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rcostanza C. e D. furono inseriti anche nel canone della Messa. Altre 6 chiesuole erano dedicate in Roma ai due martiri, - Vedi tav. XXXVIII.

Bibl.: Martyr. Hieronymianum, p. 528; Acta SS. Septembris, VII, ed. Parigi 1867, pp. 400-48; L. Deubner, Kosmas und Domian, Lipsia 1007; G. Bisssiotti-Ph. B. Whitehead, La chiesa dei SS. C. e D. al Foro romano e gli edifici preesistenti, in Rendic. della Pont. accad. romana di archeol., 3 (1925), pp. 83122; H. Delehaye, Les recueils antiques de miracles des Saints, in Anal. Boll., 43 (1922), pp. 8-18: id., Les origines du culte des Martyrs, 2^{2} ed., Bruxelles 1933, p. 190 sg.; E. Rupprecht, Comae es Domiani sanctorum medicorum vita et miracula, Berlino 1932; R. Krautheimer, Corpus basilicarum christianarum Romae, I, Città del Vaticano 1937, pp. 137-43; V. L. Kennedy, The Saints of the Canon of the Mass, ivi 1938, pp. 137-40; E. Donckel, Ausserrömischen Heilige in Rom, Lussemburgo 1938, pp. 60-63; M. Armellini, Le chiese di Roma dal sec. IV al XIX,
ed. C. Cecchelli, Roma 1942, pp. 196-99, 1279-81; G. Lugh, Roma antica. Il centro monumentale, ivi 1946, p. 223 sg. Agostino Amore

COSMAS PRESbyter. - Autore bulgaro del sec. x. Compose un trattato contro i Bogomili (v.) del primo impero bulgaro, che è la nostra principale fonte su quell'eresia e su lui stesso.

Secondo il Vaillant, fu quasi coevo di Giovanni l'esarca: sarebbe vissuto sotto Pietro (927-69), figlio di Simeone il Grande, e avrebbe scritto subito dopo il crollo della Bulgaria sotto Bisanzio (972).

Lo scopo del libro è quello di arginare l'enorme pericolo dell'eresia e di combattere gli abusi. Il Trattato contro i Bogomili è la principale opera dell'antica letteratura bulgaro e così com'è, imbarazzato ma vivo e sincero, supera i suoi pedanti modelli greci. Sembra ignorare i padroni bizantini, mentre il suo orizzonte si allarga fino a Gerusalemme e Roma. Il titolo di proceiter che l'autore stesso sembra attribuirsi designerebbe, secondo il Vaillant, l'alto diero. Dato che C. lo adopera anche per designare santi Padri, come s. Atanasio, il titolo confermerebbe addirittura gli argomenti del Gagos, secondo il quale C. era vescovo.

Bibl.: J. Gagos, Teologia antibogomilistica, Roma 1942; H.-Ch. Puech-A. Vaillant, Le traité contre les Bogomiles de Caomer le Prêtre, Parigi 1943; sui Bogomili cf. ora l'opera fondamentale: D. Obolensky, The Bogomilt: a study in Balban Neo-Manicheism, Cambridge 1948.

Federico Tsillice
COSMATI. - Sotto questa denominazione generica sono compresi i marmorari operanti in Roma, in varie località del Lazio e in genere dell'Italia centrale, dal sec. xir ai primi del sec. xiv, appartenenti a diverse famiglie in taluna delle quali spesso ricorre il nome di Cosma. Essi furono sostanzialmente decoratori che eseguirono suppellettili chiesastiche come amboni, cibori, cattedre, plutei, unendo ad un certo gusto classicheggiante la predilezione per il colore diffusa dai bizantini nell'Italia meridionale, e cioè arricchendo le loro opere con intarsi di porfidi, serpentini e fascie di musaici, ma lasciando sempre, a differenza di quanto fecero i marmorari campani o siciliani, un ampio respiro al fondo bianco che inquadra e limita, contenendole, le superfici colorate. In questo senso furono decoratori raffinati poiché mantennero vivo l'equilibrio fra la superfice da decorare e l'ornato policromo. Quando si rivolsero all'architettura non curarono i complessi problemi costruttivi dei lombardi e senza preoccuparsi di ricerche volumetriche elevarono i loro edifici talvolta nei templi più antichi privi di decorazioni cromatiche (S. Maria di Falleri) con gusto nativo per le proporzioni classicheggianti, ritmando i pieni ed i vuoti, scandendo ogni monotono ricorrere dei motivi con pause armoniose.

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Numerose sono le famiglie e le opere. Un marmoraro Paolo operava al principio del sec. xir a Ferentino, ed ebbe 4 figli (Giovanni, Pietro, Angelo, e Sassone), che innalzano insieme in Roma il ciborio di S. Lorenzo (II48) e poi quelli di S. Marco, dei SS. Cosma e Damiano, dei SS. Apostoli (i quali ultimi tre più non esistono) e senza Pietro quello di S. Croce in Gerusalemme. Nicola, figlio di Angelo, lavorò a Gaeta (probabilmente non al campanile, come altri ritiene), scolpì con il Vassalletto il candelabro di S. Paolo, innalzò il ciborio di S. Bartolomeo all'Isola ed infine operò a Sutri con il figlio Iacopo del quale restano imprecise testimonianze. Drudo de Trivio cresse il ciborio di Ferentino, collaborò con Luca di Cosma ai plutei di Civitacastellana e con il figlio Angelo ad un ciborio in Lanuvio.

Un marmoraro Ranuccio lavorò in S. Maria Maggiore a Tuscania ed i figli di lui Pietro e Nicola alla porta di S. Maria in Castello a Tarquinia; Giovanni e Giuttone, figli di Nicola, a S. Andrea in Flumine a Ponzano e poi all'altare e al ciborio di S. Maria in Castello; altri loro parenti operarono anche in vari centri del Lazio.

Lorenzo di Tebaldo esegui prima in Roma un altare a S. Stefano del Cacco, poi con il figlio Iacopo costrui gli splendidi amboni di S. Maria in Aracoeli, la porta di S. Maria di Falleri e la porta maggiore del duomo di Civitacastellana. Iacopo lavorò a S. Bartolomeo, iniziò con mirabile perfezione tecnica il chiostro di S. Scolastica ed il portico di Civitacastellana che compi con il figlio Cosma (1210). Il solenne arco che interrompe il ritmo lineare della trabecazione attinge a motivi classici ed anticipa nella serenità della visione il motivo brunelleschiano della cappella Pazzi. Cosma con i figli Luca e Iacopo fece il pavi-
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(fol. Alineri)
Cosmati - Pavimento in opus sectile * (sec. xit). Roma, chiesa di S. Maria in Aracoeli.
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(fol. Alineri)
cosmati - Ambone nel duomo di Terracina (sec. xili).
mento della cripta di Anagni e compì il chiostro di Subiaco.

