l'esercito trascina gli uomini ed è un ardito stratega; alla corte ama l'apparato, la magnificenza, si atteggia a bell'uomo e bello spirito e sempre si compisce di agire, di creare. Cerca di abbagliare, di conquistare i cuori dei sudditi e di assicurarsi l'attenzione della posterità. Per soddisfare alla sua ambizione o anche solo alla sua vanità, non risparmia riforme o spese, senza calcolare le conseguenze o i contraccolpi, perché le sue decisioni, la maggior parte delle volte, sono improvvise. E un impulsivo, docile alle influenze, ma anche altamente compreso della sua missione. La sua passione di dominare è sostenuta e come ingrandita dalla coscienza del suo dovere e dalla fiducia nel suo destino " (J. R. Palanque).
In un certo senso C. è il primo vero sovrano dell'impero romano, mentre gli imperatori, da Augusto a tutto il sec. II, erano piuttosto sommi magistrati, e quelli del sec. III condottieri o dittatori. Gli imperatori bizantini, come pure Carlomagno e gli imperatori medievali, si sentivano ed erano molto più successori di C. che di Augusto o di Traiano.
Gli storiografi moderni trattano spesso C. con una certa malevolenza, dovuta in parte alla tendenza legittima di ridurre alle giuste proporzioni gli encomi troppo entusiasti dei contemporanei, ma più di tutto alla sua politica religiosa.
III. Politica ecclesiastica. - Quando C. prese il governo, la persecuzione era da tempo cessata in Occidente di fatto, in Oriente lo era dal 311 grazie all'editto di Galerio. Argomentando da Eusebio (Hist. eccl., IX, 9, 12), alcuni (Burckhardt, Boissier; contro : K. Bihlmeyer, Das angebl. Toleranzedikt K. von 322, in Theol. Quartalschr., 96 [1914], pp. 65-100) ritennero che C. emanasse un editto di tolleranza

(da A. Muurlos, Numismatique Constantin., I. Parigi 1881, tar. IX, 18) Costantino - Moneta d'oro.
prima della battaglia a ponte Milvio. Certo è che nel convegno con Licinio a Milano (febbr. 313) furono stabilite le norme da seguire nella questione dei cristiani, da cui risultò l'editto emanato da Licinio a nome di ambedue gli imperatori a Nicomedia il 13 giugno 313 (testo integrale in Lattanzio, De mort. pers. 58; estratto in Eusebio, Hist. eccl., X, 5, 2-3), brevemente chiamato "editto di Milano", di cui ecco il sommario: 1) I cristiani come tutti gli altri possono seguire la propria religione. 2) Le leggi emanate nel passato contro i cristiani sono abolite. 3) I luoghi di culto debbono essere restituiti ai cristiani senz'obbligo di riscatto: se dopo la confisca sono passati in mano di privati, questi possono chiedere un indennizzo al fiaco.
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Tra le leggi emanate in seguito da C. in favore della Chiesa, le principali sono: nel 3130315 immu nità dal tributum e dall'annona (Cod. Theod., XI 1, 1); esenzione per i chierici da "munera pubblica". Nel 321 la domenica viene riconosciuta come giorno festivo; le chiese vengono dichiarate capaci d'accettare legati testamentari (Cod. Theod., XVI 2,4). Nel 321 e 333 l'arbitrato dei vescovi (audientia episcopalis) è obbligatorio anche se invocato da una sola delle due parti (quest'ultimo comma fu abolito da Arcadio nel 398 e Onorio nel 408); dall'arbitrato dei vescovi non c'è appello al giudizio civile.
Oltre a ciò C. colmò le chiese, specie quelle di

(da J. Borchbardt, Die Zeit Constantine des Grosten, Fienke a. e., sec. II Costantino - Medaglione: C. tra il figlio Costantino II e la figlia (sec. IV) - Berlino. Münzkobinett.
Roma, di doni e benefizi (sulle costruzioni di C. a Roma, Costantinopoli, Gerusalemme, Betlemme, v. singole voci, e sotto paragrafo VIII). Già nel 313 ordinò ad Anulino proconsole d'Africa di mettere a disposizione della Chiesa somme rilevanti, e scrisse in proposito a Ceciliano, vescovo di Cartagine (Eusebio, Hist. eccl., X, 6). Per la cura dei poveri assegnò sovvenzioni regolari alle chiese nelle singole città (Sozomeno, Hist. eccl., V, 5).
Fin dal principio C. si mostrò sollecito dell'unità della Chiesa. Nel 313 commise a papa Milziade (310-14) l'arbitrato nella questione donatista. Nel 314 radunò ad Arles i vescovi degli Stati allora da lui governati in un Concilio per la stessa causa (cf. DONATISMO). Nella convocazione e nel felice esito del Concilio di Nicea (v.) nel 325 contro Ario, ebbe parte importante. Se dopo il Concilio rimise nelle loro sedi i vescovi Eusebio di Nicomedia e Teognide di Nicea deposti dal Concilio, a causa di nuovi turbamenti, ciò è dovuto probabilmente alle arti di sua sorella Costanza, vedova di Licinio. In seguito andò anche più oltre: consentì alla deposizione di Eustazio di Antiochia (330) ed altri vescovi aderenti alla definizione di Nicea, ed allontanò Atanasio (335) dalla sua sede di Alessandria (v. ARIANESIMO).
IV. Religiosita personale. - Cristiano "praticante", C. non lo è mai stato. Ricevette il Battesimo solo alla morte, ed i suoi atti non si mantennero sempre entro i limiti della morale cristiana. D'altra parte era certamente convinto della verità della fede cristiana, amava ed altamente stimava la Chiesa
ed i suoi rappresentanti, e desiderava la propagazione della fede (sulla lettera di C. a Shapur re dei Persiani, cf. N. H. Baynes, Constantine the Great and the Christian Church, p. 26).
Vi è stata certamente un'evoluzione nel suo pensiero religioso. Autori moderni hanno voluto stabilirne le tappe: sincretismo solare, monoteismo filosofico, cristianesimo superstizioso (cf. J. R. Palanque, in Fliche-Martin-Frutaz, III, p. 30-34); bisogna però tener conto che C. non sembra essere stato un pensatore capace di sottilizzare, ma piuttosto un realista pratico. D'altra parte le espressioni dei panegiristi pagani, il fatto che sulle monete di C. compaiono ancora per anni emblemi pagani, il titolo Pontifex Maximus (il quale fu soppresso solo da Graziano nel 382), non possono aver valore decisivo nel giudicare dell'atteggiamento religioso di C. Cosi pure la convinzione radicatasi in lui di una visione o manifestazione divina concessagli prima della vittoria su Massenzio, ed il sogno che lo indusse a scegliere Bisanzio per sua nuova capitale (Cod. Theod., XIII, 5, 7; Sozomeno, Hist. eccl., II, 3) non bastano a fare di lui un sognatore abituale o un mistico.
