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grec (Barcellona 1900), Poesies (1907), Visions de la Palestina (1908), e soprattutto le Horacianes (1906), poemi condotti con tecnica carducciana, pervasi tuttavia da un'alta spiritualità e profondamente umani.

Nell'ultimo decennio della vita scrisse quasi soltanto la versione poetica degli Himnes de Prudenci, dedito piuttosto ai ministeri spirituali, propri del suo canonicato, ed alla vita interiore, profonda ed edificante in un uomo che aveva raggiunto tanta gloria letteraria.

BbIL.: Opere: Obres completes lin a voll., ed. M. Ferrà, Barcellona 1923; in I vol., ed. J. Pons, B. Torres, M. Battlori, ivi 1947). Studi: B. Torres, Mn. C. y Ll. Annig biogratic. Palma 1936; M. Battlori, La estética clásica de C. y Ll., Madrid 1948.

Michele Battlori
COSTER, Laubens. - Olandese di Haarlem (il suo vero nome era Janszoon), vissuto nella metà del
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Costa Rica - 1) Confini di stato; 2) Confini di circoscrizione ecclesiastica; 3) Ferrovie.
sec. xv, che una tradizione nazionalistica vuole sia stato il vero inventore della stampa.

Una Cronaca di Colonia, dovuta a G. Koelkoff e pubblicata nel 1499, riporta la testimonianza di Ulrico Zell, allievo del Gutenberg, secondo cui il maestro avrebbe tratto profitto, per la sua invenzione, dalla tecnica usata in Olanda per l'impressione di alcune Grammatiche di Donato. Questa circostanza, collegata con altri indizi contenuti in varie cronache olandesi, e suffragata dalla pubblicazione della Batavia di Adriano Junius (1588), nella quale si riferisce un fantastico racconto di un domestico del C., ha dato luogo al sorgere di una leggenda secondo cui l'olandese, intagliati per diletto alcuni caratteri di faggio, ebbe l'idea di sostituirli con altri di piombo, e con questi stampò vari libri, fra cui uno Speculum. Ma il Gutenberg, conosciuto il suo procedimento ad Aix nel 1440, avrebbe trafugato il torchio e i caratteri e li avrebbe trasportati prima a Colonia, poi a Magonza.

L'incredibilità di alcuni elementi, l'assenza di qualsiasi dato biografico sicuro, il dubbio che lo stesso Speculum, di cui si possiede solo il ricordo e si sa che aveva i fogli impressi su un solo verso (anopistografi), potesse essere un libro silografico, fanno ritenere la tradizione costeriana puramente fantastica. Non si può neanche affermare ch'egli sia stato il primo stampatore olandese, e non è neppure mancato chi ha posto addirittura in dubbio l'esistenza del C. Purtroppo le edizioni a lui attribuite mancano di sottoscrizione, e pertanto nulla può dirsi sul luogo e sulla data della loro pubblicazione.

BbIL.: G. Meermann, Origines typographicae, a voll., L'Aja 1762; D. Carutti, L. C.: noticia intorno alla sua vita ed alla invenzione della tipografia in Olanda, Torino 1868; A. van der Linde, The Haarlem Legend, Londra 1871; J. H. Hessels, Gutemberg: was he the inventor of printing?, ivi 1882; id., Haarlem the birth-place of printing, not Mento, ivi 1887; id., The so-called Gutenberg documents, ivi 1911; G. Zedler, Von C. zu Gutenberg, Lipsia 1921; id., Die neuere Gutenbergforschung und die Lösung der Costeefrage, Francoforte s. M. 1923; id., Der holländ. Prähdruck und die ersten Versuche Gutenbergs in Strenberg, in Gutenberg-Jahrbuch, 1930, pp. 23-66; G. Fumagalli, Biblio-

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grafia, 4^{°} ed., Milano 1932, pp. 57-59. Si vedano pure le osservazioni in proposito di C. Mortet. Les origines et les débutt de l'imprinerie, d'après les recherches les plus récentes, Parigi 1922, p. 54 sgg.

Alessandro Pratesi
COSTITUZIONE. - Da cum e statuere, s'intende, in senso antico, il complesso strutturale morfologico del corpo umano; tipo architettonico originario dell'individuo, essenzialmente ereditario e congenito, comunque formatosi durante il periodo di formazione intrauterina ed extrauterina.

Oggi, nel concetto di c., soprattutto per merito della scuola medica italiana (A. De Giovanni, G. Viola, N. Pende), si vuol far rientrare anche il lato individuale dinamico o temperamento funzionale, inscindibile da quello caratteriologico. La scienza della c., cosi intesa, è stata denominata dal Viola individualia: più espressive e sintetico è il termine biotipologia individuale del Pende. Ma per molti la c. è ancora il lato morfologico della personalità con le sue anomalie e predisposizioni morbose, che si chiamano anomalie costituzionali e disposizioni morbose costituzionali, abiti morfologici abnormi e submorfosi. La biometria (v.) sotto forma di antropometria è, infatti, ancora il metodo diagnostico fondamentale dello studio della c. individuale.

Le malattie che hanno una radice fondamentale nella c. ereditaria del soggetto si chiamano malattie costituzionali e vengono confuse con le malattie ereditarie e famigliari; ma il termine è alquanto improprio, perché oggi la genetica umana insegna che non si ereditano malattie ma disposizioni a malattie.

BibL.: N. Pende, La scienza moderna della persona umana, Milano 1947.

Nicola Pende
COSTITUZIONE. - I. Nozione. - In diplomatica c. è il documento che contiene particolari disposizioni sovrane: si distinguono le c. pontifice, che sono atti solenni (bolle) del romano pontefice nei quali vengono trattati gravi problemi riguardanti la dottrina e la disciplina, e le c. sovrane, atti solenni emanati per legiferare specialmente in materia giudiziaria.

Nel linguaggio giuridico, questo termine, che a cominciare dall'epoca del diritto romano imperiale designava qualsiasi atto legislativo dell'imperatore, si trova già nell'uso ecclesiastico fin dai primi secoli con il significato generico di legge scritta (c. 3, D. i) e, più particolarmente, di lex saecularis (c. 4, D. i) in opposizione a canone, denominazione specifica e distintiva delle leggi della Chiesa. Fin da allora, tuttavia, fu pure usato talvolta nel significato di legge ecclesiastica, come è confermato da quell'antichissima compilazione di diritto canonico primitivo che va sotto il nome originario di Costituzioni apostoliche (v.).

In seguito, pur restando sinonimo di legge in genere, il termine divenne a poco a poco il predicato più comune delle leggi episcopali e degli statuti particolari delle persone morali autonome, segnatamente degli istituti religiosi (Constitutiones episcopales, synodales, capitulares, religiosorum). Nel sec. xili sembra già preferibilmente adibito per indicare specificamente gli atti legislativi del sommo pontefice, uso che da allora in poi si andrà facendo sempre più frequente ed esclusivo, benché per tutto il medioevo prevalesse a questo riguardo l'appellativo più generico di decretale (decretalis epistola).

