérulle gli affidò importanti missioni a Langres e a Poitiers, e lo propose alla regina come confessore del fratello di Luigi XIII, Gastone di Orléans.

Nel 1624, eletto superiore a St-Magloire, si distingueva fra i più eminenti mistici parigini di quel tempo. Cinque anni dopo succedeva a de Bérulle come secondo superiore generale dell'Oratorio. Confondatore della "Compagnie du St. Sacrement», promosse in-

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stancabilmente la restaurazione cattolica in Francia. Il suo corpo, ritrovato nel 1884, si conserva nel collegio di Juilly.

Tutte le sue opere sono postume: Lettres et Discours (1842, 1847, 1855, 1858, 1668) e soprattutto l'opuscolo L'idée du sacerdoce et du sacrifice de Jésus Christ, spesso riedito, non completamente suo, ma perfettamente con. sono ai principi della sua direzione. La dottrina del C. è identica a quella del de Bérulle salvo qualche sfumatura; entrambe si compendiono nel "teocentrismo" in opposizione all'«antropocentrismo». Mentre il de Bérulle insegna la nostra unione con Dio come derivante dall'appropriazione dell'Uomo-Dio dei nostri stati interiori, il C. esalta l'aderenza all'annientamento dell'Uomo-Dio, il quale ci annichila e ci consuma nel sacrificio dell'Incarnazione e del Calvario.

Il C. ebbe larga influenza sui suoi contemporanei. Il p. Amelote, suo biografo, scrive: "cet homme était trop du ciel pour être découvert en la terre". S.Vincenzo de' Paoli spesso ripeteva che non si era mai visto un uomo simile a lui, e M. Olier lo riteneva come "la più grande luce del nostro secolo e forse di molti altri».

Bibl.: P. Amelote. La vie de p. Ch. de C. composée par un prêtre, Parigi 1643; Lettres de M. Olier, ed. M. Gamon, I, ivi 1882. p. 333: H. Bremand, Hist. littér. du sentiment religieux en France, III, ivi 1923, pp. 284-348; P. Pourrot, La Spiritualité chrétienne, III, ivi 1931, pp. 321 sgg. e 331 sgg.: A. Portaluppi, Doctrine spirituali, 2* ed., Brescia 1943, p. 246 sgg. - Romualdo Susseto.

CONDUCTUS. - E una delle forme musicali più interessanti del medioevo, nella quale il compositore aveva libertà di scelta per il testo e per ispirazione. Si distingue il c. monodico e quello polifonico.

Il primo è un canto latino per accompagnare l'incedere di una persona in una funzione liturgica o extraliturgica, come i versus ante Evangelium cantandi di Hartmann di S. Gallo, i c. ad tabulam, ad ludae ecc., e l'ufficio di Pierre de Corbeil. Per le funzioni extraliturgiche si conoscono fra gli altri i c. reginae venientis ad regem, i c.referentium vasa ante Danielem ed altri, conservati nel manoscritto di Beauvais del 1140 in cui si trova per la prima volta la parola c. Il secondo era un canto a più voci su di un testo unico, latino e quasi sempre metrico, nel quale le voci procedevano concordi. Se la melodia era semplice o adornata si aveva il c. sillabico ed il c. melismatico. I teoretici medievali parlano anche di c. habens caudam con un lungo melisma al principio, in mezzo o in fine. Come per tutte le composizioni medievali, i compositori del c. sono sconosciuti : si sa solo che Perotinus Magnus ne ha composti molti, monodici e polifonici. I testi latini hanno un contenuto vario, sia religioso che profano.

Bibl.: P. Ludwig, Repertarlum organorum recantioris et matelorum vetustissimi stydi, I, 1. Halle 1910: H. Anglés, El codex musical de Las Huelgas, II. Barcellona 1932, pp. 167; E. Gröninger, Repertaito-Untersuchungen zum mehrstimmigen Notre Dame C., Ratisbona 1939; L. Edinwood, The C., in The Musical Quarterly, 27 (1941), pp. 184-204.

Marcoilo Cocna
CONDULMER, Francesco. - Cardinale, nipote di Eugenio IV, n. a Venezia. Creato cardinale dallo zio il 19 sett. 1431 e nominato camerlengo, ebbe presso di lui molto potere nei primi anni del pontificato. Fu preso prigioniero dai Romani nella rivoluzione del 1434; sul principio del genn. 1440 cedette il camerlengato a Ludovico Trevisan, patriarca di Aquileia, e divenne vicecancelliere. Nel 1444 fu inviato a Venezia per armare dieci navi ed insieme con altre, armate dal Papa, si portò nei Dardanelli per impedire ai Turchi di trasportare truppe dall'Asia Minore in aiuto dell'esercito che combatteva in Europa contro i cristiani condotti dal card. Giuliano Cesarini, ma non riuscì nell'intento. Partecipò all'elezione di Nicolò V ( 6 marzo 1447), che lo inviò subito a Tivoli incontro ad Alfonso re di Napoli. Morl il 30 ott. 1453; dal 1443 era vescovo di Porto.

BibL.: Pastor, I, passim; P. Paschini, Roma nel Rinascimento, Bologna 1939, p. 12.

## CONDUTTORE : v. LOCAZIONE.

CONFARREATIO. - Era presso i Romani il rito nuziale sacro per eccellenza (Plinio, Nat. hist., XVIII, 14), che in origine doveva consistere nella offerta fatta dai due sposi di una focaccia di farro, il più antico cereale coltivato dai Romani. Con l'impero rimase prerogativa dei membri dei grandi collegi sacerdotali e si svolgeva non avanti al focolare, ma in luogo pubblico, come matrimonio dal quale nascevano figli capaci di esercitare le più alte funzioni dello Stato.

Alla cerimonia, oltre dieci testimoni, assistevano il pontefice massimo e il flamine diale. Se questo ultimo era il contraente, l'unione degli sposi era espressa, oltre che dal mangiare la stessa focaccia, anche dall'assidersi su due seggi ricopersi dalla pelle di pecora sacrificata a Giove Farreo (Servio, ad Aen., IV, 374; Gaio, Inst., I, 112). Il matrimonio confarreato si scioglieva con la diffarreazione, di cui non si conosce il rituale, salvo che vi si adoperava pure il farro, e che (a detta di Plutarco, Quaest. rom., 59; e di Festo, s. v. Diffarreatio), era accompagnata da cerimonie strane e paurose.

