}, riassumendo le norme
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stabilite dai cann. 6 e 5 di Nicea, ordina che i vescovi di una diocesi (i limiti delle circoscrizioni ecclesiastiche erano identificati con quelle civili) non si inunischino nelle faccende delle altre. Le grandi diocesi crano: Egitto, con la metropoli di Alessandria; Oriente, metropoli: Antiochia; Asia (proconsolare), metropoli: Efeso; Ponto, metropoli: Cesarea di Cappadocia; Trasia, metropoli: Eraclea. Ma fu il can. 4 a gettare i germi dello scisma fra l'Oriente e l'Occidente più per il principio invocato che per il relativo primato ora rivendicato per la prima volta alla recente capitale dell'Impero orientale (v. sopra) : «Il vescovo di C. deve avere il primato di onore dopo quello di Roma, per essere quella la nuova Roma*.
BibL.: Hefele-Leclereq, II, p. I sgg. (con abbondante bibl.); Fliche-Martin-Frutez, III, p. 294 sgg.: I. Ortiz de Urbina, La struttura del Símbolo Costantinopolitano, in Orient. Christ. Periodica, 12 (1948), pp. 275-83.
II. II Concilio Costantinopolitano (V ecumenico, detto anche dei "Tre Capitoli», a. 553). 1. Cenni storici. La politica di Giustiniano e di Teodora prestò valido appoggio ai monofisiti, numerosi nell'Oriente, i quali, scontenti delle decisioni del Concilio di Calcedonia (451), iniziarono verso il 543 una subdola e tenace campagna contro i «Tre Capitoli», ossia : 1) Teodoreto di Ciro, 2) la lettera di Iba al persiano Mari e 3) Teodoro di Mopsuestia. Si noti che nel Sinodo calcedonese Teodoreto e Iba erano stati riabilitati e difesi contro le accuse dei primi monofisiti. Alle macchinazioni contro i «Tre Capitoli» si associarono anche gli origenisti sdegnati per la loro condanna (543). Verso il 544 Giustiniano pubblicò un editto contro i «Tre Capitoli» al quale, in parte sotto la pressione di coazioni e minacce, aderì la maggioranza dei vescovi orientali preceduti dal patriarca bizantino Mena. Il decreto trovò invece in Occidente avversari tenaci, come il focoso Facondo di Ermiane, autore della Defensio Trium Capitulorum, e Rustico nipote di papa Vigilio (v.), Quest'ultimo, di carattere indulgente, benché in principio disapprovasse l'editto e non volesse comunicare con Mena e gli altri firmatari, cambiò poi di atteggiamento durante il suo soggiorno a G. dove arrivò nel genn. del 547 . Vigilio, deciso ormai ad accontentare l'Imperatore, tenne delle adunanze con vescovi orientali ed occidentali per discutere, o meglio per favorire, la condanna dei «Tre Capitoli». L'accanita opposizione degli occidentali consigliò il Papa a sospendere le sedute e a chiedere a ciascuno il proprio voto in iscritto. A conclusione di queste prime trattative Vigilio pubblicò (II apr. 548) un Indicatum che condannava i «Tre Capitoli» pure salvaguardando l'autorità del Concilio di Calcedonia. Il decreto suscitò in Occidente un tale scandalo che il Papa decise di sospenderne l'effetto e di rimandare la faccenda a un prossimo concilio ecumenico. Alcuni dei vescovi aulici non si attennero alla tregua, e lo stesso Giustiniano pubblicò un nuovo editto ( 551 - 53 ) di condanna dei «Tre Capitoli», probabilmente l'O μ ° λ ° γ i α sottoscritta presto dal patriarca Mena. Il Papa reagì scomunicando Askidas e Mena e rifugiandosi nella chiesa di S. Pietro. I cortigiani tentarono di vincere con la violenza e con gli intrighi. Si intavolarono trattative con Eutichio, dal 552 successore di Mena, e Vigilio insisté nella celebrazione di un concilio possibilmente in Italia o in Sicilia. Ma Giustiniano finì poi per convocarlo di propria autorità a C. allo scopo di far approvare la sua recente condanna dei «Tre Capitoli». Vigilio non acconsentì a tale usurpazione.
Di conseguenza, nella più chiara illegittimità il Sinodo aprì le sue sedute il 5 maggio 553 sotto la presidenza del patriarca bizantino Eutichio e con l'assistenza nella prima
adunanza di 164 metropoliti e vescovi, fra i quali anche 14 africani. Le riunioni si tenevano nella sacrestia della chiesa patriarcale bizantino. Il Sinodo ebbe otto sedute che finirono il 2 giugno. In esse furono discussi a lungo i "Tre Capitoli», pregiudicati ormai da Giustiniano. Dal canto suo Vigilio pubblicò il 14 maggio il suo Constitutum (da molti chiamato il 1^{°} ), in cui, esaminate 60 proposizioni di Teodoro di Mopsuestia, le condannava come eretiche senza però voler condannare la sua memoria. Si rifiutava parimenti a condannare Iba e Teodoreto, dichiarati ortodossi dal Concilio di Calcedonia. Il Papa finiva scomunicando coloro che avrebbero condannato i "Tre Capitoli». Giustiniano e i suoi conciliari non vollero ricevere il Constitutum, anzi iniziarono subito una azione che finì per cancellare dai dittici il papa Vigilio senza però romperla con la Sede Romana. Il Concilio decise, in 14 anatematismi, la condanna di tutti gli scritti di Teodoro di Mopsuestia, delle ampie dottrine di Teodoreto di Ciro contro il Concilio di Efeso e contro gli anatematismi di s. Cirillo di Alessandria e la lettera di Iba a Mari. Non fu difficile per Giustiniano ottenere il consenso dei vescovi orientali. Quelli occidentali poi, che in gran parte si sollevarono contro la condanna, ebbero a patire vessazioni e rappresaglie dell'Imperatore. Contrariamente all'opinione fu qui generale, sembra che tanto la lettera di Vigilio al patriarca Eutichio, quanto il cosiddetto secondo Constitutum che approva la condanna dei «Tre Capitoli», non siano autentici (cf. P. Silva Tarouca, Fontes Historiae Ecclesiasticae Medii Aevi, Roma 1930, p. 32); il che equivale a dire che mancano le principali fonti per asserire che Vigilio abbia dato la sua adesione al decreto del Concilio. Fu piuttosto il suo successore Pelagio II, precedentemente difensore dei «Tre Capitoli» (cf. R. Devreesse, Pelagii dinceni Excl. Rom. in defensione Trium Capitulorum [Studi e Testi, 57], Roma 1932), il primo a dare la sua approvazione alla triplice condanna (Mansi, IX, 712 sgg.).