Nei tempi moderni (soprattutto dal sec. xix in poi) il vocabolo c. si usa anche per indicare la legge fondamentale dello Stato.

Nella terminologia canonica corrente, il termine, pur non escludendo attribuzioni di minor valore o di meno costante applicazione (ad ex., c. sinodali, c. capitolari, invece di statuti), si usa in prevalenza, per indicare le c. pontifice e le c. religiose.
II. C. PONTIFICE. - Sono gli atti legislativi più solenni nella forma e più importanti nel contenuto,
che il sommo pontefice emana motu proprio e direttamente, con efficacia di leggi generali. Sono dette anche C. apostoliche. Normalmente riguardano definizioni e decisioni circa la fede o la disciplina generale della Chiesa : rivestono la figura di lettere e vengono date per lo più, benché non necessariamente, in forma di bolla (v.). Si distinguono nettamente dagli altri atti legislativi pontifici che si riferiscono a provvedimenti di minore importanza e di carattere particolare (motu proprio, chirograli, ecc.) o che il papa emana a mezzo dei suoi dicasteri (decreti, istruzioni, circolari, ecc.).

Bibl.: Werne-Vidal. I. p. 273 sgg.: 1. A. Zeiger, Historia luris canonici, I. Roma 1939, p. 16 sgg.

III. C. RELIGIose. - Con questa denominazione, usata sempre al plurale, la terminologia ufficiale canonica indica il codice delle norme particolari che governano i singoli istituti religiosi. Le c. rappresentano una delle fonti primarie, spesso anzi la fonte unica del diritto particolare delle singole Religioni. Sotto questo aspetto c. e regola sono due termini sostanzialmente equivalenti. Si tratta tuttavia di due qualifiche praticamente distinte tra loro, benché la differenza abbia solo carattere storico e contingente.

Fin dai primi secoli della vita religiosa il codice primario, che raccoglieva le norme costitutive e fondamentali delle singole istituzioni, ebbe il nome di regola, mentre invece le compilazioni accennerie delle norme più minute, emanate in seguito o fatte proprie nei vari istituti subordinatamente alla regola comune professata, furono denominate, con varia terminologia, ordinationes, ordines, statutis, instituta, consuetudines, institutiones, finché a partire dal sec. xit ebbe inizio l'uso di chiamarle prevalentemente constitutiones. Proibita nel Concilio Lateranense IV (r215) la creazione di nuovi istituti religiosi e di nuove regole (c. 9, X, 3, 56), mentre la qualifica di regola rimaneva esclusiva ai quattro classici modelli, alle regole cioè di s. Basilio, di s. Agostino, di s. Benedetto e di s. Francesco, il termine constitutiones restò denominazione specifica della legislazione complementare e particolaristica accresciutasi in seguito negli stessi Ordini o nelle ramificazioni e tiforme collaterali che adottarono una delle regole sopraddette. Si ebbero cosi Ordini e istituti diversi professanti una regola comune in funzione di codice fondamentale, con c. proprie e distinte.

Dal sec. xvi in poi il termine fu adottato, indipendentemente da una preesistente regola comune, per designare indistintamente la legislazione propria dei nuovi Ordini e Congregazioni religiose. Più recentemente, proprio all'inverso di quanto era nella prassi anteriore al sec. xvi, presso alcuni istituti era invalso l'uso di chiamare c. il corpo degli statuti primari e fondamentali, riservando la qualifica di regole, al plurale, alla raccolta delle norme più minute e complementari.

Al presente, a scanso di confusioni, per indicare la legislazione propria delle Congregazioni religiose è reso obbligatorio e ufficiale il termine c., mentre la qualifica di regola resta denominazione della legislazione fondamentale dei soli Ordini religiosi. Attualmente vi sono quindi le Religioni più antiche che tra le loro fonti normative annoverano la regola e le c., mentre le più recenti hanno soltanto le c.

Nella vigente disciplina, le c. rivestono la figura di un diritto particolare e come tali sono interpretate e trattate a tutti gli effetti. Per conseguenza, non possono ritenersi né revocate, né comunque derogate o corrette da eventuali nuove leggi generali che venissero promulgate, a meno che ciò non sia espressamente contemplato (can. 22). Quelle anteriori al nuovo codice conservano il loro pieno valore in quanto sono praeter o secundum i prescritti del codice stesso, restano invece abrogate in quanto sono contra (cann. 489, e 6 n. 1, 6). La conseguente revisione generale delle c. e il loro adattamento al diritto

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del CIC fu imposta ad eseguitz, in base ai decreti 26 giugno 1918 (AAS, 10 [1918], p. 290), e 26 ott. 1921 (ibid., 13 [1921], pp. 538-39), della S. Congregazione dei Religiosi, i quali tuttavia non furono applicati nei riguardi delle antiche regole monacali.

Attualmente le c. religiose acquistano valore legale con l'approvazione pontificia o dell'Ordinario del luogo. Nella prassi vigente infatti tutti i nuovi Ordini o Congregazioni religiose vanno soggette all'obbligo dell'approvazione pontificia, previa approvazione e presentazione dell'Ordinario del luogo. Il processo di approvazione comprende normalmente tre fasi: dilatio cum animadversionibus, corrispondente al primo esame con le osservazioni d'ufficio; approbatio ad experimentum, che si accompagna di regola con la concessione al nuovo istituto del decretum laudis; approbatio definitiva, che coincide con l'approvazione definitiva del nuovo istituto e con l'ascrizione del medesimo tra le Religioni di diritto pontificio (cf. Normae S. Congr. de Religiosis, 6 marzo 1921, artt. 19-21; AAS, 13 [1921], pp. 312-19). L'approvazione definitiva è data di regola in forma comune, per mezzo del decretum approbationis; può esser data però anche in forma specifica, per mezzo di lettere apostoliche.

L'approvazione pontificia sottrae le c. al dominio dell'Ordinario del luogo (can. 618 § 2), conferisce loro una maggiore stabilità e immutabilità, talché non possono essere mutate od emendate da autorità inferiore senza licenza della S. Sede, e ne rende riservata alla medesima S. Sede l'interpretazione autentica. Non inibisce tuttavia, secondo la prevalente dottrina, la facoltà, tradizionalmente attribuita ai superiori delle religioni clericali esenti, di dispensare da esse nei casi particolari, quando la dispensa non importi mutazione delle medesime, lesione dei voti, o deroga sostanziale alla forma costitutiva dell'istituto.

In ogni casa religiosa le c. devono esser lette pubblicamente almeno una volta l'anno (can. 509 § 2 n. 1).

Boc.: L. Holste-Brokic, Codex regularum monasticarum et canonicarum, Augusta 1759; Ph. Maroto, Regulae et particubere Constitutiones singularum religionum ex iure decretalium usque ad Codicem, in Acta Congressus iuridici internationalis (Ramoe, 17-17 Nov. 1934), IV, Roma 1937, pp. 205-300; R. Baccari, Il potere autosomico degli enti ecclesiastici, Napoli 1943, p. 110 sgg.; Th. Schaefer, De Religiosis ad normam codicis iuris canonici, 4 ed., Roma 1947, p. 95 sge. Zaccaria da San Mauro

COSTITUZIONE CIVILE DEL CLERO: v. RIVOLGEDONE PANOCESE.