Bibl.: P. Bonfante, Corso di diritto romano. 1, noma 1925, p. 187 sgg.; U. E. Paoli, Lar familiaris, Firenze 1929, p. 235 sgg.; N. Turchi, La religione di Roma antica, Bologna 1939, p. 23 .

Alberto Galieti
CONFERENZA ROMANA DELLE MISSIONI CATTOLICHE AFRICANE. - Per rispondere alla domanda di cooperazione dell'International A frican Institute di Londra su invito di Propaganda Fide venne fondata dal gesuita p. H. Dubois, nel 1923, la C. R. delle M. C. A. con lo scopo di riunire i rappresentanti degl'istituti religiosi aventi missioni in Africa per scambio di vedute sui metodi e i problemi dell'apostolato. Oggi vi partecipano 57 istituti di cui 46 sono rappresentati a Roma. Dal 1932 la C. pubblica l'AFER (v.).- Saverio Paventi

CONFERENZE. - Oltre i concili, generali e particolari, e i sinodi diocesani propriamente detti, assemblee pubbliche e ufficiali per eccellenza, l'ordinamento ecclesiastico prevede altre riunioni periodiche di clero, meno pubbliche e solenni, a scopo consultivo e didattico professionale, quali sono le c. foraniali o vicariali o le c. episcopali (cann. 131, 591, 292).
I. C. foraniali o vicariali. - Sono periodiche adunanze di clero, da tenersi d'obbligo più volte l'anno, nel capoluogo della diocesi e nei singoli vicaristi foranei, per discutere su argomenti morali e liturgici, ai quali l'Ordinario può aggiungere temi d'esercizio su altre discipline teologiche, quali la dogmatica, la S. Scrittura e il diritto canonico (can. 131). Sono dette anche congreghe, c. morali, c. pastorali o c. dei casi di coscienza.

La pratica di riunioni del genere risale ad epoca piuttosto antica. Ne fa menzione s. Basilio il Grande (m. 377) in una sua lettera a Chilone. In Occidente tuttavia le prime vestigia dell'istituzione compariscono soltanto nel sec. Ix in qualche diocesi della Francia meridionale, tra il clero rurale; Incmaro di Reims regolò con le prime leggi le predette riunioni. Nel sec. x, la stessa prassi, mentre si fa più frequente in Francia, viene adottata pure da qualche diocesi di Inghilterra, Germania e Italia. Non si può dire tuttavia che tali riunioni riproducessero esattamente le moderne c. del clero, poiché erano in realtà veri sinodi locali che esercitavano potere legislativo e giudiziale, regolavano la penitenza pubblica e comminavano pene canoniche a chierici e laici.

L'istituzione e la prima organizzazione delle c. del clero in senso moderno è dovuta a due tra i più insigni campioni della controriforma nel sec. xvI, Matteo Giberti, vescovo di Verona e s. Carlo Borromeo, arcive-

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scovo di Milano. Il Giberti le aveva istituite nella sua diocesi ancor prima del Concilio di Trento e ne aveva disciplinato il funzionamento nelle sue Constitutiones (tit. I, cap. 23). Sull'esempio di costui, di cui era grande ammiratore, s. Carlo le introdusse nella sua arcidiocesi nel 1^{°} Concilio di Milano del 1565 , potenziandone lo sviluppo e completandone l'organizzazione. A questo scopo egli suddivise l'arcidiocesi in varie circoscrizioni territoriali, a ciascuna delle quali prepose un vicario foraneo con l'incarico di presiedere le riunioni mensili e renderne a lui esatto conto.

L'istituzione, incoraggiata dai concili e caldamente raccomandata dai papi, ebbe subito larga diffusione in Italia e fuori. Nel sec. XVII poteva già dirsi generale in Europa. Fu introdotta nelle due Americhe sul principio del secolo successivo. All'epoca dell'andata in vigore del CIC era già sancita di fatto nella prassi universale. Nel can. 131 il CIC la rese universale di diritto, inserendola nell'ordinamento generale della Chiesa.

Bim.: L. Thomassin, Ancienne et nouvelle discipline de l'Eglise, I, Bar le Duc 1864, p. 323 sg.; P. L. Pöchenard, Etude historique sur les conférences ecclésiastiques, Parigi 1896; id., s. v. in DThC, III, H, coll. 816-28; Werra-Vidal, II, p. 158 se., nn. 136-37.
II. C. episcopali. - Sotto questa denominazione s'intendono i periodici convegni ai quali sono tenuti, almeno ogni 5 anni, i vescovi di una stessa provincia ecclesiastica ovvero, per l'Italia, di una stessa regione conciliare, allo scopo di consultarsi insieme circa i provvedimenti da adottarsi per promuovere di comune accordo il bene della religione nelle singole diocesi, concertare una comune linea di condotta nelle speciali contingenze che si presentassero, e preparare il futuro concilio provinciale (can. 292).

Il CIC statusce in proposito un diritto nuovo in quanto introduce l'obbligo delle c. episcopali nel diritto generale e le prescrive per circoscrizioni provinciali. L'uso di esse tuttavia, benché sotto forma di c. nazionali o al più regionali, pressisteva di fatto alla codificazione nella prassi abbastanza comune di molte nazioni. Le c. episcopali sorsero e si affermarono spontaneamente come surrogato dei concili, col rarefarsi di questi, per il bisogno sentito dai vescovi dei vari paesi di coordinare più frequentemente le loro iniziative pastorali all'infuori della solennità dei concili stessi. Molto contribuì al loro sviluppo l'atteggiamento favorevole dei sommi pontefici, i quali non solo approvarono e lodarono incondizionatamente l'iniziativa, ma la raccomandarono caldamente, come risulta dalle fonti ufficiali, perché fosse introdotta in quei paesi dove ancora non esisteva. Benché esempi di c. episcopali si possano riscontrare isolatamente anche in epoche precedenti, una prassi abbastanza uniforme e costante in proposito s'incontra soltanto sul principio del sec. xix, in Europa, nelle Americhe e in Australia. Col renderle obbligatorie ogni 5 anni per circoscrizioni provinciali, il legislatore canonico ha inteso venire incontro al voto presentato già al Concilio Vaticano di abbreviare a 5 anni il termine per la periodica convocazione del concilio provinciale.