2. La questione dogmatica. - Si nota subito che la condanna del Concilio incide sugli scritti e la loro dottrina in sensu auctoris, ovvero nel senso ovvio del testo e del contesto, mentre la riabilitazione di Teodoreto e di Iba dichiarata nel Concilio di Calcedonia si riferì alle persone, le quali previamente condannarono il nestorianesimo. Si capisce che in queste condizioni non è inevitabile il contrasto fra i due Concili, benché c'è da ammettere che la condanna dei «Tre Capitoli» è stata in fondo una mossa di Giustiniano intenta a far piacere ai monofisiti bizantini. Del resto gli scritti di Teodoro di Mopsuestia (v.) sono pieni di quelli stessi errori eriatologici professati poi dal suo discepolo Nestorio. E vero anche che certi scritti di Teodoreto di Ciro, come anche la lettera di Iba di Edessa a Mari, contengono espressioni che sanno un po' di terminologia nestoriana e offendono la memoria del Concilio di Efeso e di s. Cirillo Alessandrino. La definizione dogmatica di questo Concilio, senza opporsi formalmente al Concilio di Calcedonia, sta piuttosto nella linea di quello di Efeso: specialmente la condanna di Teodoro di Mopsuestia indfigge un colpo grave ai nestoriani che lo leggevano e lo studiavano come il loro maestro.
BibL.: Hefele-Leclercq, III, p. I sgg.; Fliche-MartinFrutas, IV, p. 467 sgg.; R. Devreesse, Essai sur Théodore de Mopsueste (Studi e Testi, 141), Città del Vaticano 1948, pp. 168285 .
III. III Concilio Costantinopolitano (VI ecumenico, 7 nov. 680-16 sett. 681). - Segna la fine della prolissa disputa sul monoenergismo e sul monotelismo (v.) nella quale papa Onorio I (v.) era intervenuto con poca accortezza. Alla vigilia del Concilio lottano in favore dell'ortodossia s. Sofronio e s. Massimo il Confessore. Contro il Typos, pubblicato dall'imperatore Costanzo II (648) per far tacere la controversia, papa Martino I risponde cele-
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brando il Sinodo del Laterano (649) che proclama contro il monotelismo, il duotelismo, ossia le due volontà, divina e umana, in Cristo. Martino I viene quindi esiliato nel Chersoneso, dove muore martire (655).
Dinanzi alla fermezza dei papi successivi, la corte bizantina deve arrendersi. Costantino IV Pogonato e il patriarca Teodoro ( 677-79 ) intavolano trattative prima col papa Domno e poi con s. Agatone. Quest'ultimo accetta la proposta di celebrare a C. un'adunanza con rappresentanti dell'Occidente e dei patriarcati bizantino e antiocheno. Previamente si tenne a Roma un Sinodo (680) che condannò il monotelismo.
Il Sinodo convocato dall'Imperatore risultò poi, oltre le previsioni, veramente ecumenico, poiché anche i patriarchi di Alessandria e di Gerusalemme vi ebbero i propri rappresentanti. Benché la presidenza di onore fosse concessa all'Imperatore, quella ecclesiastica era mantenuta dai legati del Papa. Tutte le 18 sedute del Sinodo furono dedicate alla questione del monotelismo. Interpellati i patriarchi Giorgio di Costantinopoli e Macario di Antiochia sulle loro dottrine in favore di una sola volontà in Cristo, essi risposero rinviando alla dottrina del 5 concili precedenti. Fu quindi data lettura dei loro atti e della lettera di Agatone. Poi, sia da parte dei monoteliti che degli ortodossi furono letti «florilegi» patristici.
Il risultato fu che il patriarca bizantino dichiarò di accettare le due volontà, mentre Macario d'Antiochia persisteva nel suo monotelismo; in conseguenza Macario veniva deposto e altri anatemi venivano fulminati contro i principali autori di eresie, non escluso papa Orazio. Dopo aver trattato sull'autenticità degli atti del V Concilio ecumenico, i vescovi promulgarono e sottoscrissero una "definizione " dogmatica.
Questa fa sua la condanna pronunciata dal papa s. Agatone contro coloro che ammettono in Cristo «una volontà ( ξ ° \partial \hat{ε} λ η μ α ), e una operazione ( μ i α ν ε ν ε ρ γ ε ι α v ) ". Confessa poi col Concilio di Calcedonia che Cristo, perfetto nella divinità, è perfetto lo stesso nell'umanità, veramente Dio e veramente uomo, composto di anima ragionevole e di corpo, e aggiunge la seguente definizione:
"Piamente proclamiamo secondo la dottrina dei SS. Padri due naturali volizioni o volontà ( δ \dot{σ} σ \varphi σ σ ι α \dot{α} ς \partial ε λ \hat{η} σ ε ι ς \dot{η} σ ι \partial ε λ \dot{η} μ α σ α ) in Lui, e due naturali operazioni ( ε ν ε ρ γ ε ι α ς ) senza divisione, senza conversione, senza separazione, senza confusione, e due volontà naturali non in contrasto, si badi bene, come hanno detto gli empi eretici, ma la sua volontà umana docile e non restia né recalcitrante, ma piuttosto sottomessa alla sua divina e compotente volontà. Duplice è anche l'operazione, benché essa pure non divisa, né separata, né confusa : e cioè l'operazione divina e l'operazione umana, poiché, come dice papa s. Leone nel Tenus a Flaviano, ogni forma (ossia natura) fa ciò che le è proprio in comunione con l'altra". In altre parole: una volta ammesso il dogma che in Cristo v'è oltre la natura divina anche quella umana nella sua integrità, ne segue che questa è dotata di una volontà umana, oltre quella divina. Questa duplicità fisica non comporta però disaccordo fra le due volontà, poiché quella umana aderisce sempre e perfettamente a quella divina.
Bib.: Hefele-Leclereq, III, 1, pp. 484-538.
Ignazio Ortiz de Urbina
IV. iIV Concilio Costantinopolitano (VIII ecumenico, 5 ott. 869-28 febbr. 870). - 1. Cenni storici. L'occasione storica dell'VIII Concilio ecumenico fu questa: il nuovo imperatore bizantino Basilio il Macedone ( 23 sett. 867 - 29 ag. 886) richiamò il patriarca s. Ignazio subito dopo la sua ascesa al trono e depose il patriarca illegittimo Fozio. Ambedue allora mandarono lettere al papa Niccolò I per informarlo della nuova situazione religiosa di Bisanzio e per chiedergli legati pontifici per un nuovo
concilio da tenersi a C. Essendo già morto il papa Niccolò I ( 13 nov. 867 ) all'arrivo dell'ambasciata greca a Roma, il suo successore Adriano II dovette occuparsi di questa faccenda importantissima. Egli infatti rimanendo fermo nella linea di condotta del suo predecessore riguardo al dissidio bizantino, tenne un Sinodo a Roma (giugno 869) in cui condannò il conciliabolo di Fozio (867) e pose il fondamento giuridico del nuovo concilio ecumenico a C., che doveva essere presieduto dai suoi legati, i vescovi Donato di Datia e Stefano di Nepi, e il diacono Marino.