Cosma di Pietro Mellini architetto la cappella del Sancta Sanctorum, in forme goticheggianti; ebbe tre figli: Iacopo, decoratore di pavimenti, Giovanni, che esegui varie tombe a S. Maria Maggiore, all'Aracoeli e altrove, e Deodato che scolpì un altare della Maddalena al Laterano ed il ciborio goticheggiante di S. Maria in Cosmedin.

Altra grande famiglia di marmorari romani fu quella dei Vassalletto. Pietro collaborò al ciborio di S. Paolo, l'unica opera interamente figurata della produzione romana, esegui un ambone a S. Pietro (II90), opere non ben precisate a Segni (II85), la schola cantorum di S. Saba dimostrando più di ogni altro nella saldezza dell'intaglio l'assimilazione di modi classici in parte anche assunti dal repertorio decorativo degli Etruschi. I suoi capolavori sono i chiostri di S. Paolo fuori le mura e di S. Giovanni in Laterano, che iniziò da solo e compì con il figlio Vassalletto, opere di un equilibrio mirabile per la ritmica scansione dei pilastri, le felici proporzioni delle arcatelle, la raffinata eleganza decorativa, la fermezza di intaglio e la vivacità del colore distribuito in venature di musaico sulle colonnine accoppiate e sempre varie, o rappreso in dischi e rettangoli sotto la cimasa intagliata a fogliami e mascheroni. Con maggiore sobrietà di colore e più raffinato senso delle proporzioni gli stessi marmorari innalzarono il portico della basilica di S. Lorenzo fuori le mura.

Sono da ricordare ancora la famiglia dei Salvati : Pietro de Maria, che costrui il chiostro della badia di

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Sassovive presso Foligno, Pietro Amabile attivo in Umbria e Abruzzo. Molte opere splendide per l'uso di larghi elementi colorati che sottolineano l'architettura sono anonime, come a Roma le cattedre di S. Balbina e di S. Cesarco, gli amboni di S. Clemente e di S. Lorenzo, gli amboni e la schola cantorum di S. Maria in Cosmedin, ove Pasquale marmoraro firmò il candelabro. La enumerazione si potrebbe estendere ai pavimenti, veri tappeti di prezioso colore, nei quali i motivi continuamente variano con vivacità e fantasia quasi inesauribili.

Educati ad un gusto per il colore che ha lontane origini nell'arte classica e che è possibile vedere conservato nell'alto medioevo in rari frammenti di pavimentazione, sorretti in queste indirizzo dai rapporti con l'arte bizantina, che aveva nella badia di Grottaferrata un centro di espansione prossimo a Roma, i C., preparando suppellettili chiesastiche si affinarono guardando all'antico e giunsero non di rado al capolavoro anche in opere di architettura. Sfiorarono talora una visione rinascimentale, come i fiorentini autori del S. Miniato al Monte e subirono poi nel corso del Trecento gli influssi gotici; chiamati a lavorare nella cattedrale di Gurk (ca. I200) e fino nell'abbazia di Westminster a Londra, esercitarono sicuramente un fascino su quel grande plastico che fu Arnolfo e sul Maitani allorché progettava la facciata del duomo di Orvieto. Il loro sistema decorativo fu continuato ad essere usato per i pavimenti a Roma fino alle soglie del sec. xVI. - Vedi tav. XXXIX.

Bibl.: Venturi, III, pp. 788-802, 884-97; P. Toesca, Storia dell'arte italiana, I, Torino 1927, pp. 382-92, 826-29; L. Swarzenski, s. v. in Thieme-Becker, VII, pp. 304-306; F. Her. manin, L'arte in Roma dal sec. VIII al XIV, Bologna 1943, v. indice (con bibl. completa); G. Giovannoni, s. v. in Enc. Ital., XI (1931), pp. 276-78.

Guglielmo Matthiae
COSMO da Castelfranco: v. PIAzza, paOlo.
COSMOGONIA. - E il complesso delle dottrine che spiegano l'origine e la formazione dell'universo.

Il problema dell'origine del mondo e dell'uomo ha occupato la mente umana fino dagli stadi di cultura più antichi che ci è dato conoscere oggi. C. ed antropogonia, di regola strettamente collegate fra loro, sono fatte risalire all'azione di esseri soprannaturali preesistenti alla natura, o all'ordine cosmico attuale. Tale azione è presentata per lo più in forma mitica.
I. Culture e primitive». - Nella grande varietà delle versioni sulla c., è possibile individuare un certo numero di motivi fondamentali, tramandati per tradizione, che però vengono variamente colorati e arricchiti di particolari leggendari o poetici, dalla fantasia di ciascuna cultura, di ciascun popolo, anzi spesso di ciascun gruppo entro uno stesso popolo. Come tutti gli elementi culturali, tali miti si propagano ed emigrano, e possono anche decadere, impoverirsi, trasformarsi e sparire. La moderna indagine storico-culturale ha tuttavia consentito, attraverso l'esame critico dei ricchi materiali finora conosciuti, di accertare l'indiscutibile antichità della nozione di un Essere supremo personale, creatore, che nella maggioranza dei casi costituisce la figura centrale dei miti sulla c. Questo Essere, concepito per lo più antropomorficamente, ma al tempo stesso con attributi soprannaturali, crea talvolta dal nulla, o, più spesso, fabbrica da materiali preesistenti, la terra, gli astri, gli animali, l'uomo, operando sia da solo, sia con la collaborazione di altri esseri od animali da lui dipendenti. Per lo più il Creatore inizia la sua opera entro o sopra un caos informe (mare,
corrente, pantano primordiale, oscurità) da cui trae il mondo. I primi uomini vengono creati (in unica coppia, in coppie plurime, talvolta il solo primo maschio) con argilla, legno, giunchi, ecc.; in qualche versione, il primo uomo è fatto con la costola dell'Essere supremo (Cheyenne del Canadà), e la prima donna con la costola dell'uomo (Cheyenne, Nandi del Chenia, Vute del Camerun, Bubi di Fernando Poo). Versioni come queste, a cui si aggiungono altri motivi diffusi fra i primitivi (poesato dei primi uomini, diluvio universale, ecc.), pongono il quesito dei rapporti fra i miti dei popoli di natura e la tradizione biblica, problema che non sempre è da chiarire invocando direnti o indirenti influssi missionari, almeno per quanto riguarda Asia ed Africa.

Pur essendo il mito la forma più universalmente diffusa in cui viene tramandata la versione delle origini cosmiche ed umane, l'insieme delle concezioni animologiche di un popolo può talora documentare presso di esso la presenza, sia pure impallidita, di una nozione di c. anche quando quel popolo non abbia sviluppato (o conservato) miti espliciti al riguardo. E, d'altro canto, il mito può non essere semplicemente esiconto narrato, ma essere "rappresentato" simbolicamente nelle iniziazioni dei giovani e nei cosiddetti «misteri della c. " (Arapaho, Cheyenne, Centro-Australiani, ecc.); il che dimostra come il problema delle origini in talune culture primitive assuma importanza vitale alla base stessa della formazione sociologica.