Le c. episcopali vengono preparate, indette e presiedute dal metropolita o, in mancanza di lui, dal vescovo suffraganeo più anziano di promozione. Previa convocazione devono prendervi parte tutti coloro ai quali è fatto obbligo d'intervenire al concilio provinciale. Servono di collegamento tra l'uno e l'altro concilio provinciale, di cui suppliscono una più frequente convocazione e riproducono taluni aspetti e formalità. Giuridicamente, tuttavia, non sono concili : rivestono la figura di amichevoli incontri a carattere puramente consultivo e le loro deliberazioni non assumono la natura di statuti conciliari, bensì di semplici accordi che ciascun convenuto s'impegna di eseguire come se li avesse deliberati di sua iniziativa per il proprio territorio.

Il legislatore prevede in materia la possibilità di un ius particulare per singoli luoghi (can. 292 § i). In Italia, ad es., vige tuttora il decreto della S. Congregazione Concistoriale del 22 marzo 1919 che prescrive c. episcopali annue da tenersi non per provincia ma per regione conciliare (cf. decreto della stessa Congregazione, 15 febbr. 1919), le cui deliberazioni, anzi, per susseguente decreto della S. Congregazione del Concilio, 21 giugno 1932, devono essere trasmesse di ufficio alla S. Sede, che comunica in seguito eventuali osservazioni e decisioni (cf. AAS, 11 [1919], p. 175; 24 [1932], p. 242 sg.).

Bibl.: Werra-Vidal, II, p. 279 sg., n. 542; G. Caviglioli, Manuale di diritto canonico, 2^{°} ed., Torino 1930, p. 297 sg.; J. Chelodi-P. Cipretti, Ius canonicum de personis, Vicenza-Trenia 1942, p. 366 sg., n. 234. Zaccaria da S. Mauro

CONFERENZE DI S. VINCENZO : v. OZAnam.
CONFERENZE PANCRISTIANE. - I protestanti distinguono chiaramente tre classi di c. dette mondiali, p. o panprotestanti. Quelle che trattarono di fronteggiare problemi sociali, economici e internazionali sono distinte con il nome di C. di "Vita e Azione" (Life and Work); quelle che ebbero per scopo lo studio e l'esame delle divergenze dottrinali e della disciplina ecclesiastica, in vista di una possibile unione auspicata come precetto della volontà divina, sono chiamate C. di «Fede e Disciplina " (Faith and Order); finalmente quelle dedicate a questioni missionarie sono comprese sotto il nome di C. mondiali missionarie (World's Missionary Conference). Conviene dire, una volta per sempre, che a nessuna di queste c. presero parte rappresentanti ufficiali della Chiesa cattolica, mentre in alcune erano presenti delegati delle Chiese scismatiche orientali. Esse furono quasi tutte preparate accuratamente; tutte le sessioni furono precedute e seguite da qualche atto religioso fatto in comune, e tutte le conclusioni (findings), prima di avere forza o autorità, dovevano esser sottoposte alla decisione delle singole sète, libere queste di accettarle, modificarle o respingerle.

Sostituito: I. C. di · Vita e Azione ». - II. C. di · Fede e Disciplina ". - III. C. mondiali missionarie.
I. C. di «Vita e Azione». - Così sono chiamate le due C. di Stoccolma (1925) e di Oxford (1937). Il loro scopo fu lo studio del pensiero di Cristo « quale fu rivelato nel Vangelo » di fronte alle grandi questioni sociali, industriali e internazionali, per fare un tentativo di gettare le basi d'una dottrina cristiano-sociale, in cui tutte le sètte convenissero; per questo si ebbe cura di evitare qualsiasi questione dogmatica.

1. C. di Stoccolma (19-30 ag. 1925). Col fine indicato si riunirono a Stoccolma più di 600 , tra delegati e invitati di 31 "comunioni" cristiane, tra le quali alcune scismatiche orientali, sotto la presidenza dell'arcivescovo luterano di Uppsala, Natan Söderblom (1866-1931). Le questioni trattate furono: a) la Chiesa e le questioni economiche e industriali; b) la Chiesa e le questioni sociali e morali; c) la Chiesa e le relazioni internazionali; d) la Chiesa e l'educazione cristiana; e) metodi di cooperazione e di federazione delle Chiese. Tra le dissertazioni e gli studi presentati alla c. ve ne furono alcuni di vera attualità e importanti, sia per la materia, sia per lo sviluppo. Nelle discussioni furono osservate due correnti: la luterana, la quale voleva bensì che lo spirito del Vangelo s'infiltrasse in tutte le questioni sociali, ma senza discendere a problemi concreti; e l'anglo-sassone, che voleva applicare l'etica del Vangelo a casi particolari, come alla condanna della guerra, all'approvazione della Società delle Nazioni, ecc. Nacquero anche alcune questioni incresciose, quale fu quella della responsabilità della guerra del 1914-18, abilmente scartata dal presidente, raccomandando la preghiera per la riconciliazione dei popoli. Qualcuno mostrò il suo pes-