Il Concilio fu aperto nella chiesa di S. Sofia il 5 ott. 869 e, dopo altre 8 sessioni, chiuso il 28 febbr. 870. La partecipazione dei sinodali certamente non fu grande, essendo presenti nella I sessione, oltre ai legati pontifici, soltanto 12 vescovi, nella VI 37 vescovi e nella X un centinaio. Ma gli argomenti trattativi furono di grandissima portata ed i decreti sinodali ottennero la conferma pontificia. Già la I sessione promulgò la formola della cosiddetta unione romana che conteneva una professione explicita del primato giurisdizionale romano e la condanna dell'iconoclastia e degli errori di Fozio. Essa doveva essere accettata da tutti i sinodali e fu posta come condizione della loro riconciliazione a quei vescovi e chierici che, benché non ordinati da Fozio, avevano però avuto comunione con lui. Sotto questa condizione furono riconciliati nella II sessione 10 vescovi, 11 sacerdoti, 9 diaconi, 6 suddiaconi. Però alcuni vescovi citati al Concilio rimasero ostinati, fra i quali Teofilo, Zaccaria e Gregorio Asbesta il quale aveva ordinato Fozio nel dic. del 858 , benché fosse sospeso da s. Ignazio e dal Papa. Nella VI sessione, il 25 ott. 869, avvenne una celebre discussione storico-canonistica fra il metropolita foziano di Calcedonia, Zaccaria, e il metropolita ignaziano di Smirne, Metrofane. Fozio stesso fu presente alla V sessione il 20 ott. 869 e alla VII il 29 ott.; ma egli non volle sottomettersi, anzi negò di dare risposte ai legati romani ed osò dire pubblicamente che piuttosto i legati romani dovevano fare penitenza. Questo contegno ostinato di Fozio e dei suoi seguaci fu la causa che già il 29 ott. fossero pronunciati anatematismi sinodali contro Fozio; ma soltanto nell'ultima sessione furono emanati decreti contro il fozianismo.
Prima di questa conclusione del Concilio erano state discusse alcune cause connesse con la storia del dissidio foziano. Così nella sessione VIII era stata trattata la questione dei cosiddetti scritti di obbedienza che Fozio si era fatti dare, e quella della falsificazione delle sottoscrizioni dei legati degli altri patriarchi orientali nel conciliabolo dell'867; nella sessione X la questione di quelli che avevano reso testimonianza contro Ignazio n:1 Sinodo dell'861. Poiché parecchie delle persone accusate erano pronte a sottomersi alle penitenze decretate dal Concilio, fu loro concessa la riconciliazione nella IX sessione; la stessa sorte ebbero altri che si erano resi colpevoli della falsa dottrina dell'iconoclastia o che avevano mostrato un contegno irriverente verso le cerimonie ecclesiastiche.
La più solenne e più importante sessione dell'VIII Concilio fu l'ultima del 28 febbr. Oltre i legati pontifici ed i vescovi sinodali, erano presenti in questa sessione l'imperatore Basilio e suo figlio Costantino, una decina di legati del re della Bulgaria e tre legati dell'imperatore occidentale Ludovico II, fra i quali si trovava Anastasio il Bibliotecario, autore di una versione latina degli atti conciliari.
2. Le decisioni del Concilio. Il Concilio promulgò nella sua ultima seduta una professione di fede, rinnovando le decisioni dei precedenti sette concili ecu-
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menici ed aggiungendo uns dichiarazione nella quale esso si definl VIII ecumenico, e ricordando i decreti di Niccolò I e Adriano II, rinnovò la condanna di Fozio e dei suoi soci. Inoltre pubblicò due lettere sinodali delle quali unz era diretta a tutti i fedeli e l'altra al Papa. Infine promulgò 27 canoni conservati nella versione latina, mentre l'estratto greco ne contiene soltanto 14 .
I canoni inculcano principi generali della dottrina cattolica cioè della tradizione (can. 1), del primato papale (cann. 2, 21), della venerazione delle sacre immagini (can. 11). Parecchi canoni riguardano la libertà della Chiesa (cann. 12, 13, 14, 17, 19, 21, 22), altri i diritti del clero inferiore e superiore (cann. 10, 15, 17, 18, 20, 23, 24, 26). Contro Fozio ed i suoi alleati sono diretti i cann. 4, 5, 6, 8, 10, 25. Nel can. 7 è proibito agli anatematizzati di fabbricare sacre immagini e di insegnare.
La conferenza tenutasi dopo la chiusura del Concilio, alla quale parteciparono soltanto l'Imperatore, Ignazio, i rappresentanti delle altre sedi patriarcali, gli inviati dei Bulgari, e i legati papali, non fa parte del Concilio VIII; anzi i legati romani protestarono di non aver ricevuto poteri per trattare quell'ordine del giorno, e cioè a chi appartenesse la giurisdizione della Bulgaria, limitandosi a difendere la tesi romana contro la tesi orientale che voleva la Bulgaria (v.) dipendente dal patriarcato bizantino. Oggi è diventato più chiaro che la proposizione dei legati romani era giusta se sotto il termine di Bulgaria si comprendeva soltanto la città capitale del regno bulgaro di allora, ossia Ocrida compresa nei limiti dell'antica Epirus nova appartenente all'Illyricum orientale e quindi sottoposta al vicariato apostolico di Salonicco, mentre le regioni orientali della Bulgaria fra Sardica (Sofia) ed il Mar Nero appartenevano al patriarcato bizantino. Purtroppo non fu raggiunto allora un accordo.
3. L'ecumenicità. Il Concilio VIII (869-70) fu ecumenico. Questa tesi è provata dall'affermazione esplicita del suo decreto sinodale, dalle sottoscrizioni dei sinodali, esplicite anche su questo punto, dall'approvazione pontificia di Adriano II e di Giovanni VIII, dal proemio della versione latina di Anastasio il Bibliotecario, dalle testimonianze di autori greci coetanei (Metrofane, Stiliano, Niceta David), dalla formula del giuramento dei neoeletfi papi, dalle collezioni canonistiche occidentali, almeno a partire dalla seconda metà del sec. XI, e finalmente dalle testimonianze dei Concili di Trento e del Vaticano. Il Concilio di Firenze non può essere invocato per la tesi contraria, poiché le concessioni fatte dal card. Giuliano Cesarini nella sessione del 20 ott. 1438 di non voler appoggiare le argomentazioni dei Latini con le decisioni dell'VIII Concilio, erano soltanto un accorgimento polemico per persuadere i Greci con delle fonti già da essi accettate (S. Scrittura, SS. Padri, sette primi concili ecumenici), e non una decisione decretata dal Concilio stesso. Il silenzio dei Greci medievali sul Concilio VIII ecumenico fu causato dal Sinodo di C. (879-80) favorevole a Fozio, e influì anche su autori latini fino alla prima metà del sec. XI. Su questo punto Fozior riportò qualche successo, ma per le ragioni sopra addotte non vi può essere più dubbio nessuno intorno all'ecumenicità del Concilio VIII.
La versione latina degli atti greci, oggi perduti, fatta da Anastasio il Bibliotecario, è edita in Mansi, XVI, 16-96; il testo greco abbreviato (epitome) ibid., XVI, 308-409.
Bulla conferenza distinta dal Concilio VIII, cf. Lib. Pont., pp. 182-85.