COSTITUZIONI APOSTOLICHE. - Scritto pseudo apostolico. Vi si legge (VI, 18, II) che fu inviato alla Chiesa dagli Apostoli per mezzo di Clemente e di altri discepoli. Secondo le C. a. (VIII, 10, 7) esistevano nell'inizio della Chiesa quattro vescovi : Giacomo (Gerusalemme), Clemente (Roma), Evodio (Antiochia) ed Annianos (Alessandria). In VIII, 47, 85 (p. 592, 6 sg., ed. Funk) il compilatore delle C. aggiunge i suoi 8 libri alle 2 epistole di Clemente nell'elenco degli scritti canonici ordinando tuttavia di non dare pubblicità a loro, per i misteri (ibid., p. 592, 9) ivi contenuti. Quest'ultimo testo attribuisce dunque la paternità delle C. non agli Apostoli, come in VI, 18, 11, ma a Clemente.

Il falsario conosceva certamente la letteratura pseudoclementina, e questo spiega, in parte almeno, l'importanza attribuita a Giacomo e Clemente. L'autore dell'apocrifo scrisse in Siria (contrario H. Lietzmann, Geschichte der alten Kirche, III, Berlino 1938, p. 293), probabilmente ad Antiochia, e presuppone forse l'attività di s. Gio-
vanni Crisostomo in questa città. Lo scopo di questo falso non è chiaro. L'affermazione di Ed. Schwartz (Uber die pseudo-apostolischen Kirchenordnungen, Strasburga 1910, p. 20) che lo scritto fosse diretto contro il monachesimo sembra erronea. I primi 6 libri sono una rielaborazione della Didascalia siriaca (v. didascalia). Il settimo libro è nella prima parte un ampliamento della Didasché. I capp. 33-38 sono una collezione di preghiere giudaiche, leggermente cristianizzate, di massima importanza per la storia della liturgia e della teologia antiochena. I testo contiene fra l'altro un Trishagion nella sua forma giudaica (VII, 35, 3) ed una preghiera per il sabato (cap. 36). I capp. 39-45 sono precetti per l'insegnamento dei catecumeni (cf. Drews, in Zeit. für Neutestam. Wissenschaft, 1907, p. 226 sg.) e per il Battesimo. Il cap. 46 contiene liste dei più antichi vescovi; il cap. 47 l'inno angelico (Gloria in excelsis Deo) per l'Ufficio della mattina (per il testo v. A. Baumstark, in Hundert Jahre Marcus und Weber Verlag, Bonn 1919, p. 86 sg .); il cap. 48 il Laudate pueri Dominum per l'Ufficio della sera; il cap. 49 una preghiera per il pranzo. L'ottavo libro è basato sulla Costituzione di Ippolito. I capp. 5-15 contengono la famosa liturgia generalmente chiamata Clementina (12, 5.6 anche in un papiro, cf. S. G. Mercati, in Aegypius, 8 [1927], pp. 40-42), probabilmente un formulario liturgico ideale che nei suoi rapporti con preghiere giudaiche è stato studiato da W. Bousset, in Nachrichten der Götting. Gesellsch. der Wissenschaften, 1913 (passim). Seguono capitoli sulla consacrazione dei vari gradi della gerarchia ed altri ordini liturgici. Il cap. 47 contiene 85 Canones apostolorum (v. CANONI APOSTOLICI).

L'autore delle C. a. non è identico all'autore della recensione lunga delle lettere di Ignazio. Nella sua teologia non è né ariano, né apollinarista, rappresenta invece un tipo della teologia antica siriaca, che per la sua affinità con la teologia giudaica dà l'impressione di arianesimo. Il Sinodo Trullano nel 692 dichiarò una falsificazione le C. a.; ma non ebbe influsso sulla loro autorità, perché, malgrado la condanna, furono introdotte nelle collezioni delle Chiese orientali.

Edizione: Didascalia et Constitutiones apostolorum, ed. F. X. Funk, Paderborn 1906. Per il testo del libro VIII v. Turner, in fourn. Theol. Studies, 31 (1930), p. 128 sgg.

Bibl.: F. X. Funk, Die apostolischen Konstitutionen, Rottenburg 1891; Ed. Schwartz, Uber die Pseudopostolischen Kirchenordnungen (Schriften der wissenschaftlichen Gesellschafi in Strasburg, 6), Strasburgo 1910; F. Nau, s. v. in DThC, III, coll. 1520-27; H. Leclercq, s. v. in DACL, III, coll. 27322795; Kohler, s. v. in Jew. Enc., III, p. 393; Elbogen, s. v. in Enc. Ind., III, p. 15 sg. Per la cristologia dell'autore v. I. A. Jungmann, Die Stellung Christi im liturgischen Gebet., Münster 1925, p. 143 sgg. Per la collezione giudaica nel VII libro v. W. Bousset, in Nachrichten der Götting. Gesellschaft der Wissensch., 1915, p. 435 sgg.; A. Baumstark, in Jahrbuch für Liturgiewissenschaft, 3 (1925), p. 18 sgg.; Kohler, in Hebreu: Union College Annual, 1 (1924), p. 410 sgg.; E. Peterson, in Ephemer. Liturgicae, 61 (1947), p. 339 sg.; id., in Miscellanea Melcherg. Roma 1948, p. 413 sgg. Cf. anche F. X. Funk, Das 2. Buch der Apostolischen Konstitutionen und die verwandten Schriften, Tubinga 1893; A. Baumstark, Die nichtprischischen Parallelen zum VIII. Buch der Apostolischen Konstitutionen, in Oriens Christianus, 1 (1901), p. 117 sgg. Erik Peterson

COSTITUZIONI CLEMENTINE : v. CORPUS iURIZ CANONICI.

COSTOLONE. - E così denominato l'arco posto in genere diagonalmente che costituisce l'ossatura portante delle vòlte. Tale principio non era ignoto ai Romani che però l'applicarono solo a scopo di rinforzo e senza portare le strutture in aggetto dalla superfice. Le nervature aggettanti delle cupole ispano-moresehe dei secc. Ix-x hanno solo funzione decorativa; tentativi di arcate resistenti si osservano invece in chiese armene della fine del sec. x e inizio del successivo, ma solamente ai costruttori lombardi deve riconoscersi il merito dell'introduzione di tale sistema e della sua diffusione.

Alla fine del sec. xi vengono adottati in S. Ambrogio e poi a S. Nazaro Maggiore, pure a Milano. Nel Lazio

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(fat. J. Stene)
Costolone - Vôlta con c. della chiesa di S. Barbara, opera di B. Rejt (1540-48) - Kutná Hora.
compaiono, verso il 1050, a S. Flaviano di Montefiascone e nelle chiese di Tarquinia; e in questo stesso secolo si trovano anche in Francia e in Inghilterra (cattedrali di Durham e di Peterbourgh).

