i dalla conquista di C., Maometto II ordinò che S. Sofia fosse trasformata in moschea; tutto fu ricoperto con mani di tinta, mono i motivi floreali e geometrici e le ali dei serafini dipinti sui pennacchi della cupola, le cui facce erano state però tutte ricoperte.
Molti di questi musaici furono rimessi momentaneamente allo scoperto in occasione di vasti restauri ordinati dal sultano 'Abd ul-Meğid diretti dal 1847 al 1849 dall'architetto ticinese G. Fossati. Essi furono allora liberati dalla relatura di calce, restaurati e poi ricoperti con tele, ma nello stesso tempo rilevati, così che più tardi poterono darne notizia lo stesso Fossati (Haghia Sophia, Londra 1852) e W. Salzenberg, che aveva potuto allora studiarli (Altchristliche Bandenkmäler von Constantinopel, Berlino 1854). In altri punti, invece, la tinteggiatura si era col tempo sbiadita, così che il musaico sottostante aveva finito per trasparire, lasciando intravvedere le scene rappresentatevi. Kemal Atatürk, nel 1934, destisò S. Sofia a museo di arte bizantina, autorizzando cosi iniziative per rimettere in luce la sua decorazione musiva. L'opera, fin dal 1931 diretta da Th. Whittmore e recante dall'istituto bizantino americano, è tuttora in corso. Ne sono state pubblicate tre relazioni (Th. Whittmore, The mosaics of S. Sophia at Istanbul. Preliminary report on the first year's work, 1931-32: The mosaics of the names, Oxford 1933; id., Second prel. rep. work done in 1933 and 1934; The mos. of the southern vestibule, ivi 1936; id., Third prel. rep. work done 1935-38: The imperial portraits of the south gallery, ivi 1942. V. anche dello stesso, The mos. of S. Sophia at Istanbul, in Amer. jourr. of arch., 42 [1938], pp. 219-26).
Varie sono le epoche cui appartengono i musaici. Giustinianea è certo la decorazione della vòlta del nartece a croci latine a contorno scuro su fondo d'oro, stelle ad otto raggi, monogrammi e motivi geometrici di derivazione copta, rimessi in luce nel nartece, dove, sopra la porta regale, si ritrovò il musaico della lunetta soprastante. Contrariamente a quanto veniva finora ritenuto, questi musaici non risalgono a Giustiniano, ma furono fatti eseguire dal suo successore Giustino II. Né Procopio, né Paolo il Silenziario nella sua descrizione dopo la riconsacrazione del 962 accennano infatti a tale decorazione; un pezzo di Teofane, invece, attesta che Giustino II adornò le chiese fondate da Giustiniano e specialmente S. Sofia e i SS. Apostoli. Aug. Heisenberg, che ha dato di ciò la prova (Die alten Mosaiken der Apostelkirche und der Haghia Sophia, in Zévix, Hommage internat. à
l'Univ. nat. de Grèce, Atene 1912, pp. 121-60; cf. L. Bréhier, L'auteur des mosalgues des S.S.-Apôtres et les mosalgues de Ste-Sophie, in fourn. des savants, nuova serie, 10 [1912], p. 468 sg .), avanza inoltre l'ipotesi, fondata anche su dati stilistici, che l'artista autore della decorazione di S. Sofia sia quello stesso Eulalio già accertato per i SS. Apostoli e che una poesia di Teodoro Prodromo, scoperta da A. Maiuri (Cod. Vat. 1823, P 95, in Byzantinische Zeitschr., 21 [1912], p. 654 sgg.; 23 [1914-19], p. 390 sg.), cita fra i «principi della pittura». Il Cristo ha nella sinistra un libro aperto con la scritta in greco: "Pace a voi; io sono la luce del mondo"; a sinistra si prostra un imperatore, diademato e nimbato, le mani supplici. Ai lati di Cristo sono due dischi, a sinistra il busto della Vergine, a destra un angelo. L'imperatore prega e implora, la Vergine intercede e l'angelo sta di guardia alla chiesa. Non sembrano però prive di fondamento le obiezioni mosse a questa interpretazione da C. Osieczkowska (La mosalque de la Porte Royale à SteSophie de Constantinople et la lisonie de tous les Saints, in Byzantion, 9 [1934], pp. 41-81); cf. J. D. Stefanescu, Sur la mosalque de la Porte Imperiale à Ste-Sophie de Constantinople, ibid., pp. 517-23; F. Dölger, Justinians Engel an der Kaiserfür der H. Sophia, ibid., 10 [1935], pp. 1-4; Ch. Martin, Les mosalgues du narthex de Ste-Sophie à Constantinople, in: Nonv. revue théologique, 62 [1935], pp. 639-441: l'Imperatore prega e implora, la Vergine intercede e l'Angelo, anoniuos, volto quasi di fronte come estraneo al resto, sta di guardia a tutela della chiesa.
Alcuni nell'imperatore vedono Basilio I (867-86); il Whittmore invece l'identifica con Leone VI il Saggio (886-912) e pensa che l'attuale musaico abbia sostituito uno più antico. La lunetta restaurata nel vestibolo meridionale ha, fra due dischi con i nessi MP GY, la Madonna assisa in trono. Essa sostiene con la sinistra il Bambino, mentre gli appoggia la destra sulla spalla. Ai lati si avvicinano reverenti e nimbati due imperatori con i nomi e titoli scritti dietro. A destra è Costantino «grande re fra i santi». Egli si avvicina alla Vergine sorreggendo sulle mani il modello di una città. L'altro imperatore, a sinistra, è Giustiniano «re di illustre memoria». Egli porge il modello di S. Sofia. Il Whittmore lo data alla fine del sec. Ix e pensa che l'immagine della Vergine sia una delle prime in S. Sofia dopo le lotte con gli iconoclasti, (cf. P. Dvornik, Lettre à M. H. Grégoire à propos de Michel III et des mosalgues de Ste-Sophie, in Byzantion, 10 [1935], p. 5 sgg.: cita due omelie da cui si desume che in quell'epoca [842-867] le icone erano ancora poche in S. Sofia, se il patriarca, sotto forma di preghiera, formola in esse il voto che il sovrano perseveri nell'opera pia di ripristinare le immagini), forse per il ritorno a C. della immagine della Theotokos dopo la vittoria di Giovanni Zinssces su Sviatoslav (971) : quindi di poco anteriore ai restauri eseguiti tra il 986 e il 994 . All'inizio del sec. xI, lo assegnerebbe invece Ch. R. Morey (The mosaic of Haghia Sophia, in The art bulletin, of metropolitan museum, 2 [1941], pp. 201-10); opinione non accolta da T. Whittmore (On the dating of some mosaics in Haghia Sophia, ibid., 5 [1946, 1], pp. 34-46 ), il quale menziona una scena di Deesis inedita, nella balconata sud, cui appartiene una bella figura di s. Giovanni Battista. Stile, costumi, contenuto distinguono questo ciclo musivo dal seguente, con coppie imperiali e lunghe iscrizioni. Esse si succedono nella galleria meridionale, e sembra ve ne fossero altre.