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simismo sul risultato finale della C., per la mancanza di un credo comune, per l'assenza della Chiesa romana, per l'apatia di molte Chiese sulle questioni sociali, ecc. Il congresso si estenne dall'offrire soluzioni precise al quesiti proposti e dal confermare con la votazione i risultati delle discussioni. I protestanti hanno paragonato questa C. al Concilio di Nicea, però senza gli anatemi. Per conunuare l'opera della C. fu istituito un "Comitato di contunazione».
2. C. di Oxford (12-26 luglio 1937). Dodici anni dopo si riuniva a Oxford la seconda C. di "Vita e Azione». Vi accorsero ca. 400 tra delegati e invitati, appartenenti a 117 " comunità "cristiane, fra i quali 26 delegati di 13 chiese autocefale orientali. La C. fu presieduta dall'arcivescovo di Canterbury, Cosmo G. Lang. Il conflitto ebraico, che si era suscitato in varie nazioni, la dottrina e le teorie sviluppatesi sul concetto di nazione, di Stato, di razza, di totalitarismo (che viene confuso con l'autoritarismo) e le ripercussioni che tutto questo ebbe nel mondo sociale internazionale influirono perché di questi problemi si occupasse principalmente la nuova C. Gli argomenti trattati furono: a) la Chiesa e la nazione; b) la Chiesa e lo Stato; c) la Chiesa, la nazione, lo Stato e l'ordine economico; d) la Chiesa, la nazione, lo Stato e l'educazione; e) la Chiesa universale e l'ordine economico. Come nella C. precedente, si lessero dissertazioni e si presentarono studi molto ben fatti. Questa volta si precisarono alcune conclusioni, tra le quali si trovano, riassunte nel messaggio finale, le seguenti: "Nella Chiesa non devono esservi questioni di razza; la Chiesa deve rivendicare il diritto di dare ai suoi figli l'istruzione e l'educazione cristiana; la Chiesa non può riconoscere come suprema nessuna autorità terrena \%. Anche in questa c. si notarono due correnti: quella dei Bartiani, i quali, con la loro dottrina che la Chiesa è un dono di Dio senza partecipazione dell'uomo, rifuggivano da ogni accettazione sociologica del Vangelo; l'altra di coloro che tendevano a ridurre il messaggio di Cristo ad un canone di azione sociale. In questa C. fu corretto un errore nel quale erano caduti i promotori delle C. di "Vita e Azione". Portati i protestanti a separare ciò che è unito, poiché vedono il cristianesimo a settori e non nella sua totalità, avevan creduto di poter separare la sociologia ("Vita e Azione") dalla escatologia e dogmatica ("Fede e Disciplina»). Questo sbaglio fu emendato con la decisione di proporre nel prossimo congresso di "Fede e Disciplina", che doveva celebrarsi quello stesso anno a Edimburgo, l'unione dei due movimenti.
Stat.: G. K. A. Bell, The Stockholm Conference 1925. The Official Report, Oxford 1926; H. Monnier, Vers l'union des Eglise, Parigi 1926; M. Barbora, Il vero significato di alcune correnti protestanti a proposito della unità religiosa, Milano 1928; I. Giordani, Crisi protestante e unità delle Chiese, Brescia 1930; H. Smith Leiper, Christ's Way and the World's to Church, State and Society, Nuova York 1936; id., World chaos or World chri. sionity, Chicago 1937; J. H. Oldham, The Oxford conference, ivi 1937.
II. C. di a Fede e Disciplina». - Così sono chiamate le due C. mondiali protestanti di Losanna (1927) e di Edimburgo (1937). Il loro scopo immediato non fu l'unione dottrinale di tutti i protestanti, ma la presentazione, l'esame e la discussione, non a modo di disputa o controversia ma "nello sforzo di mutua comprensione, stima ed amore», dei punti di disaccordo, per preparare la futura unione di tutte le sètte e Chiese in una sola. Con il nome di unione o riunione, i protestanti non intendono la sottomissione al centro di unità, di magistero e di governo che fa capo al papa, anzi la escludono. Difatti l'ultimo numero dello schema ufficiale delle questioni da trattarsi nella C. di Losanna dice: "Le questioni concernenti la necessità di una autorità centrale sono certamente della più grande importanza; ma la C., pur riconoscendo tale importanza, ritiene inopportuno di includerle nel suo programma». Tolto questo fondamento essenziale per l'unità di fede e di disciplina, ne risulta che per i protestanti la parola unione ha differenti
significati. Per alcuni è l'aggruppamento o federazione di tutte le religioni cristiane esistenti, conservando ciascuna le proprie dottrine ed il proprio regime ecclesiastico o solo unite fra sé con un certo vincolo federale; per altri significa una unione per via di compromessi, di intese e interpretazioni comprensive, di maniera che sotto una sola formola di parole ambigue ciascuna setta possa conservare la sua propria dottrina; e non sono pochi che intendono una riunione su di un minimo fondamento di credenze, da tutti accettate, come sarebbero le proposte nel "Quadrilatero di Lambeth" (v. confessioni di fede); altri finalmente vorrebbero l'unione organica cioè nella fede.
3. C. di Losanna (3-21 ag. 1927). Nel giorno prefisso si riunirono a Losanna più di 400 delegati e invitati, appartenenti a più di 100 "comunioni" cristiane, sotto la presidenza del vescovo della diocesi episcopallana di Western Nuova York, Carlo H. Brent. Vi erano anche 14 rappresentanti di altrettante Chiese autocefale orientali. La Chiesa cattolica aveva proibito ai suoi fedeli di prendervi parte. Difatti, "pro bona pacis", tutte le sètte e Chiese concorrenti erano pareggiate tra loro, come se ciascuna fosse la vera Chiesa di Cristo; ma tutte dovevano essere disposte, nel caso che fosse necessario per l'agognata unione, di rinunziare a qualche dottrina o di venire a qualche compromesso dottrinale con le altre, ciò che la Chiesa cattolica, che è l'unica vera Chiesa di Cristo, non poteva assolutamente accettare. Gli argomenti trattati furono: a) l'appello all'unità; b) il Vangelo, messaggio della Chiesa al mondo; c) natura della Chiesa; d) la confessione di fede comune a tutta la Chiesa; e) i ministri della Chiesa; f ) i Sacramenti; g) l'unità del cristianesimo e la relazione tra le Chiese esistenti. La preparazione e l'organizzazione di questa prima C. di "Fede e Disciplina" furono fatte con somma diligenza; molti degli studi presentati furono protestanticamente notevoli, le allusioni alla Chiesa cattolica piuttosto rispettose e con rincrescimento che non avesse accettato l'invito di partecipare. Tutti confessarono chiaramente che le divisioni delle Chiese erano contrarie alla volontà del N. S. Gesù Cristo. Ma poi, nella realtà, approvarono una specie di appendice che comprendeva le dottrine opposte, conchiudendo che "ciascuna delle Chiese seguirà a far uso della sua speciale professione di fede». Contrari si mostrarono gli Orientali, fermi a non volere compromessi nelle cose di fede e di coscienza, e i quaccheri. Il sommo pontefice Pio XI con l'enciclica Mortalium animos ( 6 genn. 1928) dimostrò chiaramente che la via seguita non conduceva all'unità. Ciò non piacque al Söderblom, il quale rispose ( 29 genn. 1928) con un articolo che fa contrasto per il suo tono leggere e anche ironico con il tono grave dell'enciclica. In esso il Söderblom dimostra di non aver colto bene il senso dell'enciclica né il vero problema dell'unione.
2. C. di Edimburgo (3-18 ag. 1937). Dopo la C. di Losanna, il movimento «Fede e Disciplina» prese un nuovo sviluppo. Varie unioni parziali ebbero luogo tra le divisioni di una stessa setta, come tra quelle dei metodiati inglesi (1932) e dei presbiteriani scozzesi (1929), anzi anche tra sètte differenti, come quelle dalle quali risultarono la Chiesa unita dell'India meridionale, schema approvato nel 1933, e la Chiesa di Cristo in Cina (1927). Il problema dell'unione spinse autori cattolici (Congar, Pribilla, ecc.) a protestanti (Mackenzie, Douglass, ecc.) a scrivere libri interessanti, anzi anche alcuni punti difficili non risoluti nel Congresso di Losanna furono causa di importanti scritti sulla Grazia (vari autori), sull'Eucaristia (Brillioth), sui ministri e Sacramenti (Hendland). A tutto questo si deve aggiungere la proposizione, già indicata dalla C. di Oxford, per unire i due movimenti «Fede e Disciplina» e «Vita e Azione». Sotto la direzione dell'arcivescovo anglicano di York, W. Temple, si riunirono a Edimburgo 414 tra delegati e inviati di 120 Chiese differenti per discutere i temi proposti. Alle discussioni presero parte cospicua 26 delegati delle Chiese orientali. Gli argomenti trattati furono: a) la Grazia; b) la Chiesa di Cristo

