volume-04

Back to Volumes
polazioni messicane al tempo della conquista, Roma 1933, pp. 140-41; R. Mohr, Ricerche sull'etica sessuale di alcune popolazioni dell' Africa centrale e orientale, Firenze 1940, pp. 183-84, 230 e passim; R. Boccassino, I silutici settentrionali, in R. Biasutti, Raccce e popoli della terra, II, Torino 1941, pp. 248250; L. Vannicelli, La religione dei Lala, Milano 1944, pp. 42-46, 86, 100-34; R. Pettazzoni, Saggi di storia delle religioni e di mitologia, Roma 1946, pp. 84-140, 94, 122-24. Lauri Vannicelli
II. La C. dei peccati presso i popoli di cultura. - Nello shintoismo giapponese la festa oho-harabi ("grande purificazione"), era ed è una c. collettiva. Nel corso del rito si presentano gli "oggetti di purificazione" che vengono gettati nell'acqua corrente o caricati in una barca che li trasporta al mare. Durante l'oho-harabi si recita uno dei Narito, consistente in una lista di peccati tra i quali quelli sessuali e quelli involontari. Il peccato, cosi evocato, viene trasferito sugli "oggetti di purificazione" e, quindi, eliminato. Nella Cina antica, oltre alla c. del sovrano quando infieriva una qualche pubblica calamità, la pratica confessionale è legata al posteriore sviluppo chiesastico (sec. i d. C.) del taoismo; qui i malati scrivevano i loro peccati in tre esemplari, dei quali uno veniva gettato in aria da una torre, il secondo veniva interrato e il terzo buttato in mare. I testi vedici, nelle parti più arcaiche, conservano sia il ricordo d'una concezione oggettiva della colpa, che può quindi essere eliminata, dopo che sia stata confessata, per mezzo di agenti materiali, sia la concezione soggettiva di trasgressione della volontà di un Dio (soprattutto di Varuna). Le due idee si contaminavano vicendevolmente con alquanta frequenza. La letteratura brahmanica contiene la menzione di un sacrificio (Varwanjpenghasu) dedicato a Varuna e ai Marut, il cui carattere evocatorio e eliminatorio è trasparentissimo. Nel jainismo sono soprattutto i monaci a praticare la c. (alacann), seguita da una penitenza proporzionata alla gravità del peccato. Il buddhismo, rispetto alle pratiche anteriori sia brahmaniche che jaitiche, compie una piena rivalutazione del pentimento interiore manifestandolo nella c. della colpa. V'era una c. dei monaci in occasione della festa al termine della stagione delle piogge (pavaraná) e delle riunioni quindicinali (upesatha). Si recitava una lista di colpe (patimokkha) e si faceva una penitenza che aveva la facoltà di cancellare la colpa stessa. Secondo il buddhismo antidista i peccati vengono distrutti da una c. veramente sincera fatta dal peccatore, la quale annulla il debito morale come il sole evapora la rugiada sull'erba senza lasciarne traccia. Ma esso fa distinzione tra la persona illuminata e quella che non lo è ancora. Questo, confessando il suo peccato e pregando Amida Buddha, può ottenere solo la sospensione del castigo dovuto al suo peccato ed il tempo di convertirsi, invece l'atto di pentimento della persona illuminata distrugge tutto il debito del peccato. Questo atto deve venire dal profondo del cuore con un fermo proposito di emendazione e di rinuncia ai vizi passati. Become l'amidista, specialmente cinese, attribuisce ad Amida Buddha tutti gli attributi che noi diamo a Dio, la sua c. diventa tutta religiosa. Per l'antico Egitto la c. dei peccati è attestata dalle iscrizioni della necropoli di Tebe del sec. xili a. C. (XIX-XX dinastia). Il carattere della c. appare lievemente mutato,

## Page 157

in quanto è il defunto che proclama davanti al tribunale di Osiride di non aver commesso peccati ("c. negativa"), da un lato, e, dall'altro, l'elemento sessuale sembra scomparso. Si ritiene che questa dichiarazione di innocenza avesse in origine lo stesso valore che la evocazione nella c. positiva. Per quel che riguarda Babilonia le notizie consistono in testi rituali e penitenziali. Appare qui prevalente l'elemento teistico che si rivela nel sacrificio, nella preghiera penitenziale, nei giorni di penitenza, ecc. Il penitente, contro i demoni che lo perseguitano per i suoi peccati, anche commessi involontariamente, invoca l'aiuto della divinità. Tuttavia permangono le pratiche eliminatorie di carattere magico, come l'abbruciamento, il bagno, l'aspersione ecc. Per Israele, v. CAPRO EMISARRO; REPURIONE; KIPPÚR. Nel pensiero, come si ricava dalla letteratura sassanide e post-sassanide, v'è la credenza che i peccati possono venire eliminati con la c. e la penitenza; mentre mancano tracce dell'esistenza di una vera e propria c. fatta a un sacerdote nel mandeismo. L'uso penitenziale, preceduto da una specie di c. pubblica avente frequenza periodica, era in vigore presso i manichei. Anche gli Hittiti, infine, secondo le testimonianze dei testi di Boghaskôy, conoscevano la c. In epoca ellenistica si ritrova l'esistenza della pratica confessionale in quelli stessi paesi per i quali le prime notizie risalgono a ca. 2000 anni prima. Ne fan fede per l'Egitto alcuni testi astrologici; per la Siria, e particolarmente per il culto della dea Syria, Plutarco; per la Cappadocia i dati relativi al culto di Zeus Asbamaios; e, infine, alcune iscrizioni in greco barbarico di Frigia e di Lidia dei secc. II-III d. C., dalle quali si conosce che la c. era praticata in epoca imperiale romana in diversi culti locali anantici, dove la figura centrale era una grande divinità femminile. Al mondo classico greco-romano la c. era estranea, se si fa eccezione per le notizie concernenti il culto dei Kabiri in Samotracia, e alcuni culti d'origine orientale, quali l'isiaco e il metroaco.

BibL.: v. sopra.
CONFESSIONE (MEZZO DI PROVA). - La c., quale mezzo di prova, si distingue nel diritto canonico in c. giudiziale e c. estragiudiziale.
I. La c. giudiziale è una vera e propria prova legale. Essa si ha quando una delle parti in un processo asserisce qualche fatto, il cui riconoscimento sia contrario ad essa e favorevole all'altra, e sempre che l'asserzione sia fatta, per iscritto o a voce, avanti al giudice competente (almeno entro i limiti assoluti), la persona che fa l'asserzione abbia la legittimazione a stare in giudizio, e infine faccia la c. stessa con piena consapevolezza.