BibL.: Hefele-LecIerc9, IV, 1, pp. 481-546: F. Dvornik, L'oecuménicité du VIIIe Concile (869-70) dans la tradition oc-
cidentale du moyen âge, in Académie royale de Belgique, Bulletin de la classe des Lettres, 26 (1938), pp. 445-87: Fliche-MartinFrutsz. VI, 10, 201-209; G. Hofmann, Iva von Chartres über Photios, in Orient. Christ. Periodica, 14 (1948), pp. 103-37. Giorgio Hofmann
## III. Aglografia di C.
Tertulliano parla di martiri di C. al tempo di Cecilio Capella, ma non fornisce alcun nome (Ad Scapulam, 3 : PL 1, 702). Anche s. Gregorio Nazianzeno nel suo discorso al popolo contro gli ariani, appena, nel 380 , Teodosio aveva restituito ai cattolici le loro chiese, attribuisce la vittoria ai martiri, senza però palesarne i nomi.
I martiri di C. conosciuti sono pochi e noti attraverso il Martirologio geronimiano e i sinassari (cf. H. Delehaye, Synaxarium Ecclesiae Constantinopolitanae, in Propylaeum ad Acta SS. Novembris, Bruxelles 1902).
I più noti sono i martiri Mocio e Agacio. Mocio sarebbe stato prete di Amphipolis, martirizzato a C. La Basilica in suo onore è attribuita a Costantino; viene ricordata all'epoca del Concilio d'Efeso e ricostruita più grandiosa da Giustiniano.
Acacio, secondo la leggenda, sarebbe stato un centurione nella coorte dei Martesi e avrebbe subito il martirio a C. Anche la chiesa che racchiuse il suo sepolcro fu attribuita a Costantino; Socrate scrisse che il corpo dell'Imperatore sarebbe stato trasportato da Macedonio nella chiesa del martire Acacio (Hist. eccl., II, 38); essa era situata presso lo σ τ α \dot{σ}- pıov, presso il luogo cioè dove sbarcarono a C. le reliquie di s. Stefano, allo Zeugma (BHG, II, 1649). Tale località, fuori della cinta dell'antica Bisanzio, si trovava sopra il corno d'oro (J. Pargoire, Constantinople; la porte Basilike, in Echos d'Orient, 10 [1907], p. 30). Socrate ricorda anche un secondo santuario dedicato a s. Acacio, dentro Costantinopoli, dove presso il grandioso edificio di λ α ρ ° α si mostrava il noce dove sarebbe stato impiccato il martire. Ivi era un santuario, ingrandito da Narsete (S. Salaville, Les églises de St-Acace à Constantinople, in Echos d'Orient, 13 [1910], p. 103). Più difficile è la identificazione di una chiesa di S. Acacio spesso ricordata nei documenti bizantini come situata nell' ε π τ α α ν α \dot{α} λ ω.
Altri martiri noti sono Esichio, menzionato al 18 e al 19 maggio nei testi liturgici; finalmente Massimo indicato come presbitero il giorno 8 maggio e con il solo nome al ro dello stesso mese; il Delehaye suppone che Massimo non sia che Mocio (Les origines du culte des martyrs, 2ª ed., Bruxelles 1933, p. 234). Al 7 giugno si trova la menzione: in Byzantiio Pauli; egli insieme con i suoi famigliari Martirio e Marciano erano chiamati popolarmente i santi Notari. Il vescovo Paolo mori in esilio e il suo corpo venne riportato in C. da Teodosio e deposto nell'antica chiesa dei Macedoniani. S. Giovanni Crisostomo iniziò una cappella sul sepolcro del SS. Martirio e Marciano, ultimata da Siainnio (Sozomeno, Hist. eccl., IV, 3). Costantino si era limitato di porre cenotafi nella chiesa degli Apostoli (Eusebio, in Vita Constantini, IV, 60). Ma ben presto cominciano le traslazioni dei martiri per arricchire la città. Esse avvengono con pompe solennissime, con intervento della corte imperiale, del clero e del popolo.
Eterie scrive di aver visto a C. martyria quae ibi plurima sunt (Itinera Hierosolymitana: CSEL, 39, p. 76).
Nel 356 vi furono traslate le reliquie di s. Timoteo; l'anno seguente Costanzo trasportò solennemente in C. le reliquie dell'apostolo s. Andrea e dell'evangelista s. Luca (A. Heisenberg, Grabeskirche und Apostelkirche, II, Lipsia 1908, p. 112). S. Giovanni Crisostomo narra l'arrivo dal Ponto delle reliquie del martire Foca (PG 50, 799). Sotto Teodosio (379-95) ritorno in C. il corpo del vescovo e confessore s. Paolo (BHG, II, 1472); poi ven-
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nero nella chiesa di S. Eufcmio, le reliquie dei martiri Terenzio e Africano (Theodori lectoris, II, 762: PG 86, 213). Teodosio stesso nel 391 depone il capo di s. Giovanni Battista nella chiesa dell'Hebdomon da lui fatta edificare (Sozomeno, Hist. eccl., VII, 21). S. Girolamo narra la solenne traslazione delle reliquie del profeta Samuele al tempo di Arcadio; Sozomeno (Hist. eccl., IX, 21) fu presente all'arrivo delle reliquie dei quaranta martiri di Sebaste al tempo del vescovo Proclo (434-37).
I ss. Cosma e Damiano chbero una prima chiesa a loro dedicata nella metà del sec. 9 (Th. Preger, Scriptores originum Constantinopolitanum, Lipsia 1908, p. 261).
Al tempo dell'imperatore Leone I giungono da Babilonia le reliquie dei tre fanciulli Anania, Azaria e Misael (H. Delehaye, Les saints stylites, Bruxelles 1923, p. 87). Allo stesso tempo rivale s. Mamas monaco martire di Cesarea di Cappadocia (J. Parguire, Les saints Mamas de Constantinople, in Bulletin de l'Institut archéol. russe de C., 9 [1904], pp. 261-316 ).
Si trovano in venerazione a C. una serie di santi non originari di Bisanzio, come s. Agatonico, s. Diomede, s. Emiliano, s. Eufcmia, s. Filemone, s. Giorgio, s. Giovanni Battista, s. Procopio, s. Tecla; e gli edifici di culto in loro onore si erigono ben presto e si moltiplicano. All'imperatrice Elena si attribuiscono le chiese del SS. Carpo e Papilo e di S. Romano. Eudocia iniziò la chiesa di S. Poliuto, ultimata da Giuliana figlia di Valentiniano
(364-74). Tra il 395-415 si erigono le chiese di S. Eleuterio e di S. Andrea; nel 397 il console Cesario fa costruire una chiesa a s. Tirso, nel 400 il console Aureliano una in onore di s. Stefano. Tra gli as. 434-47 Proclo fa costruire la chiesa nello Zeugma in onore dei ss. Cosma e Damiano; a Pulcheria si devono le chiese di S. Maria delle Blacherne, di S. Stefano nel palazzo e di S. Lorenzo; a Sporacio, console nel 452, S. Giovanni Battista, a Studio, console nel 454, S. Giovanni Battista; uno dei più importanti di C. fu il monastero annesso (H. Delehaye, Studien-Studios, in Analecta Bollandiana, 52 [1934], pp. 64-65); ad Antemio nel 467 S. Tommaso. Il prete s. Marciano profuse il suo patrimonio per costruire le chiese di S. Anastasia, di S. Irene, di S. Stratonico, di S. Teodoro e di S. Zoe.
