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i del Concilio del 381, egli rinunziò pro bono pacis alla sede.

Fu sostituito da Nettario, pretore di C., ancora catecumeno.

Binc.: Sulle origini della Chiesa di C. cf. S. Vailhé, Les origines de l'Eglise de Constantinople, in Echos d'Orient, 10 (1907), pp. 287-95; id. Constantinople (Eglise de), in DThC, III, coll. 1315-20.
II. Formazione del patriarcato di C. (381451). - Due sono i principali fattori della rapida ascesa, in soli 70 anni, di C. da diocesi suffraganea di Eraclea a primo patriarcato di tutto l'Oriente: l'ambizione dei presuli e il cesaropapismo degli imperatori. Il titolo di "Nuova Roma", capitale dell'Impero, è stato il trampolino adoperato per arrivare a questo risultato.

L'assimilazione dell'organizzazione ecclesiastica con quella civile fu spinta più lontano, nel I Concilio di C. (381). Un gruppo di province civili, infatti, costituiva una "diocesi", amministrata da un "esarca". Questa terminologia passò nell'uso ecclesiastico con l'organizzazione corrispondente. Un esarca designò un metropolitano superiore, cioè il vescovo della capitale della diocesi civile. L'esarca esercitava, in teoria, sui suoi metropolitani, una giurisdizione analoga a quella dei metropolitani sui loro suffraganei. Questa giurisdizione superiore si concretò, a partire da Giustiniano I, in quello che fu il diritto patriarcale. Da allora gli esarcati del iv e del v sec. furono chiamati "patriarcati", e i loro titolari "patriarchi". Vi furono cinque patriarcati, di cui uno per l'Occidente: quello di Roma, e quattro per l'Oriente, cioè Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, C.
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Costantinopoli - Pianta di C. e dintorni. (da Ene. Ital., XI (ISII), p. 817)

Basandosi sul principio dell'equivalenza fra il grado civile della città e quello ecclesiastico, i vescovi di C. aspiravano alla dignità di esarca o di patriarca e perfino a qualche cosa di più : bastava far risuonare il titolo di Nuova Roma, capitale dell'Impero. Come questa ha diritto al primo posto perché è la sede dell'Imperatore e del Senato, che comandano su tutto l'Impero, analogamente il suo vescovo dovrà avere la precedenza su tutti gli altri dell'Impero e anche tenere su di essi un potere di alta giurisdizione, almeno il diritto di ricevere appelli da tutto l'Impero. Un ostacolo vi si opponeva: il vescovo dell'antica Roma sempre esistente con la doppia supremazia dell'onore e del potere. Ora quelli della Nuova Roma non potevano pretendere di soppiantarlo, tanto più che questa doppia supremazia poggiava come era risaputo dal mondo cristiano, non sul titolo di capitale dell'Impero, ma sulla successione di s. Pietro, principe degli Apostoli. Per eludere la difficoltà essi finsero di ignorare il vero fondamento della supremazia romana, e affermarono che il vescovo di Roma occupava il primo grado, perché era insediato nella capitale dell'Impero. Una volta spinto questo falso principio fino alle ultime conseguenze, essi chiesero il secondo grado nella gerarchia dopo il Papa e privilegi uguali ai suoi, senza tuttavia richiedere il primato universale, da essi ancora riconosciuto alla sede romana, benché mantenuto il più possibile sotto silenzio. Questo programma trovava una specie di giustificazione apparente nella definitiva divisione, alla morte di Teodosio (395), in due parti presso a poco uguali dell'Impero romano. Occorrevano due prelati superiori, come c'erano due imperatori, l'uno per l'Occidente, l'altro per l'Oriente. Questa "diarchia" diventò il programma dei patriarchi bizantini. Non potendo attuarla di diritto, a causa della supremazia di diritto divino del vescovo di Roma, fu portata a termine di fatto,

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dapprima parzialmente, finché durò l'unione con Roma, poi completamente, mediante lo scisma definitivo.

Al I Concilio di C. (381), Sinodo generale dell'Oriente considerato solo più tardi come il Secondo ecumenico, si cominciò con l'accordare alla sede bizantina la precedenza su tutte le altre dell'Oriente. Il 3^{°} can. è così concepito : «Il vescovo di C. ha la supremazia d'onore ( τ \dot{α} π ρ ε σ β ε i α τ \tilde{η} ς τ μ ι \tilde{η} ς ) dopo il vescovo di Roma perché C. è una Nuova Roma». Con la precedenza venne a poco a poco la supremazia effettiva, grazie al cesaropapismo degli imperatori che, fedeli all'abitudine di immischiarsi negli affari religiosi, ricevevano appelli dal clero orientale; tali appelli poi venivano affidati al vescovo della capitale. Così ebbe origine il sinodo permanente (oúvo δ o ς èv δ η- μ ° δ σ α ), composto di vescovi di passaggio nella capitale sotto la presidenza del vescovo bizantino, il quale quindi praticamente esercitava una specie di giurisdizione suprema non solo sui suoi immediati vicini, ma anche sulle grandi sedi di Alessandria ed Antiochia.

I vicini immediati, cioè le metropoli delle tre diocesi di Tracia, d'Asia e del Ponto, in tutto 28 province ecclesiastiche, furono a poco a poco assorbite da una serie di intrusioni, che si scaglianano tra il 381 e il 451 . Appena sorgeva qualche difficoltà nelle elezioni dei metropolitani o dei vescovi delle diocesi in questione, veniva fatto appello o al «basileùs» o direttamente al vescovo bizantino, seppur questi non prendeva l'iniziativa. Si trovava questo molto naturale non solo in Oriente, ma anche in Occidente. Queste intrusioni avevano qualche scusa nel fatto che erano spesso sollecitate dagli interessati stessi, e non erano tali da turbare l'organizzazione ecclesiastica stabilita dai canoni di Nicea e di C.

Tutte queste irregolarità di fatto, il clero bizantino, con la connivenza dell'Imperatore, volle regolarizzare nel Concilio di Calcedonia, riunito soltanto per questioni dogmatiche. Un buon numero dei Padri aveva già abbandonato l'assemblea, quando si riunì, il 31 ott. 451, la XV e penultima sessione, nella quale fu promulgata una serie di 28 canoni, parecchi dei quali riguardanti la sede di C.

I cann. 9 e 17 le accordano il diritto di ricevere in ultima istanza gli appelli di ogni chierico in difficoltà con il suo superiore: inoltre il can. 17 canonizza il principio laico della gerarchia delle sedi episcopali.