Fra i Pigmei, riconosciuti come i più primitivi fra gli attuali abitatori dell'Africa o addirittura (secondo la scuola del p. W. Schmidt) dell'intero globo, sono stati raccolti alcuni bei miti della c., nei quali a motivi di ingenua primitività sono unite concezioni relativamente elevate: e ciò specialmente presso i gruppi occidentali (Pigmei del Gabon). Kmown (l'Essere supremo), esistente all'origine dei tempi, ha creato il mondo con la sua parola; egli si siede quindi sulla riva di un ruscello presso il grande villaggio degli animali, e plasma statuette in forma umana con terra di vario colore (rossa, nera, bianca, donde le varie razze), ingiungendo quindi ad esse di camminare. Secondo un altro mito, all'inizio, il Creatore, solo nel villaggio, si annoia, non c'è nessuno per preparargli il cibo : perciò pensa di fare degli uomini. Raccolte molte noci, le pone nella sua piroga sulle rive dell'oceano, e le fa trattare al largo dal coccodrillo; giunto in alto mare, soffia e sputa sulle noci, e le getta ad una ad una in mare, ordinando che diventino uomini e donne. Miti altrettanto vividi non si ritrovano presso l'altro maggiore gruppo di Pigmei (dell'Ituri, Congo Belga), i quali hanno tuttavia la nozione e il culto di un Essere supremo (Ture), creatore della natura e del primo uomo. Molteplicità di concezioni si osserva fra i Pigmei asiatici. I Semang della penisola di Malacca non possiedono nozioni chiare sulla c.; sembra prevalere tuttavia l'idea di una c. indiretta, sia attraverso l'opera di due fratelli mitici, fabbricati dall'Essere supremo, che a loro volta avrebbero fatto le montagne e le pietre da cui poi sarebbero sorti gli uomini, sia per mezzo di un animale (lo scarabeo stercorario), che avrebbe tratto la terra dal pantano originario. Contrasti presentano pure le concezioni degli Andamanesi. Fra i gruppi settentrionali, si ha il concetto di una "autocreszione" dell'uomo, nato dal nodo di un grosso bambù o di un albero (singolare parallelismo con i Melanesiani). Il nome di questo protoantenato è "il solo": infatti egli non ha moglie, ma coditta con un formicaio (simbolo lunare, come in certe c. sudanesi), e da questo ha vari figli, che secondo una versione sono il vento, la tempesta, il cielo, la schiuma marina. Fra i gruppi andamanesi meridionali, ha risolto invece la figura di un Essere supremo (Puluga, altrove chiamato Biliku e talora concepito come di sesso femminile), che crea la prima coppia umana.

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Ancora nel campo di popoli raffrontabili con i Pigmei per estrema primitività etnologica, pare non essere stato estraneo ai Tasmaniani, oggi estinti, il concetto di c. L'unico breve mito raccolto a questo proposito fra questo popolo narra che gli uomini furono formati (non è detto come) da un Essere benevolo; ma alle origini avevano imperfaziani fisiche finché un altro essere pietoso scese dal cielo a rimediarvi. Nessuna nozione sulla c. si ha fra i Vedda, pigmoidi di Ceylon; ma notevole antichità etnologica nel campo dei primitivi dell'India ha forse il bellissimo mito dei Bhils (pre-dravidici e pre-munda?): solitudine originaria di Dio, che riflette "chi devo creare?"; creazione di divinità minori portatrici di luce, che per intervento delle Spirito Maligno vengono indotte a trascurare i voleri di Dio; sdegno di questi che le scaccia in terra dopo averle percosse; sua nuova solitudine e riflessione, e infine c. dell'uomo.

Dati sicuri sull'esistenza di un concetto della c. mancano per i popoli australiani riconosciuti come i più arcasti (Kurnoi, Cepara), che credono tuttavia nell'esistenza di un Essere supremo (Mungan ngana = «padre nostro») preesistente ai protoavi dell'umanità. Una figura di tal genere acquista invece maggior risalto fra le tribù, anch'esse assai primitive, assegnate alla «cultura del bumerang» (Australia sud-orientale). L'Essere creatore dei Kulin, chiamato Bungil o Pungel, è autore della terra, degli alberi, degli animali, ed anche dell'uomo. A tale ultima opera Bungil si dispone munito del suo grande coltello, con cui taglia due fette di corteccia d'albero; vi dispone sopra del fango, e ne plasma due esseri umani di sesso maschile; con altra corteccia filacciosa ne fa i capelli, lisci per l'uno, crespi per l'altro; dà ad essi due nomi, li liscia con le sue mani, si schivia infine sopra ciascuno ed insuffla il suo alito nella bocca, nel naso e nell'ombelico delle creature, che così si animano. E di fronte a queste manifesta la sua gioia danzando loro intorno ad ogni successivo stadio della fabbricazione. Bungil non è tuttavia il creatore delle donne, fatte invece (anch'esse in numero di due) da Paliyan, fratello (o figlio) dell'Essere supremo, che batte le mani sull'acqua di una pozza profonda, finché essa si ispeziasce assumendo forma umana. E qui adombrato, con trasparente simbolismo, il valore generativo dell'acqua (in analogia alle acque del parto), conoscione diffusa tra più d'un popolo primitivo. I Wiradvari hanno la nozione di un Essere supremo, Bayma ( = Bayame) autocreatosi, sorto dalla montagna cristallina che gli funge da trono, e creatore ex nihilo di agni cosa, ivi compreso il primo uomo Daramulun. Daramulun è, d'altra parte, il nome dell'Essere supremo degli Yuin-Kuri, creatore degli uomini e degli alberi: tipico esempio di un protoavo elevato alla dignità divina.

A un livello etnologico affine a quello dei paleoaustraliani sono assegnabili in Africa i Boscimani, in America i Pungini. Presso entrambi questi gruppi non è assente, ed ha talora notevole rilievo, la figura di un dio creatore, che tuttavia non ha funzione chiara né esclusiva nell'opera di c. Presso i Boscimani del nordovest, il "grande capitano» Klu (XU) divide spesso le funzioni creative con un'altra figura, Nawa (Ganab), sommo fra gli spiriti malvagi ganab, che a sua volta è piuttosto un demiurgo che un vero creatore. Presso i Boscimani dei Monti Maluti (gruppo sud-orientale) il creatore del genere umano è Cang o Kaung «signo...", un essere primordiale con facoltà magiche, diventato malvagio con l'andar del tempo; altrove (fra i Kham) Kaggen è il nome della mantide, che crea la luna gettando un sandale, o una penna di struzzo, nel cielo oscuro. In generale, nel mito primeggiano qui personaggi semianimali, dèmoni della hoscaglia e della caccia, le cui vicende affuscono la chiarezza delle versioni sulla c. Più nitida è la nozione di un Essere supremo fra i Puegini, ma l'attività creativa di questo è per lo più ignorata, o almeno non si rispecchia in miti espliciti.

