ischen und germanischen Kosmogonie, in Archiv f. Religionssehr., 31 (1934), pp. 105-76; H. Maspero, Mythologie éthnoise, Parigi 1938; M. P. Nilsson, Geschichte der griech. Religion, I, Monaco 1941, pp. 20 sg., 32 sg., 483, 484 sg.; R. Pettszzoni, Mité e leggendo dei papali primitivi, I, Torino 1948, passim.
Mario Camozzini
## COSMOGONIA BIBLICA : v. esAMERONE.
COSMOGRAFIA BIBLICA. - Gli antichi Ebrei ebbero circa la struttura del mondo idee consone a quelle allora diffuse in Oriente. Essi raffiguravano la terra come un disco pianeggiante e rotondo, con al centro la Palestina e Gerusalemme, interrotto qua e là dai mari e circondato dal grande oceano, al quale Dio ha posto dei limiti che non si debbono valicare ( l o b 26,10 ).
Codesto disco poggia sulle acque primordiali del grande abisso o tēhôm (Gen. 1, 2; cf. l'accadico tûmtu) ed è consolidato da colonne (Ps. 18, 16). Dal grande abisso le acque risalgono per alimentare le fonti e i fiumi. Nelle profondità della terra si trova lo šē̄ol ( l o b 1o, 21 sgg.; cf. l'accadico arallû) destinato alla dimora delle anime trapassate, che si presentano come ombre, rèphá'îm (Ps. 88, 11). In alto la vòlta celeste solida ("firmamentum") ha il cómpito di dividere le acque superiori dalle inferiori (Gen. 1, 6 sgg.) e trattenere queste nei loro serbatoi ( l o b 38,22 ). Quando Dio vuole mandare la pioggia apre le cataratte (Gen. 7,11 ; 8,2 ) e lascia fluire le acque. Il cielo delle stelle sarebbe il più alto (secondo G. Schiaparelli) e sottilissimo come cortina o pelle (Volgata, cf. Ps. 104, 2); secondo altri, le stelle, con il sole e la luna, sarebbero invece applicate al firmamento solido (cf. Gen. 1, 14, 15, 17), con la conseguente difficoltà di spiegare il moto delle stelle, rico-
nosciuto e ammesso dagli Ebrei. Insomma gli Ebrei si raffiguravano il cosmo secondo l'analogia d'una casa, il cui pian terreno corrisponde alla superfice terrestre, il piano sotterraneo allo s^{′} \bar{σ}, il tetto alla vòlta celeste, la terrazza a quanto si trova sopra i cieli (v. esAMERONE).
Biel.: G. Schiaparelli, L'astronomia dell'Antico Testamento, Milano 1903; id., Scritti sulla storia della astronomia antica, I, Bologna 1925, pp. 147-300; A. Masotti, Astronomia biblica, in Vita e Pensiero, 28 (1937), pp. 565-73; 29 (1938), pp. 78-84, 199-206.
Ciomgio Castellino
COSMOLOGIA. - Dal gr. xóquos (mondo) e λ ó γ o s (discorso), è la parte della filosofia naturale che studia l'ente corporeo in generale, e l'universo nel suo insieme. Come titolo di un trattato filosofico la voce appare la prima volta presso C. Wolff (C. generalis, Francoforte 1731) e fu in seguito adottata, particolarmente dai neoscolastici, o semplicemente in sostituzione della voce tradizionale "physica", o, più spesso per designare la parte generale della "physica".
I. Storia. - Nella storia del pensiero occidentale la filosofia della natura sorge sull'insieme di un processo, in cui si acquista la visione del mondo come qóoıs, cioè come realtà autonoma, mossa e governata da forze immanentí secondo leggi definibili. Presso i primi filosofi ionici la nuova concezione appare collegata con una veduta unitaria sul cosmo intero che, di fronte alla multiformità e incostanza delle cose, esigeva la distinzione fra le forme variabili ed il fondo unico ed imperituro della realtà. La determinazione di questo fondo divenne il primo problema della c. Con la scoperta del momento normativo dei numeri nei fenomeni naturali da parte dei pitagorici, si introdusse un nuovo ed importante motivo nella speculazione che contribuì all'orientamento del pensiero verso una c. pluralistica ed atomistica. La scuola eleatica rappresenta in parte una reazione contro questo indirizzo pitagorico: la base della sua dottrina è una dialettica, che per la prima volta sviluppa i problemi del divenire, dell'essere e delle sue determinazioni da un punto di vista ontologico. Le conseguenze paradossali cui giunse il monismo eleatico, condussero ai due tentativi di Empedocle e di Anassagora di riprendere le questioni cosmologiche su base pluralistica. Motivi eleatici e pitagorici si combinano anche nel sistema atomistico di Democrito.
Nel pensiero di Platone la c. non si afferma come scienza autonoma. Tutto ciò che c'è di scibile nelle cose empiriche viene ad esse dalle idee e dai valori matematici. Proposizioni scientifiche intorno alle cose sono quindi possibili soltanto sul livello di una fisica matematizzata. Questo matematismo acquista però nella filosofia di Platone un
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significato del tutto originale: numeri e figure sono le norme di un ordine preparatorio, intermedio fra le idee e le cose sensibili. Sopra l'ordine matematico poi sta l'ordine delle essenze, espressione immediata delle relazioni dialettiche fra le idee stesse. Le modificazioni che gli indirizzi platonici subiscono presso Aristotele sono comandate principalmente dell'idea del primato ontologico dell'essere concreto. A questo primato corrisponde nel regno delle essenze quello dell' e \mathrm{l} δ \mathrm{δ} ς äтouov, che sta verso le essenze generiche nel rapporto di atto e potenza. Così cade la dialettica discendente di Platone e con essa la concezione aprioristica della scienza. Fra i quattro geneıi di cause, le cause finali tengono il primo posto. L'ordine teleologico che orienta tutti gli esseri verso il supremo bene è limitato soltanto da parte della materia prima. Nella trattazione dei principi intrinseci dei corpi Aristotele sviluppa la sua dottrina ilemorfica (v. Ilemorismo).
Il cristianesimo, con la dottrina di un Dio trascendente e della creazione, introdusse una veduta sull'universo alla quale la filosofia greca ed ellenistica, nonostante notevoli avvicinamenti, non era pervenuta. Nello svolgimento di questa nuova concezione gli scrittori dell'età patristica utilizzano largamente le dottrine allora in corso, specialmente quelle della scuola stoica e platonica. Un'occasione di trattare le questioni cosmologiche più distesamente si offrì loro nei commenti al Genesi; i commenti all'Hexaemeron diventano, da Teofilo di Antiochia ed Origene in poi, una tipica forma letteraria, nella quale i pensieri dei Padri sull'universo trovano la loro espressione.