La visione del 312. - Alla visione alludono un panegirico del 313 (Kirch. Enchirid. n. 363) e un altro del 321 (ibid., n. 392); la raccontano Lattanzio (De mort. pers., 44), Eusebio (Hist. eccl., IX, 9, 1-11; De vita Const., I, 27-29), Socrate (Hist. eccl., I, 2, 5-10), Sozomeno (Hist. eccl., I, 3), Filostorgio (Hist. eccl., framm. 6), Gelasio dt Cizico (Hist. conc. Nicaeni, I, 4, 1), i quali divergono si sui particolari: infatti secondo Lattanzio la visione sarebbe avvenuta in un sogno la notte precedente la battaglia di ponte Milvio; secondo Eusebio (De Vita Const.) molto prima, quando C. stava ancora in cammino, ed in pieno meriggio, partecipi anche i soldati; secondo Filostorgio si trattava di una visione di stelle; però siccome tali racconti debbono risalire alla testimonianza di C. stesso, può darsi che egli stesso abbia variato nell'esporne i particolari, come accade a chi sovente e con compiacenza ripete un episodio della sua giovinezza. Della sostanza del fatto non si può ragionevolmente dubitare.
V. Motivi politici per la conversione di C. Quando C. assunse il governo, la situazione generale, soprattutto in Occidente, non era tale da esigere una politica cristianofila. I cristiani erano tuttora una minotanza (non molto più del 10 \% su una popolazione totale dell'impero calcolata in 50 milioni) e non avevano mai costituito un partito politico, né preso parte alle lotte intestine per la conquista dell'impero. I pregiudizi delle masse e delle classi colte contro di loro sussistevano tuttora. C. avrebbe avuto interesse, soprattutto in Occidente, a non introdurre mutamenti che urtassero l'opinione pubblica e a continuare l'indirizzo amministrativo dato all'impero da Diocleziano. Facendo sua la causa del Dio dei cristiani C. non poteva calcolare di cavar profitto da loro nella lotta contro Massenzio, poiché questi non perseguitava i cristiani, anzi aveva cominciato a restituire i loro beni confiscati (Ottato, Contra Parmenianum, I, 18). Come la campagna contro Massenzio non aveva carattere religioso, cosi anche la conversione di C., se avvenuta durante questa campagna, non poteva avere un carattere puramente politico. Di motivi politici si può parlare soltanto nel senso che C., essendosi ben accorto delle conseguenze disastrose per l'impero della politica persecutrice di Diocleziano e Galerio, dovette sentirsi indotto a non ripetere il loro errore; ma questo è piuttosto impegno di bene governare lo Stato, che calcolo politico.
VI. Il cesaropapismo di C. - Sotto un certo aspetto C. si può considerare come primo rappresentante del sistema che gli storici moderni chiamano cesaropapismo, quello cioè che considera il principe capo di diritto, in un certo senso, anche della Chiesa. C. ritenne suo dovere promuovere gli interessi della Chiesa, ed a tale scopo convocò concili, emanò leggi, prese disposizioni riguardanti gli interessi ecclesiastici, tanto che vien fatto di pensare che ben
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poco lo preoccupasse il primato del Papa romano. "E straordinaria la sproporzione tra la sua magnificenza verso la Chiesa romana e il piccolo posto ch'egli concede al papato nella sua politica ecclesiastica" (Batiffol). Certe sue disposizioni dopo il Concilio di Nicea, quando sotto l'influsso della sorella Costanza e di Eusebio di Nicomedia si prestò agli intrighi degli ariani, furono assai dannosi alla Chiesa. Tuttavia si può dire che C., più che governare la Chiesa, intendeva esserne il grande benefattore; non regolare il "credo" dei suoi sudditi, come fece suo figlio e successore Costanzo, ma tagliere di mezzo le divisioni che gli eretici le creavano in seno, prevenendo in certo modo la teoria del braccio secolare dell'Impero medievale. Ed i vescovi, anzitutto in Oriente, abbagliati da questo inaspettata benevolenza susseguita alla più atroce delle persecuzioni, si ritennero legati con una devozione senza limiti verso di lui immaginando che dall'Imperatore ormai sarebbe provenuto ogni bene alla Chiesa. A tutti gli atti che a noi apguiono cesaropapistici, C. venne indotto dalle preghiere dei vescovi. Così, senza essere per principio cesaropapista, egli ha inaugurato tale sistema nella Chiesa bizantina.
VII. C. nella leggenda e nel culto. - C., a quanto pare, non è stato, come tanti altri grandi personaggi, oggetto di leggende a carattere popolare, ma piuttosto a carattere letterario. La più importante è quella del suo battesimo per le mani di papa Silvestro e la guarigione dalla lebbra; esso si trova nel sec. vi nel Lib. Pont., ma può risalire alla seconda metà del sec. v (sulla Donatio Constantini, v. sotto). Tali leggende furono anche oggetto di rappresentazioni artistiche quali la Donatio Constantini di Giulio Romano, gli affreschi secenteschi a S. Giovanni in Laterano e soprattutto quelli ben più antichi nell'oratorio dei SS. Quattro. Il culto liturgico di C., forse sorto tra gli ariani (II. Leclercq, s. v. in DACL, III, col. 2688), si allargò in tutto l'Oriente greco, dove C. venne celebrato come "uguale agli Apostoli" e "tredicesimo Apostole" (festa del maggio, insieme con s. Elena, come pure presso gli Armeni). Su culti isolati, sorti per mezzo di reliquie, in Inghilterra, in Boemia, Sicilia, Calabria, v. Acta SS. Maii, V, pp. 12-14. In Calabria esiste tuttora S. Costantino presso Mileto e S. Costantino di Rivello presso Sapri.
Disl.: Fonti letterarie: Lattanzio, De mortibus persecutorum, del cap. 24 in poi; Panegyrici latini, VI-X; Eusebio, Hist. eccl., VIII-X; De vita Constantini; Zosimo, 118-39; Aurelio Vittore, Conteres, 40, 2-41, 17; Eutropio, IX22-X10; una biografia di C. di epoca bizantina pubbl. da H. G. Opitz, in Byzantion. 9 (1934), pp. 232-39. Atti e lettere di C. in A. Crivellucci, Della fede storica di Eusebio nella Vita di Costantina, Livorno 1888; id., I documenti della vita di C., in Studi storici, 7 (1898), pp. 412-29. 243-59; A. Mancini, Osservazioni sulla vita di C. d'Eusebio, in Rivista di Rishqta, 33 (1905), pp. 309-60; G. Pasquali, Die Campanition der Vita C. des Eus., in Hermes, 43 (1910), pp. 369-86; gemina almeno in sostanza: O. Soeck, Die Urkunden der Vita C., in Zeitschrift f. Kirchengesch., 17 (1897), pp. 321-45; A. Pistelli, I documenti costantiniani negli storici ecclesiastici, Firenze 1914; A. Casamassa, I documenti della Vita C. di Eusebio Cesareenne, in Lettura costantiniane, Roma 1914, pp. 1-60; I. Daniele, I documenti costantiniani della "Fita Costantini" di Eus. di Cesareo (Aual. Gregor., 13), Roma 1938. Sulla Oratio ad sanctum coetum, in Theol. Quar-

Costantino - Arco di C., eretto nel 313 , con frammenti provenienti da edifici del tempo di Domiziano, Traiano e Marco Aurelio - Roma.
pp. 231-72; A. Schenck v. Stauffenberg, Der Reichsgedanke K. i., in Festschrift Haller, 1940, p. 70-94; A. Kanium, Die Belastigung Kaiser K. d. Gr., Untersuchungen zur religiösen Haltung des Kaisers (Breslauer hist. Forschungen, 18), Breslavia 1941.