Tra i vari effetti della c. giudiziale bisogna ricordare soprattutto i seguenti : a) con essa l'avversario viene ad essere sollevato dall'onere della prova, purché nella causa siano in giuoco solo interessi privati (CIC, can. 1751); b) da essa deriva, per i fatti cui si riferisce, la notorietà di diritto di cui al can. 2197 S 2 e, per diretta conseguenza di tale notorietà, con la c. stessa sono superate vittoriosamente le presunzioni e prove ad essa contrarie.

La c. può essere revocata dal confitente, se lo fa immediatamente, oppure se manchino i requisiti stabiliti; mentre, una volta esaurita, soltanto se siano mancate le condizioni (e in particolare quello della libera consapevolezza), o se la c. sia stata prodotto di errore di fatto (can. 1752 ).
II. La c. estragiudiziale è quella che viene fatta, sia in iscritto che a voce, all'avversario o ad altri, extra iudicium (CIC, can. 1753).

Essa, come è ovvio, ha una forza minore di quella propria della c. giudiziale, dato che si deve ragionevolmente presumere che sia stata fatta senza la esatta cognizione di quelle che possono essere le sue ripercussioni sul terreno giudiziario; tuttavia, se appare circostanciata e fatta con piena consapevolezza della sua importanza e in epoca non sospetta, essa può essere messa sullo stesso
piano in cui trovasi di fronte al giudice la c. giudiziale : è però rimessa espressamente al giudizio discrezionale del giudice la valutazione dell'efficacia da attribuire ad essa (can. 1753).

BibL.: F. Roberti, De processibus, II, Roma 1927, p. 32 sgg.; A. Vernwersch-J. Creusen, Epitome iuris canonici, III, Malines-Roma 1928, p. 64 sgg.; M. Lega-V. Bartoccetti, Commentarium in iudicia ecclesiastica, II, Roma 1939, p. 643 sgg.; P. Della Rocca, Istituzioni di diritto processuale canonico, Torino 1946, p. 211 sgg. Fernando Della Rocca

CONFESSIONE ORTODOSSA: v. MOGHILA, PIETRO.

## CONFESSIONI DI FEDE PROTESTANTI.

Formole o sommari, in cui le varie chiese protestanti notificano ufficialmente le loro principali dottrine religiose.

Sommato: I. C. luterane. - II. C. luterano-calviniste. III. C. rifarmate e loro molteplici gruppi. - IV. C. anglicanoepiscopaliano. - V. Altre c. di f. - VI. C. delle società protestanti. - VII. Sguardo generale sullo stato attuale delle c. protestanti.
I. C. Luterane. - La C. di Augusta, redatta da Melantone, approvata da Lutero, sottoscritta da vari principi tedeschi e presentata all'imperatore Carlo V (1530) nella Dieta di Augusta, è fatta con spirito consiliativo, per non urtare troppo i cattolici, e precisamente per questo non si trovano certe dottrine caratteristiche luterane, come la consustanzialità e la ubiquità del Corpo di Cristo. Consta di due parti : la prima, composta di 22 articoli, comprende articoli ortodossi e alcuni eterodossi, come il 7^{°} : De Ecclesia, il 20^{°} : De bonis operibus, il 21^{°} : De cultu Sanctorum; la seconda parte, con 7 articoli, è piuttosto un catalogo di ciò che essi chiamano abusi della Chiesa cattolica, cioè, il celibato dei sacerdoti, la Messa privata, l'integrità nella confessione auricolare, la tradizione, i voti, l'autorità ecclesiastica, ed in essi si scorgono già gli errori che dovevano diventare comuni a molti altri protestanti. Gli errori di questa C. furono confutati da esperti teologi cattolici, ai quali Melantone rispose nello stesso a. 1550 con la Apologia confessionis Augustanae, dove spiccano molto di più le dottrine luterane. In occasione della convocazione del Concilio di Trento, e per presentare un'esposizione della dottrina nuova, furono compilati nel 1537 gli Articoli di Smalcalda, nei quali Lutero, prescindendo già da ogni speranza di concordia con i cattolici, espose senza ambagi le sue dottrine e manifesta chiaramente il suo odio al Papa. Morto Lutero (1546), gli successe nella direzione dei luterani Filippo Melantone (1497-1560), di carattere molto più mite e condiziondente, il quale in alcuni punti si scostò dalla dottrina del suo maestro, ad es., nella presenza di Cristo nell'Eucaristia, inclinandosi alla forma calvinista. Ne nacque la polemica tra i luterani rigidi ed i criptocalvinisti (v.), alla quale si aggiunse la controversia flaciana o di Flacio Illirico sul peccato originale, la sinergetica, opposta al sevvo arbitrio di Lutero, la ostendrica sulla natura della giustificazione, la maioristica e antinomiana sulle buone opere, la ubiquitaria, la adiaforita, ecc. Tutte queste polemiche e controversie introdussero lo scompiglio nel campo luterano, che non si calmò né con la Formola sveva o sassone del 1574, né con la Formola di Maulbronn del 1575. Finalmente l'elettore di Sassonia, Augusto (15531586), convocò alcuni dei principali teologi, e nel 1577 fu fatta la Formola concordiae. Consta di 12 articoli, tutti, meno l'ultimo, distribuiti in tre parti, cioè : l'argomento da trattarsi, ciò che si deve ammettere (pars posi(ica) e ciò che si deve respingere (pars negativa). L'ultimo articolo condanna gli anabattisti, gli schwenkefeldiani, gli antitrinitari, ecc. Questa formula non pose fine a tutte le controversie, ma in genere ebbe buona accoglienza in tutta la Germania luterana, ed è l'ultimo dei libri simbolici luterani. Non si è fatta menzione della Confessio Sassonica (1551) né della Confessio Wurtembergica (1551), preparate per essere presentate al Concilio di Trento, cosa che non avvenne per la sospensione di questo nel seguente a. 1552. In Ungheria tanto i 12 Articoli di Erdöd (1545) come la C. delle cinque città (1548) hanno come base la C. di Augusta. Una forte reazione contro i cripto-calvinisti si ebbe negli Articoli visitatori