La c. della Scolastica prese uno sviluppo ricco e multiforme. La superiorità della fisica aristotelica assicurava a questa, dalla metà del sec. xir in poi, un influsso importante anche presso gli scolastici di direzione agostiniana (scuola di s. Bonaventura) e neoplatonica (Ripelino ed Ugone di Strasburgo, Vitelo). La c. medievale raggiunse il suo culmine con la ricostruzione della fisica aristotelica nell'opera di s. Alberto e di s. Tommaso. L'inserzione della dottrina aristotelica nelle grandi sintesi filosofico-teologiche esigeva certe correzioni e complementi, che sono di importanza anche per l'indirizzo più profondo della speculazione cosmologica. Così l'esemplarismo divino è, presso i medievali, dottrina comune, e il caso vien subordinato alla provvidenza di Dio; è inoltre approfondita ed emendata la metafisica della causalità cosmica.
I sistemi cosmologici moderni furono immediatamente preparati da una corrente, viva specialmente in Italia ed in Germania, in cui si compì il passaggio dall'esperienza interna del misticismo del tardo medioevo ad una esperienza entusiastica dell'universo, più o meno vicina al panteismo. L'ispiratore principale di questa corrente è N. Cusano, i suoi rappresentanti più influenti G. Bruno e Paracelso. Un altro fattore della più grande importanza costituirono le scienze naturali. Il primo frutto del nuovo movimento scientifico fu la meccanica moderna (G. Galilei, C. Huygens, I. Newton) che acquistò un influsso sempre più largo e condusse al crollo della fisica delle qualità sensibili. Le tendenze agenti nella fisica nuova trovano una prima espressione, ispirata da un razionalismo matematico, nella c. meccanicistica di Cartesio.
Nel criticismo kantiano è posta in prima linea una distinzione di principio fra le scienze criticamente assicurabili degli oggetti dell'esperienza e la metafisica. La conoscenza teoretica della natura si identifica in sostanza con la fisica newtoniana. A ragione della portata limitata di questa conoscenza, Kant può evitare le conseguenze dom-matico-fisicalistiche di essa.
Per la storia della c. dalla fine del romanticismo in poi, l'orientamento di tutte le scienze naturali verso l'ideale scientifico della fisica fu di importanza decisiva. Il dibattito del vero significato e della portata dell'immagine scientifica del mondo, costruita sotto la guida metodologica della fisica, caratterizza il periodo seguente, del resto poco omogeneo. L'accettazione dommatica dei concetti scientifici condusse ad un gruppo di dottrine (materialismo, energetismo, evoluzionismo) prive del necessario approfondimento filosofico. I filosofi del gruppo positivistico (A. Comte, E. Mach) sottopongono i metodi scientifici ad una critica che è ordinariamente fondata sui presupposti di
un radicale empirismo sensistico. Altri filosofi invece (E. v. Hartmann, H. Driesch) difendono il diritto e la necessità di una filosofia naturale il cui compito vedono nell'estensione e nell'approfondimento dell'immagine del mondo, tracciata dalle scienze empiriche, in modo che possa soddisfare alle esigenze di una totale comprensione causale e finale.
Per i continuatori della tradizione scolastica si pose, di fronte alle differenze profonde tra la fisica aristotelica ed i risultati delle scienze naturali, il compito di mettere in rilievo il contenuto propriamente filosofico della dottrina tradizionale e di dimostrare la possibilità e la necessità di una speculazione cosmologica, prima e al di là dell'indagine sperimentale. I neoscolastici poterono saldamente dimostrare che le tesi essenziali della loro c. sono fondate sopra generali principi filosofici e sui più universali e fondamentali dati dell'esperienza.
II. r'oslezzi. - Le divergenze più profonde apparse nella storia della c. derivano dalla diversità dei presupposti metafisici. La decisione di questioni come idealismo o realismo, i rapporti fra l'essere cosmico e l'essere assoluto, monismo o pluralismo, non spetta alla filosofia naturale, ma alla metafisica. Però, anche dopo l'eliminazione di questi problemi dalla c. rimane un gruppo di questioni che, benché ordinariamente discusse nei trattati di filosofia naturale, sono, a rigor di termini, metafisiche. Le questioni riguardanti l'esistenza temporale delle cose corporee, cioè il loro divenire e perire come sostanze e la loro mutabilità accidentale, la compossibilità dell'autonomia degli esseri singoli con la dipendenza da altri e dell'unità sostanziale con la molteplicità di parti integranti, sono le più importanti di questo gruppo. La tradizione aristotelica cerca la soluzione di esse in base alla teoria metafisica di potenza ed atto ed all'ilemorfismo che è l'applicazione di quella teoria alla costituzione dei corpi. I problemi della causalità transeunte ricevono la loro chiarificazione principalmente dalla dottrina dell'identità fra l'atto dell'azione e della «passio».
Un secondo gruppo di problemi si concentra intorno alla questione dell'essenza fisica dei corpi. Si tratta della determinazione delle proprietà essenziali e fondamentali dei corpi in genere e dell'ordine e modo secondo cui da esse risultano le altre determinazioni corporee. In queste questioni la c. si trova in contatto più stretto con l'indagine sperimentale, come dimostrano anche alcune delle risposte, intimamente collegate con teorie fisiche (meccanicismo, il dinamismo recente in base alla fisica del campo elettro-magnetico). Gli scolastici considerano la quantità come la proprietà prima dei corpi immediatamente connessa con la loro materialità. Le difficoltà riguardanti la estensione continua, che hanno formato uno dei più importanti motivi dell'elaborazione delle diverse teorie dinamistiche, vengono risolte con la dottrina dell'unità attuale del continuo (v.), che è insieme molteplicità potenziale. Contro il meccanicismo gli scolastici respingono però la negazione delle proprietà qualitative e della mutabilità intrinseca dei corpi, insistendo specialmente sull'esistenza di potenze operative, richieste dalla spiegazione causale di qualsiasi mutazione naturale. Anche nella questione della natura delle relazioni spaziali la dottrina scolastica si diparte dalle concezioni meccanico-dinamistiche affermando lo spazio come "ens rationis" che ha il suo fondamento nella reale estensione dei corpi e nei rapporti dimensionali che ne derivano. Connessa con quella dello spazio è la questione del tempo, risolta sulla base del principio aristotelico che dà al concetto tempo un reale fondamento nel moto successivo.
Alle questioni relative alle proprietà generiche dei corpi si riconnette la questione sui principi delle dif-
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A sinistra: SEPOLCRO DEL CARD. CONSALVO RODRIGUEZ, di Giovanni di. Couma (1293) - Borna, Basilica di S. Maria Maggiore. A destra: FAC. CIATA DELLA CHIESA DI S. MARIA IN CASTELLO (sec. xII) - Tarquinia.
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(fol. Alinari)
In alto: BATTESIMO DELL' IMPERATORE COSTANTINO. In basso: CAVALCATA DI S. SILVESTRO, l'imperatore Costantino conduce il cavallo bianco del Pontefice. Due episodi della leggenda di s. Silvestro e di Costantino. Affreschi del 1272 ca. nella cappella di S. Silvestro - Roma, Chiesa dei SS. Quattro Coronati.