Il Warenshewe degli Yahgan (come del resto il Käl'ash degli Halakwulup) è riconosciuto come signore del creato, in particolare degli animali, concepiti come cose sue; a lui gli uomini si dicono debitori dell'esistenza; ma se di
essi e del mondo egli sia il creatore, gli Yahgan non sanno affermare, pur dichiarando di essersi a lungo preoccupati della questione. Concesioni meglio definite hanno in proposito gli Shalk'nam (Ona), che formano il gruppo fuegino più continentale ed il più influenzato dalla cultura matriarcale dei Tehuelche. Il loro Essere supremo Tendohel, vivente oltre le stelle, è il creatore della terra e del firmamento vuoto, ma ha poi ceduto la formazione del mondo a Kenis, suo agente e progenitore dell'umanità.

Fra le culture primitive dell'America, merita un cenno speciale per la ricchezza dei miti cosmogonici quella dei Centro-Californiani. Secondo un mito degli Yuki, alle origini tutto era acqua. Su questa affiorava una chiazza di schiuma, su cui galleggiava una piuma; e dalla piuma usciva una voce e un canto. E questo l'Essere supremo (Taihomol = «colui che va da solo-) che procede alla c. della terra (da un pezzo di cesto, che egli rinforza con pece), del cielo (mediante la pelle di quattro balene) e degli uomini (a mezzo di bastoni, che Taikomol pone la notte in casa sua, e che la mattina si alzano in forma umana). Agli umani il Creatore insegna usi e costumi e le rispettive lingue. Segue la c. di monti, di fiumi, ecc., per i quali si serve per lo più di penne di condor (elemento totemistico!). Una variante del gruppo Uchnom narra di errori commessi da Taihomol, che fanno sprofondare, e sommergere dal mare primordiale, il mondo appena creato; egli ne crea allora un secondo, ma anche questo, senza sole, senza luce e senza selvaggina, non riesce e viene incendiato; il terzo tentativo, dopo varie difficoltà, ha miglior successo. Compare in questi miti un personaggio, tipico delle mitologie nordamericane, che sta a fianco dell'Essere supremo in veste ora di collaboratore e completatore dell'opera di quegli (fra gli Yuki è lui il donatore del fuoco, del sole, del cibo, ecc.), ora di suo beffardo antagonista: il Coyote. Tipicamente americano è pure il motivo della c. dei primi uomini a mezzo di bastoni (o alberi), che unito all'altro, di successivi tentativi di c. falliti, si ritrova presso le superiori civiltà centro-americane (Maya). Secondo i Maidu (California centrale), sull'oceano primordiale navigava, nelle tenebre, una zattera, su cui erano la tartaruga e l'eroe culturale (Peheipe, "padre» della società segreta); dal cielo viene eslata una fune fatta di piume, lungo cui discende il Creatore, viso esperto e corpo fulgente, che entra nella zattera, e, dietro preghiera della tartaruga, consente a fabbricare un paese asciutto. La tartaruga si tuffa per procurare la terra occorrente, e - dopo un'immersione durata sui anni - ne riporta alla superfice poche briciole fra le unghie; il Creatore ne fa una pallina, che cresce fino a costituire la terra, su cui la zattera poi si arena. Sempre su richiesta della tartaruga, segue la c. della "sorella" sole e del "fratello» luna, poi delle stelle, che si accendono in cielo a mano a mano che il Creatore le chiama per nome, ad una ad una. L'antropogonia è qui presentata come risultato di una sfida, proposta dal diavolo Héllokaich (figura equivalente a quella del Coyote) al Creatore: questi si procura due bastoni, che come nel mito Yuki diventano un uomo e una donna. Il diavolo vuol fare altrettanto, ma poiché nel momento in cui i suoi bastoni stanno per animarsi egli ride, la nuova c. riesce imperfetta; e il Creatore si rifiuta di correggerla.

Un simile dualismo nella c. si ritrova presso varie popolazioni primitive dell'America e dell'Asia. Gli Algonchini orientali si spiegano la coesistenza sulla terra del bene e del male attribuendo parte della c. al "Grande Spirito" dimorante nella nebbia primigenia (il quale crea la terra, il cielo, gli astri, e quindi il vento che rischiara il cielo e fa scorrere via le acque del primitivo caos), e parte a Manita, spirito del male, concepito anche come potente fattucchiero, al quale si deve quanto al mondo vi è di cattivo (mosche, peccato, disgrazie, malattie, morte). Maggior rilievo, nei riguardi della c., assume la funzione del «diavolo» nella cultura (primaria) dei nomadi pastori dell'Asia centrale, presso i quali - attraverso numerose varianti - lo schema antropogonico è il seguente: l'Essere supremo crea l'uomo, con la terra, ma prima di aver perfezionato la c. lo abbandona,

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tornando in cielo per cercargli l'anima, e affidando nel frattempo al cane la custodia della creatura incompiuta e la cura di assisterne il risveglio; si avvicina poi il diavolo, che indotto con lusinghe il cane a cedergli il corpo dell'uomo, gli insuflia lui l'anima, o in altro modo procede a corromperlo. Di qui la mortalità e le imperfezioni umane. Il diavolo interviene del resto, secondo alcuni popoli siberiani, anche nella c., assumendo quella funzione del "pescare» la terra dal mare primordiale, che nelle culture più arcaiche è compito per lo più di uccelli marini, del topo, o (come nel citato mito dei Maidu) della tartaruga, ecc. Questo motivo del "pescare» la terra, o del «ripescarla» dopo un primo inabissamento, ricorre frequente anche presso popoli più recenti, ad es., in India e nel folklore slavo. Nelle culture artiche dell'Asia scarseggiano i mitı della c., eccetto che presso i Samoiedi, che hanno una versione singolarmente analoga a certune del Nordamerica (Algonchini); e presso gli Ainu, fra i quali pure ritorna, fra altri, il motivo della collaborazione di un uccello acquatico con l'Essere supremo nella c. In altre versioni di questo ultimo popolo ricorre la nozione di una c. divina dell'uomo a mezzo di legno e terra; in altre ancora, la c. è affidata al proto-antenzra, oppure a due divinità inferiori. In uno dei miti antropogonici Ainu, si deve l'imperfezione umana all'incuria della lontra (come al cane presso i Siberiani). Fra i vicini Koriski del Kamciatka, la c. non è più affatto opera dell'Essere supremo (" quello in alto ", "il padrone in alto"), bensì di "Grande Corvo", personaggio avente carattere di eroe culturale o di protoantenzto.