In Francia si usarono anche c. trasversali alla navata, frequenti particolarmente in Normandia e in Borgogna, e nel tardo gotico si ebbero, anche in Inghilterra e in Germania e in Spagna, vòlte stellari, ossia con c. incrociati nei vari sensi. Nel gotico tardo i c. sono spesso semplici elementi decorativi.

In Italia invece i c. conservano la disposizione originaria di archi diagonali ancora in pieno Quattrocento (S. Agostino di Roma, S. Maria delle Grazie a Milano) tranne in Sicilia e in Sardegna dove si manifesta l'influsso del gotico aragonese.

Nelle ebsidi le nervature hanno quasi sempre valore soltanto decorativo; nelle cupole invece la funzione statica dei c. ha assunto importanza decisiva costituendo essi il sistema resistente di tutto l'organismo architettonico (massimi esempi in S. Maria del Fiore ove i c. consentirono di eliminare le centine e nella basilica Vaticana).

Nel Seicento il Guarini adottò anche nelle cupole i c. incrociati riuscendo ad ardimenti costruttivi (S. Lorenzo di Torino) superati solamente nel secolo scorso dall'Antonelli nel S. Gaudenzio di Novara.

La sezione dei c., dapprima rettangolare, si venne poi complicando di modanature sino ad assumere anche carattere decorativo. Come materiale si impiegó per lo più la pietra da taglio, ma in Emilia anche il mattone ed il cotto in genere.

Bibl.: G. T. Rivoira, Le origini dell'architettura lombarda, Milano 1901, e II, ivi 1907, passim; P. Tonaca, Storia dell'arte italiana, I, Torino 1927, passim; A. Michel, Histoire de l'art, II, parte 1*, Parigi 1922, passim; P. Lavedan, L'architecture frangaine, ivi 1944, passim.

Mario Zocca
COSTRIZIONE : v. violenza.
COTELIER, Jean-Baptiste. - Filologo, n. a Nîmes nel 1627, m. a Parigi il 12 ag. 1686. Mostrò sin da
fanciullo singolari attitudini per lo studio e per la poesia e fu spesso scelto per tessere il panegirico di personalità eminenti.

A 13 anni spiegava a prima vista il testo ebraico della Bibbia e quello greco del Nuovo Testamento. Nel 1659 iniziò lavori di erudizione e nel 1661 pubblicò: Homiliae IV in Psalmos et interpretatio Danielis graece et latine di s. Giovanni Crisostomo. Compilò con il Du Cange il catalogo dei manoscritti greci della biblioteca Reale di Parigi. Nel 1672 pubblicò: Sanctorum Patrum qui temporibus apostolicis (onde la denominazione di Padri apostolic) flornerunt, Bornubon, Hermae, Clementis, Ignatii, Polycarpi opera, cum Clementis, Ignatii, Polycarpi actis atque martyris. Nel 1676 fu nominato professore di greco al collegio Reale. Sua opera principale è: Ecclesiae graecae monumenta ( 3 voll., Parigi 1677-78), raccolta di autori greci ecclesiastici, con traduzione latina, comprendente anche scritti inediti tratti da manoscritti della biblioteca Reale. Tutti i testi sono accompagnati da note critiche e commenti eruditi di valore. Molti manoscritti del C. sull'antichità cristiana si trovano alla bib'ioteca Nazionale di Parigi.

Bibl.: Hurter, VI, p. 477 sg.; S. B. Martin, s. v. in DThC, III, coll. 1922-24.

Noemi Crostaroza Scipioni
COTON, Pierre. - Gesuita, controversista, n. a Néronde (Loira) il 7 marzo 1564; m. a Parigi il 19 marzo 1626. Dapprima predicatore nella Francia meridionale, dove convertì molti ugonotti, poi a Parigi ( 1603-17 ) alla corte, dove fu anche confessore di Enrico IV e Luigi XIII, difese la religione cattolica contro gli eretici e il suo Ordine contro accuse di ogni sorta, specialmente quando l'assassinio di Enrico IV ( 13 genn. 1610) portò a galla l'accusa che i Gesuiti difendono il regicidio. Molti scritti vennero pubblicati contro di lui (cf. l'anonimo Anti-C., Parigi 1611) e fu obbligato a ritirarsi dalla corte (1617). Tornò allora alla predicazione e allo scrivere, e fu eletto provinciale dell'Aquitania (1622) e di Parigi (1624).

Delle molte sue opere, vanno citate: Lettre déclaratoire de la doctrine des pères jésuites (Parigi 1610), che diede origine all'Anti-C.; Institution catholique (2 voll., ivi 1610); Orations déviates (ivi 1611); Méditatione (ivi 1614).

Bibl.: Sommervogel, II, coll. 1539-60; J. M. Post, Recherches hist. et crit. sur la Camp. de Jésus en France du temps du p. C. (1564-1626), 5 voll., Lione 1875-79, v. indice; B. Duhr, Jesuiten Fabeln, 4^{2} ed., Friburgo in Br. 1904, pp. 667 sgg., 760762; H. Fouqueray, Hist. de la C. d. T. en France, II, Parigi 1913; III, ivi 1922 (v. indici); Pastor, XII, pp. 330-69; H. Bremand, Histoire du sentiment religieux en France, II, Parigi 1923, pp. 75-135.

Celestino Testore
COTTA. - Tunica bianca usata dai sacerdoti nei riti non uniti alla Messa, e dai chierici. La liturgia cristiana volle sempre gli ecclesiastici indistintamente rivestiti di un abito-base bianco a somiglianza dei 24 Seniori e della turba innumere che, in cielo, sta attorno al trono dell'Agnello (Apoc. 4, 4).

Nella forma originaria si è conservato nel camice dal quale derivò la c. Appare nel sec. xi in Inghilterra, nella Francia del nord e nella Spagna, sul finire del sec. xit in Italia, e, costituendo per sé una novità, solo più tardi a Roma. Venne pure chiamata soprapelliccia (superpelliceum) perché messa sopra gli abiti fatti di pelli di animali (Dorando) richiesti dal freddo intenso dei paesi nordici : il camice, con le sue maniche strette e la necessità di recingerlo ai fianchi, mal si adattava; se ne allargarono pertanto le maniche e se ne accorciò un poco la lunghezza risultandone la c. Anche laddove non si usavano pellicce, la praticità suggerì egualmente d'accorciare la tunica dei fanciulli cantori e si ebbe il camisium (c. a maniche strette) attestato a Milano nel sec. xir.

All'inizio le caratteristiche della c. sono: maniche molto larghe, foro circolare per introdurvi il capo, misura lunga e ampia senza alcun ornamento, fino quasi ai piedi.

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![img-12.jpeg](img-12.jpeg)

MUSAICO DELLA VOLTA ANULARE CON SCENE DELLA VENDEMMIA E UN BUSTO (acc, iv) - Roma, Mausoleo di S. Costanza.

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![img-13.jpeg](img-13.jpeg)
(fot. Anderson)
S. GIOVANNI EVANGELISTA.

Opera del Duomo - Siena.

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(la Th. Scydlowski, Le rotable de Notre-Dame à Cracovie, Parigz 1930, fac. 2)
DORMIZIONE E ASSUNZIONE DELLA VERGINE. Trittico in legno scolpito e dipinto da Veit Stoss (1477-89) - Altare della chiesa di Maria S.ma.

