volume-05

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brigata con fine velato, ma quasi sempre infallibile, di condurli a Dio. Nel 1548 , per sovvenire alle necessita dei tanti romei e convalescenti che si aggiravano per le strade di Roma. F. costitui presso la chiesa di S. Benedetto alla Regola la Confratarnita della S.ma 'Trinità, detta appunto dei pellegrini e convalescenti. Continuando nel suo intenso lavoro di bene, nel 1551 si lasciò persuadere dal direttore spirituale Peralano Rosa esser volere di Dio che ascendesse al sacerdozio, il che fece in quell'anno, 823 di maggio, a S. Tommaso in Parione. Saccaduto, si ritirò nel convitto di liberi preti dimoranti e oflicianti in S. Girolamo della Carità per esercitare unilmente la sua asione specialmente come direttore di spirito. Là appunto cominciò con grande semplicità, e non senza incontrare ostacoli, quella forma di efficacissimo apostolato, che prese poi il nome di Oratorio (v.).

Silenziosamente, modestamente, e in privato, anziché dal pulpito, padre F. avvicinava e conoscenza un po' tutto il mondo penetrando nella casa dell'umile come alla corte papale, in modo da avere fra i suoi amici cosi i cardinali più sensibili alle idee di riforma come gli artigiani dei Banchi o di Parione, gli sfaccendati o gli artisti, i nobili e le donne del popolo, e perfino i pontifici che si succedono sulla cattedra di S. Fiore. Frequenti sono i contatti fra il Santo e le anime nobili che abitarono o passarono dell'Urbe al tempo suo e che si dedicarono all'opera di riforma cattolica: cosi si vedono godere dell'intimita di F., s. Carlo Borromeo, s. Giovanni Leonardi, s. Conoilo de Lellis, s. Felice da Cantalice, l'Antinoccia, i cardé. Federigo Borromeo, Cusano, Paluetti, Valier, Medici, ecc.; i papi Pio IV, Pio V, Gregorio XIII e XIV e Clemente VIII. I rappresentanti della «nazione» florentina in desiderarono nella loro chiesa di S. Giovanni ed egli nel 1582 ne assunse la rettoria pur rimanendo nella sua cara dimora di S. Girolamo; mandò invece la i suoi primi discepoli sacerdoti; il Barenio, il Tarugi, il Bordini ed altri. Nel 1575 F. ebbe la bolla pontificia di
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(let. Givanni Aurour)
Filippo Neri, santo - Dipinto attribuito a F. Bicocci (15261512), conservato nel convento dei Girolamini di Napoli.
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(per curiatia di mano. A. P. Frutici) Filippo Neri, santo - S. F. N. conforta i malati nell'Ospedale della Trinità dei pellegrini. Incezione di F. Navelli (inizio sec. avit).
istituzione della Congregazione dei Preti dell'Oratorio insieme all'assegnazione della sede nella chiesa di S. Maria in Vallicella, nel rione di Parione (v. Istituto dell'oratorio in s. r. n.).

Nel 1577 si era frattanto inaugurata la prima parte della nuova chiesa della Vallicella, ancor oggi soprannominata Chiesa Nuova, che il Santo aveva tenacemente voluto. Verso il 1588 , dietro replicate istanze dei suoi figliuoli spirituali, lasciò S. Girolamo, per trasportarsi alla Vallicella; mentre la comunità, ricca di uomini ormai notevoli, si trovava nel pieno rigoglio tanto da poter pensare a fondazioni fuori Roma, inviando elementi a Napoli e S. Severino. A Milano, causa l'ingerenza eccessiva nel governo da parte del Borromeo, la fondazione oratoriana falli dopo un lungo e laborioso carteggio fra il cardinale e F., che in certi momenti ebbe anche episodi piuttosto drammatici. Un motivo determinante fu il fatto che F. concepi sempre la Congregazione a servizio dell'Oratorio e non poteva quindi permettere che in un momento particolarmente delicato nello sviluppo dell'Istituto, venissero distratti troppi soggetti.

Roma, intanto, alla fine del ' 500 , era spiritualmente mutata e indubbiamente molta parte del lavoro era stata lentamente e silenziosamente condotta da F., sorretto da quel saldo ottimismo cristiano, che vedeva, anche in questa vita terrena, la possibilità dell'allegrezza e della pace. A 75 anni, sentendosi ormai stanco nel corpo, ma non nello spirito, F. si ritirava nella sua celletta continuando un apostolato più raccolto, riservando le sue ore presiose alla direzione spirituale, alla confessione e al colloquio con i suoi discepoli più vicini. Fine abilità diplomatica seppe esplicare F., al termine della sua vita, nel persuadere il Pontefice ad accettare la riconciliazione

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dell'ex-ugonotto Enrico IV; ed in questo affare ebbe valido collaboratore il p. Baronio, confessore di Clemente VIII.