La pluralità e disformità di concezioni riscontrabili in seno ad uno stesso popolo dimostra come la credenza in un Essere supremo non sia sufficente a far sempre identificare in esso il Creatore. In linea generale, la funzione preponderante attribuita ad un Essere supremo creatore da parte dei popoli etnologicamente più antichi si viene riducendo presso molti popoli delle culture "primarie" e "secondarie" o scomparendo addirittura.

Dove, ad es., intervengono influssi di (più tarda) culture matriarcale fra i primitivi del Nordamerica, si giunge ad una concezione del tutto diversa da quelle viste; è la terra stessa che, concepita come femmina, genera i primi uomini (Irochesi, Indiani del F. Thompson, ecc.). E questa la concezione predominante presso la maggior parte dei Negri africani, a cultura agricolopatriarcale ("paleonegritica"), dai quali la terra è pensata come sede degli antenati e largitrice di agni vita; donde una concezione antropogonica tipicamente manistica, con preminenza della figura del protoavo, che fa uscire dalla terra (o da caverne, stagni, rocce, ecc.) i primi uomini. Anche fra la maggior parte degli Indi dell'America meridionale (Patagoni, Indi del Gran Chaco, Bororo, Caingang, gruppo Ges-Tapuya, ecc.) la figura di un Essere supremo creatore è pressoché sconosciuta : assume invece risalto la mitologia astrale (il sole è talvolta vagamente concepito come creatore), e soprattutto la figura di due gemelli mitici, eroi culturali e talvolta fabbricatori dei singoli animali.

Il totemismo, laddove è più accentuato, colora talvolta i miti in modo assai caratteristico. Fra i Dieri dell'Australia sud-orientale si narra come alle origini la terra si aprisse al centro di un lago e ne uscissero esseri pre-umani (animali totemici incompletamente formati), i quali, sdraiatisi poi al sole, si alzarono trasformati in uomini. Anche nella versione degli Aranda (Australia centrale) la c. dei totem precede quella degli esseri umani. Questi ricevettero la loro forma attuale mercé l'opera di due esseri celesti, gli Ongombinkula (e provenienti dal nulla» o "esistenti di per se stessi"), i quali non fecero che perfezionare creature informi, piante ed animali già in via di trasformazione in uomini, liberando dalla massa amorfa gli arti e incidendo, con coltelli di pietra, i tratti del volto.

I Melanesiani (del «ciclo delle due classi») hanno la credenza in due esseri creatori di rango ineguale: uno, divinità benevola (Tagar o Tagaro), l'altro (chiamato Qat nelle Isole Banks, Suqe nelle Nuove Ebridi, ecc.)
giocosamente dispettoso e nocivo, sempre in disaccordo con il primo nella c. dei primi uomini e nelle decisioni sul loro destino. Un mito dell'Isola dei Lebbrosi narra che Tagar fece i due primi esseri umani entrambi maschi: uno di questi gettò contro l'altro un tubero di igname, che di colpo si trasformò in una donna, gridando ad alta voce che molti uomini sarebbero porti, in avvenire a causa delle donne. In altre versioni, è Qat che fabbrica la prima donna con giunchi flessibili per farsene una moglie. I Melanesiani della Penisola delle Gazzelle (Nuova Pomerania) immaginano Dio nell'atto di disegnare due figure, entrambi maschili, sul terreno, bagnandole quindi con il proprio sangue e coprendole con due foglie: esse diventano due uomini. Questi salgono poi su due palme, ne staccano noci di cocco che, gettate a terra, si spaccano tramutandosi in donne.
II. Culture "secondarie". - Con il passaggio alle culture "secondarie", i racconti sulla c. si complicano, arricchendosi di particolari complessi, nel quadro di mitologie politeistiche spesso assai evolute. Che in certi casi vi sia stato un effettivo passaggio di elementi mitici dalle culture superiori a quelle di regioni geograficamente anche molto lontane, è ormai ritenuto un fatto sicuro. L'Asia ce ne offre maggior copia di prove, ma esempi se ne hanno anche altrove (Africa, Polinesia). Esempio celebre è il motivo dell'« uovo cosmico", noto alle alte culture indiane come a quelle polinesiane; da esso si sarebbe sviluppato il mondo, e in esso avrebbe vissuto per lunghe ère, secondo la concezione polinesiana, lo stesso dio Tangaroa. Questo motivo si ritrova, abbastanza singolarmente in Africa occidentale (Yoruba, Pangue). Non sempre, tuttavia, la derivazione asiatica è da accettarsi. Indipendenti da essa sono forse le versioni australiane di questo motivo, come quella dei Bad (dall'uovo nascono l'arcobaleno e il diluvio) o quella dei Wimmera (da un uovo di eom nasce il sole, e da quel momento ha origine l'umanità).

Tipici esempi di elevate c. "secondarie" si hanno in Polinesia. Un dio celeste (Tangaloa a Samoa e Tonga, Tangaroa in Nuova Zelanda), concepito in forma di uccello, ha per occhio il sole, e per moglie una enorme roccia ( O-te-papa), da cui ha come figli altri dèi, i pianeti, il mare e i venti; egli genera anche i primi uomini, oppure li plasma con terra rossa. Secondo altri miti, il "fattore del cielo" è Raitubu, figlio di Tangaroa. A Mangaia (Isole Cook) si immagina che da un originario caos di fango un potente agente invisibile abbia fatto evolvere il mondo attuale. Genitrice delle creature e degli dèi è Vari-ma-te-tnhere, la "grande madre" (vari = "principio" ma anche "fango"), che li produce con pezzi del suo proprio corpo. La terra non è "creata", ma "tratta su dall'ombra": la sovrastano dieci o più cieli sovrapposti, ai quali corrispondono vari mondi sotterranei (altro parallelo con concezioni indiane). I Maori della Nuova Zelanda credono che all'origine delle cose stessero il cielo e la terra (Rangi e Papa), aderenti fra loro nelle tenebre primordiali in cui già viveva una coppia di promovi umani. E un figlio della coppia divina, Tane-mahuta, "padre delle foreste", che dopo un consiglio tenuto con gli dèi suoi fratelli lotta contro i genitori, puntando la testa contro la madre-terra, i piedi contro il padre-cielo, e li separa malgrado i loro gridi di dolore: donde la luce, ed il presente ordine cosmico.

Ricchissime sono le c. indonesiane, specialmente giavanesi. Qui gli influssi indiani sono ancora più evidenti, e storicamente seguibili, che non in Polinesia, e non solo fra i popoli a più alta civiltà. I Batak di Sumatra hanno la nozione di un Essere supremo antropomorfo, possessore di una favolosa gallina azzurra, Manuk-manuk; dalle uova che questa depone nasce una triade di dèi, uno dei quali, Batara Guru,

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crea il mondo facendo posare da una rondine un pugno di terra sul mare, e popolandolo quindi di piante e di animali. A Nias si crede in un Essere celeste, Loxodani, che ha fatto discendere dal cielo il primo uomo e la sua compagna.