Ma è soprattutto importante il 28^{°} canone : «Seguendo in tutto i decreti dei SS. Padri e conoscendo il canone dei 150 Padri, amici di Dio, che è stato letto poco fa (si tratta del 3^{°} canone del Concilio del 381), noi decretiamo anche e votiamo la stessa cosa riguardo alle prerogative della santissima Chiesa di C., la Nuova Roma. A buon diritto, infatti, i Padri hanno attribuito (o riconosciuto) al seggio dell'antica Roma il primo posto (i privilegi di cui essa gode, τ \dot{α} π ρ ε σ β ε i α ), perché questa città era il soggiorno dell'Imperatore. Mossi dalla stessa considerazione, i 150 padri, molto amati da Dio, hanno accordato privilegi equivalenti ( π ρ ε σ β ε i α á π ε ε ε ε μ α ν ) al santissimo seggio della Nuova Roma, stimando con ragione che la città onorata della presenza dell'Imperatore e del Senato e che gode (nell'ordine civile) di prerogative eguali a quelle dell'antica Roma imperiale, deve anche aumentare di dignità negli affari ecclesiastici, tenendo il secondo posto dopo di essa. In conseguenza, i metropolitani soltanto (non i vescovi) delle diocesi del Ponto, dell'Asia e della Tracia e, inoltre, i vescovi che si trovano nei paesi barbari dipendenti da queste diocesi, saranno ordinati dal suddetto santissimo seggio della Chiesa di C., cioè ciascun metropolitano delle suddette diocesi ordinerà i vescovi della sua provincia con il concorso dei vescovi suffraganei, come
è prescritto dai sacri canoni; mentre invece, come è stato detto, i metropolitani delle diocesi indicate saranno ordinati dagli arcivescovi di C. dopo che l'elezione regolare e conforme all'usanza sarà stata loro notificata» (Mansi, VII, 369).

Si può dire che questo canone contiene in germe tutto lo scisma bizantino. Infatti, preso alla lettera, suona come eresia, mentre sembra attribuire alla supremazia romana un fondamento puramente umano. Senza dubbio, i firmatari di questo testo non intendevano affatto negare il primato, di diritto divino, del vescovo di Roma, successore di Pietro (della loro fede a questo proposito si hanno le dichiarazioni più esplicite; v. calcedonia, concilio di); ma preoccupati di trovare un titolo appariscente per esaltare la sede bizantina e dotarla di privilegi speciali, hanno fatto ricorso ad una ragione che, presa alla lettera e nel suo contesto puramente letterario, è la negazione del primato di diritto divino; e così propriamente dopo lo scisma ed anche ai nostri giorni, l'hanno inteso gli Orientali dissidenti. Il contesto della storia, il solo ad escludere il senso eretico, sarà subito dimenticato, e si dedurrà logicamente, dalle parole adoperate, la negazione di ogni primato di diritto divino nella Chiesa, il trasferimento della superiorità ecclesiastica da una sede all'altra e la moltiplicazione delle supremazie ecclesiastiche secondo il numero delle capitali degli Stati indipendenti. Esso è l'atto di nascita delle Chiese autocefale (v.) nazionali.

Giuridicamente questo canone non ha alcun valore, perché : 1) non fu un decreto veramente autentico di tutti i 500 padri del Concilio, ma solo di 200 ca., ed in una sessione non presieduta dai legati romani; 2) costare, il giorno dopo nella XVI sessione, elevarono contro il decreto energica protesta che vollero inserita negli atti; 3) papa Leone I, malgrado le insistenti sollecitazioni dei firmatari, di Marciano e del vescovo Anatolio, l'abrogò esplicitamente (Epist. 105 ad Pulcherium Augustam: PL 54, 1000). E da notarsi, del resto, che il Papa pressò poca attenzione al passo sull'origine dei privilegi della Sede Romana, passo che tanto offende ai nostri giorni. Egli insistette, nelle sue lettere relative a questo affare, sulla violazione dei diritti di Alessandria, di Antiochia e degli esarchi delle tre diocesi di Tracia, del Ponto e dell'Asia. Tuttavia egli scrisse : «Anatolio non disprezzi la città imperiale, di cui non può fare una sede apostolica (o : la sede apostolica); e perda ogni speranza di ingrandirsi a spese altrui» (Epist. 104 ad Marcianum imp., 3: PL 54, 995).

Ma le proteste del Papa ottennero un effetto piuttosto apparente e transitorio. Il can. 28 manca nelle collezioni canoniche orientali prima del sec. viII. Ma in pratica niente fu cambiato. Il vescovo della «Nuova Roma» continuò ad esercitare una giurisdizione veramente patriarcale sulle 28 province ecclesiastiche annesse a C. da questo canone e a ricevere appelli da tutto l'Oriente, secondo i cann. 9 e 17, ai quali Roma non aveva prestato attenzione, sebbene la loro importanza superasse in qualche modo quella del 28^{°}. Dopo il Concilio di Calcedonia, il patriarcato bizantino è un fatto compiuto. Esso ha la preminenza, e non solo onorifica, su tutto l'Oriente.
III. Il patriarcato bizantino dal 451 al 1453. Esso condivise generalmente la fortuna dell'Impero. La sua supremazia sull'Oriente si sviluppò in seguito allo scisma monofisita e all'invasione araba, che occuparono gli altri tre patriarcati di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme, detti patriarcati melkiti, lasciando loro un numero insignificante di fedeli, perché la massa era passata al monofisismo o all'islamismo. Queste tre sedi restarono spesso vacanti, e quando

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A sinistra: PIANTA DI COSTANTINOPOLI nel cod. Vat. Urb. lat. 277, f. 131 v (1472) - Biblioteca Vaticana. A destra: I. L. I.I. A DI COSTAN. TINOPOLI E DI SALATA di Mustafà b. Mehmed (1625). Costantinopoli, Biblioteca Nûr-i-'Otmentjjeh, ms. n. 2997, fol. 293 v.

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(da A. M. Schneider, Die Hagia Sophia zu Konstantinopel, Bertino 1939, tur. 62)
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(da A. V. Schncider, Die Hagia Sophia zu Konstantinopel, Bertino 1939, tur. 31)
In alto: INTERNO DELLA CUPOLA DELLA CHIESA DI S. SOFIA.
In basso: ABSIDIOLA SUD DELLA CHIESA DI S. SOFIA.

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ebbero dei titolari, questi furono sotto la dipendenza più o meno diretta del vescovo di C.

Quest'ultimo prese ben presto il titolo pomposo di * patriarca ecumenico ". Ciò avvenne al Sinodo di C. del 588 , riunito, si noti questa circostanza aggravante, per esaminare un'accusa contro il patriarca di Antiochia, che era presente insieme con il patriarca di Alessandria; Giovanni IV il Digiunatore (582-95) fece riservare a sé solo e ai suoi successori un tale titolo.