Il 26 maggio 1595 F. terminava la sua giornata terrena. Fu canonizzato da Gregorio XV il 12 maggio 1622. La festa cade il 26 maggio.

Opere: Lettere, rime e detti memorabili, a cura di E. Magri, Firenze 1922.

Tra le fonti è essenziale: A. Gallonio, Vita Philippi Neri/ Florestini Congr. Oral. Jund., Roma 1600.

Bint.: A. Capocaluro, Vita di s. F. N., 3^{2} ed., 2 voll., Roma 1689-92: G. B. Ristori e G. Farzoni, Notizie e documenti inediti sulle vire di s. F. N., Mensa 1922; L. Pannelle e L. Bordet, S. F. N. e in società romane del suo tempo, trad. it. di T. Casini, Firence 1931; A. Duprant, Autour de s. F. N., in Mélanges d'archéologie et de histoire de l'Ecole française de Rome, 21 (1632), pp. 219-26; id., D'un - humanisme chrétien - en Italie à la fin du XVF siècle, in Revue historique, 173 (1935), pp. 296-307; C. Gasbarri, F. N., santo romano, Roma 1644; id., La spetta dell'Ovatorio di S. F. N., Brescia 1949.

Cario Gasbarri
Iconografia - Benché s. F. N., imbevuto dallo spirito dell'umiltà, non volesse essere ritratto - secondo la tradizione l'incongiuta immagine nella S.ma Trinità dei Pellegrini a Roma confermerebbe tale avversione - l'opera d'un certo Vecchietto (Roma, S. Mario in Vallicella) sembra eseguita sul vero; le migliori dalle effigi postume, cioè il quadro di Guido Reni (1615, ivi, stanza del Santo; copia in massico nella cappella di S. F., replica nella chiesa dei Girolamini a Napoli) e la magnifica statua dell'Algardi (S. Maria in Vallicella, sagrestia) ricorsero forse alla maschera di morte. Mentre - Pippo (quano -, santo prettamente romano, nell'arte figurativa d'oltr'alpe non lasciò tracce, già la sola chiesa romana sopracitata abbonda di opere artistiche create in suo onore: basti citare l'affresco di Pietro da Cortona con la visione del Santo durante la costruzione della chiesa (soffitto della navata centrale), le nove tele del Pema. rancio e l'affresco del Ternioli, raffiguranti miracoli di F. N. A Napoli il Solimena ne dipinse i principali fatti della vita ( 1719 , chiesa dei Girolamini); il più esteso ciclo di sue rappresentazioni storiche è tuttavia costituito dalla serie di 45 stampe, incise da Cristiano Sas su disegni di Jacopo Stella ed uscite in connesso con la biografia del Bacci (Roma, ed. del 1625).

Bint.: A. Capocaluro, La vita di s. F. N., II, RomaToume 1692, pp. 648 sg. e 660 seg.; E. Strong, La Chiesa Venera.... Roma (1923), passim: Pastor, IX, pp. 142-43; K. Kárude, Demographie der Heiligen, Friburgo in Sr. 1926, 2. 503: W. Schamoni, Das todire Gesicht der Heiligen, Lipsia 1938, pp. 172-77.

Kurt Raths
FILIPPUGGI, Alessandro Francesco Saverio. - Missionario gesuita, n. a Macerata il 5 ginn. 1632, m. a Macao il 15 ag. 1692. Ricavuto nel noviziato di Roma nel 1651 , parit nel 1660 per le missioni della Cina. Molto devoto a s. Francesco Saverio, di cui aveva assunto il nome dopo una guarigione miracolosa, si adoperò molto, nel Portogallo ed a Macao, per rintracciare lettere del Santo, inserite poi nelle edizioni fatte dal p. Pietro Pousaines.

Giunto in Cina nel 1663 , il F. fu rettore e maestro dei novizi a Macao ( 1663 -70), missionario nel distretto di Canton (1671-79), provinciale a Macao per la provincia del Giappone ( 1680-83 ), superiore a Canton ( 1683 1688), visitatore per le province di Giappone e Cina ( 1688 -91) ed insieme, dal 1690 , provinciale per il Giappone. Valente sinologo, difese i suoi confratelli nella controversia sui riti cinesi: Praeludium ad plenum disquisitionem en bono eal mala fide impugnentur opiniones et preces missionariorum Societatis Iesu in regno Sinarum ad cultum Confucii et defunctorum pertinentes (Parigi 1700). Una Sugitta retorta ( 1683 ), è rimasta manoscritta, come pure molte lettere. Una lettera al Pousaines è stampata nei Monumenta Xaveriana (I, Madrid 1900, pp. 941-44).