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ferenziazioni di essi. Anche qui i neoscolastici considerano le spiegazioni di tipo atomistico che ripetono le diversità nel mondo corporeo da differenze non specifiche, insufficienti a rendere ragione specialmente delle diversità chimiche dei corpi; ordinariamente essi spiegano i risultati dell'analisi chimica e fisica con la teoria della presenza virtuale delle forme sostanziali dei componenti nell'unità attuale specifica del composto (v.). Nella questione dell'ordine delle strutture essenziali la scuola aristotelica difende negli enti corporei una gerarchia di forme, in cui le forme superiori integrano in sé le perfezioni delle inferiori.
Un gruppo ultimo di questioni riguarda il mondo nel suo insieme. Ad esso spettano in prima linea le questioni relative all'ordine dell'universo. Contro le dottrine che derivano la struttura e lo sviluppo dell'universo dal caso, o da forze cosmiche trascendenti gli esseri singoli, la tradizione scolastica difende una tendenza teleologica di tutti gli esseri cosmici alla costituzione e conservazione di un universo armonicamente ordinato; le sostanze inferiori sono destinate all'uso degli esseri superiori; tutto il cosmo è ordinato a conseguire, nell'uso e nella conoscenza da parte dell'uomo, il suo senso più elevato in rapporto all'ordine finale immanente dell'universo. Le deficenze dell'ordine cosmico e le apparenti disteleologie pongono il problema della cosmodicea: la filosofia aristotelica ricerca la sua soluzione principalmente in base alla dottrina che la legge razionale delle forme non giunge alla subordinazione completa della potenzialità indeterminata della materia prima. Le questioni riguardanti la direzione e le ragioni dello sviluppo cosmico hanno, grazie alle indagini delle scienze, ricevuto un contenuto più determinato. Specialmente di fronte alla storia delle forme vitali sorge la questione in che maniera ed in quale estensione lo sviluppo dell'universo è determinato dai fattori causali del cosmo stesso (v. EVOLOFIONISMO).
Biel.: P. Duhem, Le systeme du monde, 5 voll., Parigi 1913-17; G. Seron, Introduction to the hissece of science, 3 voll., Cambridge (Massachusetts) 1927-31; L. Thorndike, A history of magic and experimental science during the first thirteen centuries of our era, 2 voll., 2^{2} ed., Nuova York 1927; E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, parte 1", I. Presocratici, 2 voll., Firenze 1932 e 1938. - L. Mabilleau, Histoire de la philosophie atomistique, Parigj 1893; F. Struna, Geschichte der Naturwissenschaften im Mittelatter, Stoccarda 1901; V. Monod, Dies dans l'univers. Essai sur l'action exercée sur la pensée chrétienne par les grands systèmes cosmologiques, depuis Aristote jusqu'd nos jours, Parigi 1933; W. D. Ross, Aristotle's Physics, Oxford 1936 (testo con introd. e commento); A. Monsion, Introduction à la physique aristotélicienne, 2^{2} ed., Lovanio 1945. - M. Fatta, C., Milano s. d.; J. Schwertschlager, Philosophie der Natur, 2 voll., Monaco 1921; D. Nys, Cosmologie on étude du monde inorganique, 4 voll., 3^{2} ed., Lovanio 19231930; F. Hoenen, C., 2^{2} ed., Roma 1936. Beda Thum
COSMOPOLITISMO. - La derivazione etimologica del termine (da cósmos e pólis) ne esprime anche il concetto. C. è quella concezione, la quale considera l'uomo come cittadino di tutto il mondo e conseguentemente nega ogni valore alla patria, nazione e Stato, ritenuti come barriere che dividono l'umanità. E quindi da distinguersi dall'universalismo e dall'internazionalismo, il primo dei quali si riferisce all'atteggiamento concettuale e pratico di chi considera l'umanità come una famiglia omogenea nella natura e nelle aspirazioni, e quindi legata da vincoli morali, senza tuttavia negare né la patria, né la nazione, né lo Stato, mentre il secondo, nel senso più comune, mette in rilievo la necessità di una superiore unità giuridica degli Stati nella società universale delle genti. Tracce, invece, di c. contiene l'internazionalismo marxista.
Il c. è un concetto antico. Rimonta ai cinici, ma ebbe
più ampia diffusione nel periodo ellenista. Con le imprese di Alessandro, caduta la concezione ristretta della pólis, come nucleo politico chiuso al quale erano estranee le altre genti, il pensiero greco, venuto a contatto con quello orientale, si atteggio in senso universalistico. A questo orientamento concorse lo stoicismo, che, muovendo da una concezione monistica dell'universo, agitato dallo stesso léger immanente, pervenne all'affermazione che l'uomo è cittadino di tutto il mondo. Lo stoicismo romano ereditò questo concetto. Seneca, ad es., scrive: "Tutto questo mondo, che tu vedi, e che racchiude le cose divine ed umane, è uno ... Noi siamo le membra di un gran corpo. In nessun luogo l'uomo è straniero ... la sua vera patria è l'universo" (Epistola 93).
La concezione cosmopolitica si ecclissa con la diffusione del cristianesimo, che nel suo universalismo consilia l'unità del genere umano, come famiglia derivante dallo stesso padre celeste, con l'esistenza della patria, nazione e Stato. Essa rivive nel sec. xviri con l'illuminismo, il razionalismo e il romanticismo. Le premesse agnostiche, cui si ricollegano questi indirizzi di pensiero, condussero ad una sopravvalutazione dell'umano, dalla quale derivò la cosiddetta religione dell'umanità, e quell'umanitarismo, vago che si diffuse specialmente nei paesi anglossassoni. Secondo questa nuova ideologia atea, l'uomo sarebbe l'essere supremo della natura e l'umanità il suo ultimo fine. Il suo dovere sommo consisterebbe nell'amore al genere umano, al cui progresso indefinito dovrebbero essere sacrificati tutti i sentimenti particolaristici, ossia il patriottismo e il nazionalismo, per conseguire una fratellanza universale.
Il periodo romantico vide dilatarsi tali concezioni. In tutti i paesi gli scrittori più noti si dedicarono a discreditare l'idea di patria e di nazione, ad es., in Francia il Renan, in Inghilterra lo Spencer, in Germania il Lessing, in Russia il Tolstoi, in Italia il Mazzini, che arrivava a prevedere il giorno in cui, col trionfo della legge morale dell'umanità, sarebbe sparita la patria oggi sacra. Un valido sostegno ha trovato ancora il c. nel pacifismo umanitario, il quale ritiene che l'unico mezzo per raggiungere la pacificazione del genere umano consiste nella soppressione delle divisioni nazionali e politiche, causa di tutti i dissidi. Come sopra è stato accennato, anche l'internazionalismo marxista porta tracce di c., in quanto definisce l'idea di patria e di nazione come un pregiudizio escogitato dal capitalismo, connesso con l'odierno ordine economico. Il proletario non ha patria; la sua azione deve tendere ad abbattere la società borghese e la sua struttura, per raggiungere, con l'abolizione di ogni potere politico, la fusione di tutti i popoli in una repubblica universale.