Sotto il patriarca Gennadio si fabbrica S. Ciriaco. A Leone I (457-74) si devono S. Teodosio, S. Giovanni e S. Mamas. Ad Anastasio (491-518) la chiesa di S. Ar-

(cio A. M. Schnelder, Dic Hagia Sophia zu Konstantinopel, Bertina 1939 p. 26 fig. I) Costantinopoli - Pianta della chiesa di S. Sofia.
temio, un'altra di S. Tommaso, di S. Anastasia, di S. Filippo e di S. Platonc.
Giustiniano fonda nuovi edifici sacri e abbellisce gli antichi. Da Procopio (De aedificiis, I, 3-9) si ricava il seguente elenco: S. Acacio, S. Agatonico, SS. Apostoli, SS. Cosma e Damiano, S. Irene, SS. Menna e Mimeo, S. Mocio, S. Pantaleemone, SS. Pietro e Paolo (la cui festa fin dal tempo dell'imperatore Anastasio era stata resa a C. più solenne, dietro proposta del senatore romano Festo); poi i SS. Prisco e Nicola, i SS. Sergio e Bacco, S. Tecla, S. Teodora, S. Teodoro, S. Teodato, S. Tirso, S. Trifone, S. Zoe.
Poco dopo un'altra chiesa a S. Mamas; e prima della fine del sec. vi ancora le chiese di S. Aquilina, S. Conone, S. Domezio, S. Ermione, S. Luca, S. Paolo confessore, SS. Probo e Taraco, S. Quirico, S. Zenobio.
Dei martiri Carpo, vescovo di Gurdos in Lidia, e Papilo, diacono, si conosce oltre il testo greco della loro passio una recensione latina (v. P. Franchi de Cavalieri, Note agiografiche, VI[Studi e Testi, 33], Roma 1920, pp. 3-40). A. M. Schneider ha identificato in C. il loro martyrium consistente in una costruzione rotonda a cupola con bema o coro elevato (Das Martyrium der heiligen Karpos und Papylos zu Konstantinopel, in Jahrbuch des deutschen.Archäol. Instituts, Archäologischer Anzeiger, 49 [1934], pp. 416-18). La chiesa di S. Maria diaconessa venne eretta nel 598 sotto l'imperatore Maurizio, dal patriarca Ciriaco.
Alcuni martiri sono onorati con più chiese. La devozione per il Precursore, ad es., ebbe tanto sviluppo a C. da avere tra la città e il suburbio ben 16 chiese, 10 monasteri e 8 cappelle a lui dedicate tra il iv e il ix sec. (R. Janin, Les églises byzantines du Précurseur a Constantinople, in Echos d'Orient, 37 [1938], pp. 312-51). I ss. Cosma e Damiano ne ebbero quattro.
S. Michele aveva in C. ben 19 chiese (R. Janin, Les sanctuaires byzantins de St-Michel, in Echos d'Orient, 37 [1934], pp. 28-52). Tra i santi militari a s. Giorgio erano dedicate in chiese e a s. Demetrio 9 (id., Les églises byzantines des saints militaires [Constantinople et banlieue], ibid., 37 [1934], pp. 163-80, 331-42).
Imperatori e dignitari continuarono ad arricchire di reliquie la città, cercandole specialmente nelle province dell'impero; così fecero Eraclio, Leone il sapiente, Costantino Porfirogenito, Giovanni Zimisce (J. Ebersolt, Sanctuaires de Byzance, Parigi 1921; id., Orient et Occi-
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dent. Recherches sur les influences byzantines et orientales en France avant les Croisades, ivi 1928). C. appare ai visitatori come la città di Oriente più ricca di reliquie.
Cosi infatti la descrive ca. il rogo il monaco Giuseppe di Canterbury, di ritorno da Gerusalemme (Ch. H. Haskins, A Contorbery Mank at Constantinople, ca. 2090, in English Historical Review, 25 [1910], pp. 293-95).
Di poco posteriori sono la nota di viaggio di un pellegrino, anche egli probabilmente inglese ca. l'a. 1150 e un Catalogus reliquiarmm di C. redatto da N. Thingeyreuse, monaco irlandese ca. il 1157.
Assai notevole è poi la relazione di Antonio Dobrynia Iadreikovich, metropolita di Novgorod, il quale descrive le chiese e le reliquie di C. ca. il 1200 (Antonio di Novgorod, Le litre du pèlerin, in Itinéraires russes, trad. francese di B. de Khitrovo, Ginevra 1889, pp. 88-111; A. Palmieri, Antoine Dobrynia Iadreikovich, in DHG, III, coll. 768-69). Nel cod. OttobonianoVaticano latino 169 S . G. Mercati ha rinvenuto un elenco di santuari e reliquie costantinopolitane descritte cum magna festinatione prima del 1185 da un religioso e da un ecclesiastico dell'ambiente di Giraldo Cambrense e
di Radulfo da Diceto. L'autore dichiara di non poter elencare né conoscere tutte le chiese di C. e tuttavia ne elenca ancora molte e cioè, S. Maria Dei genetrix, S. Michele, S. Sofia, S. Irene, i monasteri della Madonna Hodigitria (C. Henze, Mater de perpetuo succursu, Bonn 1926) e di S. Lazzaro (eretto da Leone il sapiente), la chiesa dei SS. Ciro e Giovanni, il monastero di S. Giorgio in Manganis, presso la più celebre delle 11 chiese del martire militare, poi la grande chiesa di S. Menna (H. Delehaye, L'invention des reliques de s. Menus à C., in Anal. Bollandiana, 29 [1910], pp. 117-50); quella di S. Cristina, poi il gruppo del Santuario della Madonna Chalcopatria (D. Lathoud, Le sanctuaire de la Vierge aux Chalcopatria, in Echos d'Orient, 23 [1924], pp. 46-61).
Nel santuario erano altre tre chiese una del Redentore, la seconda della Madonna e la terza di S. Giacomo con la cripta dove riposava l'apostolo «frater Domini». Poi l'oratorio di Costantino al fòro, presso la colonna di porfido; quindi le chiese di S. Fotina la Samaritana, e di S. Eufemia all'ippodromo (R. Janin, Les églises de Ste-Euphémie à C., in Echos d'Orient, 37 [1934], pp. 270275). Poco lungi una chiesa di S. Giovanni Battista; presso il palazzo il monastero dei SS. Sergio e Bacco annesso alla basilica giustinianea in loro onore; nella stessa via la chiesa di S. Tecla e poi quella dei quaranta Martiri di Sebaste, e l'altra di S. Teodoro; nel foro la chiesa dei SS. Giuliano, Basilissa e Socii (H. Delehaye, Synaxarium Ecclesiae Constantinopolitanae, Bruxelles 1902, p. 327); vicino al foro il monastero dei martiri Probo, Taraco, e Andronico; e accanto quella dei SS. Cosma e Damiano; poi due chiese dedicate a S. Stefano, la Basilica dei SS. Apostoli e l'annessa chiesa di tutti i Santi, con l'altra vicina di S. Anastasia con un monastero femminile; poi un altro monastero detto di Narsete e un terzo detto di S. Lucilliano; nella stessa zona un'altra chiesa di S. Giovanni Battista. Poi in località «Chelona» due chiese dedicate al martire Procopio; nella zona dello Zeugma lo stesso codice segnala le chiese di S. Stefano, di
S. Antonio martire e di S. Biagio; nella via Blacherne la chiesa di S. Elia profeta (S. G. Mercati, Santuari e reliquie costantinopolitane secondo il codice Ottoboniano latino 169 prima della conquista latina (1204), in Atti della Pont. accad. rom. di archeol., 3ª serie, Rendiconti, 13 [1936], pp. 133-56).