In Africa, sono le culture "atlantiche" dell'alta Guinea (Aaciano, Edo, Yoruba, Ibibio) quelle che portano al più complesso sviluppo un'alta mitologia, che presenta punti di affinità con quelle polinesiane: coppia cielo-terre da cui ha origine il mondo, moltitudine di dèi minori (del firmamento, del tuono, del mare, ecc.) in lotta fra loro o contro il dio-cielo padre, miti esoterici come quello della nascita di centinaia di divinità dal corpo di una dea femminile "madre dei pesci", ecc. L'umanità è spesso concepita come genealogicamente discendente dagli dèi. Sempre entro il mondo sudanese, concezioni mitologiche e cosmogoniche rivelatrici di un maturo e compiuto pensiero metafisico si trovano fra popoli dell'alto Niger (Bambara, Dogon, Bozo, ecc.). Secondo la visione cosmica dei Dogon, Anima, dio unico e onnipotente, crea le stelle lanciando palline di terra nello spazio, il sole in forma di ceramica cotta al calor bianco e circondata da una spirale di rame, la luna con tecnica analoga. La terra, pure creata da Anima, è concepita come femmina e viene fecondata dall'acqua, seme divino; ne nascono tra l'altro due geni gemelli, di essenza divina, possessori della Parola - base del sistema universale secondo un complicato simbolismo - e partecipi della forza divina che è l'acqua. Questa coppia di geni, unità perfetta, trasmette parlando alla terra il verbo originario, portatore di forza e iniziatore delle cose; e disegna sul suolo le anime, maschile e femminile. Su entrambe queste "ombre" si stendono, assumendole insieme, il primo uomo e la prima donna, creati da Dio indipendentemente dalla Terra, come globi di argilla gettati dall'alto del cielo.

Boll: Per le culture primitive (Urbalturen) è fondamentale W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidee, 8 voll., Münster in W. 1912-40. Per l'Africa: H. Baumann, Schöpfung und Urzeit des Menschen im Mythos der afrikanischen Völker, Berlino 1536. Per l'Oceania: W. W. Gill, Myths and Sangs from the South Pacific, Londra 1876; A. Bastian, Die heilige Sage der Polyveser, Lipsia 1881; G. Gray, Polyvesion mythology, Auckland 1883; A. van Gennep, Myrhes et légendes d'Australie, Parigi 1006; K. W. Williamson, Religions and cosmic beliefs of Central Polynesia, 2 voll., Londra 1933; M. Leonhardt, Da homo, ivi 1947. Per l'America: P. Ehrenreich, Götter und Heilbringer, in Zeitschr. f. Ethn., 38 (1906), pp. 236-610; D. Satolli e T. Toniori, Miti e leggende sulla c. dei primitivi nordamericani, Roma 1941. V. anche: A. Bastian, Vorgeschichtliche Schöpfungslieder, Berlino 1893; W. Schmidt, Grundlinien einer Vergleichung der Religionen und Mythologien der austroasiischen Völker (Denkschr. d. h. Akad. d. Wiss., phil.-hist. Kl., LIXI, int. Vienna 1910; J. Strachan, Creation, in Enc. of Rel. and Eth., IV, pp. 226-31; e Autori vari, Cosmology and Cosmogony, ibid., pp. 125-79; P. Ehrenreich, Die Allgemeine Mythologie und ihre ethodogischen Grundlagen, Lipsia 1910; L. Walk, Die Verbreitung des Tauchmestes in den Unmerschöpfungstagen, in Mitt. d. Anthr. Ges., 65 (1933), pp. 60-63; W. Koppers, Bhagwan, the supreme deity of the Bbils, in Anthropos, 35-36 (1940-41), pp. 265-325; M. Grande, Dieu d'eau, Parigi 1947; R. Pettazzoni, Miti e leggende, I. Torino 1948 (v. indice).

Vinigi L. Grattanelli
III. Culturs superiori. - r. Messico e Perù. - Nell'America precolombiana caratteristici sono, soprattutto, dur miti cosmogonici, uno dei Maya e l'altro dei Peruviani. I primi ritenevano che in origine tutto fosse cielo e acqua, stagnante e oscura. Gucumatz, Tepeu e Hurakan tennero consiglio e crearono il mondo formato da montagne, pianure e fiumi. Prima apparve il regno vegetale, poi quello animale; successivamente, con della creta, le divinità fecero l'uomo. Ma l'uomo si dissolveva nell'acqua. Allora gli dèi chiesero l'aiuto di Xpiyacoc e Xiancam e crearono l'uomo dal legno di un albero, la donna dalla scorza di un altro. Così, però, mancavano di intelligenza. Dopo un diluvio vengono creati quattro uomini perfetti e intelligenti. Essi erano capaci di vedere lontano e vicino. Ma la razza pressiatente, per invidia, dà loro un colpo sugli occhi, si che divengono capaci di vedere solo da vicino. Mentre gli uomini dormivano, le divinità crearono quattro donne che resero possibile la moltiplicazione
della razza. Per i Peruviani, è Con, figlio del sole e della luna, che fa il mondo e l'uomo per il suo potere soprannaturale. Con si duole con gli abitanti della costa e trasforma la regione in un deserto, ma mitiga la condanna creando fiumi nella regione e erbe e frutti di cui gli uomini si possano nutrire. A questo punto Con scompare ed è sostituito da un altro figlio del sole e della luna, Pachamoc, che trasforma in animali gli uomini creati dal fratello. A essi ne sostituisce egli stesso di nuovi, gli Indiani dei tempi storici, che hanno per occupazione la coltivazione dei campi e la raccolta dei frutti.