Tutto il nucleo di verità che ogni forma di c. racchiude, nel rilievo dato all'unità del genere umano, alla fratellanza universale e alla necessità di eliminare le cause di divisione, idee comuni al sano universalismo, il reato è pura utopia, giacché non sarà mai possibile sopprimere patria, nazione e Stato, realtà che corrispondono alle leggi più profonde della natura umana e sono richieste dalle esigenze razionali, sentimentali, morali e fisiche dell'uomo.
Dial.: A. Weiss, Apologia del cristianesimo. I: L'uomo intero, Trento 1894; G. Goyau, L'idée de patrie et l'humanitarisme Parigi 1903; R. Eisler, Wörterbuch der philosophischen Begriffe, Berlino 1927; F. Meinecke, C. e Stato nazionale, Venezia 1930; F. D'Antonio, La filosofia politica tedesca. Gli ideali cosmopolitici, Crema 1038; A. Messinen, La nazione, Roma 1942; C. Plessis de Granedan, Patrie, in DFC, III, coll. 1606-21.
Antonio Messineo
COSMOS CATHOLICUS. - Rivista quindicinale cattolica illustrata di grande formato, pubblicata in Roma dal genn. 1899 al 1^{°} genn. 1903.
Iniziò le pubblicazioni con il titolo di Catholicum, mutato poi in C. c. il secondo semestre dello stesso anno. Fu suo scopo quello di fornire ai lettori di tutti i paesi la cronaca contemporanea della S. Sede e del mondo cattolico, seguendo il progresso religioso e morale nei diversi Stati, l'azione dei missionari e le manifestazioni del genio cristiano nelle scienze, nelle lettere e nelle arti.
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Cosace II, imperatore persiano - Scantitta di C. e sua morte, Affresco di Piero della Francesca (ca. 1430). Arezzo, chiesa di S. Francesco.
Uscì dapprima nelle principali lingue europee, limitata in seguito alle sole edizioni italiana e francese.
Giuseppe Graglia
COSPIRAZIONE : v. AUTORITÀ ECclesiaSTICHE, DELITTI contro le; RIVOLUZIONE.
COSROE (Husraw) I, IMPERATORE PERSIANO. Regnò dal 531 al 579 . Nel 540 C . iniziò le sue campagne contro i Bizantini e contemporaneamente scatenò contro i sudditi cristiani una persecuzione promossa specialmente dai magi. Le principali vittime furono Pirāngušnasp, chiamato Gregorio e Jazdapanāh, due illustri convertiti dal mazdeismo. Molti altri furono molestati e perseguitati, fra essi anche l'insigne katholikōs della Chiesa nestoriana Mār Ābā, al quale fu risparmiata la morte grazie ad una certa benevolenza concessagli da C. e alla paura di provocare pericolose reazioni da parte dei numerosi cristiani. Anzi Mār Ābā intervenne in favore di C. contro Anōšazāt, suo figlio ribelle. Morto Mār Ābā, C. scelse a suo successore Giuseppe (552), il quale però non fu ben accolto dai vescovi. Essi poi lo deposero, probabilmente nel 567 . C. approvò la nomina a successore di Ezechiele. Negli ultimi anni si era spenta la persecuzione. Un figlio di C. si converti al cristianesimo e fu battezzato con il nome di Giorgio.
Bibl.: J. Labourt, Le christianisme dans l'empire perse sous la dynastie sassanide, Parigi 1904, passim.
Ignazio Ortiz de Urbina
COSROE (Husraw) II, IMPERATORE PERSIANO. Detto il Vincitore. Regnò dal 590 al 628. Negli inizi del suo regno, sia per la sua amicizia verso l'imperatore Maurizio sia per l'influenza delle sue mogli cristiane, fu piuttosto benevolo verso i cristiani. Nel 596 fece eleggere a katholikōs Sabrišó, il quale godette sempre del favore imperiale e perfino accompagnò C. nelle prime campagne contro i Bizantini. Morto Sabrišó, C. dette ordine di eleggere a suo successore un certo Gregorio (605), il quale pareva idoneo a mettere fine alle discordie fra nestoriani e monofisiti, questi ultimi facenti capo a Hēnānā. Per volontà di C., la sede di Seleucia-Ctesifonte rimase vacante dalla morte di Gregorio (609) fino alla sua propria. Ogni fazione organizzò allora la sua propria gerarchia.
C. dichiarò ne! 604 la guerra all'usurpatore Foca con il pretesto di vendicare Maurizio. Occupata Dara, C. conquistò facilmente la Mesopotamia, la Siria e la Palestina. Nonostante la morte di Foca e l'avvento al trono di Eraclio, C. proseguì la lotta. Nel 611 occupò Cesarea di Cappadocia e durante l'estate del 614 penetrò a Gerusalemme, che fu barbaramente devastata. Particolarmente sensibile fu l'incendio della basilica del S. Sepolcro e il rapimento della vera Croce, asportata in seguito nella Persia insieme ad un immenso bottino di arredi sacri. L'orafo imperiale, il cristiano Jazdān, salvò dalla distruzione la Croce. Fin qui C. non perseguitò i cristiani. Quando però nel 627 e 628 Eraclio (v.) vincitore penetrò nella Persia, C. molestò sia i monofisiti che i nestoriani. Jazdān fu seviziato e ucciso per ordine di C. Fu il segnale della rivolta capeggiata dal figlio di C. Sērée. C. deposto, fu a sua volta ucciso da uno dei figli di Jazdān.
Bibl.: J. Labourt, Le christianisme dans l'empire perse sous la dynastie sassanide, Parigi 1904, passim; Cronaca di Seert: PO 13. 474-504.
Ignazio Ortiz de Urbina
COSSA (CoscIA), BALDASSARE, ANTIPAPA. - Di nobile famiglia napoletana. Sulla sua gioventù si diffusero leggende ostili; si sa di certo che fu famigliare del card. Pietro Tomacelli; quando questi fu creato papa con il nome di Bonifacio IX (1389), il C. diventò cubiculario, e non ebbe scrupolo nell'uso dei mezzi per far denari; e per denaro sarebbe riuscito a farsi creare cardinale diacono di S. Eustachio il 27 febbr. 1402. Tenne il governo di Bologna come legato ed il 26 giugno 1409 fu fra gli elettori di Alessandro V (v.), dell'obbedienza di Pisa.