Sulla visione: Le fonti raccolte in Kirch, Enchiridion, nn. 363, 365, 391, 392, 423, 457, 716, 843, 915, 953. Studi speciali: H. Schroers, K.s d. Gr. Kreuzerscheinung, Bonn 1913; id., in Zeitschr. f. hath. Theol., (1916), pp. 238-37, 485-523; F. Savio, in Civ. Catt., 1913, it. pp. 11 sgg., 385 sgg., 556 sgg.; 1913, it., p. 3 sgg.; Pio Franchi de' Cavalieri, Il labaro descritto da Eusebio, in Studi romani, 1 (1913), pp. 61-86; Ancora del labaro descritto da Eusebio, ibid., 2 (1913), pp. 161-23; A. Affilidi, in Piuizuli (Miscellanea Dölger), Münster 1939, pp. 1-18; J. Zeiller, in Byzantion, 14 (1939), pp. 329-39; H. Grégoire, La vision de C. liquidée, ibid., 14 (1939), pp. 341-51; v. LARARo.
Sulla leggenda della lebbra di C. e il suo battesimo per mano di Silvestro, cf.: J. Döllinger, Pastifabeln, 2* ed., Monaco 1890, p. 61 sgg.; F. J. Dölger, in Röm. Quartalschr., suppl., 19 (1913), pp. 377-447; W. Levison, Konstantinople Schreibung und Silvesterlegende (Miscell. Ehrle, II. in Studi e Testi. 38), Roma 1924, pp. 159-247; G. B. Giovensle, Il Battistere lateranense, ivi 1929.
## VIII. Costruzioni costantiniane in Roma e in
Palestina. - 1. Ordine generale. - Lo scopo grandioso di C. il Grande era quello di riunire l'Impero romano e di ricostruirlo sulle basi della dottrina, etica e disciplina cristiana. L'Imperatore s'interessava di favorire la Chiesa cristiana, di rinforzare il suo prestigio. Un buon mezzo a tale scopo gli sembrò la costruzione degli edifici monumentali di culto della nuova religione.
Questa sua attività si manifestò in un triplice modo : 1) nel restituire i luoghi di riunione sia ai privati che alle comunità cristiane secondo il re-
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scritto di Milano (313); 2) nel sopraelevare, allargare e prolungare i luoghi di culto già esistenti; 3) nel costruire edifici sacri ex novo sia in Occidente che in Oriente.
2. Edifici di culto nell'Occidente. - In Occidente questa attività s'iniziò dopo la vittoria su Massenzio al ponte Milvio (28 ott. 312), e secondo il Lib. Pont. undici edifici di culto vengono fatti risalire all'impulso personale dell'Imperatore. Forse immediatamente dopo aver preso possesso dell'Urbs venne innalzata, come chiesa episcopale per il vescovo di Roma, la Basilica in onore del Salvatore, in collegamento di un battistero e di un palazzo papale (Lib. Pont., I, p. 176). La fabbrica intera fu costruita sul possesso imperiale in Laterano (domus Faustae) estendendola su una strada e sulla caserma demolita degli Equites singulares (E. Josi, Scoperte nella basilica costantiniana al Laterano, Roma 1934). Nella stessa città, se anche più tardi nel tempo, una chiesa in onore della S. Croce veniva costruita nel Sessorium essendo questo proprietà di Elena Augusta (ibid., I, p. 179).
Fuori le mura cinque chiese cimiteriali sorsero sia immediatamente sui sepolcri dei martiri sia nell'area sopra le cripte dei cimiteri lungo le vie consolari. Ma la fabbrica più importante è senza dubbio la basilica di
S. Pietro sopra la tomba del principe degli Apostoli, che venne costruita tagliando una parte del colle vaticano fino al livello del sepolcro, riempiendo di terra il sepolcreto pagano con i suoi monumenti e costruendovi sopra una basilica a cinque navate (ibid., I, p. 176). Più semplice e modesta nelle sue dimensioni, la basilichetta di S. Paolo sopra la tomba dell'Apostolo nella regione paludosa del Tevere fra l'Iter vetus e la via Ostiense (ibid., I, p. 178). Altrettanto modeste sembra siano state la basilica di S. Lorenzo "super arenario cryptae" nel cimitero di Ciriaca sulla via Tiburtina (ibid., I, p. 181) e anche la Basilica in onore dei martiri Marcellino Presbitero e Pietro Esorcista sul demanio imperiale ad duas lauros in collegamento con il mausoleo dell'imperatrice Elena (ibid., I, p. 182). Ugualmente di proporzioni modeste fu la chiesa in onore di s. Agnese, vergine e martire, nel possesso delle principesse imperiali sulla via Nomentana (ibid., p. 180).
Di un carattere più amministrativo sono le quattro seguenti chiese, che furono disposte secondo un punto di vista militare, cioè una chiesa ad Ostia (ibid., I, p. 183), porto di collegamento con la Spagna e l'Africa, ed un luogo battesimale, una a Napoli (ibid., I, p. 186), stazione della flotta per l'Oriente, un'altra in Albano Laziale (ibid., I, p. 184) insieme con un episcopio, adoperando le
"scheneca deserta" della Legione Partica II ed una quarta a Capua sulla via Appia (ibid. I, p. 185).
In base poi ai dati della storia dell'architettura a questo periodo si può attribuire anche la Basilica Apostolorum sulla via Appia e la basilica di Teodoro in Aquileia. Oltre questo, il Lib. Pont. presenta anche le liste particolareggiare di donazioni (suppellettili, arredamenti) e di fondazioni (denaro, fondiarie, spezierie).
3. Edifici di culto in Oriente. - Nell'Oriente C. cominciò a costruire chiese cristiane dopo aver superato nel 324 Licinio, suo avversario. Eusebio, storico alla corte imperiale, ricorda otto chiese espressamente costantiniane. La chiesa, verosimilmente costruita per prima, fu l'Ottagono in Antiochia (v.) come una specie di chiesa commemorativa della vittoria del 324 e della unificazione dell' Impero romano.