Per le chiese medievali di C.: Budrun Gâmi‘ (anticamente Myreleion); Qalender Gāmi‘ (oggi Fenari 'Isā); Killseb Gāmi‘ (anticamente S. Teodoro); Eski 'Imâret (anticamente Christos Pantepoptes) v. J. Kollwitz, Zur frühmittelalterlichen Baukunst Konstantinopels, in Römische Quartalschrift, 42 (1934), pp. 232-50.
Con la conquista di C. da parte dei Crociati (1204) ed in seguito alla convenzione tra i Franchi e i Veneziani, le chiese di C. vennero in gran parte spogliate delle copiose reliquie, accumulate da secoli.
I Crociati asportarono infatti da C. una quantità di reliquie sia relative all'infanzia e alla passione del Signore, sia alla Madonna e corpi di Santi, come, ad es., quelli di s. Agata, di s. Anastasio il persiano, di s. Barnaba, dei ss. Cosma e Damiano, della mar-
tire Elena, di s. Eutichio, di s. Giovanni l'elemosiniere, di s. Giovanni Crisostomo, di s. Gregorio Nazianzeno, di s. Lucia, di s. Macario, di s. Niceta martire e di s. Niceta il Soto, di s. Paolo eremita e di s. Paolo vescovo di C., di s. Teodoro e di s. Vito. Come pure le teste di s. Biagio, di s. Clemente, di s. Dionigi Areopagita, di s. Giorgio, di s. Pancrazio, di s. Simeone, di s. Vittore (P. Riant, Les dépouilles religieuses enlevées à Constantinople au XIII siècle par les Latins, Parigi 1875; id., Eruviae Constantinopolitanae, 2 voll., Ginevra 1877-78). Non tutto però fu rapito perché i Greci riuscirono a nascondere non poche reliquie: infatti ca. il 1350 Stefano di Novgorod e più tardi un inventario di S. Sofia del 1396 elencano ancora molte reliquie delle chiese di C.
Eusebio (Vita Constantini, III, 49) riferisce che Costantino fece porre statue del Buon Pastore sulle fontane della sua città (per sculture specialmente bizantine nel Museo di C. cf. G. Mendel, in Musées impériaux ottomans. Catalogue des sculptures grecques, romaines et byzantines, II, Costantinopoli 1914, p. 416, n. 649, p. 418, n. 650, p. 488, n. 689, pp. 453-73, nn. 668-73; III, ivi 1919, pp. 525-26, n. 1317, pp. 535-37, n. 1328). Specialmente notevoli sono i quattro medaglioni ottagonali con i busti degli Evangelisti datati tra il sec. Iv e il v, che molto probabilmente decorarono un edificio sacro (G. Mendel, op. cit., pp. 441-47, nn. 661-64; H. Peirce e R. Tyler, Art Byzantin, I, Parigi 1932, p. 65, fig. 87).
Se degli antichi edifici sacri di C. non si conosce quale fosse la decorazione, l'episodio del funzionario di corte Olimpiodoro è molto istruttivo. Egli dopo aver fatto erigere una chiesa si rivolse
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al suo amico Nilo, ex prefetto del pretorio, che si era fatto monaco sul monte Sinai sottoponendogli un progetto di decorazione, nel quale si indicavano alcune immagini di santi presso l'altare, e nella navata scese di caccia e di pesca. Nilo risponde all'amico che nell'abside dovrà porre la croce e nella navata la storia del Vecchio e del Nuovo Testamento (PG 79, 577).
Enrico Josi
## IV. Monachismo
E PRINCIPALI MONUMENTI CIVILI E CRISTIANI DI C.
1. Il monachismo a C. - I monaci hanno sempre costituito una parte notevole ed influente della popolazione di C. Essi seguivano la regola di s. Basilio che è stata ed è tuttora la norma fondamentale del monachismo in Oriente. Ai tempi del loro migliore sviluppo v'erano nella città 175 monasteri, recinti da grosse mura, forniti di quanto era necessario al consumo della comunità e di quanto era destinato alla pubblica beneficenza. Poiché i monaci erano gli amministratori della beneficenza cittadina; dirigevano gli ospedali (xenodochi), reggevano gli ospizi per i vecchi (gerocomi) e per i fanciulli (brefotrofi), presicdevano ai locali dove si distribuiva gratuitamente il cibo ai poveri (v. anche

(bel. Biblioteca Vaticana)
Costantinopoli - L'ónoesolalay nella miniatura del Menologia di Basilio II ( 976-1025 ) raffigurante l'arrivo a C. delle reliquie di s. Giovanni Crisostomo ( 27 genn.) - Biblioteca Vaticana, Cod. Var. Gr. 1613, f. 333.
diaconis).
Dentro il recinto del monastero, sotto l'autorità dell'igumeno (abate) i monaci esercitavano diverse mansioni. Accanto agli addetti alle varie opere manuali stavano quelli che mantenevano viva la lampada della cultura bizantina. Dai monasteri infatti escono i maestri di quella "Accademia di dodici religiosi" che fu, accanto all'università, la più alta istituzione culturale di C.; monaci o discepoli di monaci sono i luminari maggiori, della Chiesa bizantina: Romano il Melode, Giovanni Damasceno, Teodoro Studita; i cronografi, che ci hanno salvato tanti capolavori dell'antichità.
Modello perfetto di monastero bizantino fu quello di Studio, sul quale si possiedono le informazioni più ampie. Edificato dal console Studio nel 463 si stendeva ampiamente, fin sulle sponde della Propontide. Ne è superstite la chiesa di S. Giovanni Battista divenuta ora la moschea di Mīr Akhōr. Era ridotto a un deserto quando l'abate Teodoro (v.) vi radunò oltre mille monaci dispersi dalla persecuzione iconoclasta, basando la sua direzione sulla oculata distribuzione degli uffici, dal cuciniere all'abate, i cui titolari dipendevano da lui direttamente, e a lui dovevano render conto della loro amministrazione. Merito grande del monachismo bizantino fu, oltre alle menzionate opere di beneficenza, quello di aver saputo resistere, meglio di quanto non abbia fatto l'episcopato, al prepotere dello Stato
sostenendo la tesi della divisione dei due poteri, problema che in Oriente si presenta al rovescio dell'Occidente perché a C. è l'impero che ha creato il patriarcato mentre in Occidente è il papato che ha creato l'impero. Il momento culminante di questo contrasto si ebbe al tempo della lotta iconoclasta (v.).