Si diede premura di condurre l'eletto a Bologna dove questi mori; ed il 17 maggio 1410 in quella città il C. fu eletto a succedergli con il nome di Giovanni XXIII. Essendo riuscito a far pace con Ladislao re di Napoli, poté radunare durante il 1413 un concilio a Roma, com'era stato stabilito a Pisa nel 1410 , e vi condannò i libri di Wiclef. Ma costretto a lasciare la città, riparò nell'Italia settentrionale, e dietro le istanze di Sigismondo, re di Germania, indisse il 3 ott. il Concilio di Costanza per il 1^{°} nov. 1414. Vi si trovò infatti per il giorno fissato, sperando di avere ragione sui suoi due avversari: Gregorio XII,
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il papa legittimo, e Benedetto XIII, il papa di Avignone. Accortosi che male voci circolavano contro di lui a Costanza, profittando di un tornoo solenne lascio di nascosto la città il 20 marzo 1415 con l'occulto favore di Federico duca di'Tirolo. Egli sperava che il Concilio si sarebbe scialto; ma re Sigismondo ch'era presente riusci a farlo continuare per provvedere alla cessazione dello scisma ed alla riforma della Chiesa. Il Concilio infatti sancì la propria autorità e nel maggio citò Giovanni a comparire. Questi che da Sciaffusa, dove s'era rifugiato, era passato a Laufenburg, poi a Friburgo e a Bruisach, abbandonato dal duca di 'Tirolo, si sottomise, fu imprigionato a Radolfzell; ed il 29 maggio fu deposto, dopo un breve processo - come simonisco, dissipatore dei beni eccles. scastici, amministratore infedele della Chiesa tanto nello spirituale che nel temporale s. In quello stesso concilio ch'egli aveva radunato, Giovanni ratificò tale sentenza senza fare alcuna opposizione. Egli rimase prigioniero sotto severa custodia e la sorveglianza di Lodovico di Baviera nel castello di Hausen. Riconobbe poi nel 1415 come vero papa Martino V; questi a sua volta lo nominò cardinale vescovo di Tuscolo (1419). Il C. mori a Firenze il 22 nov. 1419 e fu sepolto nel battistero della città, dove gli fu eretto un monumento sepolcrale per ordine di Cosimo de' Medici da Michelozzo e da Donatello.
Bibl.: Hefele-Leclerco. VII, p. 80 sgg.: L. Salembier, Le grand schisme d'Occident, Parigi 1902, p. 275 sgg.: G. Meffat, Jean XXIII, in DThC. VIII (1924), coll. 641-44. Il processo contro il C. a Costanza si ha in H. Finko, Arta Concilii Constantinous, II-III, Münster 1928.
Pio Paschini
COSSA, Francesco del: v. del COSSA, FRANCESCO.
COSSART, Gabriel. - Gesuita, oratore sacro, poeta e canonista. N. a Pontoise il 22 nov. 1615, m. il 18 sett. 1674, nel collegio di Clermont a Parigi, dove era stato professore di retorica.
Le sue composizioni oratorie e poetiche furono ripubblicate a Parigi nel 1675 . Il C. è particolarmente noto per avere dato mano a completare la collezione: Sacrocuatu Concilio, nella quale il p. Fil. Labbe aveva pubblicato i voll. I-VII e XII-XV. Il p. C. si assunse di completare i volumi IX-X che il Labbe, sorpreso dalla morte (1667), aveva lasciati incompleti e di compilare l'XI (Parigi 1671-72). Si deve anche ricordare di lui : Parthenii patriarchae Coustautmopolitani decretum syuodale super calcinianis dogmatibus quae in epistola Cyrilli nomine ante annos aliquot edita, falso Graecorum et Orientalium consensu recepta ferebantur (Parigi 1643).
Bibl.: Sommervogel, II, coll. 1495-1501. Alberto Scola
COSTA, Lorenzo. - Pittore, n. a Ferrara intorno al 1460, m. a Mantova il 3 maggio 1535. Fu allievo in patria di Cosmé Tura, come dimostrerebbe il S. Sebastiano di Dresda, se opera sua e non di Cosmé. Probabilmente nel 1483 era a Bologna a di-

Ust. Alinati:
Cossa, Balbassare - Monumento a C. B. Opera di Donatello e Michelozzo - Firenze, interno del Battistero.
pingere nel palazzo Bentivoglio, poi distrutto; tra il 1483 e il 1490 sempre a Bologna decorava la cappella dei Bentivoglio in S. Giacomo Maggiore, seguendo la maniera di Ercole Roberti. Nel 1492 e nel 1497 dipingeva le pale di S. Petronio e di S. Giovanni al Monte, nelle quali appare la sua seconda maniera formata sullo stesso Ercole Roberti, che aveva trasformato la propria, e si palesa altresi l'influsso di Antonello e di Giambellino. Nel 1499 era a Ferrara, a lavorare nel Duomo, tornato a Bologna, vi lavorò sino al 1506, seguendo nelle pitture dell'oratorio di S. Cecilia il Perugino e il Francia. Alla fine di quell'anno si recò a Mantova, chiamato dai Gonzaga a sostituire il Mantegna.
Il S. Sebastiano della galleria di Dresda, secondo il Berenson opera del Tura e firmata dal C., ha elementi

(fol. Anderson)
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esteriori tratti dal Tura, ma non ne possiede la forza; deve quindi ammettersi, almeno, che il C. abbia terminato l'opera di Cosmé.
La pala d'altare della cappella Bentivoglio in S. Giacomo Maggiore a Bologna ( 1488 ) mostra anch'essa ricordi del Tura: nella stessa cappella sono il Trionfo della famn e il Trionfo della morte. La Madonna in trono tra i ss. Sebastiano, Giacomo, Girolamo e Giorgio nel S. Petronio di Bologna, del 1492, segna un grande progresso sulle inespressive pitture della cappella Bentivoglio; forse il C. si era recato a Venezia, come mostrano somiglianze con le pale venete. Questa tavola nobilmente espressiva può ritenersi il capolavoro del maestro. Nel quadro in S. Giovanni in Monte, sempre a Bologna, rappresentante La Madonna con quattro Santi e due Angeli, è invece visibile l'influsso del Francia; le figure prendono forme sinuose come nel Perugino, di cui si ritrova qualche elemento nello sfondo di pilastri degradanti prospetticamente ai lati del trono. La Coronazione della Vergine, pure in S. Giovanni in Monte ( 1501), ha ugualmente figure i. spirate a modelli umbri. Vanno ricordati ancora in Bologna nell'oratorio di

Costa d'oro - Residenza episcopale e cattedrale.
S. Cecilia gli affreschi rappresentanti la Conversione dis. Valeriano e S. Cecilia che distribuisce elemosine (1504-1506).
II C. rezrò sostanzialmente un eclettico, esitante tra il Tura, Ercole Roberti, i Veneziani, il Perugino e il Francia.
Bibl.: G. Vassri, Le Vite ecc., ed. Milanesi, III, Firenze 1878. pp. 131-40: Venturi, VII, in, pp. 829-47; Catalogo della Espostzione della pittura ferrarese del Rinascimento, Ferrara 1933, pp. 133-42; R. Longhi, Officina ferrarese, Firenze 1934, pp. 190191 e indice degli artisti; B. Berenson, Pitture italiane del Rinascimento, trad. it. di E. Cecchi, Milano 1936, pp. 134-35; R. Longhi, Ampliamenti dell'Officina ferrarese, Firenze 1940. p. 15 sgg.