L'epiteto di "ecumenico", applicato ad un vescovo, non era nuovo. Il suo significato era impreciso. Etimologicamente, ecumenico significa mondiale (olxoua \dot{ε} v η ). In questo senso il titolo non si adatterebbe che al Papa, come capo di tutta la Chiesa. Non è verosimile che Giovanni il Digiunatore abbia voluto elevarsi al disopra del vescovo di Roma. La sua condotta ulteriore dimostra il contrario, poiché riconobbe la supremazia del Papa, che cancellò parecchie sue sentenze, in seguito ad appelli di chierici bizantini alla S. Sede. Sembra però che egli intendesse affermare la supremazia su tutto l'episcopato di questo piccolo mondo che era l'Impero bizantino, nel senso cioè dei cann. 9 e 17 di Calcedonia. Comunque, in Oriente, non si vide in ciò che una vana formola o tutto al più l'indicazione di diritti già esistenti. Ma s. Gregorio Magno, imitando il suo predecessore Pelagio II (579-90), protestò energicamente, perché ci vide non un attentato contro la supremazia romana, ma una mancanza di umiltà, di carità e di giustizia. Le sue proteste, come quelle di Pelagio II restarono inefficaci. Dietro le istanze di Bonifacio III (607) l'imperatore Foca fece ritirare il titolo al patriarca bizantino, riconoscendo la supremazia romana. Ma la vittoria fu oflimera. Scomparso Foca (6ro), i successori di Giovanni il Digiunatore ripresero e conservarono il titolo fino ad oggi (S. Vallhé, St Grégoire le Grand et le titre de patriarche écuménique, in Echos d'Orient, 11 [1908], pp. 65-69, 161-71; P. Pargoire, L'Eglise byzantine de 627 d 847, 3^{\text {a }} ed., Parigi 1923, pp. 49-51).

L'estensione geografica del patriarcato ha generalmente coinciso, salvo qualche eccezione, con le frontiere dell'Impero bizantino.

Duecento anni dopo Calcedonia, verso il 650 , la situazione non era quasi per nulla cambiata. Il patriarcato contava allora 33 metropoli con 352 vescovati suffraganci, 24 arcivescovati autocefali, cioè un totale di 419 sedi suffragance. Esso si era ingrandito, per le conquiste di Eraclio: Lazia, Zechia ed Abasgia sul Mar Nero, e una parte dell'Isauria appartenente al patriarcato di Antiochia (cf. H. Gelzer, Ungedruchte und ungenügend veröffentlichte Texte der Notitiae episcopatuum, nelle Abhandlungen d. bayer. Akad. der Wissensch., Ite Kl., 21, parte 3^{\text {a }}, Monaco 1900, pp. 531-49).

Tre secoli dopo, al principio del sec. x, una notizia ufficiale portava 51 metropoli con 522 vescovati suffraganci, 51 arcivescovati autocefali, cioè in tutto 624 sedi episcopali. E il momento in cui il patriarcato sembra raggiungere la sua più grande estensione geografica. Esso si è ingrandito, nel 732, a spese del patriarcato romano, al quale Leone Isaurico ha strappato l'Illirico orientale, cioè quasi tutta la penisola balcanica, più Creta, la Calabria e la Sicilia, ossia 8 province ecclesiastiche, comprendenti 71 diocesi, per punire il Papa di aver condannato l'iconoclastia.

Questa annessione dell'Illirico orientale soddisfaceva i voti dei patriarchi bizantini, che consideravano come spettanti a loro tutti i territori che appartenevano all'Impero d'Oriente. Già nel 421 , un decreto di Teodosio II che estendava sulle regioni in questione l'alta giurisdizione del patriarca bizantino era stato sospeso per opera di papa Bonifacio I (418-22) e dell'imperatore di Occidente, Onorio. Invece, nei secc. IX e x, C. perdette momentaneamente
terreno nei Balcani per la costituzione del primo patriarcato bulgaro. Ma nel ror8, questo primo patriarcato fu soppresso da Basilio II il Bulgaroctono e sostituito dall'arcivescovo autonomo di Ocrida o Acrida, specie di patriarcato di secondo rango, che durò fino al 1767 e non sfuggì all'alta influenza del patriarca ecumenico, malgrado la sua autonomia giuridica.

Verso la fine del sec. x, la Russia si converti con il re Vladimiro. Ma la metropoli di Kiev non dipendeva in principio da C. Soltanto alla fine dell'xi sec. (verso il ro8o) figura sulle notizie ufficiali, iscritta sotto il numero 60 . A partire dalla fine dell'xi sec., è incontestabile che la Russia cristiana è trascinata nell'orbita di C. e aderisce in gran parte allo scisma del Cerulario. Fino all'invasione mongola (1240), quasi tutti i metropoliti di Kiev sono greci di origine. Dopo questa invasione la soggezione a C. si mantiene fino al Concilio di Firenze (1431-47). A partire dal 1461, la Chiesa moscovita propriamente detta, cioè quella della Russia indipendente, fu autocefala di fatto, prima di divenirlo di diritto per la costituzione del patriarcato di Mosca nel 1589. Ma il patriarcato ecumenico continuò ad esercitare la sua giurisdizione sulla metropoli di Kiev, caduta sotto il dominio polacco lituano nel 1386, fino al giorno in cui Kiev e i suoi dintorni furono incorporati nell'Impero degli Zar (1686).

A partire dal sec. xir, il patriarcato ecumenico si restrinse di fatto nei limiti dell'Impero. Verso la fine del sec. xi, i Normanni tolsero ad esso la Sicilia e l'Italia meridionale. Al principio del sec. xir, la presa di C. da parte dei Crociati e la fondazione di un impero latino cagionarono a questo patriarcato le più gravi conseguenze. Da ogni parte sorgono Chiese autocefale, che lo smembrano. I Bulgari fanno risorgere il loro patriarcato a Tirnovo, i Serbi fondano quello di Ipek. Il despofa dell'Epiro e l'Impero di Trebisonda scrollano la tutela religiosa del patriarca ecumenico, rifugiatosi a Nicea. La caduta dell'Impero latino e l'assunzione di Michele Paleologo (1261) ristabiliscono solo parzialmente la situazione di prima, mentre i Turchi compiono la conquista dell'Asia Minore e cominciano ad invadere i Balcani. Nel sec. xiv, il patriarcato fa tuttavia una nuova conquista : stabilisce due metropoli in Romania, quella di Ungrovalacchia e quella di Moldovalaechia. Ricupera anche un certo numero di vescovati per la soppressione del patriarcato bulgaro di Tirnovo, nel 1393.

In generale, i patriarchi si sono inchinati davanti alla volontà degli imperatori e del loro cesaropapismo. Ci furono tuttavia dei prelati coraggiosi che dovettero dare le dimissioni per restare fedeli all'ortodossia e al loro dovere. Cosi s. Eutichio nel 565 , s. Germano nel 729 , s. Niceforo nell' 815 , s. Ignazio nell' 858 . Queste dimissioni forzate, o espulsioni brutali, talvolta diedero origine a scismi interni, che durarono un tempo più o meno lungo. Si segnalano lo scisma degli ignaziani e dei foziani nella seconda metà del ix sec. (858-98), aggravandosi per uno scisma con Roma; lo scisma degli eutimiani e dei nicolaiti (907-96) causato dalla questione della tetragamia (o quarto matrimonio dall'imperatore Leone VI il Savio); lo scisma degli arseniti e dei giosefiti (1261-1315); i torbidi provocati dalla controversia palamita (1341-76).