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e la parola di Dio; c) la Comunione dei santi; d) la Chiesa di Cristo, suoi ministri e Sacramenti; e) l'unità della Chiesa nella vita e nel culto. Come nella precedente c., la preparazione, lo studio dei temi, l'organizzazione, ecc. furono disposte con molta accuratezza; della Chiesa cattolica si parlò con rispetto e si mostrò, dalla parte di alcuni, vero dispiacere per la sua assenza; gli osservatori cattolici che vi assistettero, ma senza prendervi parte, furono trattati con molta gentilezza; si insisté sul danno delle divergenze dottrinali e sul bisogno di ritornare all'unità. Purtroppo per { }_{n} sententate tutte le Chiese rappresentate nella c. si fece lo stesso { }_{n} che nella C. di Losanna, cioè si inclusero nelle conclusioni, come appendice, le opinioni discordanti, e con l'uso di alcune espressioni vaghe e astratte si riusci ad ottenere l'accordo. Finalmente la C. di Edimburgo approvò, come aveva chiesto quella di Oxford (e secondo uno dei congressisti questo fu forse l'unico risultato pratico della c.), la creazione del Concilio (Council) mondiale delle Chiese, unendo in uno solo il movimento di "Vita e Azione" con quello di "Fede e Disciplina". Questo concilio doveva essere per la Chiesa, secondo il testo della sua istituzione, un legame di unione, un centro di coordinamento, e doveva dare al mondo cristiano un organo che permettesse a tutte le Chiese di "parlare una voce". Non imanó qualche critico protestante che con certo orrore scorse in tale concilio una specie di papato protelestante (v. scomentario protestante).
Bibl.: E. S. Woods, Lausanne 1927, Londra 1927; H. N. Bate, Faith and Order, 2^{text {a }} ed., ivi 1928; M. Barbera, Il vero significato di alcune correnti protestanti a proposito della unita religiosa, Milano 1928; id., L'cocistica "Mortali im animos", Caluonie e falsificazioni dei protestanti, Roma 1928; V. Ianni, Il movimento paestritiano. Storia e documenti, S. Remo 1928; M. Pribilla, Um birchliche Einheit, Friburgo in Br. 1929; L. Hodgson, Convictioni, Londra 1934; M. J. Congar, Cbrétiens déssous, Parigi 1937: Report of the second World Conference on Faith and Order, Nuova York 1937; H. Martin, Edinburgh 1937. The Story of the second World Conference on Faith and Order, Londra 1937; Le Bulletin des missions, 3^{text {e }} trimestre, 1937: Reports prepared by the Commission on the Church's Unity, Nuova York e Londra 1937; Les Grandes Conférences vocumbriques (juillet-août, 1937), Parigi 1938; K. Mackenzie, Union of Christendom, Londra 1938; Constitution for the proposed World Council of Churches, unanimously adopted by the provisional Conference in Utrecht, Holland, May 9-13, 1938, Nuova York 1938: G. B. Guzzetti, Il movimento ecumenico fino ad Amsterdam, in La scuola cattolica, 1949, pp. 243-64.
III. C. MONDIALI MISSIONARIE. - Così sono chiamate le C. di Edimburgo (1910), di Gerusalemme (1928) e di Tambaram, Madras (1938). Il grande sviluppo che nel sec. xix ebbero le missioni protestanti e le difficoltà che, nei paesi di missione, sorgevano dalla concorrenza delle sètte e società missionarie, indossero i protestanti a tenere congressi o c. per arrivare ad un accordo comune. Per questo si celebriarono le C. del 1854 a Londra e a Nuova York, a Liverpool nel 1860, a Londra di nuovo nel 1878 e 1888, e finalmente a Nuova York nel 1900. L'esito di quest'ultima li animò ad adunare una c. mondiale, alla quale partecipassero i delegati di tutte le sètte e società missionarie protestanti, e fu scelta la città di Edimburgo come luogo di riunione nel 1910.