Vincenzo Golzio
COSTA D'AVORIO (Côte d'ivoire). - Colonia francese dell'Africa occidentale, limitata dall'Alto Volta e dal Sudan, dalla Costa d'Oro, dalla Guinea francese, dalla Liberia e dal Golfo di Guinea. Comprende solo un piccolo lembo dell'altipiano della Nigeria, ha un'idrografia notevole ma inutilizzabile. La costa è bassa e un cordone litorale formato dalla corrente marina separa dal mare numerose lagune. Clima equatoriale specie nella regione meridionale.
La popolazione è di ca. 1.800 .000 ab . con una densità di 5,6 , essendo la superfice di ca. 320.000 kmq . Capolungo è Abidian che è pure sede del vicariato apostolico (v. abidtan e per la carta v. africa, I, col 382). Porto principale è Gran Bassam, allo sbocco del fiume Comoè. Risorse principali il legname, la maniòca, il riso, le banane, il cacao e il cotone. L'istruzione primaria è impartita nelle scuole dirette dai Padri delle missioni africane.
Bibl.: G. Joseph, La Côte d'ivoire, Parigi 1917; La Côte d'ivoire, in Agence économique de l'Afrique occidentale française, Parigi 1928.
Maria Luisa Rondini
COSTADONI, Anselmo. - Dotto camaldolese (al secolo Giovanni Domenico), n. a Venezia il 6 ott. 1714, m. ivi il 23 genn. 1785. Professò nel monastero di S. Mi-
chele di Murano, dedicandosi poi con particolare impegno agli studi storici. Il suo nome è legato soprattutto alla collaborazione prestata per 18 anni al p. Giovanni Benedetto Mittarelli per gli Annales Camaldulenses ( 9 tt., Venezia 1755-73).
Trattò inoltre di vari argomenti archeologici, in una serie di saggi inseriti nella collezione di Angelo Calogerà : Raccolta di opuscoli scientifici e filologici (Venezia 1728-57); nuova raccolta 1755-65. Essi sono: Osservazioni sopra uel'antico tecolla greca, in cui è racchiuso un vulgue peczo della Croce di Gesù Cristo, la quale conservasi nel monastero di Murano (t. XXXII); Dissertazione sopra il pesce come simbolo degli antichi cristioni (t. XLI); Osservaziont intorno alla chiesa cattedrale di Torcello (Venezia 1750: t. XLIII), ecc. Minore importanza hanno alcuni scritti agiografici, ascetici e teologici: Adnotationes in vitas s. Romualdi, s. Odilonis, et st. Rodulphi Episcopi et Dominici conscriptas (Venezia 1743); Avvisi ed istruzioni pratiche intorno ai principali doveri de' regolari (Foenza 1770). Parecchie lettere sopra questioni teologiche (Venezia 1773-81).
Bibl.: M. Ziegelbauer, Centifolium Camaldolense, Venezia 1750, p. 10; F. Mandelli, Della vita e degli stritti di A. C., ivi 1787: Hurter, V. col. 435. Cosimo Petino
COSTA D'ORO (Gold coast). - Colonia della Corona britannica, costituita da una fascia costiera lungo il margine settentrionale del Golfo di Guinea (C. d'o. in senso stretto), alla quale seguono, nell'interno, il paese degli Ascianti ed i territori settentrionali.
Alla prima appartengono i giacimenti di quarzo aurifero che han dato nome alla regione. Oltre alla ristretta cimosa litoranea con sabbie, lagune ed un lembo di foresta equatoriale, quasi tutto la colonia è rivestita di savane, in parte guadagnate alle colture. Fra queste ha grande importanza il cacao, del quale la C. d'o. è il massimo produttore mondiale ( 2,2 milioni di quintali annui); produzione che ha superato ormai, in valore, quella mineraria (oro, manganese, diamanti), pur sempre considerevole. La capitale è Accra ( 73.000 ab.). Le tre province, di C. d'o., Ashanti, Terr. del Nord, in cui la C. d'o. è divisa, misurano complessivamente 203.704 kmq . La popolazione è di ca. 4 mi lioni di ab. di cui ca. 1/8 è cattolica. Per la carta v. africa, I, coll. 389-90.
Bibl.: C. W. Welman, The Native States of the Gold Coast, Londra 1930; F. R. Irvine, Plants of the Gold Coast, Oxford 1930; J. de Carbon Ferrière, Le Gold Coast, Parigi 1936; The Gold Coast Handbook, Londra-Acera 1937; P. Redmayne, The Gold Coast yesterday and to-day, Londra 1938. Giuseppe Canali
Il vicariato apostolico di C. d'o. - Ebbe origine nel 1879 dalla missione delle due Guinee, venne successivamente ristretto nei suoi confini fino all'ultima divisione del 1943 quando fu costituita la nuova prefettura di Accra (v.). Esso è diretto dalla Società delle missioni africane di Lione, della provincia olandese.
Vi sono attualmente 37 padri, coadiuvati da 8 sacerdoti indigeni, 4 fratelli e 28 suore. La missione ha inoltre 190 catechisti, 824 maestri. La superfice abbraccia
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18.792 kmq . con una popolazione di ca. 716.286 ab.; i cattolici sono 107.018 e i catecumeni 18.146. I maomettani sono ca. 12.600 , i protestanti ca. 55.000 . Le scuole sono abbastanza sviluppate : 266 scuole clementari con 22.083 alunni; 2 scuole superiori con 335 alunni, 3 scuole normali con 260 alunni. Vi è anche un seminario minore con 33 seminaristi e un altro maggiore con 6 . Le opere assistenziali sono rappresentate da 3 dispensari. Vi sono anche 17 orfanotrofi. 'Tre pubblicazioni periodiche vi hanno una discreta tiratura.
Bibl.: Arch. di Prop. Fide, Prospectus status misvionis, pos. prol. n. 3850 / 48.
Giovanni B. Tragella
COSTANTE
(Flavius Iulius Coustans), IMPERATORE.
- Figlio minore dell'imperatore Costantino e di Fausta, n. ca. il 323 . Alla morte del padre, nel 337, fu riconosciuto Augusto con i fratelli ed ebbe il dominio dell'Illiria, dell'Italia e dell'Africa sotto la sorveglianza del fratello maggiore Costantino II. Questa tutela era mal sopportata ed i due vennero in urto, ma prima che gli eserciti si scon-

Costantina - Iscrizione che ricorda vari martiri, tra i quali Giacomo e Mariano, incisa sulla rupe presso il torrente Rummel.