Il monachismo durante questo periodo fu fiorente. Fino al sec. ix i suoi principali centri furono C. e il monte Olimpo di Bitinia. Duramente perseguitato dagli imperatori iconoclasti, si propagò nel sec. vir, in Sicilia e nell'Italia meridionale. Nel sec. ix uscl vincitore dalla lotta e prese un nuovo slancio. Due nuovi centri monastici sorsero nel sec. x: quello del monte Athos (v.) che divenne la Santa Montagna, e quello del monte Latros, l'antico Latmos, vicino a Mileto, in Asia Minore.

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L'influenza dei monaci sul popolo e sul clero fu considerevole; e si fece sentire fin nel campo politico. Fra i monaci vennero spesso scelti i vescovi e i patriarchi che fino al s. sec. furono generalmente i protagonisti dell'ortodossia contro le eresie imperiali e della supremazia romana. Quindi le ire di Fozio. Ma ben presto la loro voce tace, in parte almeno, per la decadenza della Chiesa romana nei secc. x e xl. Una volta consumato lo scisma, essi divengono gli avversari più ostinati dell'unione con Roma. La falsa mistica, del resto, recluta fra loro dei fautori come attesta la strana teologia di Gregorio Palamas divenuta, nel 1351, la dottrina ufficiale della Chiesa bizantina (v. palamismo).
IV. Le RELazioni del patriarcato ecumenico con la S. Sede dal 451 al 1453. - Fino a Michele Cerulario (1054), queste relazioni furono spesso interrotte e raramente amichevoli, ma dopo praticamente, cessarono nonostante i numerosi tentativi fatti per riaccomodarle. A malapena due di questi tentativi riuscirono ad ottenere una effimera unione.

Come si è già detto, la "Nuova Roma" fu, durante la controversia ariana, il principale centro dell'eresia (339-79). Qualche tempo dopo, avvenne l'ingiusta deposizione di s. Giovanni Crisostomo (404), che papa Innocenzo I riabilitò, ma di cui Attico, suo successore, rifiutò d'iscrivere il nome nei dittici durante una decina d'anni (405-15): causa di nuovo scisma con Roma. Dopo Calcedonia, le relazioni del papa s. Leone con il patriarca Anatolio (449-58) furono piuttosto tese. Con Acacio (471-89), cominciò uno scisma di più di 30 anni, scisma aggravato da eresie e imposto dalla politica imperiale con lo scopo di riunire i monofisiti. Sotto Giustiniano, vi fu, per un momento, rottura in occasione dell'affare dei «Tre Capitoli» e il papa Vigilio (537-55) dovette sopportare indegni trattamenti a C. (551-54). La questione del monotelismo determinò uno scisma di più di 40 anni ( 640-8 \mathrm{I} ) e il VI Concilio ecumenico, composto quasi unicamente di orientali, che ne segnò la fine, non fu cortese verso la Sede Apostolica, mettendo ingiustamente nel numero degli eretici il papa Onorio. Si fu ancora più scortesi nei riguardi di Roma al famoso Sinodo di Trullo (691), che prese indebitamente il titolo di ecumenico.

I membri di questa assemblea, sotto la presidenza del patriarca ecumenico e con l'alta approvazione di Giustiniano II, vollero dettar legge alla stessa Chiesa romana. Parecchie usanze di questa, come la legge del celibato ecclesiastico, il digiuno del sabato di Quaresima, ecc. furono abolite sotto pena di scomunica e di deposizione. Qui è il punto culminante delle ambizioni bizantine. Tuttavia, si riconosceva ancora in qualche modo la supremazia romana, lasciando in bianco, prima della firma del vescovo bizantino, il posto per la firma del Papa, che si sperava di ottenere o per amore o per forza. Ma l'approvazione romana non venne mai.

Cinquant'anni dopo la condanna del monotelismo, cominciarono le persecuzioni iconoclaste; che rinnovarono la rottura per circa un secolo ( 731-87 ; 815-43 ); il secolo è quasi raggiunto, se si aggiungono i cinque anni durante i quali il patriarca Niceforo si astenne dal comunicare al Papa la sua elezione, in conseguenza dell'unione adultera contratta dall'imperatore Costantino VI. La brusca sottrazione al patriarcato romano delle province dell'Illirico orientale e dell'Italia del sud, decretata da Leone Isaurico nel 732 , è un nuovo colpo contro i pontefici romani. D'altronde il "basileus" si mostra impotente a proteggere Roma contro i Longobardi : il che obbliga i papi a sollecitare
l'aiuto di Pipino il Breve e di Carlomagno, che sono altrettanti «barbari» per i Bizantini. I Carolingi liberano Roma dai Longobardi e dotano la S. Sede di un piccolo regno, costituito a spese degli antichi possedimenti bizantini in Italia; però non gratuitamente. E la ricompensa desiderata e abilmente preparata fu il gesto del papa Leone III di ristabilire l'Impero d'Occidente in favore di Carlomagno e di coronarlo imperatore dei Romani (Natale dell'80o). In questo gesto i «basileis» bizantini video un vero tradimento. Così, a partire dal sec. ix si ebbero due imperi rivali e assolutisti quasi continuamente in lotta. L'idea della cattolicità si cancella sempre più negli spiriti e, per gli orientali, il Papa diviene sempre più patriarca dell'Occidente barbarico. Ci s'incammina lentamente verso lo scisma definitivo.

Si può dire che l'ora di questa separazione definitiva s'inverò al tempo del violento conflitto provocato dalla deposizione del patriarca Ignazio e dalla sostituzione con Fozio (858). Lo scisma foziano non fu lungo; la rottura ufficiale non durò più di quattro anni (863-67), poiché oggi è provato che essa non fu rinnovata durante il secondo patriarcato di Fozio (877-86). Rivestì però il carattere di una vera crisi. Tutte le forze separatiste, tutti gli elementi di discordia entrarono in giuoco nello stesso tempo: cesaropapismo, negazione della supremazia di diritto divino della Sede Romana, risveglio delle antipatie etniche, contestazioni sulla giurisdizione dei patriarcati a proposito della conversione dei Bulgari, divergenze disciplinari e rituali, rese più pericolose dall'ignoranza reciproca. Cosa più grave : per la prima volta la Chiesa romana e latina viene direttamente attaccata non solo nelle sue usanze disciplinari e liturgiche, ma anche nella stessa sua ortodossia dogmatica. Nella sua famosa enciclica ai patriarchi d'Oriente (867) Fozio stese la prima lista di usanze, di innovazioni o « kainotomie» latine e attaccò positivamente il dogma della processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio, che il papa Leone III, verso l'810, aveva solennemente proclamato in una enciclica all'episcopato d'Oriente, dopo la controversia sollevata a Gerusalemme contro i monaci latini del monte degli Ulivi.