1. C. di Edimburgo (14-25 giugno 1910). - Vi presero parte più di 1000 delegati o invitati di 46 società missionarie inglesi, 60 nordamericane, 41 continentali europee, 12 australiane e sudafricane, e nessun rappresentante delle Chiese orientali. Giovanni R. Mott fin dalli prima sessione fu eletto presidente della C. Gli argomenti discussi furono: a) la predicazione del Vangelo a tutte le nazioni non cristiane; b) la Chiesa nelle missioni; c) l'educazione come mezzo per cristianizzare la vita nazionale; d) il messaggio missionario e le religioni non cristiane; e) la preparazione missionaria; f ) i vivai (Home Base) delle missioni; g ) missioni e governi; h ) cooperazione e fomento dell'unione. In generale tutti gli argomenti furono trattati a fondo, e il primo porta documenti importanti e curiosi sullo stato delle missioni protestanti in tutto il mondo nell'a. 1910. Lo scoglio che sempre affiora in { }_{1}¹ quarte c. è
quello dell'unione e della cooperazione. La difficoltà fu chiaramente esposta e discussa, i consigli dati sono protestanticamente buoni, ma si conchiude con la constatazione che la soluzione di un problema così complesso "si può affrontare solo con spirito di penitenza e di preghiera; di penitenza per l'arroganza del peccato e la mancanza di previsione, per le quali si è perpetuata una situazione che ritarda tanto il progresso del Regno di Cristo; di preghiera perché la sapienza umana non vede nessuna soluzione». E da notarsi che anche in questa c. pare che la parola Chiesa sia usata come se la Chiesa di Cristo fosse costituita dall'insieme di tutte le sètte o Chiese. Uno dei risultati pratici di questa c. fu la istituzione di un "Comitato di continuazione", per continuare lo spirito di essa, promuoverne le conclusioni e prepararne altre. Tale comitato doveva essere un centro di consultazioni e di consiglio, ma senza altra autorità che quella proveniente dal valore intrinseco dei servizi prestati.
2. C. di Gerusalemme ( 24 marzo-8 apr. 1928). - Il Comitato di continuazione, dopo varie vicende, fu sostituito nel 1921 dal Concilio missionario internazionale (International Missionary Council), il quale propose la riunione di una nuova c. mondiale per il 1928 da tenersi a Gerusalemme. Questa doveva essere composta di un numero uguale di delegati dei paesi missionari (sending countries) e dei paesi missionati (receiving countries). Si radunarono il giorno stabilito 230 tra delegati e invitati di 44 nazioni differenti, e numerosi furono i rappresentati delle Chiese protestanti cinesi, giapponesi ed indiane; non mancarono alcuni filippini e latino-americani. Le Chiese orientali, per non avere missioni, non furono invitate. La presidenza l'ebbe di nuovo il dinamico e ottimista G. R. Mott. Gli argomenti discussi furono: a) vita e messaggio cristiano in relazione con i sistemi di pensare e di vivere non-cristiani; b) educazione religiosa; c) relazioni tra le nuove e le antiche Chiese (Chiese madri e Chiese figlie); d) la missione cristiana alla luce dei conflitti razziali; e) la missione cristiana in relazione con i problemi industriali; f ) la missione cristiana in relazione con i problemi rurali; g ) cooperazione missionaria internazionale. Sul primo punto furono presentati studi eccellenti sull'induismo, sul buddhismo, confucianismo ed islamismo, raccomandando a tutti i missionari di «avvalorare» in queste religioni quelle dottrine che erano più vicine al cristianesimo. Nei punti d), e), f ) si trattarono argomenti propri delle C. di "Vita e Azione", ma applicati alle missioni. Si cadde nello stesso errore di altre c., cioè sul significato della parola Chiesa. L'ultimo argomento delle due c. è comune, ma a Gerusalemme si fece un passo più avanti con l'istituzione dei segretariati nazionali, nei quali dovevano avere parte tutte le società missionarie di ciascuna nazione. Tali segretariati dovevano essere in continuo contatto con il aConcilio missionario internazionale " che in questa c. fu organizzato in tutte le sue parti e, secondo una delle conclusioni, "doveva servire per una nuova unione cristiana, per la vita corporativa, per la solidarietà di scopi e propositi tra tutti coloro che lavorano per dilatare il Regno di Dio".
3. C. di Tambaram, Madras (12-29 dic. 1938). - La terza C. mondiale missionaria protestante, convocata dal Concilio missionario internazionale, ai riun nell'India inglese nel 1938. Nei 10 anni scorsi tra la C. di Gerusalemme e questa di Tambaram erano avvenuti alcuni fatti importanti nel mondo protestante, come le due C. di Oxford e di Edimburgo, l'unione dei due movimenti «Vita e Azione" e "Fede e Disciplina", e la famosa "Inchiesta dei laici", con la pubblicazione di vari volumi sulle missioni protestanti dell'Oriente e del sunto di tutto nell'opera Rethinking Missions, piuttosto sfavorevole alle missioni protestanti e che destò grande commozione nel loro mondo missionario. Presero parte alla C. 471 delegati e invitati, provenienti da 59 nazioni, tra le quali vari paesi cattolici. Anche questa volta ebbe la presidenza l'instancabile G. R. Mott. Per l'empiezza e importanza dei temi trattati si danno gli argomenti generali e i diversi studi fatti su ciascuno di essi : a) l'autorità della fede (serie di studi sulla controversia sorta dalla pubblicazione del libro del Kraemer, Il messaggio cristiano nel mondo non cristiano), cioè

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In alto a sinistra: CONFESSIONALE nella chiesa di S. Filippo (sec. xvir) - Chieri. In alto a destra: CONFESSIONALE nella chiesa di S. Maria Maggiore. Opera di Andrea Fantorin (1659-1734) - Bergamo. In basso a sinistra: CONFESSIONALE su disegno berniniano (sec. xvir) - Basilica di S. Pietro. In basso a destra: CONFESSIONALE della chiesa dell'Immacolata (inizio sec. xx) - Genova.

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(fat. Aliauri)
S. GIOVANNI NEPOMUCENO CONFESSA LA REGINA DI BOEMIA, di G. M. Crespi detto lo Spagnolo (ca. 1740) - Torino, pinacoteca.