Dai verbale si pud ricostruire l'importanza della comunità di Cirta al principio del iv sec. Vi sono infatti ricordati il vescovo Paolo, quattro presbiteri, due diaconi, quattro suddiaconi, poi lettori, fossori, ecc. Della casa di riunione cristiana si menzionano la biblioteca, la sala per le agapi; si ha inoltre l'elenco degli utensili liturgici, dei vestiti e delle calzature, degli alimenti per i poveri. Alla morte del vescovo Paolo, nel 305, i cristiani si riunirono nella casa maior, situata nell'area martyrum, cioè nel cimitero dove erano sepolti i martiri; essa era munita di cattedra episcopale; in quel tempo le basilicae veridum fuerunt restitutae. Da quanto sopra, si ricava che la comunità cristiana di C. possedeva in quell'epoca più di un edificio di culto, ma di essi purtroppo non si conosce l'ubicazione. Resti di un edificio cristiano di età bizantina, inserito in un tempio romano, vennero segnalati nel 1844, ma furono distrutti, come pure lo furono gli avanzi rinvenuti a Sidi-Mabrouk; nella grande moschea si trova riadoperato un capitello col monogramma detto costantiniano. Un musaico, oggi distrutto, aveva nel centro l'iscrizione Iustus tibi lex est che il Manceaux ritiene donatista. I donatisti furono potenti in C. nel sec. iv. Essi si erano impadroniti della chiesa fatta erigere da Costantino per i cattolici. Costantino in una lettera dell'a. 330 (PL 8, 531-32), indirizzata all'intendente di finanza (rationalis), dà a questi l'ordine di costruire una basilica a spese del fisco. Contro il vescovo donatista di C. Petiliano scrisse a. Agostino Contra litteras Petiliani e De unico Baptismo contra Petilianum.
In un bassorilievo conservato al Kroub, rappresentante una vittoria con la corona e la palma, furono aggiunte in seguito tre croci greche e l'iscrizione al Deo datur victoria. Tra le lampade in argilla rinvenute si ricorda quella rappresentante l'angelo e i tre fanciulli nella fornace.
Nel museo di C. si conserva un reliquiario di terra cotta con l'iscrizione che ricorda una memoria sancti Iuliani, deposta dal noto vescovo Emiliano della metà ca. del sec. vi. (L. Leschi, Reliquaires chrétiens du VIe
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Costantina - A Deo datur victoria s. Vittoria romana con iscrizione cristiana (sec. vi) - Al Kroub presso C.
siècle en Numidie, in Comptes-rendus de l'Acad. des inser. et belles lettres, 1934, pp. 236-45). Si conservano pure molti monumenti cristiani, epigrafi, lampade ecc., raccolte anche nella regione; fino al 1900 vi fu la collezione Farges ora in Francia (L. Doublet e P. Gauckler, Musée de C., Parigi 1893, con un fascicolo di M. Besnier e L. Blanchet, in 1900, che illustra la collezione Farges). Fin dal 1857 le scoperte archeologiche furono pubblicate nel periodico Recueil des notices et mémoires de la Société archéologique de Constantine.
Bull.: P. Franchi de' Cavalieri, La Passio ss. Mariani et Iacobi (Studi e Testi, 3). Roma 1900; S. Gsell, Constantine, in DACL. III, II, coll. 2713-32.
Enrico Josi
COSTANTINO I. - Katholikòs armeno, n. nel 1220, m. il 9 apr. 1267, detto Bartzrberdtxi, elogiato quale uomo virtuoso e sapiente dai contemporanei. Ebbe il merito di aver convocato il Sinodo armeno di Sis nel 1242, i cui Atti trasmise con una sua lettera enciclica agli Armeni orientali, ove furono accettati; inviò al papa Innocenzo IV la fede ortodossa degli Armeni circa la processione dello Spirito Santo, e nel 1245 anche la propria professione di fede. Con i Greci convenne circa la formola cristologica calcedonese.
Nello scorcio dei secc. xili-xiv vi sono altri tre katholikòi armeni omonimi, da non confondersi tra loro.
Bull.: Brosset, Deux historiens arméniens, Kirabos de Gandzac, Oubtianès d'Ourba, Pietroburgo 1870; ed. armena, Venezia 1865; F. Tournebize, Hist. politique et religieuse de l'Arménie, I, Parigi 1910, pp. 285-98.
Garabed Amaduni
COSTANTINO Africano. - Benedettino cartaginese, convertito dall'islamismo, traduttore di opere arabe e greche, m. nel 1087. Percorse per 39 anni l'Oriente e l'Egitto. Nel ro6o andò a Salerno da dove passò a Montecassino e vi professò la regola benedettina.
Ecco secondo Wüstenfeld l'elenco delle sue traduzioni: Liber completus artis medicinae qui dicitur regalis dispositio o Pantegni di 'Alī Ibn 'Abbōs (m. nel 994); Viaticum di Abū Ga'far Ahmad Ibn al-Gazahr (m. nel ro04); Liber divisionum e Liber experimentorum dell'arabo ar-Rāsi (m. nel 923); Liber diastarum universaliun et particularium, Liber urinarum, Liber fibrium, Liber de gradibus di Ishāq Isrī̄ili. Infine alcune opere di Ippocrate e di Galeno. Le traduzioni di C. A. esercitarono una notevole influenza sulla scuola di Salerno e poi su quella di Chartres, e furono per molti scolastici quasi l'unico manuale di anatomia e fisiologia. Furono queste versioni ad introdurre in Occidente lo studio del concomitante fisiologico della conoscenza. Le opere di C. A. furono edite a Lione nel 1515 e a Basilea nel 1539.
Bull.: M. Steinschneider, C. A. und reine arabischen Quellen, in Archiv. f. pathol. Anatomie u. Physiol., 37 (1866), pp. 351410; F. M. Wüstenfeld, Die Übersetzunare arabischer Werke ins Lateinische uell dem i1. 7obrh., in Abhandl. d. hön. Gesellsch. d. Wiss. z. Göttingen, 22 (1877), pp. 10-20; M. Clerval, Les écoles de Chartres au moyen âge du P^{°} au XVI siècle, Parigi 1895.
Felicissimo Tinivella
COSTANTINO da Barbençon. - Predicatore e scrittore ascetico cappuccino, n. a Barbençon (Hainaut, Fiandre) ca. il 1582 , m. a Bonn il 26 (o 25) nov. 1631 (o 1632 ?). Dal Belgio fu mandato nel 1611 a fondare la provincia di Colonia; definitore, maestro dei novizi, ricercato direttore di spirito.
Ha particolare importanza rappresentativa nella letteratura mistica l'opera Les secrets sentiers de l'amour divan (Colonia 1623 e ripetutamente fino ai nostri giorni).