Quasi una trilogia in glorificazione delle divine manifestazioni della Natività, Resurrezione e Ascensione del Signore, formarono gli edifici di culto in Betlemme, a Gerusalemme e sul monte degli Olivi. La fabbrica a Betlemme comprende un edificio longitudinale a cinque navate e in luogo dell'abside un ottagono sopra la spelonca della Natività (Eusebio, Vita Constantini, III, 43). Quella a Gerusalemme comprende una basilica a cinque navate, il Martyrion ed un edificio centrale sopra la
spelonca del Sepolcro e della Resurrezione, l'Anastasi (Eusebio, op. cit., III, 30-40). La terza poi, sul Monte degli Olivi, si compone di un edificio di preghiera a tre navate sopra la spelonca dell'insegnamento in connessione con un santuario nel luogo proprio dell'ascensione sulla sommità del monte (Eusebio, op. cit., III, 43). Dello stesso tipo viene considerato anche l'edificio basilicale a Mambre, intorno all'altare, al pozzo e al terebinto di Abramo (Eusebio, op. cit., III, 51). Oltre questo vengono enumerate come chiese costantiniane una basilica nel luogo del tempio di Giove a Eliopoli (Eusebio, op. cit., III, 65), una basilica a Tiro, in compenso di un'altra distrutta (Eusebio, op. cit., X, 4, 25) e soprattutto l'Apostoleion a Costantinopoli in relazione al mausoleo di C. stesso (Eusebio, op. cit., IV, 58).
In seguito Eusebio dà anche una descrizione speciale delle chiese a Tiro, a Gerusalemme, ad Antiochia e a Costantinopoli. A quella poi della basilica di Tiro egli aggiunge una interpretazione dell'edificio di culto cristiano in un senso liturgico e mistico.
4. Caratteristiche. - La forma architettonica varia secondo lo scopo dell'edificio. Si trova normalmente una costruzione centrale (rotonda o ottagonale) per i mausolei (S. Elena sulla via Labicana, S. Costanza sulla via Nomentana, il mausoleo di C. a Costantino-
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poli), per i battisteri (S. Giovanni in Laterano) e per le memorie (Anastasis in Gerusalemme, l'Ottagono a Betlemme e quello in Antiochia Eleona [?]), una costruzione absidale per le tombe dei martiri (S. Pietro in Vaticano, S. Paolo sulla via Ostiense) cosi come anche per le cripte sotterranee (S. Lorenzo fuori le mura, S. Agnese fuori le mura, SS. Pietro e Marcellino sulla via Labicana), e finalmente una costruzione longitudinale per gli edifici di preghiera e di adunanze liturgiche sia a cinque navate (S. Salvatore al Laterano, S. Pietro in Vaticano, il Martyrion in Gerusalemme, la Basilica a Betlemme, l'Apostoleion a Costantinopoli [?]), sia a tre navate (S. Paolo fuori le mura, S. Lorenzo fuori le mura, Albano [?], Capua, Napoli, Monte degli Olivi, Mambre, Eliopoli, Tiro) sia a una navata (S. Agnese fuori le mura).
Le costruzioni centrali e longitudinali hanno normalmente un solo piano. Nell'Oriente invece ce ne sono alcune a due piani (l'Ottagono ad Antiochia, il Martyrion in Gerusalemme).
La sezione verticale degli edifici di culto quasi sempre mostra il vano sopraelevato con una fila di finestre, e con due o quattro portici aggiunti lateralmente.
La legge della orientazione degli edifici di culto sull'asse est-ovest sembra essere stata rispettata. Sono orientate con l'abside verso ovest dieci chiese (Laterano, S. Pietro, S. Paolo, S. Lorenzo, Basilica Apostolorum, Gerusalemme, Tiro, Antiochia, Eliopoli, Costantinopoli), con l'abside verso est cinque (S. Croce in Gerusalemme, Albano, Capua, Betlemme, Eleona, Mambre) e quattro in un senso divergente (S. Agnese fuori le mura, Ostia, Napoli, SS. Pietro e Marcellino).
Bib.: Fonti: Eusebio, Hist. eccl., VII, 13, 4; X, 4, 69, in CB, II, n, p. 668 rig. 26, p. 882 rig. 21: Rufinus, l'lisiaria Ecclesiae, VII, 13, 4; X, 3, I in CB, II, 2, p. 669 rig. 12, p. 861 rig. 11: Eusebio, Vita Constantini, I, 42; IV, 70, in CB, I, p. 27 rig. 2, p. 146 rig. 32; Lib. Pont., I, p. 173 rig. 20, p. 188 rig. 24. Studi: J. Ciampinus, De sacres aedificiis a Constantina Magna constructis, Roma 1694; A. De Waal, Konstantia's des Gr. Kirchenbanten te Rom, Friburgo in Br 1912; P. Mickley, Die Ken-stantin-Kirchen im heiligen Lande, Lipsia 1923; R. Lancioni, Wanderings through ancient Roman Churches, Boston-New York 1924; A. Bettini, Archeologia, Padova 1943, pp. 206-208; A. Grabar, Martyrimm, I, Parigi 1946, pp. 233-308.
Ludovico Voelkl
IX. Donazione di C. - Detta oggi più comunemente Costituto di C., è un falso medievale che pretende d'essere l'atto diplomatico con cui l'imperatore C. avrebbe donato nel 314 Roma, l'Italia e l'Occidente a papa Silvestro I (314-32) e ai suoi successori, attribuendo loro su tali territori onori e poteri di veri sovrani temporali e su tutte le Chiese del mondo il primato di giurisdizione e il diritto di legiferare in materia di fede e costumi.
Il contenuto del documento va diviso in due parti ben distinte. Nella prima, la confessio (C. Mirbt, Quellen zur Geschichte des Papsttums und des römischen Katholizismus, Tubinga 1934, n. 228, 1-10), dopo le caratteristiche formole protocollari al completo e la professio fidei, segue la narrazione della prodigiosa guarigione di C. dalla lebbra e del suo battesimo. I sacerdoti pagani, essendosi rivelate inutili tutte le cure mediche, gli avevano suggerito di bagnarsi in una vasca piena di sangue di innocenti bambini. C., commosso dal pianto delle madri, rifiutò. Gli apostoli Pietro e Paolo apparsigli nella notte seguente gli assicurarono la guarigione, ove chiedesse il Battesimo a papa Silvestro. Avendo riconosciuto in un'immagine, che questi gli presentò, gli Apostoli veduti la notte prima, chiese il Batte-

(fot. Eur. Catt.)
Costantino - Frontespizio del De falsa donatione Constantini, Lione 1247, di A. Struco - Roma, esemplare della biblioteca dell'Istituto d'archeologia e storia dell'arte.
simo, che Silvestro gli amministrò, facendolo immediatamente seguire dalla Cresima. Nella seconda parte, la donatio o dispositio (C. Mirbt, op. cit., 11-20), C., d'accordo con tutti i suoi satrapi e con l'intero Senato ed anche con gli ottimati e tutto il popolo romano, stabilisce di onorare la Chiesa romana concedendole poteri, dignità ed onori imperiali; vuole che il vescovo di Roma abbia il principatum sui quattro patriarchi orientali e su tutte le Chiese dell'orbe; che la Basilica lateranense sia venerata come la principale (caput et vertex) di tutte le Chiese del mondo, che la stessa reggia imperiale, il palazzo Laterano, diventi residenza dei papi, che questi possano portare insegne imperiali; che il clero di Roma abbia gli stessi onori e le stesse vesti degli ufficiali dell'Imperatore. In fine concede al Papa la giurisdizione civile, firma imperiali censura, su Roma, l'Italia e l'intero Occidente. Di conseguenza l'Imperatore s'accontenta dei paesi d'Oriente, dove avrebbe la nuova capitale «quoniam ubi principatus sacerdotum et christianae religionis caput ab imperatore coeleste constitutum est, iustum non est ut illic imperator terrenus habeat potestatem». Segue l'escatocollo con la sanctio o minaccia di pene spirituali contro i violatori delle disposizioni del documento e la corroboratio in cui dichiara di aver munito l'atto di firma autografa e d'averlo posto sulla tomba di S. Pietro, giurando per sé e successori di osservarlo lealmente.