Le prime di esse mostra, come si rileva dalle iscrizioni, l'imperatrice Zoe e il marito Costantino IX Alonomaco (1042-54), ai lati di Cristo, IC XC, con nimbo crudigero. Dallo stesso lato è l'imperatore, anziano, con barba, mustacchi e coronato. Zoe tiene un rotolo legato, si cui è ripetuto il testo dell'iscrizione relativa a Costantino. Il Whittmore suppone che in origine l'imperatore rappresentato fosse Michele V Kalaphates, secondo marito di Zoe (1041-42); morto questo e passata a nuove nozze con Costantino, l'imperatrice avrebbe fatto non solo modificare il testo delle iscrizioni ma lo stesso volto dell'imperatore. Il secondo quadro musivo, distrutto in parte, in basso rese al centro la Theotokos M-PGY in piedi, col Bambino in
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(da A. Van Millingen, The chateh of St. Eirene at Constantiongle, Orford 1311, lue. 1)
Costantinopoli - Pianta della chiesa di S. Irene.
braccio. Alla sua destra è l'imperatore Giovanni Comneno (1118-43) come insegna l'iscrizione. Dal lato opposto è l'imperatrice Irene. Anch'essa porge il solito rotolo.
Dopo qualche anno, con ogni probabilità, lo stesso ignoto artista aggiunse l'immagine di Alessio Comneno. Il musaico è di poco posteriore al I122, mentre quello di Giovanni e Irene deve essere stato eseguito nell'autunno del 1118 , per la loro ascesa al trono.
Biol.: Paulus Silentiorius, 'Ewggnng vob voob 'Ayiag Zoglag, in Corpus Script. hist. byzanti., XXI, Bonn 1837; W. R. Lethaby e H. Swainson, The church of S. Sophia, Constantinople. A study of byzantine building, Nuova York-Londra 1894; E. M. Antoniadi, Haghia Sophia ('Ewggnng vig 'Ayiag Zoglag), 3 voll., Atene 1907-1909; J. Ebersolt, Ste-Sophie de Constantinople, Etude de topographie, d'après les cérémonies, Parigi 1910; A. Gabriel, Le musée de S. Sophie, in Gazette des beaux-arts, 1936, pp. 239-46; W. R. Zaloziochy, Die Sophienkirche in Konstantinopel und ihre Stellung in der abendländischen Architehtur (Pont. ist. arch., Studi ant. crist., 12), Roma 1936; A. M. Schneider, Die Haghia Sophia zu Constantinopel, Berlino 1939; E. H. Surft, Hagia Sophia, Nuova York 1940.
Chiesa dei SS. Sergio e Bacco. Fu certo iniziata dopo il 527, imperante Giustiniano, ed è menzionata per la prima volta negli atti del Sinodo tenutosi in C. il 536; subito accanto ad essa e, a quanto si dedurrebbe da Procopio (De aedificiis, I, 4), poco tempo prima era sorta un'altra chiesa dedicata ai ss. Pietro e Paolo. I due edifici vennero così ad avere in comune l'atrio e il narroce e dipendevano da un unico igumeno, preposto al convento di cui facevano parte. Sempre da Procopio si sa che la prima chiesa, presto scomparsa, era a forma basilicale; la seconda, oggi convertita in moschea (Küçük Aya Sofia Gâmi'), è giunta fino a noi in buono stato di conservazione. Dal nome con cui è ora nota appare che da tempo essa era paragonata a S. Sofia, non tanto per la sua configurazione architettonica quanto per la devozione di cui fu sempre fatta oggetto da parte degli imperatori e per la ricchezza della sua decorazione.
Oltremodo singolare è la planimetria dell'edificio; esso è preceduto da un nartece da cui ha inizio la scala per accedere al matroneo; la chiesa vera e propria consiste in un quadrato esterno, con quattro nicchioni agli angoli, entro cui è iscritta la navata centrale ad ottagono, dif. ferentemente orientata, si che gli assi dei due ambienti sono obliqui fra loro. E probabile che tale espediente sia stato richiesto dalla necessità di adattare questa nuova chiesa a quella già esistente; tuttavia l'architetto, adottandolo, ha ottenuto di poter aumentare la cupola di quattro metri, rispetto a quella che ne sarebbe venuta
se tutta la costruzione avesse avuto un asse unico. Al tempo stesso, però, si è preoccupato di porre su una stessa linea i centri dell'accesso principale fra il nartece e l'interno della chiesa, della cupola e dell'abside, che perciò non è nel mezzo della parete in cui si apre. Si ha così subito all'interno un peribolo di larghezza variabile, coperto a volta, comunicante con l'aula centrale attraverso gli intercolunni, posti fra gli otto piloni sostenenti la cupola, dei quali quelli corrispondenti ai lati obliqui dell'ottagono sono in curva, dando origine ad altrettanti emicicli, che, per l'anomalia sopra notata, non coincidono con le nicchie del muro esterno. Ogni intercolunnio ha due colonne ( 16 in tutto) di breccia di verde antico e di breccia rossa a coppie alternate, cui corrispondono altrettante nel matroneo, sostenuto da una piattabanda continua, in luogo delle arcate ormai ovunque usate in altri edifici contemporanei, come S. Sofia e S. Irene. Su queste seconde colonne si impostano successivamente archi diritti e le calotte emisferiche degli emicicli. La trabeczione dell'ordine inferiore segue lo stesso movimento sinuoso delle murature, interrompendoci in corrispondenza dell'abside; riccamente decorata da elementi vegetali intagliati quasi a giorno, che la ricoprono come di un fine merletto, essa reca scelpita su una fascia del fregio, in lettere capitali a rilievo, alte 20 cm ., la lunga iscrizione di 12 versi, con l'elogio di s. Sergio, di Giustiniano che lo venerava come un suo particolare protettore, e di Teodora. "Altri sovrani - essa dice - hanno onorato mortali il cui lavoro fu vano; il nostro Giustiniano, insignito dello scettro, ad alimentar la pietà onora con un superbo edificio Sergio, servitore di Cristo, il Creatore dell'universo, colui che néle fiamme né la spada né le altre torture hanno potuto scuotere e che per amor di Cristo Dio ha sfidato la morte e meritato col suo sangue la dimora celeste. Possa egli in ogni cosa proteggere l'Impero del sovrano dall'occhio vigilante e accrescere il potere di Teodora, coronata da Dio, di lei la cui pietà fa risplendere lo spirito, la cui opera è infaticabile nei suoi sforzi per nutrire i poveri».
Grande è la varietà di forme e di ornati dei capitelli a cesto costolato, crateriformi, cubici e ionici, lavorati anch'essi a traforo, spesso recanti, entro cerchi formati dal fogliame stesso che li adorna, i monogrammi di Giustiniano o di Teodora. La cupola, di materiale leggero, si racconta all'ottagono di base con un movimento di sedici segmenti restringentisi verso l'alto, fino a congiungersi in un medaglione centrale; di essi otto sono concavi e poggiano sui piloni, gli altri otto, a costa piatta, si posano
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direttamente sui quattro archi e sulle quattro calotte e alla loro base si aprono finestre a picno sesto. La cupola quindi, a differenza di monumenti anteriori, non si riposa direttamente sui muri esterni, ma a questi trasmette la spinta con un ingegnoso sistema di contrafforti e di archi dissimulati nelle vòlte delle gallerie inferiori e delle tribune.