## Page 158

(1592), nei quali la predestinazione di Calvino è condannata come falsa ed erronea. I luterani degli Stati Uniti in generale ammettono tutti i nove libri simbolici.
II. C. luterano-calviniste. - Sotto questo nome sono comprese alcune c. di f. che sono attribuite all'uno c all'altro ramo protestante. Tali sono la Repetitio anbaltina (1581) piuttosto luterana, la C. di Nassau (1578) anch'essa di sapore luterano, ma contraria all'ubiquità. Il Consensus Sendomirensis (1570), di Polonia, emanò da un sinodo misto di luterani e di calvinisti; e fu confermato negli Acta et conclusiones seu cavaves Cracoviensis Synodi generalis (1573), e nel Sinodo di Thorn (1595). Delle tre "confessiones Marchicae», che il Niemeyer numera tra le c. riformate o calviniste, solo la prima, cioè la Confessio fidei Ioannis Sigismundi electoris Brandeburgensis (1614), è chiaramente calvinista; la seconda, Colloquium Lipsiense (1641), fu composta da luterani e calvinisti; e la terza, Declaratio Thorunensis, fu fatta nella Polonia, anche con il concorso di luterani e calvinisti. Lasciando da parte altre c., si citeranno ancora gli Articoli dell'Unione palatina (1818) con i quali il re di Prussia, Federico Guglielmo III (1797-1840), procurò non propriamente di unire, ma di avvicinare i luterani e i calvinisti dei suoi Stati nella "Chiesa unita evangelica e, conservando ognuno i propri libri simbolici. Delle 34 C. di f. dei Fratelli boemi (v. boemi, fratelli), quella del 1535, raccomandata dallo stesso Lutero, fu di tendenza luterana, ed è chiamata Prima c. boema; nel 1573 fu compilata la Seconda c. boema che sostitui le anteriori, e benché in linea generale vi predomini la C. di Augusta, pure contiene dottrine calviniste e hussite. Nella riorganizzazione data dal conte di Zinzendorf, i Fratelli boemi cambiarono il nome in quello di «Fratelli moravi». Le loro dottrine si possono ricavare dalle Litanie di Pasqua (1749) e dai nove articoli del Rinitrato sinodico del 1869.
III. C. Riformate e loro molteplici gruppi. Tali c. (zuingliane, calviniste), nate nella Svizzera, si sparsero in molti paesi d'Europa, e ciascuno di questi volle formolare una o più c. di f. Se ne contano una trentina. Nessuna però ha l'importanza che tra i luterani gode la C. di Augusta. Le più autorizzate sono la Seconda c. elvetica, il Catechismo di Heidelberg, i Canoni di Dort e la C. con il Catechismo di Westminster. Le dottrine caratteristiche delle c. riformate sono la presenza virtuale o dinamica di Gesù Cristo nell'Eucaristia, la predestinazione eterna, la uguaglianza di tutti i ministri, ed il governo ecclesiastico degli «anziani» (laici ed ecclesiastici). Si dà il nome di presbiteriani ai calvinisti anglo-sassoni e scozzesi ed a quelli che da essi precedono, e si è conservato il nome di riformati ai calvinisti degli altri paesi, come Francia, Svizzera, Germania, Olanda.

Per maggior chiarezza si suddivideranno queste c. in vari gruppi, cioè : 1) gruppo elvetico; 2) gruppo germanico; 3) gruppo franco-belga-olandese; 4) gruppo anglo-scozzese. Le c. anglicane, benché pervase di dottrine calviniste, e da molti considerate come riformate, pure per la loro dottrina caratteristica dell'episcopato, così contraria al calvinismo, si debbono considerare separatamente.

1) Gruppo elvetico. Questo gruppo ebbe due capi principali, Ulrico Zuinglio (1484-1531) e Giovanni Calvino (1509-64). Zuinglio nei suoi 67 Articoli (1523) e nelle 10 Tesi di Berna (1528) espose le sue dottrine, che sviluppò ampiamente nella sua Ad Carolum romanum imperatorem fidei Huldryci Zwinglii ratio (1530) e in quella Ad Franciscum, Francorum regem, fidei Huldryci Zwinglii ratio et confessio (1531). Le dottrine zuingliane si propagarono nei paesi vicini, e quattro città dell'Impero, Strasburgo, Costanza, Memminger e Lindau, presentarono nel 1530 alla Dieta di Augusta la cosiddetta Confessio istrapolitana, di sapore zuingliano, ma con certe concessioni alle dottrine luterane sull'Eucaristia. Ecolampadio (1482-1531) compendiò le dottrine del maestro nei 12 articoli della Confessio Basileensis prior, che fu
pubblicata nel 1534. Per comporre in qualche maniera la scissione che si accentuava sempre più fra le dottrine zuingliane e le luterane, ad iniziativa dei protestanti di Strasburgo, soprattutto di Bucero e di Copito, fu pubblicata nel 1536 a Basilea la Confessio fidei Helveticae prior o Basileensis secunda, la quale ebbe l'approvazione di Lutero. Consta di 27 articoli; la dottrina è ancora zuingliana, ma con maggiori concessioni ai luterani. Frattanto nella Svizzera francese cominciava ad emergere Calvino. Durante la sua prima residenza a Ginevra nel 1536 egli aveva cominciato il suo Catechismo, sunto della sua celebre Christianae religionis institutio. Il catechismo fu pubblicato nel 1541 dopo il suo ritorno a Ginevra. Desideroso di unificare le Chiese della Svizzera, nel 1549 si recò a Zurigo, e quivi insieme con Bullinger (1504-73), capo dei zuingliani, fu fatto il celebre Consensus Tigurinus che consta di 26 articoli, nei quali si giunse ad una tal quale armonia. Questo Consensus fu accettato in quasi tutte le Chiese protestanti della Svizzera. Nel 1552, quando era più viva l'opposizione al decreto calviniano sulla predestinazione, i pastori di Ginevra composero il Consensus Genevensis, che però non ebbe molta fortuna fuori della città. Il Bullinger aveva composto per sé una c., e questa, conosciuta dai suoi amici, venne de essi pubblicata nel 1566, ed è la Confessio Helvetica posterior. Consta di 30 articoli, ove si rispecchiano quasi tutti gli errori protestanti di quel tempo, e la dottrina in esposta sulla Cena del Signore e la predestinazione pare che soddisfacesse gli zuingliani ed i calvinisti, e fu una delle più popolari e generali nella Svizzera. L'ultima delle c. svizzere, la Formola consensus ecclesiarum Helveticorum del 1675, non fu che una reazione dei rigidi calvinisti svizzeri contro la scuola di Saumur, che aveva adottato alcune dottrine arminiane. Al gruppo elvetico si può riallacciare la c. dei valdesi, i quali nel Sinodo di Cianforan (v.) del 1532 abbracciarono le dottrine del Farel e dei suoi compagni, precursori di Calvino a Ginevra, e solo nel 1655 adottarono la Confessio Gallicana. Questa rimase in vigore fra essi fino al 1894, nel quale anno modificarono 3 articoli, respingendo fra altre cose la predestinazione calviniana. Perimenti, dal gruppo elvetico derivano le c. ungheresi di Kolosvar (1559), quella di Debreczen (1560-62) e soprattutto quella di Czenger (1570) detta Confessio Hungarica, la quale ha pure qualche canone contro i sociniani (v. antithinitari).
2) Gruppo germanico. Benché la maggior parte della Germania avesse abbracciato le dottrine luterane, pure, come s'è detto, nei paesi confinanti con la Svizzera si erano infiltrate le dottrine zuingliane, alle quali seguirono poi quelle di Calvino. Precisamente nella nuova Università di Heidelberg nel Palatinato, nacquero aspre dispute e controversie tra i partigiani delle tre dottrine, e per farla finita con tanto scandalo, l'elettore palatino Federico III (1515-76), calvinista, fece comporre da teologi calvinisti il Catechismo di Heidelberg o Catechismo pa. latino (1563). Le dottrine calviniste vi sono esposte nelle tre parti divise in 129 articoli, il decreto di Calvino appare un po' più mite, ma vi si nota una esosa animosità contro la Chiesa cattolica, come l'art. 80^{°}, ove la Messa è chiamata «execranda idololatria». Le altre c. tedesche riformate sono di poca importanza, e quasi tutte circoscritte ai paesi il cui principe si era fatto calvinista. Si citeranno la C. di Nassau (1578), il Bremen consensus (1595), la C. e catechismo dell'Assia (1607), la C. di Bentheim (1613) e la già menzionata C. di Sigismondo elettore di Brandeburgo del 1614. Dal gruppo germanico deriva la Reformed Church in the United States, formata da discendenti di emigranti riformati tedeschi e che ha come libro simbolico il Catechismo di Heidelberg.
3) Gruppo franco-belga-olandese. L'unica e importante c. di f. riformata tra i Francesi fu la Confessio fidei Gallicana, fatta nel 1559, approvata da Calvino e da Beza, e ratificata nel Sinodo nazionale di La Rochelle nel 1571. Nelle Fiandre, Guido de Brés, aiutato da Adriano di Saravia e da alcuni altri, scrisse nel 1561 la Confessio Belgica, la quale è ancora oggigiorno in uso tra i riformati dei Paesi Bassi. La dottrina sulla predestinazione fu impugnata da Arminio (v.), i cui discepoli presentarono al