Il testo redatto in forma oscura ed ampollosa ci giunse nelle lingue latina, greca e slava. Il testo latino più completo e definitivo, ordinariamente preferito dagli
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editori, è il franco o dionisiano perché conservato in un manoscritto del monastero di St-Denis di Parigi, scritto nel sec. Ix (Parigi, bibl. Naz., cod. lat. 2777). Gli si avvicina quello maior delle Decretali pseudoisidoriane, le quali però ne presentano anche uno minor, che comprende solo la confessio. Invece nella lettera di papa Leone IX a Michele Cerulario del 1054 (Jaffé-Wattenbach, 4382; Mansi, XIX, p. 663 sgg .) ne è riportata soltanto la parte detta propriamente donatio. Queste redazioni latine fanno capo ad un archetipo comune. Nella biblioteca Vaticana si conservano manoscritti che riportano il testo greco, fatto conoscere da Agostino Steuco (De falsa donatione Constantini libri duo, Lione 1547, pp. 99-103). Anche esse si presentano in due redazioni, le quali però a differenza di quelle latine, sono fra loro assolutamente indipendenti e si riflettono nei manoscritti che contengono il testo insegno (cod. Vat. gr. 614, 778, 789, 973) ovvero una parte di esso, la sola confessio (cod. Vat. gr. 1416) oppure la sola donatio (codd. Vat. gr. 81, 806, 848, 849, 850, 1115). Una, più antica, riproduce la struttura del testo isidoriano minore e leonino; l'altra, più recente, è la traduzione letterale del testo latino franco. Pavlov fece conoscere (in Visant. Vremen., 3 [1896], p. 21 sg .) parecchie versioni slave del documento, fatte tutte, anziché sul testo greco più conforme all'originale, in una lezione risultante dall'accoppiamento della confessio, del testo greco migliore, con una tardiva traduzione della donatio. Fino agli ultimi decenni del secolo scorso si ammetteva da tutti l'unità del testo della donatio e la priorita del testo latino franco. Nel 1889 J. Friedrich prima e poi Lamprecht, Bayet e Brunner si pronunciarono contro l'unità di composizione del testo della donazione, le cui parti tradiscono diversa origine. La confessio si riannoderebbe alla leggenda silvestriana e al movimento monotelita, esprimerebbe il momento religioso in cui sarebbe stata composta: sec. VII (638-53); la donatio esprimerebbe il momento politico territoriale e si riannoderebbe alla situazione del tempo di Stefano III (754). Però le loro argomentazioni furono facilmente criticate dallo Scheffer-Boichorst e dal Löning. Invece A. Gaudenzi crede che la donatio, prima d'essere redatta in forma diplomatica, fosse un'appendice della Vita Silvestri, della quale la confessio sarebbe invece stata il nucleo fondamentale; il testo greco avrebbe la precedenza tanto per la confessio che per la donatio; dalla loro unione nacque la falsificazione diplomatica, com'è espressa nel testo franco. R. Cessi analizzando acutamente il testo crede di poter asserire : il testo originario latino della donatio che riproduceva i lineamenti delle costituzioni imperiali con lo stile diplomatico di quelle, subl in seguito vari rimaneggiamenti sotto l'influsso della leggenda silvestriana nella confessio e di una diversa interpretazione politica nella donatio.
La tradizione manoscritta rivela già la larga diffusione della donazione. Ove si accettassero le ipotesi del Gaudenzi e del Cessi, si dovrebbe ammettere una complicata vicenda del testo ancor prima della fine del sec. viI a principio del sec. IX, quando fu redatto il manoscritto parigino, che riproduce il testo definitivo.
Si è voluto vedere un riferimento alla donatio in un accenno di papa Adriano I contenuto in una lettera a Carlomagno del 778 (Jaffé-Wattenbach, 2423) dove si parla delle elargizioni di C.; ma più che alla donatio egli voleva alludere in genere alle benemerenze dell'Imperatore, le quali erano notissime, non fosse altro grazie al Lib. Pont.; tanto più che nessuno dei successori di Adriano fino a Leone IX fa memoria della donatio, sebbene fosse notissima attraverso la collezione pseudoisidoriana.
Nel sec. x Ottone III respinse un esemplare che si voleva far passare per originale ed era stato fabbricato dal diacono Giovanni dalle dita mozze. Fu Leone IX il primo a farne uso ufficiale, mandando a Costantinopoli una copia del testo greco della donatio, in una lettera a Michele Cerulario del 1054 (Mansi, XIX, p. 663 sgg.). Le contestazioni iniziali poi s'acquetarono sia in Oriente, come testimoniano Balsamone e Blastare e le versioni slave, sia in Occidente, come prova l'inserzione nel
Decretum Gratiani nel sec. xir. Canonisti e civilisti furono d'accordo sulla sua autenticità, pur biasimandone gli ultimi il contenuto; biasimo che Dante fece suo (Inf., XIX, 115-17).
I primi ad affrontare il problema critico dell'autenticita della donazione e a concludere negativamente furono in Occidente gli umanisti del sec. xv: Nicolò di Cusa, Lorenzo Valla, Rinaldo Pecock. Invano si tentò in seguito fino al sec. xix di salvare il documento. Ormai per tutti si tratta di una falsificazione storica e diplomatica.
Si tratta ora di determinare l'origine e lo scopo del falso. Escluso che l'autore della donazione sia Giovanni dalle dita mozze, vissuto nel sec. x, si pensò allo Pseudoisidoro (A. Natale, R. Cessi, W. Martens, F. Gregorovius), al chierico lateranense Gregorio (H. M. Colombier, C. Bayet, I. Döllinger), a Leone poi papa Leone III (L. Duchesne), al cardinale diacono Giovanni (L. G. Morin, Pietro della Marca), a Cristoforo, capo della cancelleria papale (Hartmann), allo stesso papa Adriano I (J. Langen), a Stefano II (Hauck), a Paolo I (J. Friedrich), ad un addetto di questo (Scheffer-Boichorst) e perfino ad Anastasio Bibliotecario (Schnürer).