Nulla più appare dei marmi, dell'oro e dei mussici, che, secondo un cronista, "eclissavano il sole" e devono forse considerarsi perduti. Ma l'originale concezione architettonica, tante volte rievocata in confronti con altre soluzioni simili - valga per tutte quella di S. Vitale a Ravenna - e la sua fantasiosa e abbandonante decorazione scultorca ne fanno pur sempre la più vicina competitrice di S. Sofia, anche se questa resta la realizzazione di gran lunga maggiore della genialità di Giustiniano e degli artisti del suo tempo.
Bibl.: H. Swainson, Monograms of the capitals of St. Sergius at Constantinople, in Byz. Zeitschr., 4 (1892), p. 108 sg.; A. E. Henderson, The Church of the SS. Sergius and Burchas, in Boulder, 8 genn. 1906, pp. 4-8, con 8 disceni e 4 tavv.
Chiesa di S.Irene. Intimamente connessa con S. Sofia, essa ne condivise in certo modo le vicende. Piccolo santuario ancora prima che Bisanzio fosse eretta a capitale, tanto da essere distinta con l'appellativo di "antica" in confronto di altre sorte più tardi con lo stesso titolo, essa venne ingrandita dall'imperatore Costantino: la denominazione non si riferisce ad alcuna persona, ma, come per S. Sofia, fu ispirata dallo stesso concetto di glorificare Dio, e di riflesso l'imperatore in vero, nelle sue varie manifestazioni. Nel ybe essa funzionava da Cattedrale della città, ma al tempo stesso aveva in comune con S. Sofia l'atrio e il clero, si da costituire quasi un unico santuario, denominato "la grande Chiesa". Non sfuggì quindi neppure essa all'incendio del 532 , a seguito della insurrezione di Nika. Fu pertanto compresa nel piano di ricostruzione di Giustiniano, che vi fece scolpire sui capitelli il suo monogramma di basileùs e quello di Teodora, ed ebbe proporzioni grandiose, inferiori solo a quelle di S.Sofia. Scampata all'incendio del 564 , fu invece duramente provata dal terremoto del 740 , regnante Leone III l'Isaurico; l'esame delle murature del monumento rivelano infatti che tutta la parte superiore dové allora crollare. Non può dirsi quando la Chiesa fu ricostruita: comunque essa era troppo importante per poter essere a lungo negletta. A giudicare dai mosaici superstiti, privi di figure, il restauro dové essere compiuto mentre perdurava l'influenza degli iconoclasti. Da questa epoca non sembra che l'edificio abbia subito altre sostanziali modifiche: i Turchi non lo convertirono in moschea, ma ne fecero un arsenale bellico, oggi museo di armi. Esso ci è quindi sostanzialmente pervenuto nella veste che assunse alla metà del sec. viII. La chiesa, preceduta dall'atrio e dal nartece, ha la forma di una basilica, con le navate laterali separate dalla centrale da una serie successiva di un primo pilastro (avanzo della

una duplice iscrizione, e come incorniciatura della conca dell'abside, nella quale, sul fondo d'oro, spicca una croce latina delineata in nero con le punte dei bracci madreperlocci, poggiata su un sostegno a tre gradini. Se la croce, come sembra probabile, ha sostituito ad opera di Leone l'Isaurico figurazioni da lui fatte cancellare, si possono invece considerare giustinianee le altre parti decorative, fresche di toni, ove dominano i verde e i bleu; la stessa iscrizione, allusiva alla Resurrezione, presenta grandi analogie epigrafiche con quella dei SS. Sergio e Bacco. L'architettura di S. Irene, con le sue due cupole, contraffortate dalle vòtte a botte prolungate fino ai muri esterni, rappresenta un tipo di transizione : rammenta i monumenti precedenti e annuncia quelli che seguiranno, specie il tipo con la piante a croce greca, di cui ha già realizzato il sistema costruttivo.
Bibl.: W. S. George, The church of St."Eirene at Constantinople, Oxford 1912.
Delle numerosissime chiese esistenti in C., solo quelle sopra descritte si sono conservate fino a noi in modo da potervi riconoscere le antiche forme architettoniche e, almeno in parte, l'originale decorazione. Tutte le altre, danneggiate più o meno gravemente e poi restaurate o ricostruite, quando non furono addirittura abbandonate e distrutte, solo in qualche caso possono essere identificate con certezza attraverso i pochi resti della loro veste primitiva. Specialmente la trasformazione in moschee, dopo la conquista turca, ha il più delle volte cosi profondamente alterato il carattere di molte chiese bizantine da renderle irriconoscibili.
Si possono tuttavia elencare ancora, con cognizione di causa, per il sec. vil la chiesa di S. Andrea di Krissi e della Vergine Diaconissa; per il sec. viI quella sud della Theotokos Panachrantos (Immacolata), e quella della Theotokos Pammakaristos; per il sec. ix di S. Teodosia e dei SS. Pietro e Marco; per il sec. x la chiesa del Myrelaion e quella nord della Panachrantos; per l'xi le chiese di S. Tecla, di S. Salvatore in Chora, di S. Salvatore Pantepoptes e del Pantochrator; per il sec. xII di S. Teodoro e di S. Giovanni in Trolla. In quanto si riferiscono ad un monumento tra i più antichi sono infine da
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citare i musaici con cui, dopo i danni innumerevoli arrecati alla città dalla conquista dei Latini, fu decorata nel sec. xiv la chiesa di S. Salvatore in Chora, "fuori le mura", più volte rinnovata ma conservante ancora parte delle antiche strutture giustinianee. Opera di due diversi artisti, ma quasi contemporanei, le numerose scene da essi elaborate si fanno notare per l'eccellenza del disegno e la morbidezza dei colori a toni sfumati, cui contrasta la decadenza della miniatura nello stesso periodo (A.Muñoz, I mosaici di Kahríé Giomi in Costantinopoli, in Razz. ital., Costantinopoli, marzo 1906, in anche bibl. precedente). - Vedi tavv. XLl-XLlV.
Bibl.: Densi e documentati capitoli sono dedicati ai nostri monumenti in tutte le storie dell'arte e nei manuali di arte bizantina, fra cui v. Ch. Dicht, Monuments d'art byz.,II, 2ª ed., Parigi 1927, p. 143 sgg . Fra le opere più specialmente dedicate alle chiese di C. v., in ordine cronologico: C. Du Cange, Constantinopolis Christiana, Parigi 1680; W. Salzenberg, Altchristliche Bandenkanäler von Constantinopel, Berlino 1834; D. Fulgher, Les anciennes églises byzantines de Constantinople, Vienne 1880; A. Van Millingen, Byzantine Constantinopel, Londra 1899; id., Byzantine Churches in Constantinopel, their history and architecture, ivi 1923; J. Ebersolt e A. Thiers, Les églises de Constantinopile (Monuments de l'art byzantin, 3), Parigi 1912 (con un album di tavole); K. Wulzinger, Byzantinische Denkmäler zu Konstantinopel, Hannover 1925; J. Ebersolt, Monuments d'architecture byzantine, Parigi 1934; C. Alzonne, Instaubal, ivi 1947.