Fino a questo punto era stata la Chiesa bizantina a scivolare periodicamente nell'eresia; mentre la Chiesa romana, ogni volta, nei concili ecumenici, le aveva teso la mano per risollevarla. D'ora innanzi le parti cambieranno. La presunta eretica non sarà più C., ma Roma e la Chiesa d'Occidente. Molto abilmente Fozio è passato dalla difensiva all'offensiva diretta. Con lui è nata la polemica antilatina, che non cesserà più e farà fallire tutti i tentativi di unione. Senza dubbio, nel Concilio di S. Sofia dell'879-80, Fozio rinuncerà alla polemica rituale e disciplinare, ma sosterrà fino alla fine la sua eresia circa la processione dello Spirito Santo dal solo Padre. Però, dopo questo primo scandalo, l'unione fu ristabilita ma si conservò a stento fin verso il 1025-30. Durante questo periodo si dimenticarono completamente le questioni sollevate da Fozio. Se vi furono delle rotture, esse avvennero per altri motivi.

Lo scisma foziano era appena spento che si scatenarono discordie a proposito del quarto matrimonio dell'imperatore Leone il Savio (886-912), che Roma autorizzò per via di dispense, mentre il patriarca Nicola il Mistico (901-907, 912-25) lo prescrisse come una fornicazione, scomunicando tutti quelli che l'approvavano, non eccettuato il Papa. Lo scisma durò dal 912 al 923 . Nicola, dapprima intransigente, finì per sollecitare umilmente la ripresa delle relazioni. Le quali furono di nuovo interrotte, per una de-

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cina d'anni ( 974-85 ), quando la corte bizantina prese partito per l'antipapa Bonifacio, che riusci a sedere in due riprese ( 974 e 984-85 ) sul trono pontificio sotto il nome di Bonifacio VII. Esse furono sicuramente ristabilite nei primi anni del sec. xi, come attesta Pietro d'Antiochia in una lettera a Michele Cerulario (1054), in cui dichiara di aver visto coi suoi propri occhi, nel roo9, il nome del papa Giovanni XVIII iscritto sui dittici di S. Sofia (PG 120, 800).

Ci sono buone ragioni per dubitare che i Bizantini abbiano riconosciuto come papa Benedetto VIII (1012-24), scelto dall'imperatore tedesco Enrico II. Certo, essi si adoperarono ardentemente per entrare in relazione con il suo successore Giovanni XIX (10241032), senatore dei Romani e fratello del Papa precedente. L'Impero d'Oriente era allora al suo apogeo. Basilio II il Bulgaroctono e il patriarca Eustazio (m. nel ro25) inviarono al nuovo Papa una ambasceria con ricchi doni per ottenere il riconoscimento del famoso titolo di patriarca ecumenico, che nell'idea dei Bizantini non implicava la negazione della supremazia universale del Papa, ma soltanto una giurisdizione superiore su tutti i vescovati dell'Impero d'Oriente quale era esercitata, di fatto, da lungo tempo (Radulfo Glaberto, Historiae, IV : PL 142, 670-72). L'affare si divulgó e provocò vive proteste nel mondo occidentale. Si ostentò di vedervi un attentato alla supremazia romana: il che non era. Il Papa quindi rifiutò ai Bizantini quanto essi chiedevano.

Il disappunto per Basilio II e per Eustazio dovette essere amaro; giunsero anche a romperc ogni relazione con la S. Sede? Lo si è supposto con molta verosimiglianza. Certo le relazioni tra Roma e C. erano sospese da molti anni, quando si trattò di ristabilirle nel 1053. Al suo avvento al seggio ecumenico (25 marzo 1043) Michele Cerulario non cancellò il nome del Papa dai dittici di S. Sofia, gesto che gli attribuiscono ancora alcuni storici. Questo nome non vi appariva più da qualche anno, e forse non per colpa dei patriarchi bizantini. Il papato attraversava allora il periodo più triste delle sua storia. I papi non facevano che passare sul seggio apostolico, eletti e deposti o assassinati dalle fazioni. Parecchi, senza alcun dubbio, non ebbero il tempo di annunciare la loro elezione ai patriarchi d'Oriente, com'era uso. Cosi dal gor al ro59, si contano una quarantina di papi di fronte a 15 patriarchi di C. Al principio del patriarcato di Michele Cerulario, la situazione della Chiesa romana è lacrimevole. Nel 1044, ci sono due papi; nel 1045 se ne hanno tre; nel 1046, l'imperatore tedesco Enrico III fa deporre i tre papi esistenti e li sostituisce con Clemente II. Supponendosi che il patriarca bizantino avesse voluto partecipare la sua elezione al Papa, egli avrebbe potuto essere impicciato sulla scelta del destinatario.

Michele Cerulario non ruppe dunque relazioni, che di fatto non esistevano più da lungo tempo (A. Michel, Humbert und Kerullarios, II, Paderborn 1930, pp. 446-48), ma fece fallire il tentativo di riprenderle, in occasione di un progetto di alleanza politica tra il Papa e il «basilieus» contro i Normanni dell'Italia meridionale. Per riuscirvi, riaprì la polemica contro i riti e gli usi latini, che Fozio aveva inaugurata, e se la prese in particolare contro l'uso del pane azimo (v.), da lungo tempo diffuso in tutto l'Occidente. Per suo ordine, tutte le chiese latine della città furono chiuse. Poi, verso il principio del 1053, fece lanciare da Leone di Ocrids un insolente manifesto contro alcuni altri usi latini : l'uso del pane azimo, il digiuno del sabato di Quaresima, la soppressione dell'« alleluia» durante la Quaresima, ecc. La let-
tera era indirizzata a Giovanni, vescovo di Trani in Puglia, e, per sua mediazione, a tutti i vescovi dei Franchi e allo stesso Papa (PG 120, 836).