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![img-15.jpeg](img-15.jpeg)

A sinistra: MARIA S.ara AI PIEDI DELLA CROCE. Particolaro della Conciliazione - Vienna, Museo Storico artistico. A destra: RITRATTO DI GIOVANNI FEDERICO DI SASSONIA IL MAGNANIMO - Berlino, Museo.

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Dopo il sec. xili venne accorciata sino allo stinco; nel sec. xv-xvi al di sopra dei ginocchi. Su ciò influil l'uso, sviluppatosi nel sec. xvi, di pieghettarla: poiché infatti la larghezza delle maniche era diminuita in proporzione della lunghezza della c., si volle dare un aspetto meno goffo alla tunica, conservata solo nel nome, creandosi cosi la c. ricce usate oggi principalmente nelle cattedrali e chiese collegate. Solo con il sec. xvir diventa uso generale ornare la c. con pizzi. La c. deve essere di lino o di cotone bianco; il taglio sul petto non è d'uso generale.

Il suo simbolismo è vario. A chi la riveste ufficialmente la prima volta accedendo alla tonsura il Pontificale romano dice: "Ti rivesta il Signore dell'uomo nuovo, quello che per volere di Dio fu creato giusto e veramente santo". Ed il candore richiamà infatti lo stato di Grazia.

BibL.: M. Magistretti, Delle vasti ecclesiastiche in Milano, 2^{2} ed., Milano 1903, pp. 30-34; G. Breun, I paramenti sacri, trad. ital., Torino 1914, pp. 81-84; E. Roulin, Linges, insignes et vêtements liturgiques, Parigi 1930, pp. 28-34.

Enrico Cattaneo
COUDERG, Marie-Victoire-Thérèse, venerabile. - Confondatrice dell'Istituto di Nostra Signora del Ritiro al Cenacolo (v. suore del cenacolo) n. a Weiler-Le-Mas (Viviers) il 1 febbr. 1805; m. a Fourvière (Lionc) il 26 sett. 1885. Maestra a Le Vans, indi ad Aps tra le Suore della Presentazione (1826), passò poco dopo a La Louvesc per aiutare nell'opera degli esercizi spirituali il predicatore missionario, Stefano Terme. Questi fondò con lei, l'anno dopo, 1827 , l'istituto accennato, ed essa ne fu la supcriora generale per dieci anni.

Diviso l'Istituto in due rami distinti (1838) l'uno per l'educazione (Suore di s. Francesco Régis) e l'altro per la cura degli esercizi (Suore del Cenacolo), la C. continuò a dirigere quest'ultimo, in mezzo a dare prove fino a che, sollecitata a dare le dimissioni, lo fece, vivendo poi quasi cinquant'anni come umile suddita nell'ombra. Il decreto sulle virtù croiche \mathrm{E}^{′} stato promulgato il 12 maggio 1935.

BibL.: AAS, 19 (1927), pp. 350-53; 27 (1935), pp. 411-15; A. Bessières, La mère Th. C., Namur 1924; H. Perroy, Une grande humble, M. V. Th. C., Parigi 1928; M. Santolini, Per farsi canti, la ven. T. C., Roma 1939.

Celestino Testore
COUDRIN, Pierre-Marie-Joseph. - N. a Coussay-les-Bois(Poitiers) il 1^{°} marzo 1768 , m. a Parigi il 27 marzo 1837. Dopo gli studi al collegio di Chatellerault e all'Università di Poitiers, con l'avvento della Rivoluzione Francese dové lasciare il seminario per non aver prestato giuramento alla costituzione civile del clero. Nel 1792 fu ordinato sacerdote a Parigi. Durante la Rivoluzione fu instancabile nel portare aiuto ovunque lo chiamasse la sua missione. Con Henriette Aymer de la Chevalerie fondò in via Picpus la Congregazione dei Sacri Cuori (v.). Fu a fianco di molti vescovi nel ristabilire la vita religiosa, facendosi ovunque notare per pietà, prudenza nel governo e spirito apostolico e romano. E in corso la causa della sua beatificazione.

BibL.: S. Perron, Le t. r. p. C., Parigi 1902; E. Lemoine, La t. r. m. Henriette Aymer de la Chevalerie, ivi 1912, passim, Paterno Roué

COULBEAUX, Jean-Baptiste. - Missionario lazzarista in Africa orientale, n. nel 1843 e m. a Parigi il 22 ott. 1921. Raggiunse l'Africa a soli 27 anni e fu dei primi collaboratori di mons. Giustino de Jacobia nella attuale Eritrea, acquistando una ricca esperienza diretta di uomini e cose di quella regione e della vicina Etiopia. Più tardi, a causa degli incidenti del 1894 (ribellione del capo Bâhtâ Hagos dell'Akkala Guzâj), sorsero difficoltà con le autorità militari dell'Eritrea; e la S. Sede dispose l' assegnazione ai Lazzaristi soltanto del vicariato apostolico dell'Abissinia, passando quello nuovamente istituito dell'Eritrea ai Cappuccini. Il C. si trasferì così con la sua missione nella nuova sede di Alitienà (nell'Aghiné) dove rimase ancora altri sette anni con il titolo
di provicario. Rientrò a Parigi nel 1901.

La sua opera principale è la Histoire politique et religieuse de l'Abyssinie, pubblicata postuma dal lazzarista J. Baeteman ( 3 voll., Parigi 1929), interessante e vivace esposizione del punto di vista di persona che, come appunto il C., spesso efficacemente sostituisce la preparazione scientifica specifica con la conoscenza personale dell'ambiente etnico, politico e religioso nel quale si svolge quella storia.

BibL.: J. Baeteman, prefaz. alla Histoire, I, Parigi 1920, pp. v-xvir.

Enrico Cerulli Enrico Cerulli

COUPERIN, famiglia. - Discendenti di un Mathurin C. del principio del sec. xvir, i C. furono, come i Bach, una famiglia di fervide tradizioni musicali. Il più importante, François (ca. 1668-1733) detto «le Grand» fu, dopo lo zio Louis (ca. 1630-63) ed il padre Charles (1638-79) e dopo il La Lande, nominato il 1^{°} genn. 1685 organisita di St-Gervais, posto che occuparono dopo di lui il cugino Nicolas (1680-1748) e i discendenti di lui Armand Louis (1725-48) e Gervais François (m. 1826) e poi la figlia di questo, Céleste-Thérèse, fino al 1830 . Il 26 dic. 1693 divenne organista di corte a Versailles.

Oltre alla vasta produzione clavicembalistica che lo rese meritamente celebre, una parte considerevole dell'opera sua è rappresentata dai mottetti, in cui dominano un sereno ardore ed una effusione gioiosa uniti ad una incomparabile grazia. Essi abbracciano un periodo che va dal 1697, data a cui risale un Laudate pueri Dominum, contenuto in una raccolta manoscritta della biblioteca di Versailles, al 1705, anno di stampa dell'ultimo libro dei mottetti; strettamente comprendono i tre libri di Versets de motets (Parigi 1703-1705), tra cui si ricordano il Qui dat nivem (1702); le 17 Elévations manoscritte della biblioteca di Bruxelles, a cui si aggiunge un'altra edizione dal titolo Nouvelles Elévations, ou Versets de motets (Parigi 1704), che idealmente si ricongiungono, per affinità di intendimenti artistici e religiosi, alle Legons des ténèbres (1714-15), che ci offrono una significativa riunione dei gusti francese e italiano.