Renato Bartoccini
COSTANZA. - Virtù morale, che dà all'anima la continuità nell'operare il bene, premunendola contro le difficoltà che provengono dall'esterno: scoraggiamento, delusioni, rilassatezza, derisioni, biasimi, lusinghe, esempi cattivi, persecuzioni (cf. Sum. Theol., 2ª-2^{\mathrm{ae}}, q. 137, a. 3). E virtù potenziale della fortezza. La sua importanza si deduce dal fatto che alla natura umana decaduta l'operare il bene impone sempre uno sforzo; tanto più, quando alla debolezza della natura vengono ad aggiungersi le altre difficoltà sopraccennate, le quali possono in certe circostanze ed ambienti imporre un tenore di vita eroico. Il formare il "fortem et tenacem propositi virum" di Orazio (Carmina, III, 3) richiede una volontà risoluta a durare, avvenga quello che vuole. Senza c., inoltre, anche tutte le altre virtù e propositi di bene o rimangono lettera morta o sono condannate alla sterilità. Per questo la S. Scrittura insiste sulla necessità, specialmente nella vita spirituale, della c. (Eccli. 2, 16; 27, 12; Ps. 17, 38; Mt. 10, 22; Io. 4, 34; 17, 4; I Cor. 9, 24; 15, 58; II Io. 8, 9, ecc.); che poi, in fondo, si riduce alla massima del buon senso popolare: «chi la dura la vince».
La c., come tutte le altre virtù morali, può essere acquisita o infusa. Acquisita, quando nel semplice campo naturale la si conquista con la ripetizione degli atti (un piccolo sacrificio al giorno, un'azione buona al giorno, un proposito, un impegno da osservare con cura speciale un determinato numero di giorni) e serve fondamentalmente alla formazione del carattere e della personalità; infusa, che scende nell'anima con il Battesimo e vi opera
nel campo soprannaturale, e si acquista mediante la preghiera, la considerazione delle gioie celesti e della vanità di quelle transitorie della terra; della bellezza eroica, per quanto nascosta, del sacrificio, anzi anche dell'adempimento del dovere quotidiano; della reversibilità della forza e della grazia, che ogni azione di ciascuno opera nelle anime altrui.
Bibl.: Sum. Theol., 2ª-2^{\mathrm{ae}}, qq. 137 e 138; J. Blanc, Constance, in DThC, coll. 1198-1200; O. Zimmermann, Lehrbuch der Aszetib, Friburgo in Br. 1920, pp. 450-52. Celestino Testore
COSTANZA. - Città e antica diocesi della Germania meridionale, situata sul lago omonimo e sul Reno, presso i confini con la Svizzera. Ha una popolazione prevalentemente cattolica. La diocesi venne fondata verso la metà del sec. vi per l'evangelizzazione della regione, fu in un primo tempo suffraganca di Besançon e poi di Magonza.
Alcuniritengono che in C. sia stato trasferito il vescovato di Vindonissa, ma L. M. O. Duchesne (Fastes épiscopaux de l'ancienne Gaule, III, Parigi 1915, pp. 21 sg. e 259) e M. Besson (Recherches sur les origines des éedchés de Genève, Lausanne et Sion, Friburgo 1908, p. 140 sgg.) sostengono che Vindonissa debba identificarsi con Avranches.
Il primo vescovo conosciuto è Gaudenzio, m. nel 613. Sono poi da ricordarsi Salomone I (839-71), Salomone III (890-919), s. Corrado (935-75), Gerardo II (979-95). I suoi confini si estesero tanto da divenire la più ampia diocesi della Germania. Comprese dieci arcidiaconati e 64 decanati.
Nel 1435 la diocesi comprendeva 17.060 sacerdoti, 1760 parroci e 350 monasteri, tra i quali i più celebri furono quelli di Reichenau e di S. Gallo (v.). Quest'ultima abbazia sostenne una lunga contesa con i vescovi di C. durante i secc. xvir e xvir.
La diocesi di C. cominciò a perdere la sua importanza fin dalla metà ca. del sec. xv. Nel 1821 il papa Pio VII erigeva l'arcidiocesi di Friburgo nel Baden e sopprimeva la diocesi di C.
La chiesa cattedrale era quella di S. Maria (MarienMünster) eretta nel sec. vi al disopra di un castello romano; al tempo del vescovo Lamberto (995-1018) fu costruita la cripta; fu restaurata sotto Gerardo III nel 1089; edificio cruciforme, a tre navate divise da colonne; il coro è dovuto a Simone Haider e a Nicola da Leida (sec. xv). S. Giacomo (Schotten) fu fondato nel 653 , S. Giovanni'eretto nel 1276, S. Stefano, d'età romanica, ingrandito nel sec. xv. Si ricordano poi i conventi dei Francescani, dai Domenicani e degli Agostiniani, tutti del sec. xiri, e il collegio dei Gesuiti (1592-1774), con chiesa barocca.
Bibl.: P. Ladewig, A. Cartellieri, K. Rieder, Regesta episcoparum Constantinopium, 2 voll. con appendice, Innsbruck 18861905; J. Sauer, Die Anfänge des Christentums und der Kirche in Baden, Friburgo in Br. 1911; P. Fr. Kehr, Germania Postificia, II, i, Berlino 1923, p. 120 sgg.; II, II, Ivi 1927, p. 1 sgg.; K. A. Fink, Die Stellung des Kunstsaczer Bistums zum päpstlichen Stuhl in Zeitalter des aviguonesischen Exils, Friburgo in Br. 1931.
Il Concilio di C. - Fu indetto con solenne bolla del 30 ott. 1413 da Giovanni XXIII, indotto
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(per cartina di S. Eta. il Presidente del Consiglio delle Rep. Tarsio) INTERNO DI S. SOFIA
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(do A. M. Schaeider, Die tingin Sophia zu Kunstantinopel. Berliwo 1939, far. 62)

(per cortesia di S. Ece. il Presidente del Consiglio della Rep. Turen)
In alto: MARIA S.MA TRA GIUSTINIANO L CUSTANTINO. Musaico della lunetta del vestibolo meridionale - Costantinopoli, Chiesa di S. Sofia. In basso: IL CASTELLO DI RUMELIHISARI SUL BOSFORO costruito nel 1452 da Maometto II, visto dalla riva asiatica.