L'atteggiamento del card. Umberto, capo della legazione inviata dal papa Leone IX a C., in seguito a questi avvenimenti, contribuì ad inasprire la contesa. Si arrivò ben presto alla sentenza di scomunica. Il 16 luglio 1054, i legati romani ne deposero una sull'altare di S. Sofia contro Michele e i suoi seguaci, ma non contro la Chiesa bizantina e i fedeli, come è stato scritto da alcuni. Il patriarca e il Sinodo risposero con un editto sinodale ( 20 luglio 1054) scomunicando la sentenza dei legati, le loro persone e i loro collaboratori, ma non il Papa né la Chiesa romana. Cerulario, infatti, ostentò sempre di considerare Umberto come falso legato, semplice emissario di Argiro, suo rivale, governatore dell'Italia bizantina. L'editto sinodale non attacca direttamente la Chiesa latina, ma difende la Chiesa bizantina, contro certi rimproveri o esagerati o anche positivamente erronei della sentenza del card. Umberto. La questione degli azimi non è accennata; ma siccome il cardinale aveva erroneamente rimproverato a Michele e ai suoi seguaci d'aver soppresso la parola Filioque dal Simbolo, Michele attaccò di sfuggita la dottrina latina della processione dello Spirito Santo e l'aggiunta del Filioque, a cui dapprima non aveva pensato, tanto la polemica foziana era caduta in oblio.

Questa volta, non era più la semplice rottura delle relazioni; ma cominciava una separazione duratura e continua. Senza dubbio, considerati nella trama generale della storia, gli avvenimenti che si svolsero a C. nel giugno-luglio 1054, hanno l'aspetto di un semplice incidente, e proprio sotto questo aspetto li considerarono i contemporanei, sia in Oriente che in Occidente. I cronisti bizantini hanno attribuito loro così poca importanza, che li hanno passati sotto silenzio, e le cronache latine non li hanno conosciuti se non per quello che ne disse il card. Umberto. Ma nella storia retrospettiva, essi rivestono tutt'altra importanza, in quanto denotano la volontà ben salda dei patriarchi di C. e del loro clero di continuare a vivere nell'autonomia più completa. Del resto la nozione della supremazia romana era stata sostituita presso i Bizantini dalla teoria cretica della «pentarchia», secondo la quale la Chiesa universale è retta dai cinque patriarchi uguali in autorità, paragonati ai cinque sensi del corpo mistico di Cristo. Michele adoperò tutta la sua attività a trascinare nello scisma gli altri patriarchi d'Oriente, accumulando colpe contro i Latini; colpe puerili, molte delle quali sono pure calunnie e le altre usanze indifferenti. Una lista quasi ufficiale ne fu ben presto tracciata nel piccolo opuscolo intitolato: Contro i Franchi e gli altri Latini, edito dall'Hergenröther in Monumenta graeca ad Photium eiusque historiam pertinentia (Ratisbona 1869, pp. 62-71).

Questo libretto, le lettere del Cerulario e altri simili documenti furono diffusi dappertutto; erano già conosciuti in Russia verso il 1080. I Latini sono ormai classificati non soltanto fra i barbari ma anche fra gli eretici, di cui bisogna evitare il contatto. La lista delle loro usanze (repààpara), delle loro innovazioni (kauvotopias) non farà che crescere col tempo. Prima del 1453, queste usanze superavano il centinaio.

Per i tentativi di unione nei secoli posteriori v. ORIENTE CRISTIANO.
V. Il patriarcato ecumenico sotto la bominazione turca. Suo stato attuale. - Il vincitore del

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1453, Maometto II volle subito l'elezione di un nuovo patriarca, al quale concesse una specie di giurisdizione civile sui suoi fedeli. Egli fu il capo «della nazione greca", Rum milleti. Analoghi poteri ebbero i vescovi. Per questa autorità esteriore sul suo gregge, il vescovo della "Nuova Roma " acquistò un nuovo tratto di rassomiglianza con il Papa, nello stesso tempo primate spirituale e re temporale. La sua sede si arricchì delle spoglie delle Chiese bulgara e serba; egli ebbe in eredità diretta le metropoli del patriarcato di Tirnovo; l'alta giurisdizione sul patriarcato serbo di Ipek gli ritornò attraverso l'arcivescovato grecobulgaro di Ocrid, al quale era stato annesso. Ristabilito nel 1557, questo patriarcato fu definitivamente soppresso nel 1766. L'anno successivo, Ocrids ebbe la stessa sorte. I tre patriarcati melkiti continuarono ancor più di prima a gravitare come satelliti nell'orbita di C., fino al primo quarto del sec. xix.

Tale fortuna posava però su fragile base. Il principio laico che la sosteneva dal 381 non tardò a fruttare a danno della "Nuova Roma". Se questa aveva ricevuti i suoi privilegi ecclesiastici grazie alla sua condizione di capitale di un impero terrestre, tali privilegi le dovevano venir contestati il giorno in cui un sovrano non avesse regnato più sulle rive del Bosforo.

Caduta C., il patriarcato segui le fortune dell'Impero turco. I tronconi successivamente separati hanno dato origine ad altrettante Chiese nazionali indipendenti. La prima a scuotere la sua tutela fu la Chiesa russa. Autocefala di fatto dal 1461, lo divenne ufficialmente e di diritto grazie alla costituzione del patriarcato di Mosca, nel 1589-90. Lo smembramento dell'Impero turco, durante il xix e xx sec., ha dato origine a tante autocefalie quanti furono gli Stati indipendenti e talvolta di più. L'ultima costituita e solo di recente riconosciuta ufficialmente è la Chiesa di Albania (1929-37).

Queste separazioni successive hanno ridotto il patriarcato bizantino a una delle più piccole autocefalie del gruppo greco-russo, detto "Chiesa ortodossa". La sua giurisdizione immediata non si esercita più che sulla metropoli di C. con le 4 diocesi di Dercos, Calcedonia, Prinkipo e Imbros, che rappresentano ca. 100.000 fedeli: sulle 4 metropoli del Dodecannezo, con 120.000 fedeli; sui 20 monasteri dell'Athos, la cui popolazione non fa che diminuire e non deve di molto oltrepassare i 4000 monaci. Dipende anche da esso, almeno nominalmente, l'arcivescovato greco di America che riunisce ca. 200.000 greci sparsi nelle due Americhe. Se vi si aggiungano i due esarcati: dell'Europa occidentale (residenza a Londra) e dell'Europa centrale (residenza a Vienna) creati nel 1922 e 1924 e la metropoli di Australia (1924) (queste tre fondazioni recenti riguardano i Greci sparsi nelle regioni indicate), si ha la lista completa dei territori di sua competenza. Quanto al numero totale dei fedeli, lo si può calcolare a ca. 400.000 . Il clero della metropoli di C. comprende, oltre al patriarca e ai vescovi delle 4 diocesi suddette, 14 metropoliti titolari e 6 vescovi ugualmente titolari, questi preposti ai principali quartieri della città. Fin dal ritorno dei Turchi a C., in seguito alla disfatta greca del 1922, il patriarcato ha perduto i privilegi civili che gli avevano conferito gli antichi sultani.