Nella vasta messe della sua musica strumentale hanno un posto d'onore le Pièces pour orgue (1690) consistenti in due Messe : La Messe solennelle des paraisses e la Messe des couvents, suives di 21 pezzi ciascuna, di carattere mi-

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Couperin, famiglia - Ritratto di François C. dipinto da ignoto verso il 1693. Versailles, museo.
stico e devoto, in cui la maestà si unisce al brio nella felice alternativa dei registri (furono pubblicate nel 1904 da A. Guilmant e A. Pirro nel V vol. delle Archives des Malires de l'Orgue, ma sotto il nome F. C. sieur de Croully [1630-98], zio di François C. le Grand).

Egli è un fine pittore, dall'aggraziato disegno melodico, dalla minuta finezza descrittiva, dallo spirito vivace e brioso che nel pennello, avvezzo ai quadri aneddotici, sa fondere con brillante ricchezza le caratteristiche dei due stili, le due voci dominanti nell'arte di allora, innestando, come si è detto, sulla sua vena francese il gusto italiano.

Birl.: Nel 1932-33 la casa editrice de l'Oiseau-Lyre, Parigi, stampò le opere complete di F. C. in 12 voll.
C. Bouvet, Une dynastie de musiciens français, les C., Parigi 1919: J. Tiernat, F. C. compasiteur de musique religieuse, in Revue de musicologie, 6 (1922), pp. 101-109; A. Tessier, Les C., Parigi 1926; P. Brunold, Le grand orgue de St-Germain d Paris, Parigi 1934.

Luisa Cervelli
COUPLET, Philippe. - Missionario in Cina, n. a Malines (Belgio) il 31 maggio 1622, entrato ivi nella Compagnia di Gesù l'ir ott. 1640, partito per la Cina nel 1656 al seguito del p. Michele Boym (v.). Lavorò in varie province, principalmente nel Kiangnan, aiutato dalla pia cristiana Candida Hiu, di cui scrisse poi la vita. Inviato nel 1680 a Roma come procuratore della vice-provincia cinese, rimase io anni in Europa. Fra l'altro riprese a Roma la domanda per una liturgia in lingua cinese, già presentata 65 anni prima (cf. la sua Dissertatio quibus de causis Pauluis V indulserit lingua sinensibus eruditis communi per indigenos sacerdotes celebrari sacra, pubblicata negli Acta SS. Maii, VIII, Parigi 1868, pp. 126-31). Ripartito finalmente per la Cina, morì accidentalmente in mare presso Goa, il 15 maggio 1692.

Oltre alcune opere in lingua cinese, destinate all'insegnamento religioso ed ancora ristampate nel sec. xix, e a molte lettere, in parte pubblicate (cf. Streit), lasciò alcuni scritti importanti: Histoire d'une dame chrétienne de
la Chine (Parigi 1688 : è la trad. fatta dal p. d'Orléans della storia di Candida Hiu; trad. spagnola Madrid 1691, fiamminga Anversa 1694, ecc.); Catalogus Putrum S. I. qui post obitum S. Francisci Xaverii ab anno 1581 ad annum 1681 in Imperio Sinarum Iesu Christi fidem propagorant (Parigi 1686, e in appendice dell' Astronomia Europaea del p. F. Verbiest, Dillingen 1687); Tabula chronologica monarchiae sinicae iuxta cyclos annorum LX ab anno a. C. 2952 ad annum p. C. 1683 (Parigi 1686); ma il più importante è il Confucius Sinarum philosophus sive scientia Sinica latine expositu, alla quale aveva collaborato in Cina con i pp. P. Intorectta, C. Herdtrich e F. De Rougemont e che pubblicò a Parigi nel 1687. Queste due ultime opere, e specialmente il Confucius, ebbero grande parte nelle controversie sull'interpretazione che i Gesuiti davano delle storie e del pensiero degli antichi Cinesi (v. anche BOTM MIRAL).

BibL.: C. F. Waldack, Le p. Ph. C.. molinois, missionnaire en Chine, in Analectes pour serrer à l'hist. ecel. de la Belgique, 20 (1872), pp. 3-31; Sommerrogel, H. coll. 1462-66; Strot, Bibl., V, pp. 801-903 e passim; L. Pfister, Notices biographiques... de l'ansscune mission de Chine, I, Sciangai 1932, pp. 307-13.
Edmondo Lamalle
COURTECUISSE (BrièVecuisse, Breviscasa), Jean. - N. ad Haleine (Orne) verso il 1353, fu uno degli ecclesiastici più attivi durante lo scisma d'Occidente, ebbe benefici in diverse diocesi; fu oratore di fama, ed insegnò nel collegio di Navarra a Parigi (doctor sublimis), dove fu anche rettore. Elemosiniere del re, membro del Gran consiglio, cancelliere del Capitolo di Parigi, ebbe rapporti con Benedetto XIII e Gregorio XII, svolgendo opera pacificatrice per sanare lo scisma. Eletto vescovo di Parigi il 27 dic. 1420 non poté durarvi causa i partiti politici, fu
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(de A. Tessier, C., Parigi 1559)
Couperin, famiglia - Autografo musicale di François C. Esempi di dissonanze dalla - Regola per l'accompagnamento -, ma della collezione di Brossard - Parigi, Biblioteca Nazionale.

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trasferito a Ginevra dal Papa il 12 giugno 1422; m. settantenne il 4 marzo 1423.

Delle sue numerose opere inedite e pubblicato solo il Tractatus de Fide et Ecclesia, Romano Pontifice et Concilio generali, fra le Opera nonio di Gerson (1. Anversa 1706, coll. 805-903), dove insegna che il Papa può errare, non la Chiesa radunata in Concilio ecumenico, e che quest'ultima ha diritto di giudicare il Papa in caso di cressia.

Bibl.: E. Mangenot, in DThC, III (1938), coll. 1984-85; Hurter, II, coll. 755-56. Benedetto Gioia
COURTOIS, Jacques, detto il Borgognone. Pittore e incisore, n. il 12 febbr. 1621 a St-Hippolyte nella Franche-Comté e m. a Roma il 14 nov. 1675. Allievo del padre, il pittore Jean-Pierre C., venne adolescente in Italia ( 1636 ) e, a Milano, si arruolò nell'esercito spagnolo non tralasciando però di dipingere.