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dall'insistenza di Sigismondo re d'Ungheria e poi re di Germania. Primo scopo era quello di ridare pace ed unità alla Chiesa straziata da uno scisma che durava dal 1378, divisa com'era in tre ubbidienze: quella di Benedetto XIII, l'antipapa avignonese, quella di Giovanni XXIII dell'ubbidienza di Pisa e quella del legittimo pontefice Gregorio XII, il vero successore di Urbano VI. Secondo scopo era quello di promuovere la riforma della Chiesa e la condanna delle

(du M. Gores e D. Merter, Histoire générale des religions. Cricliantione militèral, Parigi III, p. 27)
crescato di Sigismondo; invece nelle "tumultuose sedute dal 29 marzo al 6 apr. si riconobbe legittimamente radunato, negó a chiunque il diritto di scioglierlo o trasferirlo e decise di dover continuare nell'opera di pacificazione e riforma della Chiesa. Con questo esso si metteva al disopra di un papa del quale per conto proprio aveva riconosciuta la legittimità. Giovanni, dopo lungo tergiversare, dovette cedere e rendersi prigioniero del Concilio, che, fattogli il processo, lo condannò alla deposizione (29 maggio). Giovanni accettò la sentenza. Gregorio XII invece inviò come suo rappresentante presso re Sigismondo Carlo Malatesta signore di Rimini con facoltà di trattare la sua rinuncia; il card. Giovanni Dominici convocò in suo nome il Concilio comunicandogli la facoltà di provvedere nel miglior modo al bene della Chiesa e presentò la formale rinuncia di Gregorio (4 luglio); cosi il legittimo Papa salvaguardava la sua dignità, sacrificandosi per la pace e la concordia. Benedetto XIII non volle superne di presentarsi né di rinunciare; si passò sopra alle sue proteste e gli si fece il processo che finì con la deposizione ( 26 luglio 1417).
In questo lungo intermezzo il Concilio aveva affidato al card. Pietro di Ailly, arcivescovo di Cambrai, e ad uno speciale tribunale la causa di Giovanni Hux e di Girolamo di Praga che, quali eretici impenitenti, finirono sul rogo. Bisognava quindi provvedere a dare un capo alla Chiesa : furono ammessi all'elezione tutti i-cardinali presenti da qualunque dei pontefici fossero stati nominati: erano 23 e ad essi furono aggiunti 30 elettori scelti dal Concilio fra le diverse nazioni. Entrarono in Conclave nel palazzo della città l'8 nov. 1417 e l'i i fu eletto il card. Oddone Colonna col nome di Martino V. Dopo avere promulgato alcuni decreti di riforma e particolarmente imposta la periodicità dei concili ecumenici, il Concilio si sciolse il 21 marzo 1418 nella 45ª sessione con una generica approvazione del Papa. Il lungo scisma era cosi terminato; ma non erano tolte di mezzo le sue conseguenze: i sentimenti
di sospetto e di gelosia fra nazione e nazione, la diffidenza contro la Sede Apostolica, alla quale si attribuiva la principale responsabilità dei malanni passati, quella specie di superiore tutela che il Concilio aveva tentato di arrogarsi sulla Chiesa col ritenersi l'ultimo supremo arbitro nelle cose di fede e di disciplina. Gli abusi, che, a motivo dello scisma, erano enormemente cresciuti, non furono più potuti estirpare, causa appunto il mal volere di coloro, chierici e laici, che ne approfittavano, mentre se ne addossava volentieri tutta la colpa alla Curia romana.
BibL.: Mansi,
XXVII, 28; H. van der Hardt, Magnum necumenicum. Constantienze Concilium, 6 voll., Fran-- coforte e Lipsia 1602 1700; H. Finke, Acta Concilii Constantiensis, 4 voll., Münster 18061928; oltre particolari pubblicazioni di fonti. Hefele-Leclercq, VII, p. 167 sgg.; L. Sslemhier, Le grand schisme d'Occidens, Parigi 1902. p. 291 sgg.; E. Walser, Die Konziilen von Konstanz und Basel, Zurigo s. d.; L. Cristiani, Constance (Con. cile de), in DDC, IV (1949), coll. 390-424.
Pio Paschini
COSTANZA
(Flavia Iulia Constantia). - Figlia di Costanzo Cloro e di Teodora, sorellastra di Costantino Magno. Nel 313 per ragioni politiche andò sposa a Licinio che seguì a Nicomedia. Scoppiata la guerra tra Licinio e Costantino, C. cercò invano di mettere pace tra i due contendenti. Dopo la morte del marito rimase in buoni rapporti col fratello. Spinta da Eusebio di Nicomedia, appoggiò gli ariani ed intervenne al Concilir di Nicea del 325.
BibL.: J. Burckhardt, Die Zeit Constantins des Grossen, II, 3^{°} ed., Berlino 1929, pp. 262, 276, 309; R. Paribeni, Da Diocleziano alla caduta dell' Impere d'Occidente, Bologna [1941], pp. 8o, 82.
Agostino Amore
COSTANZA, mausoleo di Santa. - Fu costruito da Costantina o Costanza figlia dell'imperatore Costantino, come suo mausoleo, quando intorno al 337 si stabili nel praedium sulla via Nomentana (cf. F. Savio, Costantina figlia dell'imperatore Costantino Magno e la basilica di S. Agnese a Roma, in Atti dell'Accad. delle Scienze di Torino, 42 [1907], pp. 659, 732). Elementi di recente tornati in luce possono confermare la sua utilizzazione anche a battistero. In un periodo distinto da quello della costruzione fu aggiunto il recinto ellittico speronato che limita un campo di inumazione. Trasformato in chiesa, sembra fosse restaurato al tempo di Innocenzo III; Alessandro IV vi consacrò un altare (1256). Dagli artisti del Rinascimento, che spesso lo ritrassero nei loro disegni, l'edificio era considerato un tempio di Bacco. Al principio del sec. XVII (1620) fu restaurato dal card. Fabrizio Veralli, che distrusse i resti di musaico della cupola.
La costruzione è di pianta circolare, preceduta da un atrio a forcipe; dodici coppie di colonne disposte radialmente e ad intervalli alquanto irregolari, in modo da accennare ad una croce, sono raccordate da create sulle quali si imposta il tamburo con ampie finestre centinate e la cupola. Quest'ultima è a nervature meridiane in laterizio collegate da un getto a concrezione. Fra il vano centrale ed il muro di perimetro corre un ambulacro
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(fel. Soprintendenza ai monumenti del Lazio)
Costanza, mausoleo di S. - Pianta del mausoleo di S. C. - Roma.
coperto in vòta a botte, scarsamente illuminato da piccole finestre. All'esterno sono ancora tracce di un porticato coperto a vòlta ed avente solo funzione decorativa. Nel muro perimetrale si aprono all'interno nicchie alternatamente semicircolari e rettangolari - motivo tipico dei mausolei - e in corrispondenza dei bracci della croce absidale e nicchioni. Il potere emotivo del monumento si fonda sul contrasto fra il vano centrale illuminato e l'ambulacro in penombra. L'interesse storico dell'edificio, che è l'unico mausoleo imperiale conservato integralmente, consiste nell'essere la cupola impostata su un anello interno distinto da quello del perimetro, motivo di origine romana che troverà il suo massimo sviluppo nell'architettura bizantina.