Quanto al luogo, scartata la provenienza orientale, la scelta è tra Roma e St-Denis in Francia. Quanto al tempo le opinioni sono ancora più diverse. Lasciate le opinioni antiquate, i critici che ammettono l'unità testuale, e sono la stragrande maggioranza, non escono dal periodo fra Pipino e Carlo il Calvo ( 750-850 ). Molti ritengono la donatio fabbricata a Roma per giustificare e convalidare le aspirazioni politiche dei papi, accolte in parte nel patto di Kiersy del 754, ovvero per ottenere l'integrale esecuzione di quelle promesse riscontrando affinità di termini e di vedute tra il testo della donatio ed i documenti papali del tempo. Secondo il Döllinger, Stefano II (III) andando in Francia nel 753 portava addirittura con sé il documento : secondo Cantel, Böhmer ed Hauck il documento sarebbe comparso tra il 753 e il 754 ; secondo Mayer, Scheffer-Boichorst e K. Zeumer, al tempo di Paolo I; secondo Hartmann, Verminghoff e Brackmann al tempo di Stefano III. Altri vedono nella falsificazione l'intenzione di preparare e di giustificare l'incoronazione imperiale di Carlomagno. Però anche tra questi critici c'è chi resta fermo all'origine romana (Duchesne), altri (Thomassin, Zaccaria, Hergenröther, M. Buchner, Soranzo, ecc.) osservano che la più antica tradizione manoscritta è d'origine francese (cod. Paris. 2777 e Pseudoisidoriane), che i primi a citarla furono scrittori francesi (Adone di Vienna, Enca di Parigi, Incmaro di Reims) e fra i papi il primo che senza dubbio la citò fu un franco, Leone IX, alla metà del sec. xi, finalmente che la donatio servil da modello ad una serie di falsificazioni preparate proprio in quel monastero di St-Denis, ove si conservò il più antico testo della donatio, e concludono che il falso fu composto in Francia tra il 774 e l'824. Non si va forse lontani dal vero nel pensare che tutto il documento sia stato compilato per accentuare i rapporti di indipendenza della Chiesa di fronte al potere civile, o per legittimare il fatto della creazione del nuovo Impero d'occidente.
Recentemente il Cessi, negando l'unità testuale del documento, pensa che com'è attualmente, esso sia il risultato di una lunga elaborazione : al nucleo iniziale latino di contenuto politico giurisdizionale inteso ad affermare l'autorità della Chiesa di fronte all'Impero e che risale al tempo di Gelasio, nel sec. vir s'aggiunse un'addizione mistico-religiosa sotto l'influsso della leggenda silvestrina raccolta poi negli
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Acta Silvestri dei quali proprio il nostro documento è la fonte prima, e finalmente al tempo di papa Adriano I, non più tardi del 774, s'inserì l'aggiunta politicoterritoriale, cioè la donatio propriamente detta. - Vedi tav. XL.
Boll.: Edizioni: Il testo latino è stato pubblicato criticamente da P. Hinschius, Decretales pseudoisidorianae, Lipsia 1863, p. 232; H. Graucrt, Die Konst. Schenkung, in Hist. Jolob. der Gärre-Gesellschafi, 3 (1882), p. 12; K. Zeumer, Der älteste Text des Constitutum Constantini, in Festgabe für Rudolf von Gneist, Berlino 1888, p. 39 sgg. Dall'una o l'altra di queste edizioni dipendono, con leggeri mutamenti congetturali, le edizioni di J. Friedrich, Die Const. Schenkung, Nördlingen 1907, p. 179; J. Haller, Die Quellen zur Geschichte der Entstehung des Kirchenstaates, Lipsia-Berlino 1907, p. 241; E. Eichmann, Kirche u. Stant, I, Paderborn 1912; C. Silva Tarouca, Fontes historiae eccl. modi acvi, Roma 1930, p. 305; C. Mirbt, Quellen zur Geschichte des Papsttums, Tubinga 1934, p. 107. Il testo greco a fianco di quello latino delle Seccuer fu pubblicato da A. Gaudenzi, Il Custituto di C., in Bollettino dell' Istituto storico italiano, 39 (1919), pp. 87-112 e da R. Cessi, Il Custituto di C. (Il testo), in Atti del R. Istituto seneto di ariesco, lettere ed arti, 68 (1928-29 II), pp. 972-1007, pure affiancato al testo latino, ma con amminicoli tipografici am a distinguere le fasi della genesi della donatio secondo le supposizioni del Cussi.
Studi: G. P. Kirsch, La donatio di C., in La scuola cattolica, 1913 II, pp. 198-213; A. Schönegger, Die hirsbenpolitiche Bedeutung des Constitutum Constantini im früheren Mittelalter, in Zeitschrift für hathalischen Theologie, 42 (1918), p. 337 sgg. (con un'ampia e ragionata bibliografia). Posteriori W. Levison, Konst. Schenkung und Silvester-Legende (Studi e testi, 58), Roma 1923; G. Luehr, Die Konstanz. Schenkung in der obendliund. Liter. des M. A. (Hist. Studien von Ebering, 166), Ber. lino 1926; E. Caspar, Geschichte des Papsttums, I, Tubinga 1930, pp. 103 sgg., 380 sgg.; R. Cessi, Il Custituto di C., fonti ed eté di composizione, in Annali della R. Universitd di Trieste, I (1929); id., Il Custituto di C., in Rivista storica italiana, 48 (1931), pp. 135-76; M. Buchner, Rom oder Reims die Heimat des Constitutum Cuustantini, in Histor. Jahrbuch, 53 (1933), pp. 137-68.
COSRANTINO II (Flavius Claudius Constantinus), imperatore. - Figlio di Costantino Magno e di Fausta, n. ad Arles nel febbr. 317 , m. ad Aquileia il 9 apr. 340 . Ancor bambino ebbe 4 volte il consolato; nel 332 partecipò vittoriosamente alla lotta contro i Goti che vinse il 20 apr., e poco dopo contro i Sarmati. Alla morte del padre (337) ebbe il titolo di Augusto, come i fratelli, e le province della Gallia, Spagna e Britannia.
Praticamente governò l'Occidente dal 337 al 340 , non avendo avuto il fratello Costanzo che il titolo di Augusto. Sin dal 17 giugno 337, C. pernòse ad Atanasio di rientrare nella sua sede patriarcale di Alessandria e scrisse una lettera ai fedeli di detta Chiesa. Tale favore usò anche agli altri prelati cattolici che godettero la sua piena protezione. Nel 340 scese in Italia contro il fratello Costante, ma cadde vittima di un'imboscata tesagli dagli ufficiali di questi, e fu ucciso a 23 anni di età.
Boll.: O. Bosch, Geschichte des Untergangs der antiken Welt, IV, Berlino 1911, pp. 3-70; A. Olivetti, I figli dell'imperatrice Fausta, in Atti della R. Accad. delle scienze di Torino, 49 (1914), p. 1242 sg.; J. R. Palanque, Essai sur la prélecture du préleire au IVe siècle, Parigi 1933, p. 19; R. Paribeni, Da Diocleziano alla caduta dell'Impero d'Occidente, Bologna (1941), pp. 113, 116.