C. vi mostra, con terminologia incensurabile, come l'anima, esercitata nella mortificazione, nell'umiltà e nella meditazione, viene elevata dalla Grazia alla conoscenza e all'amore divino, per finire in una unione totale con Dio. Nell'altra opera più ampia, ma meno divulgata, Anatomie de l'âme et des opérations divines en icelle (Liargi 1633), edita postuma, polemizza efficacemente contro un movimento prequietista contemporaneo, combattendo le false interpretazioni che i cosiddetti silluminati s davano alla dottrina del confratello Benedetto da Canfield (v.), soprattutto circa l'esercizio della «volontà essenziale» di Dio; denuncia, inoltre, con sagacia gli influssi deleteri delle teorie del protestantesimo sulla pseudo-mistica dei prequietisti. La dottrina del p. C. fu utilizzata da vari autori ascetici, come il card. Bona, e specialmente dal noto benedettino A. Baker (v.).
Bull.: Bernardo da Bologna, Bibliotheca scriptorum Ord. Min. Cap., Venezia 1747, pp. 67-68; P. Hildebrand, Le p. C. de B., in Etudes franciscoines, 42 (1930), pp. 586-94; id., Sur - Les secrets sentiers de l'amour divin e de C. de B., in Revue d'awétique et mystique, 13 (1933), pp. 198-99; P. Remi, Chronique de spiritualité franciscoine, in Etudes franciscoines, 46 (1934), pp. 368 374; Théotime de 's Hertogenbosch, Le Père C. de B. et le préquietisme, in Collectauen Franchicana, 10 (1940), pp. 338-82; Melchitere da Poldadura, Historia generalis Ord. Min. Cap., II, I, Roma 1948, pp. 256-57, 263, 265; II, II, p. 448.
Barino da Milano
COSTANTINO (Imp. Caesar Flavius Valerius Constantinus Augustus), imperatore romano, detto il Grande. -
Sommarin. - I. Vita. - II. Personalità. - III. Politica ecclesiastica. - IV. Religiosità personale. - V. Motivi politici per la conversione di C. - VI. Il cearopapismo di C. - VII. C. nella leggenda e nel culto. - VIII. Costruzioni costantiniane in Roma e in Palestina. - IX. Donazione di C.
I. Vita. - Nacque a Naisso (Dacia) il 22 febbr. non prima del 280 (secondo il Seeck nel 288), dal Cesare Costanzo I e da Elena; m. nella villa di Achiron, presso Nicomedia, il 22 maggio del 337. Nel 289 Costanzo si separò da Elena, e sposò Teodora,
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figliastra di Massimiano Erculeo. C. venne educato alla corte di Diocleziano e Galerio in Oriente, tenutovi quasi come ostaggio. Dopo l'abdicazione di Diocleziano e Massimiano ( 1^{°} maggio 305), Costanzo, divenuto primo Augusto, chiamò suo figlio in Gallia, e quando morì poco dopo ad Eboracum (York), le truppe proclamarono C. imperatore ( 25 luglio 306). Nello stesso tempo a Roma, Massenzio, figlio di Massimiano, si proclamò imperatore ( 28 ott. 306), con l'aiuto del padre. Massimiano e Massenzio strinsero alleanza con C. con-

(da F. Gatzchi, I meduallani romani, I. Milano. Mil. tar. 7. x. II Costantino - Moneta.
tro Galerio, e C. sposò Fausta, figlia di Massimiano, la quale già gli era stata destinata. Massimiano e Massenzio lo riconobbero come Augusto, però il consułato di C. e Massimiano per il 307 non fu riconosciuto in Oriente. Presto Massimiano, guastatosi con Massenzio, fuggì presso C. in Gallia. Siccome prese a cospirare anche contro il genero, questi lo fece imprigionare e giustiziare (secondo altri fini per suicidio) nel luglio 310.
Dopo la morte di Galerio (maggio 311), i due imperatori d'Oriente, l'Augusto Licinio e il Cesare Massimino Daia, vennero in discordia : il Daia prese le parti di Massenzio, Licinio invece si avvicinò a C. e prese in moglie Costanza sorellastra di lui. Nella primavera del 312, C. cominciò la guerra contro Massenzio e lo vinse nella battaglia a ponte Milvio (28 ott. 312), nella quale Massenzio trovò la morte. Il Senato diede a C. il titolo di primo Augusto. Nel febbr. 313 C. si incontrò con Licinio a Milano, ove celebrarono le nozze di Licinio con Costanza ed emanarono il cosiddetto "editto di Milano" (v. infra). Tornato C. in Gallia, scoppiò la prima guerra tra C. e Licinio. C. lo vinse a Cibalie (presso Sirmium) e nella pace tenne per sé l'Illirico, facendosi così padrone di una buona metà dell'impero. Nel 315 C. e Licinio erano consoli. Nuovi dissidi, ai quali non fu estranea la persecuzione dei cristiani ripresa da Licinio nel 321, causarono una seconda guerra nella quale Licinio fu vinto ad Adrianopoli (3 luglio 323), poi a Chrysopolis in Asia Minore (18 sett. 323) e finalmente venne chiuso in Nicomedia. Si mise di mezzo Costanza, e C. promise la grazia; però cospirazioni di Licinio coi barbari diedero motivo a C. di farlo giustiziare (324). Così, dopo 40 anni di divisioni, C. restò unico capo dell'impero.
Il 20 maggio 325 C. fu presente all'apertura del Concilio di Nicea. Dal luglio al sett. 326 dimorò a Roma, e in questo momento decretò la morte del figlio primogenito Crispo, a Pola. I motivi di questa decisione sono oscuri, sembra ci sia stato di mezzo un intrigo di palazzo da parte di Fausta, matrigna di Crispo. Convintosi poi dell'innocenza di Crispo per intervento di sua madre Elena, C. fece giustiziare Fausta. Il 26 nov. 326 pose la prima pietra di Costantinopoli, la nuova capitale che fu solennemente inaugurata l'ri maggio 330. Dei tre figli avuti da Fausta aveva già dato la nomina di Cesare, nel 317, a Costantino (II), e nel 323-24 a Costanzo (II).
Nel 333 nominò anche l'ultimo, Costante, e nel 335 Dalmazio, figlio del suo fratellastro Giulio Costanzo. Evidentemente intendeva far rivivere la tetrarchia di Diocleziano, affidandola ai suoi consanguinei. Annibaliano, fratello minore di Dalmazio, ebbe in sposa Costanza di Costantino ed il regno del Ponto. Nel 337 durante i preparativi per una guerra contro Shapur II re di Persia, C. si ammalò e morì, battezzato da Eusebio, vescovo di Nicomedia. Il suo corpo fu seppellito nella basilica degli Apostoli a Costantinopoli.
II. Possoxalitá. - Egli è senza dubbio tra gli imperatori romani una delle più grandi figure e il suo governo uno dei più fortunati. Il suo carattere "prima di tutto è quello di un appassionato e d'un temerario : nell'esercito trascina gli uomini ed è un ardito stratega; alla corte ama l'apparato, la magnificenza, si atteggia a bell'uomo e bello spirito e sempre si compisce di agire, di creare. Cerca di abbagliare, di conquistare i cuori dei sudditi e di assicurarsi l'attenzione della posterità. Per soddisfare alla sua ambizione o anche solo alla sua vanità, non risp