Un'altra c. del Messico dice che "nei tempi delle tenebre il mondo era un caos avvolto nell'oscurità, dove scorrevano schiuma e fango. L'animale-dio e l'animale-dea piantarono una roccia sull'abisso delle acque sulla quale posarono il cielo. Qui abitarono per molti anni e stabilirono il culto come la coltivazione dei fiori e della frutta. Con preghiere e voti essi supplicarono gli spiriti dei genitori di rivelare la luce e di separare la terra dalle acque e di liberare il terreno asciutto dalla vòtta celeste. La terra venne popolata, e dopo un diluvio universale che distrugge la prima umanità, il mondo viene ristabilito dal creatore di tutte le cose ".
2. Cina. - L'antica religione cinese, non aveva, secondo ogni verosimiglianza, né una dottrina della creazione né miti cosmogonici; ma dall'esame di alcune leggende, delle quali, per la straordinaria frammentarietà, non è possibile stabilire la datazione, e in analogia con altre leggende simili dell'Indocina, uno studioso moderno, il Maspero, ha voluto vedere l'eco di un'antica c. La terra, in origine ricoperta d'acqua, è popolata da uno dei figli del Signore del Cielo appositamente inviato. Il Cielo e la Terra, i più grandi dèi, spiegano dunque l'origine del tutto. Un tentativo di spiegazione scientifica è invece rappresentato dalla teoria monista-materialista di Wang Ch'ung (I sec. d. C.) che fa provenire tutto dal caos omogeneo, vaporoso e nebuloso. Gli elementi più leggeri e quelli più pesanti si separarono spontaneamente: quelli caldi e luminosi (fuoco) rimasero al di sopra; quelli freddi e oscuri (acqua) al di sotto. Altra dottrina celebre è quella di Sing-il (XI sec.), fondatore del neo-confucianesimo: il Grande Ultimo genera in attività il Yang (principio attivo), in riposo il Yin (principio passivo); questa generazione si ripete per tutta l'eternità, poiché l'uno è causa dell'altro. Dall'unione di Yang e Yin nascono i cinque elementi, il principio maschile e quello femminile e cosi via.
3. Giappone. - La c. giapponese ci è nota dal Kojiki e dal Jihongi (composti nell'viri sec. d. C.) volti soprattutto a dimostrare nella raccolta di numerosi miti l'origine soprannaturale del Giappone. Il Nihongi afferma l'esistenza di un caos primordiale dal quale si sarebbero formati il cielo e la terra (l'influsso cinese è evidente). Appaiono quindi per generazione spontanea alcune divinità (cinque secondo il Kojiki e tre secondo il Nihongi) seguite da altre coppie divine. Di tutte queste solo le due ultime, Izanagi e Izanami, hanno importanza, perché divengono la coppia cosmogonica la quale discende dal cielo su un ponte galleggiante in un'isola che emerge dall'oceano per riceverli. Ivi intorno Izanagi e Izanami creano le isole del Giappone e varie divinità attraverso le quali si giunge a Susa no wo e a Amaterasu (v.), che con arti magiche producono molti figli : i capostipiti di parecchie nobili famiglie giapponesi.
4. Babilonia. - Della c. babilonese siamo informati soprattutto dall'Eniema Bibi, poema che narra la lotta di Bēl (Marduk) contro il mostro 'l'liàmat (il poema, quale ci è giunto, è in una redazione assira del vir sec. a. C.). Appare che l'origine di tutte le cose fu il caos primitivo acquoso, rappresentato dalla triade Apsù-Tliàmat-Munmu, che iniziano la teogonia cosmogonica. La terza coppia divina uscente dal caos è quella di Anšar e di Kišar, la parte superiore e la parte inferiore dell'universo non ancora ordinato. Altri dèi nascono, e per timore della sua pace minacciata la triade primordiale progetta di distruggerli. Però Marduk la sconfigge, e, raggiunto cosí il potere supremo, con una metà del corpo di Tliàmat fa il firmamento per contenere le acque del cielo, e con l'altra metà la terra quale coperchio del mondo sotterraneo. Vengono ordinati il cielo, le costellazioni e le fasi lunari. A questo punto il poema

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è mutilo; ma si può ricostruire (anche sulle testimonianze di Beroso) nel senso che Marduk crea gli uomini perché venerino gli dèi. Varie allusioni alla creazione si trovano anche in altri documenti.
5. Egitto. - Anche per l'Egitto è attestata l'origine del tutto da un caos acquoso primordiale, dal quale si sarebbe evoluta l'Enneade divina, per la quale, secondo la sistemazione dei sacerdoti di Eliapoli, Atum R'á, il dio solare, con la potenza magica della parola crea l'aria (Św), la pioggia (Tefner), la terra (Geb) e il cielo (Nût). Separati il cielo e la terra dalla forza dell'aria nascono Iside e Osiride, Nephtis e Seth, le coppie della fecondità e dell' isterilimento.
6. Fenicio. - Per i Fenici, secondo la versione di Filone di Byblos, all'origine del tutto sarebbe il caos tetro, senza limiti nel tempo e nello spazio, che produce da se stesso il limo fangoso (solo) dal quale nacquero tutte le cose. Evidentemente quest'idea di caos primordiale era patrimonio comune dell'antico medio Oriente, se se ne ritrova un ricordo anche nella c. mosaica.
7. India. - Varie sono le c. che si possono rintracciare nei libri sacri dell'India. A cominciare da un famoso inno del R g-veda, in cui si è trasportati nel tempo nel quale "non c'era il non essere, non c'era l'essere; non c'era l'atmosfera né il cielo (che è) al di sopra. Che cosa si muoveva? Dove? Sotto la protezione di chi? Che cosa era l'acqua (del mare) inscandagliabile? profonda?... Senza produrre vento respirava per propria forza quell'Uno (tod chom); oltre di lui non c'era nient'altro... Donde é avvenuta questa creazione se l'ha prodotta o se no, colui, che di questo (mondo) è il sorvegliatore nel cielo supremo, egli certo lo sa, seppure non lo sa" (Rg-veda 10, 129; trad. di V. Papesso, Bologna 1931). Altrove l'origine del mondo è attribuita a Viśvakarman (Rg-veda 10, Rc e 82) o a Prajapāti (Rg-veda 10, 121). Altrove ancora Prajapāti è chiamato Viśvakarman ("creatore»). Nei Brāhmaṇa è di solito Prajapāti che plasma l'universo dalla sua stessa essenza, e attraverso gli esercizi ascetici produce la terra, l'atmosfera e il cielo. Altre descrizioni poco dissimili vi sono della creazione in altri testi; in tutti appare il preconcetto sacerdotale che la c. è opera del potere magico delle cerimonie religiose. Fino a che la speculazione si affina e nelle Upaniṣad tutto appare proveniente dal Brahman, l'assoluto esistente per sé, che crea gli dèi e assegna loro il governo dei mondi. Da questa interpretazione non si distaccheranno molto i testi puranici.

Nel jainismo non v'è posto per una c. in quanto l'universo non ha principio né fine.