## Page 159

Sinodo di Dort (1618-19) 5 articoli che la condannavano; ad essi rispose il sinodo con gli Articoli di Dort (v. arminianisismo), difendendo la più rigida dottrina calviniana. Pure si deve far notare che la dottrina arminiana sull'universalità della Redenzione, e non dei soli eletti, lasciò un'impronta profonda, ed è professata da molte Chiese riformate e presbiteriane. A questo gruppo si può riallacciare la Reformed Church in America che considera come libri simbolici la c. belga e i Canoni di Dort.
4) Gruppo anglo-scozzese. Il calvinismo fu stabilito in Scozia da Giovanni Knox (1505-72), il quale scrisse la Confessio Scoticena prima, approvata dal parlamento nel 1560, e consta di 25 articoli calvinisti e anticattolici. Nel 1581, fu proclamata la Confessio Scoticana secunda o Generali confessio verae et christianae fidei et religionis, molto breve ma sommamente ingiuriosa alla Chiesa cattolica e specialmente al papa, "Romanum illum Antichristum ", ai Sacramenti "spuria sacramento ", alla Messa "missam diabolicam", al sacerdozio "sacerdotium blasphemum" e al Concilio di Trento "sanguinolenta ipsius Concilii Tridentini decreta" ecc., che hanno reso la Chiesa di Scozia una delle più fanatiche tra tutte le sètte protestanti. Da questa C. del 1581 deriva il famoso patto, o "Covenant", del 1643 , i cui aderenti, o "Covenanters", tanta parte ebbero nelle guerre civili-religiose d'Inghilterra. Durante la seconda metà del sec. xvi vi erano molti anche in Inghilterra che non erano d'accordo con la Chiesa ufficiale anglicana, perché dicevano che in essa vi erano rimasti troppi elementi cattolici, come l'episcopato, e tra questi dissidenti o non-conformisti si distinsero i puritani di tendenza calvinista. Quanto fosse grande il loro influsso nella stessa Chiesa anglicana lo si può dedurre dagli Articoli di Lambeth (1595), approvati dall'arcivescovo di Canterbury, dal vescovo di Londra "et aliis theologis", e introdotti come appendice ai 39 Articoli di religione. Sono 9 , tutti in favore della predestinazione calvinista. Essi però non furono sanzionati dalla regina Elisabetta. Su di loro si fondarono gli "Articoli di religione irlandesi" (1615), approvati dall'arcivescovo anglicano di Dublino, Giacomo Ussher, dai vestovi e dalla "Convocazione" della Chiesa episcopale irlandese. La reazione sorse potente sotto il re Giacomo I (1603-25), al quale piaceva molto di più la sottomissione della Chiesa anglicana che l'indipendenza dei puritani. Non avendo questi potuto ottenere quasi niente nella conferenza di Hampton Court (1604), conosci del loro potere, non desistettero dal loro proposito di purificare la Chiesa ufficiale, e nel 1643 si unirono ai "Covenanters" scozzesi contro il re Carlo I (1625-49). Dalla Scozia vennero otto deputati all'assemblea di Westminster. Dei vari elementi che la componerano, anglicani, indipendenti, ematiani, ecc., le circostanze fecero sì che a poco a poco vi rimanessero quasi solo i puritani ed i presbiteriani; e la Confessio fidei Westmanasteriensis (1647) risultò un trionfo del calvinismo sull'anglicanesimo. Consta di 23 capitoli, ciascuno con vari articoli; è modellata sugli articoli di fede irlandesi dell'arcivescovo Ussher (v. lambeth), e contiene tutte le dottrine calviniane. Insieme con la c., l'assemblea compose anche e presentò al Parlamento nello stesso a. 1647 due catechismi, il lungo e il breve. Quest'ultimo è ancora in uso, ed è equiparato a quelli di Lutero e di Heidelberg. Dal gruppo presbiteriano anglo-scozzese traggono la loro origine le numerose sètte presbiteriane degli Stati Uniti d'America, le quali hanno conservato, come libro simbolico, la C. di Westminster, benché con alcune modificazioni sul decreto calviniano. La Chiesa presbiteriana di Cumberland nella sua "Nuova c." del 1883 abbracciò l'arminianismo.
IV. C. anglicano-episcopaliant. "Non vi è propriamente tra gli anglicani e tra gli episcopaliani una c. di f., ma solo i 39 Articoli di religione pubblicati, dopo varie vicende, nel 1563. La Chiesa protestante episcopale degli Stati Uniti nelle sue "Risoluzioni» del 1801 ha bensì soppresso qualche articolo, sostituito da qualche altro, e cambiato il 37^{°}, non riconoscendo la supremazia ecclesiastica del re d'Inghilterra; ma ha conservato tutta l'impronta angli-
cana. I 39 Articoli sono dunque riconosciuti da tutta la comunione anglo-episcopaliana, che si estende non solo all'Inghilterra ed agli Stati Uniti e alle loro colonie, ma anche ad altri paesi ove sono stati eretti vescovati anglicani o episcopaliani, come nel Giappone, nella Cina, nell'America latina, ecc. Questo fenomeno di una apparente unità religiosa in una Chiesa protestante trova la sua spiegazione: a) nell'ambiguità degli articoli suscettibili di varie interpretazioni dottrinali (v. articoli di religione anglicana); b) nelle correnti dottrinali divergenti della Chiesa alta, bassa e larga, permesso nella Chiesa d'Inghilterra; c) nella teoria della "comprensibilità" (v.) che rende possibile la professione di qualunque dottrina, con la sola condizione, sembra, di non rigettare l'episcopato. Ed a questo si deve la separazione, nel 1873, della Chiesa riformata episcopale degli Stati Uniti, perché nella sua "Dichiarazione di principi" non riconobbe la necessità dell'episcopato, e ammise la validità delle Ordinazioni senza l'intervento del vescovo. La terza conferenza di Lambeth (1888) nella quale intervennero molti vescovi della comunione anglicano-episcopaliana, proclamava i quattro articoli chiamati il "Quadrilatero di Lambeth" (v. lambeth), e considerati come base per l'unione di tutti i protestanti, e dunque anche come un minimum di credenza da tenersi dagli stessi anglo-episcopaliani, cioè: a) la S. Scrittura, unica regola di fede; b) i due "Credo", degli Apostoli e di Nicea; c) i due Sacramenti, Battesimo e Cena del Signore; d) l'episcopato storico necessario per ordinare i ministri della Chiesa unita. A questi quattro punti sono praticamente ridotti i 39 Articoli.
V. Altre c. di f. - Fin qui si è trattato di quelle c. che derivano dalle dottrine luterane, calviniste ed anglicane; in questo gruppo si includono quelle che non riconoscono tale origine. Anteriori alla pseudoriforma del sec. xVI sono le 22 Tesi di Wyclif (1581), il Catechismo bussita (1410), la C. dei taburiti (1451), il Catechismo valdese (1439), e tutte le c. boeme anteriori a quella del 1532. Quasi contemporanei alla pseudoriforma furono: 1) i mennoniti, così chiamati dal loro fondatore Simon Menno (1505-64), che hanno come libro simbolico la C. di Waterland (1590), nel quale raccolsero le dottrine di Menno e degli anabattisti, e la cui caratteristica è il Battesimo degli adulti, considerando invidiolo quello dei bambini. 2) Gli unitari, che risalgono al sec. xvi sotto il nome di sociniani, ed ai primi secoli del cristianesimo con quello di antirinitari, e negano il mistero della S.ma Trinità. Come libri simbolici hanno il Catechismo e la C. di Cracovia (1574), il Breve ed il Lungo catechismo Riconoscio, andrebbe del 1605. 3) I congregazionalisti (v.) oltre gli Statuti dei principi congregazionalisti, compilati da Roberto Browne (v.) nel 1582, presentarono a Giacomo I nel 1603 i Punti di differenza tra il congregazionalismo e la Chiesa d'Inghilterra, e nel 1658 spiegarono di nuovo le loro dottrine nella Dichiarazione di Savoy. Il principio fondamentale di questa setta è che ciascuna Chiesa locale è assolutamente indipendente e può formolare la sua c. di f.; e se alle volte tra le varie sètte che hanno adottato il regime congregazionalista si trova qualche c., ciò non vuol dire che tutta la setta professi o ammetta tale c., ma solo che alcune Chiese locali volontariamente l'hanno accettata. E inutile dunque parlare di c. di f. proprie dei congregazionalisti o delle sètte che seguono il loro regime, come sono i battisti, le assemblee di Dio (pentecostali), i cristadelfiani, i discepoli, ecc., e perciò le si omettono.