Agostino Amore
COSTANTINO III Lichudes. - Patriarca di Costantinopoli (1059-63), immediato successore di Michele Cerulario (v.). Scrisse en. il 1062 al papa Alessandro II una lettera oggi perduta ma menzio-
nata nell'opuscolo 38^{°} di s. Pier Damiano, Contra errorem Graecorum de processione Spiritus S. (PL 145,633 B), dedicato precisamente al patriarca C. Questi chiedeva al Papa una dimostrazione biblica della dottrina dei Latini intorno alla processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio. Per invito del Papa fu scritto l'opuscolo sopraindicato. E molto significativo il fatto che immediatamente dopo la consumazione dello scisma bizantino furono fatti tentativi di restaurare l'unità. Del patriarca C. sono noti soltanto pochi decreti riferentisi alla vigilanza intorno ai costumi e contro il monofisismo; noto anche il suo sigillo.
Boll.: J. Gauss, Die Dictatus-Thema Gregors VII. als Unionsforderungen, in Zeitschrift der Sazigny-Stiftung für Rechtsgeschichte, 60 (1940), pp. 27, 29-30; V. Grunel, Après le schisme de Céralaine, in Bollettin de littérature ecclésiastique, 43 (1942), pp. 21 29; id., Les régestes du patriarcat de Constantinople, I, iil. Parigi 1947, no. 887-92, pp. 17-19.
Giorgio Hofmann
COSTANTINO da Loro Piceno. - Cappuccino (al secolo Lorenzo Mocchi), n. ad Ascoli Piceno nel 1770. Fu missionario nel Tibet, donde inviò nel 1742 una relazione sulla missione (edita in Analecta Ord. Min. Capucc., 18 [1902], pp. 338-49); poi nel Nepal (1744), datale nel 1747 spedì interessanti Notizie laconiche di alcuni usi, sacrificij et idoli nel regno del Nepal (manoscritto presso Propaganda Fide), con figure a colori disegnate da un maestro nepalese. Nel 1749 ritornò in patria.
Boll.: Paulino di S. Bartolomeo, Iadia orientalis Christiana, Roma 1794, p. 164; Analecta Ord. Min. Capuccinorum, 18 (1902), pp. 337-49; Annales franciscaines, 44 (1905), pp. 33-41, 86-89, 174-81, 232-36 (vers. francese della relazione suddetta); Giuseppe da Fermo, Gli scrittori cappuccini delle Marche, Josi 1928, pp. 27-28; Clemente da Tesserio, Le missioni dei Minori cappuccini, VIII, Roma 1932, pp. 361, 411 ; IX, ivi 1935, pp. 10, 50.
Ilarino da Milano
COSTANTINO I, papa. - Dopo il brevissimo pontificato di Sisinnio fu eletto successore C., siro di origine, che fu consacrato il 25 marzo 708. Dall'imperatore Giustiniano II egli fu invitato a Costantinopoli forse per ottenere l'approvazione ai canoni promulgati nel Sinodo Trullano del 692 e che i suoi antecessori Sergio I e Giovanni VII non avevano accettati. Nel 710 C. si incontrò a Nicomedia con Giustiniano II. Non si conoscono i particolari delle conversazioni tra il Papa e l'Imperatore, ma C. approvò solo quei canoni che non erano in opposizione con la fede, con i buoni costumi e con i decreti di Roma. Di grande aiuto per il Papa fu il diacono romano Gregorio, il quale in ogni circostanza seppe dare all'Imperatore esaurienti risposte sulle questioni discusse.
II 24 ott. 711, C. rientrò a Roma dove seppe che l'esarca Giovanni, soprannominato Rizocopo, aveva incarcerato e mandato a morte senza processo alcuni ragguardevoli ecclesiastici. Erano appena passati tre mesi dal ritorno del Papa, che a Costantinopoli Filippico Bardane ribellatosi aveva fatto troncare il capo a Giustiniano II.
Il nuovo Imperatore era monotelita, perciò annullò i decreti del VI Concilio ecumenico e mandò a Roma la sua professione di fede, che fu naturalmente rigettata. Anzi clero e popolo per protesta fecero dipingere in S. Pietro un ampio quadro in cui erano rappresentati i sei concili ecumenici; il popolo non volle poi riavere il duco Pietro, perché rappresentante di un sovrano eretico, e in maggioranza si mantenne fedele al duca Cristoforo, che era stato eletto sotto Giustiniano II. La guerra civile che ne segui fu sedata dall'intervento del Papa, e poi dalla notizia che a Costantinopoli il 4 giugno 713 era stato proclamato imperatore Anastasio II. Questi si affrettò a cancellare i decreti del suo predecessore e a mandare a Roma una
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professione di fede ortodossa. Sorto un contrasto tra il vescovo di Pavia, che voleva essere consacrato dal Papa, e Benedetto, arcivescovo di Milano, il quale pretendeva di consacrarlo, C. intervenne dando ragione al vescovo di Pavia. Morì il 9 apr. del 715 e fu sepolto in S. Pietro.
Bibl.: Lib. Pont., I, pp. 389-95: G. Hergenröther, Storia univ. della Chiesa, III, Firenze 1025, p. 6I sE.; F. Gregorovius, Storia della città di Roma nel medio evo, III, nuova ed., Roma 1939, pp. 230-42.
Pietro Goggi
COSTANTINO II, ANTIPAPA. - Alla morte di Paolo I ( 28 giugno 767), Toto, duca di Nepi, con la forza faceva eleggere il proprio fratello C., ancora semplice laico, al quale il vescovo Giorgio di Palestrina fu costretto a conferire gli ordini e poi il 5 luglio la consacrazione con l'assistenza dei vescovi di Albano e di Porto.
Ma il primicerio Cristoforo assieme al fratello Sergio ricorse a Desiderio, re dei Longobardi, il quale gli diede come compagno il prete Valdiperto e mandò istruzioni al duca di Spoleto perché lo aiutasse. Nel luglio 768 i soldati longobardi penetrati in Roma uccisero Toto e fecero prigioniero C. Valdiperto, riuniti alcuni romani favorevoli ai Longobardi, fece eleggere papa il prete Filippo, che dirigeva un monastero presso la chiesa di S. Vito. Però, giunto poco dopo il primicerio Cristoforo, Filippo lasciò pacificamente la cattedra papale e ritornò nel suo monastero.
Cristoforo, ormai padrone della situazione, riunito il 1^{°} ag. il clero, il popolo e l'aristocrazia laica, fece eleggere papa Stefano, prete del titolo di S. Cecilia. Al disgraziato C. fu inflitta l'onta di una ignominiosa cavalcata per la vie di Roma, poi il 6 ag., vigilia della consacrazione di Stefano III, fu fatto comparire davanti ad un tribunale ecclesiastico. Deposto l'imprigionato nel monastero di S. Saba, gli furono strappati gli occhi, chiamato poi ancora davanti ad un concilio riunito dopo la Pasqua del 769 nella basilica del Laterano, sebbene domandasse grazia e misericordia fu schiaffeggiato e cacciato fuori. Il decreto della sua elezione venne bruciato e tutti i suoi atti furono dichiarati invalidi. Dopo non se ne ha più notizie.