E neppure per il buddhismo il problema cosmogonico ha un grande interesse, in relazione con la dottrina del Buddha sulla finità o infinità del mondo. I buddhisti respingono il supremo potere personale creatore attestato dai Brāhmaṇa; tuttavia il Buddha stesso dà un'interpretazione cosmogonica quando risponde a Ānanda che la interroga sulle cause dei terremoti (Digha, II, 107) che la terra è costruita sulle acque, le acque sul vento e il vento sullo spazio, e che, quindi, il terremoto è dovuto al soffiar del vento che sommuove le acque e provoca lo scuotimento della terra. E ancor prima dell'apparire dei testi mahāyānici certamente s'era formata una c., attestataci da varie opere, ma più sistematicamente dal Prajāaptiiastra della scuola sarvāstivādin.
8. Iran. - Tra gli Irani i testi più importanti sulla creazione del mondo sono il Vendidäd e il Bundahibn. Secondo questi Ormazd (Ahura Mazda, v.) e Ahriman (Angra Mainiu) esistevano da tutta l'eternità. I due erano divisi dall'etere e Ormazd regnava nella luce senza fine, mentre Ahriman stava nell'abisso di infinite tenebre. Scoppiato tra loro un conflitto, Ormazd crea belle contrade e Ahriman cerca di rovinarle portando contro esse mali fisici e morali (già qui si manifesta il dualismo zoroastriano). Il periodo della creazione secondo la sistemazione di Zarathustra copre dodicimila anni, divisi in quattro periodi: nel primo si pone la creazione spirituale, mentre Ahriman crea demoni e rifiuta la pace offerta da Ormazd. Nella seconda epoca vengono creati gli Ameša Spenta (v.), il cielo, l'acqua, la terra, le piante, gli animali e l'uomo. Il terzo periodo è caratterizzato dalla offensiva di Ahri-
man, mentre nel quarto i nemici demoniaci vengono sconfitti.
9. Grecia. - Un terreno particolarmente fertile di sviluppo trovarono i miti cosmogonici in Grecia. In Omero è Oceano, il grande fiume che scorre intorno alla terra, il progenitore di tutti quanti gli esseri 'DxEavō̄, Goxep yēveaıc nēvтcoaı rēruxtax (Iliade, XIV, 264), che sarebbe stato concepito, secondo Aristotele, "come l'elemento umido in generale, anello di umidità circolante intorno alla terra in flusso continuo ". Altrove (Iliade, XIV, 201) Oceano è il padre e Teti la madre di tutte le cose; Teti, il cui nome sarebbe collegato con δ δ β δ α (succhiare), simbolizzerebbe la madre-nutrice, la Terra. Accanto ad essi è la dea Notte.

Dopo Omero, Esiodo, che, come Omero, pone al centro della sua c. l'interesse teogonico, indica il caos quale inizio dell'universo. Dopo il caos la Terra, il Tartaro e Eros; dal caos nacquero Evebo e la Notte; la Terra particolare il cielo, i monti e il mare; quindi accoppiandosi con il Cielo, i progenitori delle varie stirpi di dèi.

Non dissimili si presentano le c. di Museo e Acusilao, mentre Ferecide di Syros designa Zeus, Chronos e Chthon (o Chthonié) quali primi che sempre furono: da essi provengono numerosi dèi in cinque generazioni. Poi Zeus, mutatosi in Eros, su un grande panno intesse Ogenos (oceano) e la terra. Ofioneo (forse rappresentante delle forze disordinate della natura) si oppone a questa creazione, ma viene precipitato in fondo al mare dall'armata degli dèi.

Epimenide dichiara Aria e Notte esseri originari; da essi sarebbe stato generato il Tartaro; poi due altri esseri da cui sarebbe nato l'uovo cosmico.

Delle quattro c. orfiche, Aristotele riteneva che della prima fosse autore Onomacrito. In essa prima è la Notte; dopo di lei il Cielo e la Terra e i loro figli Oceano e Teti. La seconda, il cui autore è Apollonio, sembra uno sviluppo della prima. Dal miscuglio originario si separano terra, cielo e mare : da essi provengono tutti gli esseri; secondo la terza c. orfica, sono in origine l'acqua e il fango, che si condensano a formare la terra; da essi nasce un drago che non invocchia mai, cui si unisce la Necessità o Adrasteia. Dal drago nasce un uovo immenso che, scindendosi, forma il cielo e la terra.

Un'altra versione, che ci è conservata da Damascio, pone come elementi primordiali Chronos, Aither e Chaos. Nel seno di Aither, Chronos fabbrica un uovo dal quale esce Fane (Phanes). Dall'accoppiamento di Fane e di Notte nasce la coppia terra e cielo.

Su questi elementi si svilupperà la filosofia greca allo scopo di dare, appunto, una interpretazione "scientifica" della nascita del mondo fisico.
10. Germania. - Della mitologia nordica (Germania e Scandinavia) molti racconti sono impregnati di elementi stranieri, soprattutto cristiani; tuttavia si possono rintracciare le linee di una c. genuina. In origine era il vuoto; al Nord si formò il paese del gelo, Niflheim; a Sud il regno del fuoco, Muspellshaim; da una fontana del regno di Niflheim escono dodici fiumane che, allontanandosi dalla sorgente, gelano e formano i ghiacciai del settentrione. Il vento caldo che soffia dal Muspellshaim scioglie il ghiaccio e ne nasce Ymir, padre dei giganti del cielo, e la vacca Audumbla sua nutrice. Audumbla si nutriva lambendo i ghiacciai, dai quali uscì in tre giorni Buri, padre di Bor, che a sua volta genera Odino, Vili e Ve, gli dèi del mondo. Questi uccidono Ymir e creano di esso la

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(Int. Eur. Catt.)
Cosmografia biblica - Miniatura con la figurazione del cosmo vista di lato contenuta nella Topographia Christiana di Cosma Indicopleuste: Cod. Vat. greco, 699, f. 43 r (sec. IX) - Biblioteca Vaticana. Ricostruzione grafica della medesima miniatura.
terra, rotonda, circondata dal mare. Sulle rive del mare i tre dèi trovano due alberi e ne creano i primi uomini, Ask ed Embla.

Dalle notizie, assai scarse e di dubbio valore, intorno alla religione dei Balto-Slavi non sembra si possano ricavare le lince di una credenza cosmogonica (v. anche: CReazione; esAMERONE).

Biel.: E. H. Berger, Mythische Kosmographie der Griechen, in Raucher's Lexikon, suppl., 3; O. Gelder, Zur Kosmogonie des Bg-ceda, Marburgo 1908; W. Kirfer, Die Kosmographie der Inder, Bonn-Lipsia 1920; L. Lévy-Bruhl, La mythologie primitive, Parigi 1925; E. Mogk, Germanische Religionsgeschichte und Mythologie, Berlino 1927; pp. 115-21; R. Pettszzoni, La mitologia giapponese, Bologna 1929; S. Langdan, Semitic mythologie, Boston 1930; pp. 277-314 e passim; K. Sethe, Urgeschichtliche und älteste Religion der Aqypter, Lipsia 1930, pp. 71, 112, 163. 222; G. Furberi, Il poema della creazione: Enûmo-Ebh, Bologna 1934; A. Dyroff, Zur griechischen und germanischen Kosmogonie, in Archiv f. Religionssehr., 31 (1934), pp. 105-76; H. Maspero, Mythologie éthnoise, Parigi 1938; M. P. Nilsson, Geschichte der griech. Religion, I, Monaco 1941, pp. 20 sg., 32 sg., 483, 484 sg.; R. Pettszzoni, Mité e leggendo dei papali primitivi, I, Torino 1948, passim.

Mario Camozzini