L'interno del mausoleo era decorato splendidamente: la cupola con musaici rappresentanti forse scene del Vecchio e Nuovo Testamento e il tamburo con tarsie di marmi; delle une e degli altri si hanno solo scarsi ricordi grafici del sec. xvı. I musaici della vòta anulare sono conservati, se pure assai alterati dai restauri del sec. xix; vari scamparti riprendono motivi geometrici o a fasce o a cerchi tratti dai pavimenti musivi romani e da stoffe, altri dipendono da litostrati del tipo asároton, depurato però da ogni troppo crudo realismo; in altri ancora sono tralci di vite con busti e scene di vendemmia, evidente allusione alla "vinea Domini». Analoghe scene sono sul sarcofago di porfido di Costantina ora al museo Vaticano, proveniente appunto da questo mausoleo. I musaici, che hanno carattere decorativo, sono eseguiti ancora con gusto impressionistico e sono di soggetto neutro o con allusioni vaghe alla nuova religione. Di soggetto cristiano sono invece quelli contemporanei delle absidiole con la «traditio legis» e la «traditio clavium», che sono fra gli esempi più antichi di tali soggetti. - Vedi tav. XLV.
Bibl.: J. Ciampini, De sacris aedificiis a Constantino Magno constructis, Roma 1747, p. 126; G. B. De Rossi, Musaici delle chiese di Roma, ivl 1889; H. Egger, Codex Escurialensis, Vienna 1906; C. Hülsen, Il libro di Giuliano da Sangallo, Lipsia 1910; Wilpert, Mosaiken, p. 272; R. Michel, Die Mosaiken von S. Costanza in Rom, Lipsia 1912; G. T. Rivoira, Architettura romana, Milano 1921, p. 286; C. Cecchelli, Origini del musaico paristale cristiano, in Architettura e arti decorative, 1923; P. Toecca, Storia dell'arte italiana, Torino 1927; G. De Angelis D'Ossat, Restauri in S. Costanza, in Palladio, 1940, p. 44; id., Romanità delle cupole paleocristiane, Roma 1942; A. Prandi, Osservazioni su S. Costanza, in Rendiconti dell'Accademia pontificia di archeologia, 18 (1942-43), p. 286; F. W. Deichmann, Frühchristliche Kirchen in Rom, Basilea 1948, p. 25. Guglielmo Matthiae
COSTANZO, CAMILlo, beato. - Martire nel Giappone, n. a Motta Bovalina (diocesi di Gerace) in Cala-
bria, nel 1572, entrato nella Compagnia di Gesù a Napoli l'8 sett. 1591, dopo aver preso parte, nelle truppe di Ambrogio Spinola, all'assedio di Ostenda in Fiandra. Partito nel 1602 per la missione di Cina e sbarcato a Macao nel 1605 , non potendo penetrare nell'Impero cinese, passò nel Giappone.
Dopo sette anni di apostolato, principalmente a Saccal, il bando del 1614 contro i missionari lo costrinse a ritirarsi a Macao, dove scrisse in giapponese una confutazione del buddhismo e altre opere apologetiche. Rientrato in Giappone nel 1621, travestito da soldato, fu arrestato l'anno seguente ed arso a fuoco lento a Firando il 15 sett. 1622. Fu beatificato il 7 luglio 1867 e la sua festa si celebra il 25 sett.
Bibl.: D. Bartoli, Il Giappone, IV, Torino 1823, pp. 110-14 e 229-46; L. Ch. Profillet, Le Martyrologe de l'Eglise du Japon, I, Parigi 1893, pp. 121-27; D. Taccone-Gallucci, Martiri colabresi più recenti, in Nissine storica colabrese, 12 (1904), pp. 301-408. Edmondo Lamalle
COSTANZO da Fabriano, beato. - Domenicano, n. al principio del sec. xv a Fabriano dall'umile famiglia di Bernardo de Servoli. Fu qualche tempo a Bologna, poi in Toscana, collaborando con s. Antonino al movimento della riforma regolare. Fu lettore a S. Marco di Firenze; priore a Fabriano (1440-67), Perugia e Ascoli (1459 e 1470). Assistette al Capitolo della Congregazione lombarda a Mantova nel 1474. Uomo di grande preghiera, mori ad Ascoli il 24 febbr. 148 r . Il suo culto fu confermato nel 1811.
Bibl.: T. M. Granello, Alcune memoire sul b. C. da F., Ferrara 1881; J. Taurisano, Cat. lannagriab. O. P., Roma 1918, p. 44; R. Sassi, Le pergamene dell'archivio domenicano di S. Lacio di Fabriano, Ancona 1039, pp. 47, 49, 54, 82, nn. 179, 187, 204, 14 bis.
COSTANZO I (Flavius Valerius Constantius), imperatore romano, soprannominato Cloro. Fondatore della dinastia dei secondi Flavi, n. nell'Illirico, m. ad Eboracum (York) il 25 luglio 306. Nel 289 era prefetto del pretorio sotto Massimiano di cui aveva sposato la figliastra Teodora, dalla quale ebbe sei figli, mentre dall'unione naturale con Elena, che professava probabilmente la fede cristiana o si orientava verso di essa, aveva avuto il futuro Costantino Magno. Il 1^{°} marzo del 293 fu nominato Cesare nella tetrarchia costituita da Diocleziano ed adottato

(da F. Goecchi, I urologiceti romani, II, Milano IIII, tav. III, n. 3) Costanzo I - Medaglione.
solennemente dal suocero; ebbe la diocesi della Gallia come parte dell'Impero da governare, in cui combatté e più riprese contro i Franchi e gli Alemanni. Scoppiata la persecuzione di Diocleziano, C. si mostrò molto benigno verso i cristiani, limitandosi a fare abbattere qualche chiesa (cf. Lattanzio, De morit-
bus persecutorum, 14). Divenuto Augusto il 1^{°} maggio 305, in seguito all'abdicazione simultanea di Diocleziano e Massimiano, continuò nella politica pacifica verso i cristiani. Combatté ancora contro i Pitti e gli Scoti, ma, cagionevole di salute, morì poco dopo lasciando l'amministrazione delle sue province al figlio Costantino.
Bibl.: G. Pedrotti, Storia di C. C., Girgenti, 1904; L. Cantarelli, Per la storia dell'imperatore C. C., in Atti dell' Accad. pont. di arch. Memorie, 1 (1923), pp. 316-36; E. Stein, Geschichte
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des spätrömischen Resches, I, Vienna 1928, pp. 98-125; J. Burckhardt, Die Zeit Constantins des Grossen, II, 3ª ed., Berlino 1929, pp. 33-78; R. Andreotti, C. C.. in Didachalvino, 8 (1930, 1), p. 156 sg.; 9 (1930, II), p. i sg.; R. Paribeni, Da Diocleziano alla caduta dell'Impero d'Occidente, Bologna [1941], pp. 46-48.