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la fede, per la quale la Chiesa vive; b) la Chiesa crescente: natura e funzione della Chiesa: compito evangelico non finito, posto della Chiesa nell'evangelismo; c ) evangelismo : testimonio della Chiesa verso le religioni non cristiane, questioni pratiche, metodo e disciplina del testimonio della Chiesa; d) la vita della Chiesa : vita interiore della Chiesa, ministri nazionali, educazione cristiana, ministero della salute, importanza, funzione e preparazione dell'avvenire missionario, programma di letteratura cristiana; e) le basi economiche della Chiesa: Chiesa, alterazioni sociali ed ordine economico, Chiesa ed ordine internazionale; f) Chiesa e Stato, cooperazione e unità. E da notare come i quattro primi temi sono dedicati alla questione della Chiesa, di ineluttabile necessità nelle missioni di fronte alle religioni pagane, con le quali i missionari dovevano mettersi in contatto. La volontà di arrivare a qualche accordo anche nel campo dottrinale condusse a formulare nelle conclusioni del primo punto una specie di Credo di quasi 850 parole, abbastanza preciso per distinguere il cristianesimo da ogni altra religione e abbastanza vago per poter essere accettato dalla grande maggioranza delle sètte. L'ampiezza con la quale furono trattate le questioni dell'educazione dei ministri e delle basi economiche dimostra che si avevano ben presenti le gravi accuse fatte dai laici nella loro "Inchiesta". In questa c. si trattò anche delle missioni tra i cattolici dell'America latina. Notevole fu la sincerità e la forza con cui le Chiese figlie insistettero con le Chiese madri per "farla finita con gli scandalosi effetti delle divisioni». Ciò poterono fare con tanta maggior insistenza in quanto che esse non avevano il retroacceus storico delle Chiese madri. I cattolici non possono fare a meno di riconoscere che lo scopo di convertire i pagani alla Chiesa cristiana, come è intesa dai protestanti, cioè all'insieme di tutte le Chiese protestanti, è impossibile, perché tale Chiesa non fu fondata da Cristo, e non esiste.

BibL.: World Missionary Conference 1910, 9 voll., Edim-burgo-Londra 1910; B. Mathews, Roads to the City of God, a World Outlook from Jerusalem, Nuova York 1928; The Jerusalem Meeting of International Missionary Council, 8 voll., Nuilova York-Londra 1928; Rethinking Missions, a Laymen's Inquiry after one hundred years, ivi 1932; The World Mission of the Church, Tombarans 1938; The Tombarans-Madras Series, 1938, 7 voll., Oxford-Londra 1939.

Camillo Crivelli
CONFERMA: v. PROVVISTA CANONICA.
CONFERMAZIONE: v. CRESIMA.
CONFESSIONALE. - Mobile chiesastico, in cui il sacerdote amministra il sacramento della Penitenza. I c. nella forma attuale cominciano ad apparire nel sec. xvI; precedentemente il confessore aveva un semplice sedile o cattedra, senza fissa collocazione nella chiesa. Il c. più frequentemente è costruito in legno, alcune volte è di pietra o marmo e anche ricavato nell'interno delle pareti della chiesa.

Nella stessa decorazione della chiesa i c. occupano una parte importante, sia che, sorti insieme ad essa, partecipino del suo stile, sia che presentino, ed è il caso più comune, altre caratteristiche di stile. Specialmente nel barocco e nel rococò, l'arte del legno ha lasciato in questa suppellettile ecclesiastica veri capolavori. Il Borromini dovette disegnare i c. del S. Carlino alle Quattro Fontane cosi rispondenti alle caratteristiche linee architettoniche della chiesa; in S. Maria Maggiore a Bergamo Andrea Fantoni, celebre intagliatore (n. nel 1659, m. nel 1734), ha lasciato un magnifico esemplare di c. tutto scolpito e riccamente adorno di figure e rilievi. Notevoli ancora il c. della chiesa di S. Ruffillo a Bologna, con figure di angeli e di santi e graziosi motivi ornamentali, quello di S. Filippo a Chieri con teste di putti; quello della chiesa di Alzano Maggiore con alta e bizzarra cimasa. Tra i c. situati entro le pareti laterali della chiesa si ricordano quelli della chiesa di Gesù e Maria in Roma, dove questa disposizione diventa un motivo architettonico e ornamentale insieme, in quanto sopra tali c. sono disposti gruppi di sculture.

Interessante anche nella chiesa di S. Maria Maddalena in Roma la collocazione sopra i c. di sei statue
allegoriche che personificano gli attributi della buona confessione. Nell'arte moderna sono da segnalare i c. della chiesa dell'Immacolata a Genova, ricchissimi e incrostati di madreperla, quelli della chiesa di S. Maria delle Grazie a Carrara intarsiati di marmi policromi, quelli della chiesa dell'Addolorata in Roma. Sempre a Roma la moderna chiesa di Cristo Re ha c. rivestiti di ricchi marmi, internati nelle pareti dell'edificio. - Vedi tav. IX.

BibL.: A. Munier, L'Eglise à notre époque, ne décoration, son amoviblement, III, Bruges-Parigi 1926; V. Casagrande, L'arte a servizio della chiesa, I, Torino 1931, pp. 237-41; D. Duret, Mobilier, vases, objets et vêtements liturgiques, Parigi 1932; G. Astorri, Architetura sacra generale, Roma 1932, pp. 112-13.

Vincenzo Golzio
Diritto canonico. - a) Nella Chiesa latina. L'uso del c. è ormai entrato nella legislazione canonica, ma l'obbligo è più o meno grave, a seconda che si tratti di uomini, donne o religione.

Per gli uomini non è strettamente prescritto, potendo essi confessarsi anche nelle case private (can. 910 § a); però, se si confessano nella chiesa e negli oratori, non lo devono fare fuori del c., senza una ragione (AAS, 12 [1920], p. 576). Per le donne invece è gravemente prescritto, salvo i casi di infermità o di vera necessità. E anche allora vanno osservate alcune norme prudenziali o disposte dall'Ordinario o prese ad iniziativa del confessore, quando mancano disposizioni diocesane (can. 910 § a). Per es. : la S. Congregazione di Propaganda Fide, autorizzando i missionari a confessare le donne, in caso di necessità, fuori del c., prescriveva che esse si presentassero velate (Collect. S. Congr. de Prop. Fide, n. 1424). Per le donne inoltre il c. deve trovarsi in luogo ben in vista, di facile accesso, generalmente in chiesa o in oratorio pubblico o semipubblico, destinato a donne (can. 909 § 1). Infine il c. deve avere una grata a piccoli fori, in modo da separare il confessore dal penitente, senza impedire di intendersi.