Al complicato statuto organico che l'ha retto dal 1860 al 1922 è successo una costituzione molto semplice. Un sinodo permanente di 12 metropoliti presieduto dal patriarca ne è l'elemento essenziale. Il patriarca è eletto dai 18 metropoliti del patriarcato senza partecipazione
di laici. Resta da creare un organismo misto per l'amministrazione dei beni ecclesiastici. In attesa, funzionano delle commissioni (epitropie) ecclesiastiche e laiche. L'ostilità del governo turco intralcia l'elaborazione di uno statuto definitivo.
VI. L'antico patriarcato latino di C. e il vicariato apostolico attuale. - I Latini della IV crociata, appena conquistata C., vi insediarono come patriarca il veneziano Tommaso Morosini (maggio del 1204), che papa Innocenzo III confermó ufficialmente solo il 5 febbr. 1205.

Nella sua qualità di veneziano, Morosini aveva giurato di riscruare i benefici ecclesiastici ai suoi compatrioti, il che gli attirò ogni specie di difficoltà sia con la S. Sede sia con i chierici di altre nazionalità. Alla sua morte, avvenuta nel 1211, la sede restò vacante per 4 anni in seguito ad intrighi e rivalità tra il clero. Il Papa fu costretto a deporre i due candidati e nominò il toscano Gervaso (nov. dal 1215), che visse fino al 1220 . Durante i 40 anni che durò ancora l'Impero latino, 4 altri prelati si successero. Nel 1232, si ebbe una vacanza di 2 anni. L'ultimo patriarca residenziale fu il veneziano Pentaleone Giustiniani (1251-61) che al tempo della ripresa della città da parte di Michele Paleologo riuscì a rifugiarsi in Italia, ove morì nel 1286.

Pra il 1210 e il 1212 il patriarcato latino contava 22 arcivescovati, di cui 2 in Asia Minore, 7 in Tracia, 2 in Tessaglia, 3 in Macedonia, i in Epiro, 2 in Grecia, 2 nel Peloponneso, 3 nelle isole.

Il patriarcato non scomparve dopo il 1261, ma il suo titolare non risiedeva più a C. Questi continuò ad esercitare una vera giurisdizione su tutto il territorio del patriarcato, al quale il papa Bonifacio VIII aggiunse, nel 1302, l'arcivescovato di Candia. L'8 febbr. 1314, papa Clemente V vi aggiungeva il vescovato di Negroponte, che divenne, a partire da questa data, la residenza abituale del patriarca. Verso la fine del sec. xv, il titolo di patriarca di C. fu riservato ad un cardinale.

Non potendo risiedere a C., il patriarca esercitò la sua giurisdizione mediante un vicario, che, fino al 1661, fu un semplice prete, il più sovente un religioso. Dal 1661 al 1772, questo vicario patriarcale fu sostituito da un vescovo suffraganeo patriarcale. Nel 1772, la S. Sede ha soppresso l'ufficio del suffraganeo patriarcale e lo ha sostituito con quello del vicario apostolico patriarcale, che esiste ancora oggi. Ma l'epiteto patriarcale riguarda solo la città di C.; per gli altri territori di sua competenza il titolare è semplicemente vicario apostolico. Un decreto del 3 marzo 1868 ha annesso a questa carica la delegazione apostolica per i cattolici di riti orientali residenti nel territorio del vicariato, di maniera che, oggi, il vicario apostolico di C. è nello stesso tempo arcivescovo titolare, che gode della giurisdizione ordinaria, dopo il decreto di Benedetto XIV del 15 apr. 1752, vicario apostolico patriarcale per la città stessa di C.; semplice vicario apostolico per il resto del suo territorio; delegato apostolico per i cattolici di riti orientali del suo distretto.

I limiti del vicariato costantinopolitano e della delegazione apostolica che dipende da esso hanno molto variato dal 1772, in seguito agli sconvolgimenti politici sopraggiunti nei Balcani. Attualmente il vicariato non esercita la sua giurisdizione che sulla Turchia europea e la Turchia d'Asia, eccettuato l'arcivescovato di Smirne. Nella Turchia di Asia, la popolazione cattolica, come quella di altri cristiani, è ridotta quasi a niente, avendo i Turchi espulso i cri-

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stiani dal paese. Una parrocchia latina è stata costituita ad Ankara, la nuova capitale.

Resta ancora qualche cattolico a Brussa, a ZongulDagh. Il grosso dei fedeli si trova concentrato nella stessa C., dove si contavano ca. 20.000 cattolici, distribuiti in 14 parrocchie, prima della guerra del 1917-18. Oggi, questa popolazione deve essere diminuita dei due terzi, in seguito alle misure xenofobe del governo turco. Anche la Tracia turca ha perduto i suoi fedeli. Scompareve ugualmente la maggior parte delle opere, così numerose e varie, create e dirette dai membri di 34 Ordini e Congregazioni religiose dei due sessi. Il laicismo dei Turchi ha spazzato via quasi tutto, e ciò che resta conduce un'esistenza faticosa e precaria per cui la popolazione cattolica del vicariato non deve di molto oltrepassare i 10.000 fedeli.

La delegazione apostolica per i riti orientali, attualmente collegata alla S. Congregazione per la Chiesa orientale, ha perduto anche molto della sua importanza, avendo i cattolici orientali subito una diminuzione ancora più forte che i latini. Il gruppo più importante è quello degli Armeni uniti, in numero di ca. 5000. Dopo gli Armeni, viene la piccola Chiesa greca cattolica di recente fondazione, governata dal 1911 da un vescovo. I fedeli devono essere ca. 300. Dal 1932, c'è un altro vescovo con alcuni fedeli ad Atene. I Caldei cattolici sono rappresentati da un vicario patriarcale con 850 fedeli; i Melkiti, in numero di 252 , ugualmente da un vicario patriarcale.

BibL.: Opere generali. Lo studio d'insieme più completo è l'articolo di S. Vallhé, Constantinople (Eglise de), in DThC, III, coll. 1307-1520, con una ricca bibliografia generale e numerose bibliografie particolari: molto particolareggiato dal punto di vista storico e geografico, è incompleto dal punto di vista teologico (da completare mediante i lavori apparsi dal 1907, particolarmente sulla questione foziana): G. Hergenröther, Phatius von Konstanteragel, 3 voll., Ratisbona 1867-69; J. Pargoire, L'Eglise byzantine de 127 à 847, 3^{°} ed., Parigi 1923; M. Jugie, Le schisme byzantin. Aperçu historique et doctrinal, ivi 1941; V. Grumel, Les regnites des actes du patriarcat de Constantinople. Les actes des patriarches, 3 fascicoli pubblicati, che vanno dal 381 al 1206 (ogni fascicolo è preceduto da una bibliografia, pccurata ed abbondante). Bucarest 1932-43.