Lasciate le armi e recatosi a Bologna nella bottega di un paesista lorenese, certo Jérôme, vi conobbe Guido Reni e l'Albani, sull'esempio dei quali si prefisse di divenire pittore di quadri religiosi. Ma dopo esser passato per Firenze e per Siena, nel 1640 ca. si trasferì a Roma dove l'amicizia di Pieter van Laer detto il Bamboccio, di Michelangelo Cerquozzi e di Pietro da Cortona - che egli conobbe mentre dipingeva nel refettorio del convento di S. Croce in Gerusalemme, dove, appena giunto, era stato ospitato - lo ricondusse sulla sua vera strada che era quella del pittore di battaglie, dipinte con + furia francese = utilizzando i molti schizzi presi dal vero durante la vita militare. A Roma, ca. il 1647 , sposò una Maria Vaiani, ma gravi attriti gli amareggiarono la vita e lo spinsero fuori di casa. Fu nuovamente a Firenze e a Siena ( 1652 e 1654-55) al servizio di Mattia dei Medici. Recatosi per breve tempo in patria verso i primi del ' 55 , dipinse, assieme al fratello Gianfrancesco, alcuni quadri per il convento delle Orsoline di Friburgo dove erano monache due sorelle. Di ritorno in Italia, passò per Bergamo e per Venezia, fu forse a Padova e attraverso Siena e Firenze tornò a Roma dove il 13 dic. del ' 57 , entrò come coadiutore temporale tra i Gesuiti di S. Andrea al Quirinale e qui pronunciò gli ultimi voti il 2 febbr. 1668.

Frattanto aveva continuato a dipingere. Nel 1658 , assieme al fratello Guglielmo, incominciò la decorazione della cappella della Congregazione Prima Primaria al Collegio Romano che può essere considerata la migliore delle sue opere religiose e che dimostra ancora la sua predilezione per le scene agitate di battaglia. Alcuni quadri, oggi perduti, dipinse per il refettorio della casa professa al Gesù, altri per il noviziato di S. Andrea al Quirinale e negli ultimi anni di vita attese a preparare i disegni per un'opera che avrebbe dovuto dipingere nella tribuna del Gesù. Poi lo si trova a Genova; nella Quaresima del '75 è a Pisa, quindi a Firenze, dove lasciò al granduca Cosimo III il suo autoritratto, poi, tornato a Roma, la morte lo colse improvvisamente.

Si è già avuto occasione di accennare come il C. si sia a volte servito della collaborazione dei fratelli, anche essi pittori: Guglielmo, n. a St-Hippolyte nel 1628 e m. a Roma il 15 giugno 1675 , era stato allievo di Pietro da Cortona ed ha lasciate varie incisioni oltre a pitture nelle chiese romane di S. Marco, di S. Giovanni in Laterano, di S. Prassede, di S. Lorenzo in Lucina e in qualche altra; Gran Francesco (e non Giambattista, come è stato spesso ripetuto) fu cappuccino in un convento romano e dipinse prevalentemente quadri religiosi per le case del suo Ordine.

Bibl.: O. Pollak, s. v. in Thieme-Becker, VII, pp. 591-62; F. A. Salvagnini, I pittori borgoguani, Roma 1927, con copiosa bibl.

COUSIN, Jean, il Vecurio. - Pittore, silografo, scultore francese: n. ca. il 1490 a Sens (?), m. a Parigi nel 1561 ca. Dal 1538 è ricordato a Parigi.
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(vis F. A. Salvagnini, I pittori borgoguani, Roma III, Jan. 71 Courtois, Jacques - Autoritratto - Firenze, Uffizi.

Della sua attività a Sens poco rimane. Lavorava nello stile della scuola di Fontainebleau e subì l'influenza dei manicristi italiani, quale il Parmigianino; fece disegni per arazzi nelle cattedrali di Sens e Langres. Scolpi la tomba dell'ammiraglio Chabot oggi al Louvre.

Più famoso suo figlio, Jean C. il Giovane, pittore, scultore, incisore, n. a Sens nel 1522 ca., m. a Parigi nel 1594 ca., autore di un libro sull'anatomia detto De portraitare, che fu edito per la prima volta nel 1560 . E ricordato a Parigi dal 1538. Il quadro del Giudizio Finale del Louvre lo dimostra sotto l'influsso di Raffaello e delle opere più tarde di Michelangioio. Nel 1583 disegna vetrate per la chiesa di St-Gervais di Parigi.

Bibl.: L. Lalanne, Le livre de Fortune, recueil de 200 dessins inédits de C., Parigi 1883; M. Roy, Les deux C., Sens 1907; M. Roy, Dessins composés par C. le 2enne pour des patrons de broderies, in Gazette des Beaux-Arts, 10 (1924), pp. 279-86; id., Artistes et Monuments de la Renaissance en France, Parigi 1929, pp. 1-120; M. Dobroklonsky, Zeichnungen C. des Älteren in der Ernsttage, in Zeitschr. f. Kunstgeschichte, I (1932), pp. 43-47; L. Réau, La peinture française, Parigi 1939, passim; J. Goldsmith Phillips, Diane de Poitiers and C., in Bull. of the Metropolitan Museum of Art, 1943, n. 3. Bernardo Degenhart

COUSIN, Victor. - Filosofo, n. a Parigi il 28 nov. 1792, m. a Cannes il 14 genn. 1867. Insegnò all'Ecole Normale dal 1814 al 1820, alla Sorbona dal 1828. Dopo la rivoluzione del luglio 1830 fu Pari di Francia, consigliere di Stato, direttore dell'Ecole Normale, rettore dell'Università, ministro dell'Istruzione pubblica (ufficio che tenne solo per 8 mesi, nel 1840). Alla caduta di Luigi Filippo ( 1848 ) si ritirò dalla politica e nel 1852 anche dall'insegnamento.

Il C. fu tra i più celebrati filosofi del suo tempo, sia in Francia, che all'estero (discusso in Italia, fra gli altri, da P. Galluppi, A. Rosmini e V. Gioberti), sebbene la sua fama sia andata poi rapidamente declinando. In realtà, se ha grandi meriti nella storia della filosofia, specialmente medievale, manca, come filosofo, di vera profondità speculativa. La sua posizione filosofica caratteristica fu l'eclettismo (v.) cui egli per primo diede forma organica e sistematica.

L'eclettismo, come sistema, nasce dalle seguenti considerazioni : «La metafisica, come la morale, si fonda sopra la psicologia, cioè sopra fatti di coscienza che nessuno può disconoscere in modo assoluto... La riflessione si sforza di

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cogliere ed esprimere tale realtà in tutta la sua estensione. Può ben darsi che prenda la parte per il tutto; ma insomma, quella parte che le vien fatto di scorgere non è una chimera... Il buon successo di un sistema è una dimostrazione della verità di taluna sua parte; e siccome la storia tiene conto esclusivamente dei sistemi che hanno avuto risonanza..., bisogna concludere che la storia della filosofia non è uno sterile seguito di chimere, ma una doviziosa raccolta di verità parziali, frammenti preziosi della verità intera " (Cours de l'histoire de la philosophie moderne, { }^{2} serie, IV, nuova ed., Parigi 1846-47, lezz. xvir-xviII).