La violazione abituale di queste prescrizioni è grave, non cosi l'eccezione, fatta anche senza ragione, purché però non si dia lo scandalo. Il luogo comunque non intacca la validità della confessione, tranne che per le religiose, per le quali la confessione non è valida, se fatta (o abitualmente o ad actum) fuori del luogo legittimamente approvato per le confessioni delle donne (AAS, 20 [1927], p. 61).
b) Nella Chiesa orientale. - Presso gli orientali dissidenti l'uso del c. è sconosciuto. Essi si confessano in chiesa per lo più vicino all'iconostasi e stando in piedi. Il sacerdote indossa la stola che nel momento dell'assoluzione viene imposta sul capo del penitente inginocchiato.

Tra gli orientali cattolici, alcuni (p. es., i bizantino-russi e i bizantino-greci) conservano ancora quest'uso; al più adoperano una sedia munita, a un fianco, di grata; mentre presso altri si diffonde sempre più l'uso del c., specialmente per le donne; vi sono anzi disposizioni sinodali che le prescrivono addirittura (p. es., per gli italo-albanesi, ruteni, siri, copti, maroniti e melisti). Gli uomini possono anche confessarsi fuori della chiesa.

BibL.: F. M. Cappello, De poenitentia, 4² ed., Torino-Roma 1944, pp. 291-92, 633-38. Pietro Palazzini-I. Ortiz de Urbina

CONFESSIONE. - Per C. s'intende talvolta lo stesso sacramento della Penitenza, che perciò viene detto comunemente anche sacramento della C. Ma in senso stretto la C. è l'atto con il quale si manifestano al sacerdote munito di giurisdizione i proprii peccati, commessi dopo il Battesimo, per averne l'assoluzione sacramentale.

## I. Teologia dogmatica

Sommario: I. Istituzione. - II. Necessità. - III. Ministro. IV. Modalità. - V. Frequenza. - VI. Valore etico e sociale.
I. Istituzione. - La storia delle religioni mostra che la c., nelle forme più svariate di c. pubblica e privata, orale e scritta, individuale e collettiva, fatta direttamente alla divinità oppure dinanzi ai suoi rappresentanti, è un fatto quasi universale nelle vicende religiose dell'umanità (cf. R. Fettazzoni, La

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c. dei peccati, 3 voll., Bologna 1929-36). L'uomo ha sempre inteso il bisogno di una purificazione delle colpe per intensificare le sue relazioni con la divinità, quietare il rimorso della coscienza ed essere liberato dai mali fisici o morali, presenti e futuri, concepiti come conseguenza del peccato. Né s'è accontentato di un pentimento solo interiore : ma ha anche cercato di estrinsecare l'interna compunzione con riti penitenziali tra i quali quello che si trova più in uso è proprio la c. (cf. M. Schulien, Espiazione e redenzione, Roma 1930, pp. 65-100). Tale universalità della pratica della c. dimostra quanto essa sia consentanea alle esigenze dell'anima umana. Tenendo conto di queste esigenze, Gesù ha istituito nella Chiesa la C. quale mezzo per riconciliare il peccatore con Dio.

Che la C. nel cristianesimo sia di istituzione divina è dogma di fede, definito, contro l'insorgente errore protestante, dal Concilio di Trento (sess. XIV, can. 6); il quale indica anche i testi evangelici che dimostrano tale istituzione (ibid., cap. 5). Sono quegli stessi che riguardano la concessione della potestà delle chiavi agli Apostoli e l'istituzione del sacramento della Penitenza; e cioè, Mt. 18, 18: "Tutto quello che legherete sulla terra sarà legato anche nel cielo; e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto anche nel cielo»; e Io. 20, 23: "Saranno rimessi i peccati a chi li rimetterete e saranno ritenuti a chi li riterrete».

Difatti questi testi, parlando di potere di "sciogliere o di legare" di "rimettere o di ritenere", manifestano che la potestà concessa da Cristo agli Apostoli è una potestà giudiziaria, che cioè ha, nel suo esercizio, un duplice atto, o di condanna o di assoluzione. Ma ciò suppone che chi l'anministra deve in precedenza conoscere ed esaminare le condizioni del peccatore, le sue colpe, le sue disposizioni, affinché possa quindi decidere con equità se emettere una sentenza assolutoria o condannatoria. E come potrà aversi tale previa cognizione, se il peccatore non manifesta con la C. i peccati commessi, il suo pentimento, le sue disposizioni per l'avvenire?

Inoltre, il retto esercizio di questa potestà giudiziaria importa che vengano imposte al peccatore delle pene, le quali, per quanto possibile, devono essere proporzionate sia alla gravità dei crimini, sia alle condizioni soggettive del reo, sia alle sue particolari disposizioni d'animo, ecc. Ma solo attraverso la C. questi elementi di giudizio possono essere acquisiti al sacerdote. Pertanto, conferendo Gesù agli Apostoli il potere di rimettere o di ritenere i peccati, ha implicitamente istituito μ mathrm{e}. dei peccati.
II. NeCessità. - Di istituzione divina, la C. è, per volontà di Gesù, necessaria per la remissione dei peccati. Anche questa verità è stata definita dal Concilio di Trento (loc. cit.), il quale insegna che anch'essa scaturisce dai riferiti testi evangelici : Mt. 18, 18; Io. 20, 23; come dagli stessi testi si deduce che la C. deve essere integra e completa. E difatti scrive il Catechismo romano: "Poiché il Signore ha conferito ai sacerdoti la facoltà di rimettere o di ritenere i peccati, è evidente che essi sono stati costituiti giudici in tale materia. E poiché, secondo il sapiente monito del santo Concilio di Trent