Sulle relazioni del patriarcato ecumenico con la S. Sede prima della separazione: R. Leib, Rome. Kies et Byzance à la fin du XIr siècle. Rapports religieux des Latins et des Gréco-Russes sous le pontificat d'Urbain II (1288-99), Parigi 1924; A. Michel, Humbert und Korsillarius 2 voll., Paderborn 1925-30; F. Dvornik, Les Slaves, Byzance et Rome au IXe siècle, Parigi 1926; id., Le second schisme de Phatius. Une mystification historique, in Byzantion, 8 (1933), pp. 423-74; V. Grumel, La liquidation de la querelle platicenne, in Echos d'Orient, 33 (1934), pp. 257-88.

Sul patriarcato ecumenico dopo il 1453 e la sua situazione attuale: L. Petit, Règlements généraux de l'Eglise orthodoxe en Turquie, in Revue de l'Orient chrétien, 3 (1898), pp. 398-424; 4 (1899), pp. 227-46; E. Rausch, Geschichte der orientalischen Kirchen von 1453-1898, Lipsia 1902; id., Kirche und Kirchen im Lichte griechischer Forschung, ivi 1903; R. Janin, La destinée du patriarcat œcuménique, in Echos d'Orient, 24 (1925), pp. 202211. Per il periodo contemporaneo a partire dalla fine del soc. xix, vedere le riviste orientali: Orientalia Christiana, Revue de l'Orient chrétien, Bessariace, Echos d'Orient, Roma e l'Oriente, L'Union des Eglises, L'Oriente cristiana e l'unité della Chiesa (dal 1936); Il Boll. della badia di Grastufarente (dal 1930).

Sul patriarcato latino e il vicariato apostolico: L. de MasLartie, Les patriarches latins de Constantinople, in Revue de l'Orient latin, 3 (1895), pp. 433-56 (lista dei patriarchi latini di C. dal 1204 al 1895); G. Hofmann, Il vicariato apostolico di C., 1453 1230. Documenti con introduzione, in Orient. Christ. modecta, 103 (1935), con abbondante bibliografia.

Martino Jugie
VII. Althe circoscrizioni ecclesiastiche di C. Oltre ad essere sede del patriarcato bizantino, C. è a capo alle seguenti circoscrizioni ecclesiastiche:

1) Arcivescovato degli Armeni cattolici. Un vicariato armeno fu istituito a C. il 9 luglio 1830 . Dal 10 luglio 1867 al 23 giugno 1928 C. fu sede del patriarca di Cilicia. Si contano 7000 fedeli, 14 sacerdoti, 14 chiese, 6 parrocchie,

2 case religiose maschili, 5 femminili, 7 istituti di educazione, I associazione di beneficenza.
2) Vicariato patriarcale dei melkiti esistente dal 1846 ; 250 fedeli, I chiesa.
3) Sede dell'esarca apostolico della Turchia per i cattolici greci di rito bizantino, dal 1911. Si contano I chiesa, I parrocchia, 5 sacerdoti, I scuola, 1000 fedeli.
4) Vicariato patriarcale dei Caldei: 850 fedeli.

Guglielmo de Vries

## II. Concili di C.

1. I Concilio Costantinopolitano (II ecumenico, a. 381). - I. Cenni storici. M. nel 378 Valente, fautore dell'arianesimo, il suo successore Teodosio I prese la difesa dell'ortodossia specialmente contro i macedoniani, negatori della divinità dello Spirito Santo. A questo scopo convocò nel 381 i vescovi orientali ad un sinodo, che, iniziatosi a C. nel mese di maggio, finì in quello di luglio. Il Concilio, dal quale furono assenti i vescovi occidentali e i legati del Papa, non fu veramente universale. Soltanto più tardi ottenne il titolo di "ecumenico", e cioè per quel che riguarda il dogma, il Simbolo da lui promulgato fu accettato dai legati pontifici e da tutta la Chiesa nella seconda seduta del Concilio di Calcedonia (451), mentre le disposizioni disciplinari, respinte prima da Roma, furono approvate soltanto nel IV Sinodo Lateranense (1215). La presidenza del Concilio fu tenuta da Melezio di Antiochia, da s. Gregorio Nazianzeno e da Nettario. Il numero dei vescovi fu appena di 150 .
2. Il Simbolo. - Secondo la testimonianza del Concilio di Calcedonia, i Padri del Sinodo di C. promulgarono il Simbolo o Credo a tutti noto perchè inserito nella Messa sia latina che orientale, fatta eccezione per quella latina del Filioque (v.) aggiunto posteriormente. Il Simbolo contiene integralmente quello niceno (donde anche il nome meno esatto di «niceno-costantinopolitano») e quello "apostolico o romano", più qualche inciso preso probabilmente dal Simbolo di Gerusalemme noto dalle Catechesi di s. Cirillo, e un complesso caratteristico e nuovo di asserzioni sullo Spirito Santo dirette a confessare la sua divinità contro i macedoniani. V'è poi il fatto che il nostro Simbolo viene citato, con qualche insignificante discrepanza, nell'Ancoratus di s. Epifanio, scritto nel 374. Quindi la teoria più solida che cioè il Simbolo non sia stato composto ma soltanto fatto suo dal Concilio.

Oltre al contenuto dogmatico dei Simboli niceno (v. nicer, concilio di) e apostolico ossia romano, il Credo di C. presenta, insieme al gerosolimitano, la novità del cuius regni non erit finis, parole bibliche (Lc. 1, 33) ricordate senza dubbio contro il recente errore di Marcello di Ancira e di Fotino. Originali poi del nostro Credo sono i seguenti incisi attribuiti allo Spirito Santo: Dominum, et vivificantem qui ex Patre procedit, qui cum Patre et Filio simul adoratur et conglorificatur. Sono altrettante espressioni per affermare la natura divina dello Spirito. Quel Dominus è dall'uso biblico caratteristico per segnalare colui che non è creatura ossia servo per essenza. Vivificans, ha cioè la vita in se stesso non dal di fuori, anzi è lui la sorgente di ogni vita per le creature. Qui ex Patre procedit, si insiste specialmente nell'origine dal Padre perché i macedoniani facevano lo Spirito una semplice "creatura» del Figlio. Qui cum Patre et Filio..., sembra ricordare la recente controversia fra gli eretici e s. Basilio il quale scrisse a questo proposito il suo De Spiritu Sancto. Se lo Spirito è pari al Padre e al Figlio nell'adorazione e nel culto, è quindi di natura divina.
3) Disposizioni disciplinari. - Quattro soltanto sono i canoni emanati dal Concilio. Il 1^{°} ribadisce il Simbolo niceno e condanna le eresie più recenti. Il 2^{°} sconfessa Massimo di C., preteso vescovo. Il 3^{°}, riassumendo le norme

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stabilite dai cann. 6 e 5 di Nicea, ordina che i vescovi di una diocesi (i limiti delle circoscrizioni ecclesiastiche erano identificati con quelle civili) non si inunischino nelle faccende delle altre. Le grandi diocesi crano: Egitto, con la metropoli di Alessandria; Oriente, metropoli: Antiochia; Asia (proconsolare), metr