Tanti sono stati i sistemi dall'origine della storia della filosofia, che ormai l'intera verità è stata in quei frammenti espressa. Occorre soltanto discernerli e riunirli. Ora, in ogni uomo v'è una specie di senso del vero, capace di giudicare con sicurezza, non le realtà contingenti, bensì le verità eterne: si può chiamare ragione, coscienza, senso comune, o anche semplicemente spirito umano, pensiero. Servendoci di questo criterio potremo, scartati gli errori dei vari sistemi (errori che derivano dall'aver elevato a verità totale una parte della verità), mettere in luce un residuo, che sarà la verità completa allo stato di chiara coscienza. Questo è "per il C. a réaliser l'éclectisme ".

Più tardi, nella prefazione all'edizione del 1853 del Du vrai du beau et du bien, l'eclettismo, che era stato prima nel C. un sistema, non è più che «un metodo puramente storico, subordinato allo spiritualismo, che è la nostra vera dottrina, la nostra vera bandiera». E ancora nel 1861 (nella prefazione alla 4ª ed. dell'Introduction à l'histoire de la philosophie): «L'eclettismo non è un sistema, è un metodo, una certa maniera di considerare le cose... troppo ragionevole per essere interamente nuovo ".

L'ulteriore attività del C. mirò a svincolare la speculazione dalle angustie e superficialità della scuola psicologica che aveva raggiunto la forma estrema con il Condillac, e come tale esercitò durevole benefico influsso, in particolare sulla filosofia francese. Della scuola psicologica il C. volle conservare e difese fino all'ultimo il metodo positivo, che fonda la filosofia sull'osservazione dei fatti di coscienza; ma tenne fermo che tra questi fatti ve ne sono di non riducibili alla sensibilità, cioè i volontari e i razionali.

Due sono, secondo il C., le leggi fondamentali della ragione: quella di causalità e quella di sostanza; a queste si riducono le ro categorie di Aristotele e le 12 di Kant. Esse hanno valore assoluto, e non, come pensa Kant, "relativo alla condizione umana ". "La ragione è impersonale e, poiché «il suo carattere di universalità e necessità è il contrario della individualità" (pref. alla 1ª ed. dei Fragments philosophiques, 1826 ).

La dottrina tenuta fin verso il 1833 , che non esista se non un'unica sostanza e che le sostanze particolari debbano dirsi suoi fenomeni (cf. pref. cit.), dottrina che si riduce a un flacco e inconseguente spinozismo amalgamato con l'idealismo tedesco, fu da più parti e non senza fondamento rimproverata al C. come panteismo. Da tale accusa egli si difese vivacemente, asserendo che la sostanza unica doveva intendersi, platonicamente, di Dio in senso teistico; e che egli non aveva mai inteso affermare essere l'io e il non-io semplici modificazioni dell'unica sostanza, tanto è vero che "tutta la mia filosofia morale e politica poggia sulla nozione dell'io considerato come forza essenziale dotato di libertà" (Avvertimento alla 3ª ed. dei Fragments philosophiques, 1838). Di fatto, il C. fu deciso, sebbene non sempre coerente, spiritualista; e chiaramente affermo sia la spiritualità di Dio in senso teista, sia la spiritualità dell'anima umana, di cui, fin dai primi anni d'insegnamento, dimostrò con l'argomento morale dedotto dalla giustizia di Dio l'immortalità individuale. Ma non seppe dare forma solidamente coerente al suo sistema.

Per la religione cristiana protestò «un rispetto che nessuna prova ha turbato o diminuito, perché deriva dalle convinzioni più intime e dalla filosofia stessa"
(pref. alla 4ª ed. dell'Introduction à l'histoire de la philosophie, 1861). E quando, sotto il regno di Luigi Filippo, fu l'arbitro della scuola pubblica in Francia, volle che gl'insegnanti fossero tenuti a rispettare le dottrine fondamentali del cristianesimo. Nei primi tempi, tuttavia, professò piuttosto il concetto di una religione naturale in senso deista (v. deismo), da cui sembra anzi non si sia totalmente svincolato.

Opere principali: Du vrai, du beau, du bien (1a ed. Parigi 1818); Cours de l'histoire de la philosophie moderne, (1a serie [corsi del 1815-20], 5 voll., ivi 1841 ; 2^{\text {a }} serie [corsi del 1828-29], 3 voll., ivi 1841. L'opera fu messa all'Indice [decr. 8 ag. 1844]. Le singole parti furono poi rielaborate e pubblicate con titoli distinti: Cours d'histoire de la philosophie morale au XVIIIe siècle ( 5 voll., ivi 1840-41); Fragments philosophiques (ivi 1826 ; trad. it. di F. Galluppi, 2 voll., Napoli 1831-32); De la metaphysique d'Aristote (Parigi 1835); Etudes sur Jacqueline Pascal (ivi 1844 ).

Inoltre: traduzione delle opere complete di Platone ( 13 voll., ivi 1825-40); edizione di Proclo ( 6 voll., ivi 1820-27; I vol., in 4^{\text {a }}, ivi 1864 ); Abelardo (I vol., ivi 1836; 2 voll., ivi 1839 ); Descartes (11 voll., ivi 1824-26 ).

Bibl.: P. Galluppi, La filosofia di V. C., tradotta dal francese ed esaminata, 2 voll., Napoli 1831-32; A. Rosmini, Lettera al Dottore Luigi Gentili, II, ed. naz. Roma 1934, pp. 367-87 e passim; V. Gioberti, Considerazioni sopra le dottrine religione di V. C., per seroì di Appendice all'Introduzione allo studio della filosofia, Bruxelles 1840; rioramonte con modifiche, nel IV vol. della Introduzione allo studio della filosofia, ivi 1844 (vol. V dell'ed. naz. diretta da E. Castelli); Ch. Seccitan, La philosophie de V. C., Parigi 1868; P. Janet, V. C. et son oeuvre, ivi 1885; J. Barthélemy-Saint-Hilaire, V. C., sa vie, sa correspondance, 5 voll., ivi 1885 ; J. Simon, V. C., ivi 1887, 4ª ed., ivi 1910. Sulla fortuna del C. in Italia nella prima metà del sec. xix : G. Gentile, Storia della filosofia italiana dal Genovesi al Galluppi, II, 2a ed., Milano 1920; E. Di Carlo, Relazioni tra V. C. e F. Fiorentino, in Arch. stor. per la Calabria e la Lucania. 5 (1935, 1).

COUSSEMAKER, Charles-Edmond-Henri de. - Musicologo, n. a Beilleul il 19 apr. 1805, m. a Lilla il 10 genn. 1876.

Studiò giurisprudenza a Parigi e fu giudice nei tribunali di Cambrai, Dunkerque, Lilla ecc., dedicandosi contemporaneamente alla musica, componendo messe, mottetti. L'opera più rilevante è quella che esplicò nella musicologia in specie per il medioevo musicale, pubblicando gran copia di trattati nella raccolta Scriptores de musica medii aesi ( 4 voll., 1864-76) con i quali coyitinuò l'impresa di M. Gerbert. Oltre numerose monografie, spesso di vasta mole, quali l'Histoire de l'harmonie au moyen dge (Parigi 1852) e l'Art harmonique au XIIe et XIIIe siècl