Le principali sètte sorte nei secc. xvir e xviri sono: 1) i quaccheri o amici, fondati da Giorgio Fox (1624-91) in Inghilterra, la cui dottrina caratteristica è la "luce interna", sia per interpretare la S. Scrittura, sia per tutte le opere da farsi. Le 23 Tesi contenute nell' Apologia di Roberto Barclay ( 1648-90 ) si possono considerare come le loro c. di f. 2) I metodisti, il cui fondatore è Giovanni

## Page 160

Wesley (1703-91), non hanno propriamente una c. di f., ma Wesley morendo lasciò loro come base della sua dottrina il Nuovo Testamento e i quattro volumi dei suoi discorsi, dai quali si possono ricavare le tre dottrine principali dei metodisti, cioè : la Grazia salvifica offerta a tutti, la sicurezza presente di essere salvi, e la possibilità di arrivare alla perfezione cristiana. 3) La Chiesa della nuova Gerusalemme, o swedenborgiani, fondata da Emanuele Swedenborg (1688-1772). Lo Swedenborg non volle fondare una nuova setta, ma lasciò molti scritti, tra i quali gli Arcana coelestin. Nel 1787 alcuni suoi ammiratori inglesi formolarono i 12 Articoli di fede. Le dottrine principali sono l'antitrinitarismo, il doppio senso della S. Scrittura, cioè il letterale e lo spirituale, rivelato questo allo Swedenborg, ed i diversi e già avvenuti giudizi del mondo prima dell'ultimo dal quale nacque la Chiesa della Nuova Gerusalemme (1737).