Apostino Amore
COSTANZO II (Flavius Iulius Constantius), IMPERatore. - Figlio di Costantino il Grande e di Fausta, n. il 7 ag. 317 , probabilmente a Sirmio, nominato Cesare l'8 nov. 324, divenne Augusto non ancora ventenne alla morte del padre, il 22 maggio 337, insieme con i suoi fratelli Costantino II e Costante. Il padre gli aveva assegnato, come parte dell'Impero, l'Egitto, la Siria e l'Asia Minore. Subito dopo la morte di Costantino, vennero uccisi dai soldati il fratellastro di lui, Giulio Costanzo, con i suoi figli Dalmazio Cesare, Annibaliano re del Ponto ed altri parenti. Non consta se C. sia stato l'autore di questi crimini o soltanto consapevole, ma tutti lo credettero colpevole e lui stesso ne sentì rimorso per tutta la vita (Gregorio Naz., Orat., 21, 26).
I tre fratelli si incontrarono nel sett. 337 a Viminacium sul Danubio e stabilirono la spartizione dell'Impero. La parte dell'ucciso Dalmasio, la Tracia con Costantinopoli, venne assegnata a Costante, poi (339) a C. Nei primi anni C. risiedette per lo più ad Antiochia, sempre occupato nella lotta contro i Persiani. Alla morte di Costantino II, nel 340, C. dominò d'allora in poi tutto l'Oriente, in questo tempo la parte più potente dell'Impero. Nel 350 l'usurpatore Magnenzio con l'uccisione di Costante s'impadronì della Gallia, dell'Italia e dell'Africa. C. creò Cesare suo cugino Gallo, figlio di Giulio Costanzo, ucciso nel 337. C. vinse Magnenzio nella sanguinosa battaglia di Mursa ( 28 sett. 351) e lo perseguitò in Gallia, dove Magnenzio finì suicida (Lione, 10 ag. 353). Nel 354 C. fece giustiziare anche Gallo e nominò Cesare Giuliano, fratellastro del defunto ( 6 nov. 354 ). Dal 350 in poi C. risiedette per lo più a Sirmio. Nel 357 fece l'unica sua vi-

(da J. Burckhardt, Die Zeit Constantins des Grossen, Vienna c. d., Ias. III)
Costanzo I, Cloro - Testa in bronzo (sec. III-IV).
Mimaco di Baviera, glipistoca.

(da F. Gurecki, I medadinei romani, I. Milano (Bll. Iav. II. I) Costanzo II - Medaglione aureo.
sita a Roma. Quando nel 361 le truppe di Giuliano a Parigi lo proclamarono Augusto, C. sospese la sua spedizione contro i Persiani e si mosse a combattere il ribelle, ma la morte lo colse a Mopsuccene in Cilicia il 3 nov. 361, battezzato dal vescovo ariano Euzoio, all'età di soli 45 anni.
Benché sia possibile seguire i passi di C. quasi anno per anno, sulla personalità e sul carattere di lui si è meno informati che sulla personalità e sul carattere di Costantino. C. appare piuttosto mediocre, senza slancio, né fascino personale; sotto di lui il prestigio dell'Impero cala sensibilmente. Superava però suo padre nell'ostinazione della politica religiosa. Costantino voleva apparire e essere il benefattore della Chiesa, C. voleva esserne il padrone; e fu il primo vero rappresentante del cosiddetto cesaropapismo.
Era ariano convinto, grazie alla formazione religiosa ricevuta negli ultimi anni di Costantino, quando l'influsso di Eusebio di Nicomedia dominava alla corte. Finché visse suo fratello Costante, che aderiva al Concilio di Nicea, si dovette sentire alquanto costretto, benché già in questo tempo proteggesse Macedonio di Costantinopoli e combattesse Atanasio. Ma dopo la morte del fratello (350) e la vittoria sull'usurpatore Magnenzio (351), si attribuì gli epiteti Aeternitas mea (Ammiano, Rev. gest., XV, 13) e Episcopus episcoporum (Lucifero, Moriendum esse pro Dei filio, 13), terrorizzò i Sinodi di Arles (353) e di Milano (355) e tentò di intimidire papa Liberio (v.). Dopo il 358 , sotto l'influsso di Basilio d'Ancica, C. si staccò dagli ariani estremisti (anomei), anzi si diede a perseguitarli, senza però allentare la pressione sugli ortodossi nei Sinodi di Rimini e Seleucia. Con la scomparsa di C. l'arianesimo dell'Impero svanì rapidamente, segno che egli ne era stato il principale sostegno.
Sulla portata delle leggi di C. contro i sacrifizi pagani (Cod. Theod., XVI, 10, 2 del 341; 10, 4 del 356; 10, 5 del 353) e contro gli indovini e astrologi (Cod. Theod., IX, 16, 4, 5, 6,) gli autori moderni sono di opinioni divergenti (cf. Pliche-Martin-Frutaz, III, nn. 172, 184-87). La loro ripetizione sembra indicarne la scarsa efficacia. C., come il padre Costantino, ritenne il titolo di Pontifex Maximus.
Bisc.: Fonti : sono quelle generali del sec. Iv. Ammiano Marcellino, Socrate, Sozomeno, Teodoreto, e per la politica religiosa in specie, i De synodis di Atanasio e di Ilario. Non c'è studio monografico moderno su C. Per la cronologia; O. Seeck,
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s. v. in Pauly-Wissowa, ;VII, coll. 1044-94; id., Regesten der Kaiser und Pöbste (1919). Per il resto bisogna consultare le opere di indole generale, come Pliche-Martin-Frutoz, III, nn. 103-69; v. anche la bibliografia delle voci arianestate; atanasio, santo; liberio.
Ludovico Hertling
COSTA RICA.- I. Geografia. - La più piccola delle Repubbliche centroamericane affacciate su ambedue gli oceani : 50 mila kmq . (le cifre relative sono poco sicure), con meno di 800 mila ab. ( 472 mila nell'ultimo censimento, che risale al 1927). Della popolazione il 90 \% è rappresentato da creoli, il 6 \% da amerindi e meticci, il 4 \% da negri e mulatti. Il paese è costituito da due zone pianeggianti, prossime al mare, separate da un esile diaframma montano interno. Il clima è tropicale, caldo, uniforme, umido, con differenze locali dovute all'altitudine. L'economia nazionale è essenzialmente imperniata sulle piantagioni e soprattutto sul caffè (di qualità pregiata) e sulle banane (esportate negli Stati Uniti), cui seguono il cacao, la canna da zucchero, la frutta, ecc. Tra i minerali l'oro e l'argento. Anche le foreste consentono buoni profitti (legnami per costruzioni aeronautiche). Le industrie sono appena agli inizi.