Bibl.: E. Marin, De Studio coenobio Constantinopolitano, Parigi 1897; id. Les moines de Constantinople, (vi 1907; Ch. Diehl, Byzance, iv 1919, pp. 104-20; P. de Meester, De monachico statu iusta disciplinam Byzantinom (S. Congr. per la Chiesa Orientale, Codif. Can. Orientale, 2^{2} serie, fasc. x), Roma 1942.
2. Monumenti citilli. - Dell'epoca bizantina restano le rovine del Palazzo imperiale con le sue dipendenze protette da un muro che corre sulla riva del mare, dove abitarono un tempo gli imperatori, cui successero da principio i sultani (vecchio serraglio); ora diviso in due sezioni principali, il Tesoro e il Museo di Antichità; l'Ippodromo da cui Giustiniano assistette alla grande ribellione conosciuta sotto il nome di Nika; lungo la spina che lo divide sono visibili ancora l'obelisco di Teodosio il Grande, la piramide di Costantino Porfirogenito, la colonna serpentina già dono dei plateesi all'oracolo di Apollo delfico; e poi, le colonne superstiti di Marciano, Teodosio II e Arcadio, la colonna bruciata che sostenne un tempo la statua di Costantino. Oltre a questi monumenti profani vanno menzionate le chiese, ora ridotte a moschee, di S. Sofia, di S. Irene, dei SS. Sergio e Bacco (v. sotto), del Pantocratore, di S. Giovanni Battista; e le moschee, erette dai Turchi, di Ahmed, Bâjezîd, sultana Vâlideh; e le tombe di Maometto II, il conquistatore di C., e di Solimano il grande. Un quartiere separato, detto Fanar, raggruppa attorno al patriarca ortodosso di C. l'elemento greco superstite della città.
Bibl.: C. Gurlitt, Die Baukunst Konstantinopels, Berlino 1908; J. Eberndt, Einde zur la topographie et les monuments de Constantinople, in Revue arch., 2 (1909); id., Le grand palais de Constantinople, Parigi 1913; Ch. Diehl, Constantinople, Ivi 1924; A. Gabriel, Les mosquées de Constantinople, in Syria, 7 (1926), pp. 353-419.
Nicola Turchi
3. Monumenti cristiani. - Costantino dedicò nel 325 un tempio nella Nèx Póqx, la sua nuova sede d'Oriente, alla "Divina Sapienza", "Aỵ́a Soçia; accanto ad uno degli antichi edifici cristiani di Bisanzio si sarebbe appoggiata anzi la nuova costruzione di Costantino, che ingrandì e decorò anche la vecchia, dedicandola alla «Pace». S. Irene e S. Sofia ebbero così l'atrio in comune, furono officiate dallo stesso clero, e formarono quella che comunemente si chiamò la "Grande Chiesa". Un terzo tempio, di notevoli dimensioni anch'esso, fu eretto quasi nello stesso tempo, intitolato al SS. Apostoli; distrutto nel sec. XI, non se ne hanno però più tracce, e si è incerti anche sulla sua ubicazione.
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Secondo la concorde testimonianza di scrittori antichi, esso aveva una cosi stretta affinità architettonica con S. Giovanni Evangelista di Efeso, fatta erigere dallo stesso Giustiniano, da potersene considerare questa una replica. La chiesa sotto Giustino II fu decorata con musaici, di cui ci è stata tramandata la descrizione e il nome dell'autore, il pittore Eulalio, da Nicola Mesorites (testo, traduzione e commento in A. Heisenberg, Grabeshirche und Apostelkirche, zovei Basilikan Konstantins, II, Lapsia 1908). La chiesa è distintamente raffigurata nel Menologium Basilii, sui fogli corrispondenti ai giorni 22 e 27 genn., 18 ott. (ibid., tav. 3; v. anche Constantinus Rhodius, La chiesa dei SS. Apostoli. 'Exopgatus vob̄ vasob̄ vōv 'Aүlovv 'Amoгtó λ bov, Parigi 1896). Essa era cruciforme, con grande cupola centrale e altre minori sui bracci della croce, divisi da colonne in tre navate. Parimenti molto poco resta delle chiese costruite dai successori di Costantino, Teodosio I e Teodosio II, dall'imperatrice Pulcheria, da Marciano e da Leone I: di questo, per quanto ora in stato di abbandono, si è salvato S. Giovanni di Studio, dalla classica pianta basilicale romano-ellenistica. Eretta nel 463 , essa era preceduta da un atrio, il cui lato orientale, solo superstite, costituiva la fronte del nartece, aprentesi sulla corte con due porte laterali corrispondenti alle navate minori della chiesa, e, al centro, con un portichetto di quattro grandi colonne in marmo del Proconness, sormontato da una trabeazione finemente e profondamente intagliata, con le estremità appoggiate sui pilastri. Ancora due porte laterali e tre centrali permettevano il passaggio dal nartece nelle rispettive navate del tempio. Erano queste separate da due file di colonne di verde antico per lato, collegate da piattabande marmoree su cui insistevano le travi dei matronei, in corrispondenza di mensole infisse nei muri di fiancata. I capitelli sono del tipo «teodosiano»; se ne è rinvenuta anche uno composito, con la parte anteriore di aquile volanti ai quattro angoli. Il pavimento era in opus sectile, con figure di animali e scene mitologiche (cf. Gerlach, Tagebuch des Gesandtschaft an die Ottomanische Pforte durch David Ungnad, 1573-78, s. l., p. 217). Dal rinvenimento di molti tasselli musivi, in occasione degli scavi condottivi dall'Istituto archeologico russo nel 1913, si può dedurre che anche in questa chiesa le pareti erano ornate di musaici. Nel lato sud della chiesa è una cisterna, superstite del distrutto monastero annesso, la cui vòlta è sostenuta da 23 colonne con bei capitelli corinzi. Tutti gli altri edifici, per quanto taluno restaurato anche in tempi posteriori, hanno ceduto al tempo e alla rapacità degli uomini, che ne hanno utilizzato altrove i materiali decorativi e da costruzione, o sono stati trasformati in moschee, spesso con alterazioni tali da renderli irriconoscibili.
Pochi sono quindi i monumenti di quest'epoca pervenutici; oltre al già citato S. Giovanni Studio, si possono annoverare S. Sofia e S. Irene, e, anche in questo caso, non senza più o meno profondi rimaneggiamenti dovuti ai successori di Giustiniano. Quasi integra resta invece la chiesa dei SS. Sergio e Bacco, anche giustinianes.
Il più importante e il più famoso di tutti questi edifici è quello di S. Sofia.
Dell'antico santuario eretto da Costantino si era ormai dovuto perdere anche il ricordo. Già nel 404, sotto Arcadio, era andato distrutto, insieme con la Curia, per un incendio scoppiato in seguito ad una rivolta originata dall'esilio di s. Giovanni Crisostomo. La ricostrul Teodosio II nel 415, ma il 13 genn. del 532, quinto anno
di regno di Giustiniano, per la tragica rivolta detto dei Vittoriati (Nika), causata da una più violenta esplosione delle consuete rivalita del circo, essa ando ancora a fuoco con parte del palazzo imperiale e alcuni quartieri della città.