Le c. di f. delle sètte sorte nei secc. xix e xx si differenziano molto da quelle del sec. xvi; sono molto più brevi, meno teologiche, tendono a semplificare e ridurre al minimo possibile le credenze e i dogmi da credersi, anzi introducono nuovi elementi (mormoni o Scienza cristiana) o prendono atteggiamenti (esercito della salvezza) non mai visti nelle sètte anteriori. Si citano tra le principali: 1) la Chiesa cattolica-apostolica, o irvingiani da E. Irving (17921834) suo fondatore, la quale ha come libri simbolici il Manuale, il Catechismo e i Tre Testimoni, questi ultimi sono indirizzati rispettivamente al re d'Inghilterra Guglielmo IV (1830-37), all'arcivescovo di Canterbury, e l'ultimo, il Grande Testimonio, agl'imperatori, re, sovrani e capi delle nazioni battezzate. Tra le sue dottrine, l'Irving vuole il governo della Chiesa con 12 Apostoli, insegna il regno millenario di Cristo, ecc. 2) I mormoni e santi dell'ultimo giorno fondati da Giuseppe Smith, al quale nel 1827 fu rivelato il libro di Mormone. Tra i libri simbolici si trovano il Libro della dottrina e dei Patti ed i 13 Articoli, dove, nell'80, il libro di Mormone è pareggiato alla Bibbia. Con il titolo di «Matrimonio celeste» fu considerata come dottrina rivelata la poligamia, ed ammessa la rivelazione diretta di Dio al loro capo supremo. 3) Gli avventisti del 70 giorno o sabatari, fondati nel 1833 da Guglielmo Miller negli Stati Uniti, non hanno propriamente alcun libro simbolico, ma le loro credenze, si ricavano da vari dei loro opuscoli, ad es., da quello del Baker Che cosa credano gli avventisti del 7^{°} giorno. Nel loro duplice nome sono caratterizzate le loro dottrine principali, insegnando che il sabato e non la domenica è il giorno del Signore, e che è prossimo l'avvento di Nostro Signore a giudicare il mondo, quando la pena eterna dei malvagi consisterà nel loro annichilimento. 4) L'esercito della salvezza, o salvazionisti, risente del metodismo del suo fondatore Guglielmo Booth (1829-1912). Piuttosto che vera c. di f., ha una serie di "Direttori» o "Regolamenti» per l'istruzione religioso-filantropica dei suoi membri. Nella Dottrina dell'esercito della salvezza non si trova una sola parola sui Sacramenti e si attacca apertamente il decreto calvinista. 5) La scienza cristiana, o scientisti, fondata dalla signora Maria Baker Glover Eddy dai nomi dei suoi tre mariti (v. baker, many eddy), riconosce come libri simbolici il Manuale della Chiesa, i Sette articoli (tenets) e il libro della Scienza e salute con la Chiave della Scrittura, che è quasi equiparato alla Bibbia. Secondo gli scientisti non esiste né il peccato né il male fisico se non nella mente (con "m" minuscola) mortale e spariscono appena vi sottentri la Mente (con "M" maiuscola) spirituale. 6) Le Chiese di santità hanno comuni con i pentecostali la dottrina del "parlare lingue» come segno del Battesimo dello Spirito Santo, e tra i loro libri simbolici basti citare la Discipline of the Holiness Church. Si aggiungono ancora i plymuttati, che non vogliono nessuna c. di f., fuori del Nuovo Testamento; i nazareni, con i loro 15 Articoli di fede (1932), i vecchi cattolici con le 14 Tesi dell'unione o Tesi della conferenza di Bonn (1874) e si tralasciano altre sètte di poca importanza e le molteplici suddivisioni dei luterani, dei battisti, dei presbiteriani, dei riformati, dei metodisti, dei mennoniti, ecc. che talvolta solo si differenziano tra loro in cose di disciplina o di regime ecclesiastico.
VI. C. delle societá protestanti. - Oltre le sète o Chiese protestanti, si sono formate molte società protestanti interdenominazionali, che ricevono, quali soci, individui di qualsiasi setta, purché accettino alcune verità religiose come condizione per far parte della società. 1) La Associazione cristiana dei giovani (YMCA) esige la sottoscrizione della base di Parigi (1855) cioè : che gli associati, considerando Gesù Cristo come loro Dio e Salvatore, vogliano essere suoi discepoli nella dottrina e nella vita, e unite i loro sforzi per l'estensione del suo Regno tra i giovani. Principio che ha tratto in inganno molti giovani cattolici ignoranti del senso che i protestanti dànno alle parole «Regnodi Cristo». 2) L'Alleanza evangelica o Alleanza evangelica cristiana (v. alleanza) propone ai suoi candidati i 9 Articoli del 1867 non come Credo, ma come indicazione della classe di persone che accetta tra i suoi membri. Tra i 9 Articoli sono da notarsi il 2^{°} sulla libera interpretazione della S. Scrittura, ed il 6^{°} sulla giustificazione per la sola fede, con i quali vengono esclusi i cattolici. Ci sono società protestanti missionarie interdenominazionali che o non propongono nessuna c. di f. e ammettono individui da qualsiasi setta provengano; o se vogliono escludere alcuni, ad es., gli unitari, includono tra gli articoli da sottoscriversi uno sulla S.ma Trinità, e se non amano avere gli avventisti, stabiliscono che la domenica è il giorno consacrato al Signore, ecc.
VII. Sguardo generale sullo stato attuale delle c. protestanti. - Se il principio della libera interpretazione della Bibbia fu causa di tante divisioni e suddivisioni nel campo protestante, e di tante e così diverse c. di f., lo stesso principio applicato, e con maggior ragione, alle dottrine contenute nelle stesse c., è stata la causa del loro discredito. Se si trovano ancora protestanti che rimangono fedeli alle dottrine delle c. non mancano molti che non credono più in esse, o non ne fanno caso, e propendono ad una religione senza Credo (Creedless Religion), o almeno la vogliono ridotta ad un minimo di credenze. Così appare nel Quadrilatero di Lambeth per le Chiese della comunione anglicano-episcopaliana; cosi nella c. adottata nel Congresso di Parigi del 1907 per tutte le chiese riformate della Francia, e cosi nella C. di Ginevra del 1908 per alcune delle chiese riformate svizzere. Nel protestantesimo tedesco è nota a tutti la strage che hanno fatto il razionalismo ed il soggettivismo, per i quali non esistono dogmi di fede o sono elaborazioni immanenti nel fondo della coscienza religiosa. In Germania, in Francia e in Inghilterra è rimasta celebre la controversia sull'adesione che i nuovi ministri dovevano prestare al Credo nell'atto di essere ordinati, e la tendenza fu di lasciar libera la loro interpretazione. E pure certo che in tutte le parti si è notata una forte reazione che inclina talvolta all'imitazione della Chiesa cattolica, come l'an-glo-cattolicismo in Inghilterra e negli Stati Uniti, la Hochkirche in Germania; talvolta a convocare congressi panpratestanti, a dare grande impulso alle missioni con la speranza che l'entusiasmo di diffondere il "messaggio» o di stabilire il "Regno" rinvigorisca l'antica fede scemata. Ma finora non si è visto che tali rimedi siano stati sufficientemente efficaci per invigorire la primitiva adesione alle antiche c. di f.

BibL.: Oltre ai disionari e repertori, quali Schaff-Hersog, Enc. of Christian Knowledge, 4 voll., Nuova York 1891 ; Enc. of Rel. and Eth.; il DFC, sotto le rispettive veci, cf. H. A. Niemeyer, Collectio confectionum in eccles:is reformatis publicatarum, Lipsia 1840; G. A. Moehler, La Shedutica, ossia esposizione delle antitesi dogmatiche tra i cattolici e i protestanti, 4^{°} ed. it.,

## Page 161

![img-0.jpeg](img-0.jpeg)

Confessore - Iscrizione che rammenta il "confessor " Quirino Maggiore, ricordato al to maggio nel Martirolozio geronimiame (sec. v) - Roma, cimitero di Pretestato.

Carrozzola 1852; G. B. Winer, A Comparative view of the doctrine and confessions of the various Communities of Christendom, edited from the lost edition, Edimburgo 1873; Ph. Schaff, The Creeds of Christendom, 3 voll., Nueva York 1877; W. A. Curtis, A History of Creeds and Confessions of Faith, Edimburgo 1911; C. Alpermissen, La Chiesa e le Chiese, vers. it., 2. ed., Brescia 1944.

Camillo Crivelli
CONFESSORE (confessor). - Dal lat. confessor (da confiteri = dichiarare apertamente, termine proprio del latino cristiano; gr. ξ̇ μ ἀ σ γ η τ η_{ζ} ) è il titolo che oggi, in liturgia, si dà a tutti i santi non martiri (vecchi, dottori, sacerdoti ed anche semplici fedeli che non siano donne). A questo significato specifico si è giunti attraverso una triplice evoluzione.