Bibl.: Lib. Pont., I, p. 468; L. Duchesne, Les premiers temps de l'État pontifical, Parigi 1911, pp. 114-26; F. Gregorovius, Storia della città di Roma nel medio evo, nuova ed., IV, Roma 1939, pp. 19-29.
Pietro Goggi
COSTANTINO ACROPOLITA. - Scrittore greco, vissuto alla fine del sec. xili e al principio del xiv. Come suo padre Giorgio, fu per lunghi anni grande Logotheta (cancelliere), almeno dal 1296 al 1321 e compose numerose Vite di Santi, molto lette tra i Bizantini, che gli meritarono il titolo di «novello Metafraste». Prese anche parte sotto Andronico II alla polemica contro il Concilio di Lione con due opuscoli sulla processione dello Spirito Santo, sui quali fornisce alcune indicazioni Leone Allacci, nella sua opera De perpetua consensione (Colonia 1648).
Bibl.: M. Jugie, Acropolite (Constantin), in DIG, I, coll. 276-77; Krumbacher, p. 204 sgg. Maurizio Gordillo
COSTANTINO MELITENIOTA. - Apparteneva alla celebre famiglia dei M. e rivestì la carica di arcidiacono e di chartophylax della chiesa di S. Sofia in Costantinopoli nella seconda metà del sec. xili.
Viene annoverato tra i fautori dei Latini per la riconciliazione con la Chiesa romana e nel 1270, con il suo maestro letterario Giovanni Bekkos (v.) di cui, quando divenne patriarca di Costantinopoli, seguì le opinioni e le disgrazie fin nell'esilio, fu inviato come ambasciatore a s. Luigi, re di Francia. Compose scritti sull'unità della Chiesa.
Bibl.: PG 141, 1032-1274; Krumbacher, p. 97 sgg.
Alberto Galieti
COSTANTINOPOLI. - L'antica Bisanzio (Byzantion), costruita nel 658 a. C. da una colonia di Megara, il cui capo era Byzas; quasi interamente distrutta da Settimio Severo nel 196 d. C., ma presto riedificata. Prese il nome di C. verso la fine del 324, allorché Costantino la scelse come capitale dell'Impero e le diede il nome insieme col titolo di «Nuova Roma», adornandola di splendidi edifici e di ricchi tesori artistici.
Il nome attuale, Istanbul, deriva da \dot{\text { a }} : \dot{\text { y }} y π \dot{α} \dot{α} \boldsymbol{α} "verso la città", mentre le genti slave la chiamano Tsarigrad "città dell'imperatore". Al confine tra Europa ed Asia C. siede su sette colline e si prolunga da ovest a est in forma di penisola triangolare, chiusa verso terra dalla muraglia di Teodosio e bagnata a nord dalle acque del Corno d'oro che è il grande porto commerciale della città, accavalciato da due ponti che la riuniscono ai quartieri di Galata e Pera.
Il periodo più fortunato della storia di C. è quello che s'inizia con la morte di Giustiniano ( 565 ) e finisce con la morte di Basilio II (1025) il Bulgaroctono, che vede la Bulgaria vinta e la Russia disposta ad entrare nell'orbita della influenza bizantina. Poi comincia con le dinastie dei Comneni e degli Angeli la decadenza irreparabile (C. è espugnata nel 1204 dalle truppe della IV Crociata) decadenza che finisce sotto la dinastia dei Paleologhi con la caduta della città nel 1453 sotto la scimitarra di Maometto II.
I Turchi ottomani successi agli imperatori ebbero da principio un periodo di floridezza che toccò il suo culmine con Solimano II (m. 1566) seguita poi da una decadenza militare e politica che si chiuse nel 1922 con l'abolizione del sultanato e ancora nel 1924, da quella del califfato di cui era allora investito Maometto V. L'erezione della Repubblica turca ad opera di Kemal Pascià (Atatürk, m. 1938) tolse a C. il rango di capitale che fu trasferita ad Ankara nel 1923.
Nicola Turchi
SosMANIO: I. Il patriarcato di C. - II. Concil di C. - III. Agiografia di C. - IV. Monachismo e principali monumenti civili e cristiani di C.
## I. Il patriarcato di C.
I. Origini cristiane. - Le origini cristiane di Bisanzio sono oscure. Verso la fine del sec. II, sotto il papa Vittore ( 189 -99), viene espulso da Roma l'eretico antitrinitario Teodoto il conciatore, nativo di Bisanzio, circostanza che fa supporre in quest'epoca la presenza di cristiani a Bisanzio. Data la posizione di questa città in un frequentatissimo punto di passaggio tra l'Europa e l'Asia, si può con ragione congetturare che il cristianesimo vi fece la sua apparizione presto, senza dubbio al principio del sec. II o verso la fine del I. La più remota comunità di fedeli dovette essere diretta da un prete dipendente da Eraclea di Tracia. Non si parla di vescovi prima dell'inizio del sec. III (ca. il. 215), e anche la tradizione, la quale rimonta solo al sec. x , non presenta che tre titolari per tutto il sec. III.
Solo con Metrofane I (306-307-4 giugno 314) comincia la serie ininterrotta dei presuli. Questi furono in origine e fino al 381 , suffraganei della metropolì di Eraclea. Ma una leggenda, non anteriore al principio del sec. vi, fa del vescovato bizantino una fondazione dell'apostolo s. Andrea, che gli avrebbe dato per primo titolare s. Stachys, nominato da s. Paolo (Rom. 16, 9). Questa leggenda è nata dalla preoccupazione di fare della Nuova Roma una fondazione apostolica non meno dell'antica. A Pietro il "Corifeo degli Apostoli», si doveva opporre Andrea il "Protoclita", cioè il "primo chiamato».
La leggenda ebbe un rapido successo, non soltanto nella tradizione bizantina dal vir sec. ma anche ben presto nello stesso Occidente, ed il Baronio l'ha inserita nel Martyrologium Romanum, al 31 ott., dimenticando le parole di Leone Magno all'imperatore Marciano: «Che
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Anatolio non disprezzi la città imperiale, di cui non può fare un seggio apostolico" (forse - il Seggio Apostolico ", Epist., 104, 3, ad Marcianum: PL 54, 995). Per sostenere la leggenda si compilò una lista di 21 vescovi fra i ss. Stachys e Metrofane, fra i quali non figurano affatto quei tre probabili del sec. III.
Durante la controversia ariana, quattro dei vescovi bizantini furono noti eretici, cioè Eusebio, primo di Nicomedia, Macedonio I, Eudossio e Demofilo. Per quarant'anni (339-79) C. fu veramente la cittadella dell'eresia, per volontà degli imperatori Costanzo II e Valente. Alla morte di quest'ultimo (379), s. Gregorio di Nazianzo si adoperò per ristabilirvi l'ortodossia cattolica, in mezzo a difficoltà di ogni genere. Riconosciuto per un momento come vescovo della città dai padri del Concilio del 381, egli rinunziò pro bono pacis alla sede.
Fu sostituito da Nettario, pretore di C., ancora catecumeno.
Binc.: Sulle origini della Chiesa di C. cf. S. Vailhé, Les origines de l'Eglise de Constantinople, in Echos d'