Sommersa dalla più grande basilica che le succedette, se ne è ritrovato soltanto qualche elemento della facciata, negli scavi condotti dell'Istituto archeologico germanico di C. (A. M. Schneider, Die vorjustinianische Sophienkirche, in Byz. Zeitsch., 36 [1936], pp. 75-85). Il muro esterno della chiesa era a m. 7,50 da quello dell'attuale exonartece e a m. 2,50 sotto il livello dell'epoca giustinianea. L'edificio era preceduto da un portico. Su due blocchi del fregio sono scolpiti sei agnelli di profilo, in moto verso una palma.
Giustiniano riedificò la chiesa in proporzioni maggiori e con un fasto tale da celissare, per magnificenza, ogni altra chiesa dell'Impero. A soli quaranta giorni dalla rovina, egli poneva la prima pietra del tempio e iniziava i lavori. Espropriazioni costosissime per dare più ampio spazio e respiro alla nuova costruzione; la massa enorme di 10.000 operai; la ricerca di materiali rari e preziosi in tutte le regioni dell'Impero, da Efeso che contribui con otto colonne di breccia verde, forse del tempio di Artemide, a Roma da cui si aspettarono fra l'altro otto colonne tolte da Aureliano al tempio del Sole in Heliopolis (Ba'albek), e poi ad Atene, a Delo, a Cizico, ai templi dell'Egitto, spogliati del loro ornamenti più rari; la richiesta dei marmi più svariati alle cave più famose; l'acquisto di oro, argento, bronzo e avorio, pietre preziose e tessuti finissimi, destinati a rendere sempre più splendido il decoro della chiesa, misero a dura prova le finanze dello Stato.
Antemio di Tralles e Isidoro di Mileto progettarono la nuova S. Sofia, seguiti sempre da Giustiniano. Per avviare ai frequenti movimenti simnici fu ideato sotto la platea di fondazione un vasto sistema di cisterne colme di acqua, con pilastri fondati direttamente sulla roccia e costruiti in blocchi di gres, collegati con graffe di metallo: per la cupola, ribassata, si fecero espressamente mattoni a Rodi, di estrema leggerezza. Il monumento venne inaugurato il 27 dic. 537 , con una pompa di cui resta l'entusiastica descrizione. Tuttavia il 14 dic. 557 un terremoto fece precipitare la cupola. Giustiniano incaricò della ricostruzione Isidoro il Giovane, nipote di Isidoro di Mileto; egli compì il lavoro in un anno, facendo la cupola più alta di 30 piedi, per diminuirne la spinta in fuori, rinforzando al tempo stesso i pilastri con robusti muri addossativi all'esterno (G. Miller, La cupole primitive de Ste-Sophie, in Revue belge de philologie et d'histoire, 2 [1923], pp. 599-617; K. J. Conant, The first dome of St. Sophia and its rebuilding, in The bulletin of the Byzantin Iustitut, 1 [1946], p. 71 sgg .).
Di altri interventi si ha memoria verso la fine del sec. x. Si sa infatti che fra il 986 e il 994 S. Sofia fu chiusa per restauri, in seguito ad uno dei tanti terremoti; la cupola nel 989 fu danneggiata e l'imperatore Basilio II la fece riparare dall'armeno Tiridate. Ritratti di imperatori e imperatrici, in musaico sulle pareti interne, dimostrano la loro cura costante per la conservazione di tanto edificio (J. Ebersolt, Ste-Sophie de C. Etude de topographie, d'après les cérémonies, Parigi 1910).
Serrata fra due navate laterali minori, ma con esse comunicante per mezzo di portici e loggiati, la nave centrale s'apre, simile ad un arco di trionfo, al centro di una serie di nove grandi portali. La cupola si eleva dal piano fino a 65 metri. I quattro robusti piloni, cui tutto l'insieme è in realtà affidato, appaiono come annullati dal gioco di archi e di vòlte che ne dissimula l'enorme sforzo statico. Entro il rettangolo costituente l'aula, di m. 75,60 (senza l'abside) per 71,70 di larghezza, la cupola ha m. 31,38 di diametro, pari a un settimo della superficie totale. Quattro pennacchi la collegano ad altrettanti archi partenti dai pilastri; a destra e a sinistra essi sono chiusi da due colonnati sovrapposti cui segue una doppia serie di finestroni. Il colonnato superiore costituiva il prospetto del matroneo.
La decorazione, in gran parte conservata, non è meno degna di nota.
Delle 107 colonne 40 sono al piano terra, 60 al piano del gineceo, 7 nella galleria più alta. Non meno
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imponente è la distesa di lastre marmoree con cui fu ricoperta la superfice interna della chiesa fino all'imposta delle vòte. Alcuni pannelli recano scolpiti motivi floreali stilizzati e croci latine. Il pavimento per qualche tratto era ad opas restile frammato con musaico. Di grande effetto plastico i capitelli, dei quali parecchi recano i monogrammi di Giustiniano e di Teodora (Rud. Kautzsch, Kapitelitudion. Batträge zu einer Geschichte des spätantiken Kapitells im Osten von vierten bis siebenten Jahrbundert, Berlino-Lipsia 1936, pp. 193-96, tav. 38, 644 a-b). Delle numerose porte in bronzo merita speciale menzione quella cosiddetta dell'Orologio, recante iscritti in alto e in monogrammi ageminati in argento, tecnica importata poi in Italia, i nomi degli imperatori Teofilo e Michele, e di Teodora, e la data 84 I sostituita a quella dell'848, erasa. Composta di frammenti di diversa origine, E. H. Swift (The bronze doors of the gate of the Horslogium at Haghia Sophia, in The art. bull., 19 [1937], pp. 137-47) ne attribuisce quattro pezzi ad un'antica porta della prima basilica costantiniana, parecchi altri ad una giustinianea, ed il resto alla rielaborazione del-1'838-4r (v. anche Curtis e Aristarches, Note on inscription of bronze lintel of great royal gate, in 'E λ λ η η, qu. ou' λ, 1:23:6p., 16 [1885], p. 34 ).
Il resto della decorazione era in musaico, alternando i fondi d'oro con quelli in azzurro, su cui spiccavano motivi di fogliame a girali o di fiori, croci, stelle e monogrammi, figure della Vergine e del Cristo fiancheggiati da angeli, santi, personaggi imperiali, dignitari della Chiesa.
Nel 1453, dopo soli tre giorni dalla conquista di C., Maometto II ordinò che S. Sofia fosse trasformata in moschea; tutto fu ricoperto con mani di tinta, mono i motivi floreali e geometrici e le ali dei serafini dipinti sui pennacchi della cupola, le cui facce erano state però tutte ricoperte.
Molti di questi musaici furono rimessi momentaneamente allo scoperto in occasione di vasti restauri ordinati dal sultano 'Abd