1. Nei primi secoli, i cristiani che avevano confessato la fede nelle prigione, nelle torture, in esilio, nel lavoro delle miniere senza sacrificio della vita, erano chiamati col titolo generico di "martyres", come quelli che avevano versato il sangue per Cristo. Eusebio (Hist. ext., III, 32; cf. III, 20) chiama cosi i discendenti di Giuda, "fratelli" del Signore, che Domiziano giudicò inoffensivi e rimando a casa loro. Nella confutazione della eresia catafrigia, Apollonio (m. nel 97) denuncia Temisone e Alessandro che pretendono il titolo di martiri (Eusebio, op. cit., V, 18). Tra gli eretici il titolo di martire serviva per ottenere offerte e denaro (Eusebio, op. cit., V, 18, 7). Un altro esempio di questa estensione di senso si trova nella sottoscrizione di una lettera di Serapione d'Antiochia (Eusebio, op. cit., V, 19, 3).
2. Nella seconda metà del sec. il s'incontra, per la prima volta, la distinzione netta, nel concetto e nella terminologia, tra martiri e c., nella lettera delle Chiese di Vienne e di Lione (a. 178), riportata da Eusebio (op. cit., V, 2, 2). Benché gli eroi ivi celebrati avessero reso testimonianza più volte, dopo essere stati condotti alle bestie, esposti ai carboni ardenti, coperti di lividure e di piaghe, tuttavia essi non si proclamavano martiri né permettevano che fosse loro dato questo titolo, anzi se qualcuno per lettera o in conversazione li chiamava così, essi lo riprendevano severamente. Davano ben volentieri il titolo di martire a Cristo... e ricordavano la memoria dei martiri che avevano già lasciato il mondo e dicevano: veri martiri son quelli che Cristo s'è degnato di accogliere nell'atto stesso in cui rendevano testimonianza, dopo aver segnato in essi, come con sigillo, la professione della fede per mezzo della morte. Quanto a noi non siamo che umili e semplici c. ( = ö μ ἀ λ σ γ γ α i ).

La distinzione, però, non entrò subito nel linguaggio corrente. I due termini di "martyr" e "confessor" continuarono ad esser usati indistintamente. Ippolito (160 ca.235) oppone i martiri ai c. (In Dan., II, 37), dà il titolo di c. a Natalios che aveva sofferto per la fede e divenne poi vescovo d'una setta eretica (Eusebio, op. cit., V, 28, 8). Tertulliano ( 197 ca.), indirizzando ai c. un libro intitolato Ad martyras, li chiama candidati al martirio : "benedicti martyres designati" (Ad mart., 1). "Martyr", nel senso di
"confessos", ritorna frequentemente sulla sua penna (De praescript. haeret., 3; Ad mart., 1; De pudic., 22; ecc.). Un po' dovunque, del resto, si parlava di martiri in senso largo e Origene (m. nel 233) faceva notare che la parola μ ἀ ρ τ ι ς può giustamente applicarsi a tutti quelli che in un modo o nell'altro rendono testimonianza alla verità (In Joh., II, 210). Nella Passio ss. Perpetuae et Felicitatis (cap. 11, ed. Barra, Torino 1943, p. 66), Quinto, morto in prigione, è qualificato come martire, cosi anche Primolo e Donaziano, che muoiono tra i ferri, corrono "ad martyrii coronam immaculato itinere" (Passio Montani et Lucii, cap. 2, ed. Barro, Torino 1943, p. 119). Cipriano (200 ca.-258) ha una distinzione concettuale più precisa. Distingue tra il c. Numidico e quelli che formano il "gloriosum martyrum numerum", preparati alla morte dalle sue esortazioni (Epist., 40, 1). A quelli morti in prigione, anche se non hanno subito la tortura, vuole si rendano gli stessi onori che ai martiri. Non è, del resto, una novità. Cipriano dà abitualmente il nome di "confessores" a quelli che languono nelle prigioni (Epist., 32, 1; cf. Epist., 31), invia lettere "Sergio et Ragatiano et ceteris confessoribus" (Epist., 6; 13), ne riceve da Mosè, Massimo e Nicostrato a nome di «universi confessores» (Epist., 26). Ammete nella confessione due gradi : una pubblica davanti ai giudici e una privata, di chi si sottrae con la fuga all'obbligo di sacrificare (De lapsis, 3); in De lapsis, 4, sono chiaramente distinti martiri e c. Ma Cipriano non è sempre fedele a questa terminologia. Confonde un termine con l'altro non perché ne ignori il valore, ma perché vuol tagliar corto o far piacere ai destinatari dei suoi scritti (P. de Labriolle, Martyr et confesseur, in Bull. d'ancienne litrèr. relig. et d'arch. chrét., I [1911], p. 54).

Notevole esattezza nell'uso dei due termini si riscontra in Dionigi di Alessandria (m. nel 264 ca.) e si accentua negli scrittori delle età successive. In Eusebio si legge di un certo Seleuco prima c. poi martire (De mart. Palest., II, 20). Ottato di Milevi (sec. Iv) ricorda la persecuzione "quae alios fecerit martyres, alios confessores» (De schism. Donat., I, 13) e altrove pone la domanda: "quomodo dicitis martyres qui non fuerunt confessores" (op. cit., III, 8); s. Girolamo ( 349 mathrm{f}-420 ) parla di «Aegyptios confessores, voluntate iam martyres" (Epist., 3, 2).

Una terminologia confusa torna nel campo delle iscrizioni. Alle volte il titolo di c. è dato ai martiri come nei casi di s. Ennata (chiamata anche Θ ἐ η ) che è una martire ed è detta ö μ ἀ λ σ γ η_{τ} τ ρ ι α (Marco Diacono, Vita Porphirii Gazensis, Lipsia 1895, p. 18). Va rammentata pure l'iscrizione damasiana nella Cripta dei papi relativa ai martiri greci "Hic confessores sancti quos Graecia misit" (A. Ferrus, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, n. 16) dove però "confessores", forse (è l'opinione comune dopo il De Rossi) non ha valore maggiore d'una necessità metrica. Un epitaffio di Tarquinia (Bull. arch. crist., 2. serie, 5 [1874], pp. 101-102) parla d'un «Euticius confessors, nel quale il De Rossi riconobbe uno di quei cristiani sopravvissuti alle persecuzioni, che, dopo le torture e la prigionia, furono liberati al tempo della pace. A questo va avvicinato un sorvefago di Milano preparato per sé, ancora vivente, da un certo Diogene "confessors e la cui iscrizione, mutila ora, incomincia : "et a domino coronati sunt beati confessores comites martyrum"