C. R. è una repubblica unitaria rappresentativa con un'unica Camera. La capitale, Sāo José ( 80 mila ab.) è unita per ferrovia ai due porti di Limón sul Mar Caraibico e di Puntarenas sul Pacifico. Appena un 5 \% della popolazione professa culti pagani; religione dello Stato è la cattolica.
| Province | Superfice in 1000 kmq . | Popola2- <br> 1945 <br> (in 1000 ab.) | Capoluogo popolaz. (in 1000 ab.) |
| :--: | :--: | :--: | :--: |
| Alajuela | 9 | 157 | Alajuela (ro) |
| Cartago | 3 | III | Cartago (13) |
| Guanacaste | II | 90 | Liberia (4) |
| Heredia | 3 | 55 | Heredia (11) |
| Limón | 9 | 40 | Limón (ro) |
| Puntarenas | io | 50 | Puntarenas (9) |
| Sāo José | 4 | 283 | Sāo José (8o) |
| Totale | 49 | 786 | |
Bibl.: G. E. Church, C. R., in Geogr. Fournal, io (Londra 1897), pp. 56-84; H. F. Pittier, Kostarica; Beiträge zur Orographie und Hydrographie, in Petermanns Mitteil., 175 (Gotha 1912); A. Manzini, Risorse e promesse dell'America centrale: la C. R., in Le vie d'Italia e del mondo, 2 (1934), pp. 303 524; C. Lloyd Jones, C. R. and Civilisation in the Caribbean, Madison Wisc. 1935; L. Walbel, White Settlement in C. R., in Geogr. Review, 29 (Nuova York 1939), pp. 529-60; L. F. Guardia, Historia de C. R., Sāo José 1939; J. e M. Beisans, Costa Rican Life, Nuova York 1944.
Giuseppe Caceci
II. Evangelizzazione di C. R. - Scoperta da Colombo nel suo ultimo viaggio nel 1502, fu colonizzata gradualmente dagli Spagnoli dopo il 1526. Faceva parte della provincia (Audiencia) messicana di Guatemala, e della diocesi di León di Nicaragua. Gli indiani, divisi in numerose piccole tribù, tra i quali i principali erano i Talamancas e i Guaymis, resistettero accanitamente nelle inaccessibili montagne di Talamanca alla colonizzazione e alla evangelizzazione. Soltanto a forza di grandi sacrifici i Francescani riuscirono nei secc. xvir e xviri a creare poche riduzioni, ma gli sforzi per ridurre gli altri indiani rimasero infruttuosi. Al principio del sec. xix la missione andò sempre più in decadenza, per cessare completamente nel 1829 con la secolarizzazione dei Francescani. Nel 1850 fu eretta la diocesi di di Sāo José di C. R. La missione fu riaperta da mons. Bernardo Augusto Thiel C. M., vescovo di San José (1880-1902) tra le tribù indiane diminuite considerevolmente nel frattempo. Visitò a varie riprese gli indiani dei monti Talamanca, pubblicando studi

(1st. Alinari)
Costanzo II - Testa presunta di C. II (branza).
Roma, museo dei Conservatori.
linguistici di gran valore. Nel 1894 i Lazzaristi tedeschi si incaricarono della missione tra gli indiani. Nel 1921 Sāo José fu elevata ad arcidiocesi con le suffragance di Alajuela, diocesi, e di Limón, vicaristo apostolico.
Bibl.: B. H. Thiel, La Iglesia católica en C. R., Sāo José 1902; F. Guardia, Reseña histórica de Talamanca, ivi 1918. Giovanni Ronunerskirchen
III. Storia contemporanea. - Dopo la proclamazione dell'indipendenza messicana, anche la capitaneria di Guatemala, di cui faceva parte C. R., si dichiarò sciolta dalla sovranità spagnola il 15 sett. 1821, e proclamò la propria unione al Messico ( 5 genn. 1822). Alla caduta di Iturbide, un'assemblea costituente proclamò gli Stati Uniti dell'America centrale, comprendenti le cinque Repubbliche del Guatemala, Honduras, Nicaragua, Salvador e C. R. Ben presto si ebbero però delle divergenze tra l'autorità federale e quella dello Stato di Guatemala: risultato ne fu la dissoluzione della confederazione, decretata dal congresso federale il 14 nov. 1838. Venuto nel 1842 l'ex presidente federale Morazán nella C. R. con l'intenzione di ricostituire gli Stati Uniti dell'America centrale e di spodestare R. Carrera, presidente del Guatemala, la C. R. si adoperò ancora una volta in favore dell'assetto federale centro-americano, ma dopo la sconfitta e l'uccisione di Morazán, si costituì definitivamente in repubblica autonoma. La presidenza di Juan Rafael Mora, che durò quasi un decennio sino al 1859 , segnò per C. R. un periodo di rilevante progresso economico, politico e sociale. Si procedette allora anche alla firma di un concordato con la S. Sede il 7 ott. 1852 , in base al quale la religione cattolica divenne la religione ufficiale dello Stato, e le autorità ecclesiastiche ottennero un controllo sull'insegnamento e piena libertà di comunicare con
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Roma. Sebbene fin dalla seconda metà del secolo scorso abbia avuto luogo in C. R. un rafforzamento delle correntianticattoliche, le relazioni con la Chiesa si sono mantenute in complesso buone. La religione cattolica è tuttora considerata religione ufficiale dello Stato, ed il rappresentante del Pontefice è circondato della massima stima. Durante i torbidi del 1948, l'abile azione svolta dal nunzio mons. L. Centoz, condusse ad una cessazione della lotta e ad un accordo tra i contendenti.
BbIL.: Molto materiale sulla storia di C. R. fino al 1887 si rinviene in H. H. Bancroft, History of Central America, III, San Francisco 1887, passim. Sul periodo più recente cf. M. de Périgny, La République de C. R., Parigi 1918, e M. de Peralta, C. R., in M. A.-F. Frangulis, Dictionn. diplomatique, I, ivi 1933, pp. 573-76. Sui rapporti con la Chiesa cattolica cf. J. Schmidlin, Popstgesch. der neuesten Zeit, Monaco di Baviera 1923-30, passim. Il testo del Concordato del 1822 trovasi nella Raccolta di concordati su materie ecclesiastiche tra la S. Sede e le autorità civili, a cura di A. Mercati, Roma 1919, pp. 800-809.
COSTA Y LLOBERA, MIGUEL. - Sacerdote, uno dei più rappresentativi poeti catalani contemporanei, n. a Pollensa (Balear) il 10 marzo 1854, m. a Palma il 16 ott. 1922.
A un ambiente ancora romantico rispondono le sue prime Poesies (Palma 1885), dove primeggia Lo pi de Formentor, simbolo della sua ascetica e poetica elevazione, tradotto in quasi tutte le lingue europee, mentre con l'Odo a Horozi (1879) il C. si pone tra i primi carducciani di Spagna. Interrotti gli studi giuridici in patria, studiò teologia alla Gregoriana e nel 1888 fu ordinato sacerdote a Roma, dove dimorò cinque anni ( 1882 -90), ispirandosi ad un profondo senso di romanità e di cristianità, che suggella le sue opere più significative. Al periodo romano appartengono le più ispirate poesie spagnole (Ruinas, En las catacumbas de Roma, Adiós a Italia), raccolte poi in un volume (Liricas, Palma 1899). Ma nella moderna letteratura catalana gli han meritato un posto non inferiore a quello del Verdaguer: La deixa del geni grec (Barcellona 1900), Poesies (1907), Visions de la Palestina (1908), e soprattutto le Horacianes (1906), poemi condotti con tecnica carducciana, pervasi tuttavia da un'alta spiritualità e profondamente umani.
Nell'ultimo decennio della vita scrisse quasi soltanto la versione poetica degli Himnes de P