## Page 162

(ibid., p. 109) : Diogene è c. nel senso rigoroso della parola. Un'altra categoria d'iscrizioni attribuisce il titolo di martire a personaggi che non hanno versato il sangue. Così per Ponziano, Cornelio, Eusebio papa, Eusebio di Vercelli, Massimo di Napoli, Dionigi di Milano, Apollinare di Ravenna, Felice di Nola. Nella lotta contro le eresie "confessor" (specie in Oriente il corrispondente ἠ ρ λ λ α- "77\%c) diventa il titolo di chi ha sofferto per l'ortodossia. E il senso che si ritrova nella Peregrinatio Aetheriae (Peregrinatio, in Itinera Hierosol., ed. Geyer, CSEL, XXXIX, 62, 65), nello Pseudo Ambrosio (Precatio, II) e in s. Agostino quando parla d'un "liberi confessor arbitrii et Dei Conditoris" (Contra Iulian., I, 73). Sidonio Apollinare resta in questa tradizione quando dà a s. Martino il titolo di "pontifex confessorque" (Epist., 4, 18, 4), parimenti quando si legge: "Ego Ulfila episcopus et confessor" (Massimino, Contr. Ambr., 63).

Man mano che ci si stacca dal rigore dei termini incomincia a regnare sempre più l'arbitrio nella distribuzione dei titoli d'onore. Ma il titolo di "confessor" tende ad essere riservato esclusivamente ai santi che non hanno sofferto il martirio e passa gradualmente dal senso proprio a quello metaforico e spirituale dell'ascesi.
3. Già Clemente d'Alessandria (m. prima del 215) parla del saggio o del cristiano che rende testimonianza a Cristo con una sorta di martirio spirituale, consistente nella vita pura e nell'osservanza dei comandamenti (Strom., IV, 15, 3). S. Cipriano (Epist., 13, 5) dice: «qui pacifica et bona et iusta secundum praeceptum Christi loquitur, Christum quotidie confitetur». Questo significato si afferma in seguito. C. sono gli asceti (ascesi-martirio) che nella vita di penitenza e di preghiera confessano la fede, in particolare i monaci o anacoreti, isolati o riuniti in comunità.
L. Duchesne (Origines du culte chrétien, Parigi 1920, p. 442) sostiene, non senza ragione, che in questo senso deve interpretarsi la preghiera del Venerdi Santo: "Oremus, et pro omnibus episcopis... ostiariis, confessoribus, virginibus, viduis et pro omni populo Dei» e i canoni del Concilio di Elvira (ca. 300; can. 25), di Arles (314; can. 9) e di Toledo (400; cann. 6, 9). L'opinione è stata recentemente contraddetta da B. Botte (Arch. latin. medii aevi, 16 [1941], p. 140), ma senza convincenti argomenti.
4. Infine va notato un ultimo significato che pone l'equivalenza "confessor" - "cantor». E un'opinione che risale ad Ugo Ménard (m. nel 1644), il quale la formulò basandosi sul can. II del Concilio IV di Cartagine (Statuta Ecclesiae antiqua) e sui cann. 6 e 9 del Concilio di Toledo. L'opinione del Ménard fu accettata con riserva dal Tommasi, combattuta da M. Gerbert e da L. Lesley, ripresa dal Morin e divulgata dal Leclercq (DACL, III, col. 2514). Recentemente Botte ne ha dimostrata l'infondatezza (art. cit. in bibl., p. 145).

In Oriente, nel culto pubblico, i primi a ricevere il titolo di "confessores" sono Antonio (m. nel 356), Ilarione (m. nel 371), Atanasio (m. nel 373); in Occidente i vescovi del sec. iv Eustorgio (m. nel 331) a Milano, Silvestro (m. nel 335) a Roma, Martino (m. nel 397) in Gallia, Severo (m. ca. nel 409) a Napoli, Agostino (m. nel 431) in Africa, Apollinare (sec. v) a Ravenna. I vescovi del sec. iv sono stati i difensori della fede contro l'arianesimo. Se non avevano subito il martirio, avevan sostenuto spesso violenti persecuzioni; si celebrava l'anniversario della loro "depositio", i loro corpi riposavano sotto l'altare; tanta rassomiglianza avevano con i martiri. Era giusto che si desse loro il titolo di "confessores", in senso più largo ma assai vicino all'originale. Dai vescovi il titolo si estese si non vescovi. A questo punto dovette avere influenza il concetto di ascesi-martirio. Gregorio di Tours nel De gloria confessorum parla di vescovi, abati, monaci, vergini, sante donne.

Birl.: L. Duchesne, Les origines du culte chrétien, 5^{°} ed., Parigi 1920; H. Delehaye, Sanctus, Bruxelles 1927; B. Botte, Confessor, in Archivum latin. medii aevi, 16 (1941), pp. 137-48. Annibale Bugnini

CONFESSORE (confessarius). - E il sacerdote che amministra il sacramento della Penitenza. La sua figura risulta chiaramente dalla natura della Penitenza e dal posto ch'essa occupa nel piano generale della salvezza.

E noto che la Confessione è un sacramento che si amministra a forma di sentenza assolutoria sul peccatore pentito e tende, come strumento della misericordia divina, a render possibile anche al peccatore il conseguimento della Grazia santificante e della beatitudine celeste.

Il fatto che si tratti di Sacramento impone al c. tutti i requisiti per la valida e lecita amministrazione dei Sacramenti (intenzione di fare ciò che Cristo ha istituito o almeno ciò che fa la Chiesa; stato di grazia, ecc.).

Il fatto che la Penitenza si eserciti a forma di giudizio importa subito che il c. sia provvisto della giurisdizione. Per il rapporto in cui essa sta con il carattere sacerdotale e, soprattutto, per com'essa si acquista, v. Penitenza. Qui basta aver accennato alla sua necessità per fermarci su quelli che sono i compiti del c.

La forma giudiziale della Penitenza importa inoltre che il c. si assicuri almeno moralmente sempre in ordine alla salvezza - della possibilità, dell'opportunità e della necessità di concedere o negare l'assoluzione. Praticamente questo giudizio verte attorno a tre punti : a) accertare se il penitente ha peccato e in quale misura; b ) appurare se è pentito delle colpe commesse e se ha vero proposito di non ricadervi; c) vedere se dare o negare o differire alquanto l'assoluzione.

Quello del c. non è un giudizio astratto, ma concreto. Non basta infatti che, astrattamente, un determinato atto sia gravemente lesivo della norma di condotta per concludere che tutti quelli che lo compiono si macchiano di colpa grave. Perché questa ci sia si richiede nel soggetto piena avvertenza e libero consenso : due cose che possono talvolta mancare o variare ampiamente da soggetto a soggetto e da caso a caso.

Nel giudicare del dolore del penitente - e conseguentemente del proposito - si dovrà attendere alla volontà presente più che alla previsione del futuro: un proposito può essere