Bint.: Sommervogel, III, coll. 734-35; IX, 339-40; Streit, Bibl., V, pp. 786, 878, 893-94; L. Pfister, Notizs biographiques... de l'ancienne mission de Chine, I, Scienza 1932, pp. 378-80; G. Schurhammer-J. Wicki, Epist. i. Francisci Xavarii, 1 (Monum. Historica S. I., 67), Roma 1944, pp. 92-98. Edmendo Lamalle
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(1) II. L. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 17. 1. 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4 sc.; cf. Deut, 2, 23). Citi interpreti giudet del tempo posteriore, come pure : Scttanta e non pochi Padri, idenfificano Caphtor con la Cappadocia, ma le fonti profane non appoggiano tale spicgaaione; l'assiro Kapsura o l'egiziano Kefitu sembrano piuttosto indicare l'Isola di Creta. Anche nel Vecchio Testamento i F. vengono associati ai Kérélithn (Cretesi); cf. Saph. 2, 5; Ec. 25, 16; e probabilmente anche la formola Kérélith e Pélélith (II Sum. 8, 18; 15, 18; 20, 7. 23), nella quale Pélélith sembra essere il nome dei F. (Pélithl), assimilato al precedente Kérélith. Alcuni autori comprendono sotto il nome di Caphtor l'Isola di Creta e le vicine coste dell'Azia Minore, o anche quelle coste soltanto, Comunque sta, si potra dire che il punto immediato di partenza dei F. sia stato l'Isola di Creta, benché forse siano arrivati colà provv. nendo dall'Aua Minore. In questa supposizione i F. fanno parte della potente ondata dei - popoli marittimi, che invasero verso la fine del sec. 2 mi le Isole dell'Egale, la Siria
e la Fenicia e si spinsero, parte per mare, parte per terra, fin al sud della Palestina, ove furono sconfitti da Ramses III (ca. 1194). Nel suo palazzo di Medinet Hâbu (presso Tebe), i popoli vinti vengono rappresentati in un modo che ricorda la descrizione del filisteo Gofis (I Sam. 17, 4-7). Inoltre, uno dei popoli ivi rappresentati si chiama Prêl (Purusati), che è la pronuncia egiziana di Póleleth; un altro sono i Zahari, che l'egiziano Wen-Amón verso il 1100 trova stabilii a nord dei F. nell'antica Efor (ca. 11 km . a nord di Cesarea). Perciò gli autori generalmente ritengono che i F., benché vinti da Ramses III, siano riusciti a mantenersi nella parte meridionale della costa palestinese, mentre i Zahari, loro affini, occupavano la pianura di Saron. Nel Vecchio Testamento si parla di F. e della terra filistea già nel tempo dei Patriarchi (Gen. 21, 32. 34; 26, 1.8.14 19. 18), dell'Etodo (Ex. 13, 17) e di Giostút (Jas. 13, 2), sia per una anticipazione puramente letteraria della terminologia posteriore sia perché fin dai tempi dei Patriarchi gli Egiziani mantenevano in quella regione presidi militari composti di mercenari cretesi (che con terminologia posteriore si chiamano F.).

E comunemente ammesso che i F. non sono semiti. Gli Israeliti stessi li chiamano *incirconcisi* (I Sam. 17, 26; 18, 25; Jude. 14, 3; 15, 18), indicando con ciò la loro diversità dai popoli semitici; i Settanta traducono il nome proprio di F. nella maggioranza dei casi \ 22 / 0- 24/29c (Velg. alienigeno). Anche i pochissimi resti della lingua filistea che ci sono conservati, non sono semitici: il nome sêrdnîm ( x re = ) sembra essere, come il greco vipavese, di origine lidica o frigica; il nome Goliath potrebbe essere identico a 'A λ λ μ ε τ τ ς; il nome Achis del re di Geth (I Sam. 21, 11 ecc.) si è conservato nell'egiziano nel nome Akšau di un Kefriu (pretese). Salvo questi pochi resti la lingua propria dai F. è sconosciuta; sembrano aver adottato presto la lingua della popolazione indigena, il cananeo, e più tardi l'aramaico (l'« asdottico * di Neb. 13, 24 sembra essere un dialetto aramaico, non la lingua filistea).

Necnche la civiltà dei F. si è conservata. Essi porterono con sé l'industria del ferro, e con ció una superiorità militare e culturale che mise a dura prova gli Israeliti, ai quali vietarono la fabbricazione di armi e utensili di ferro (I Sam. 13, 19 sgg.). A Tell Gemmeh (nel Wâdi Gazzeh) e a 'Ajn Sems (Bethsames) si sono trovate fornaci
per fondere il ferro, probabilmente provenienti dai F. Invece la cosiddetta ceramica «filistea - non si connette con certezza con l'invasione filistea, ma è un tipo affine all'ultimo fase della ceramica micenea, mescolato con elementi indigeni, e si trova nel sec. xir anche altrove in Palestina e in Siria.

Della religione dei F. non si è conservato nulla. Dal Vecchio Testamento si sa che a Gaza e Azoto si venerava il dio Dagon (v.; cf. Jude. 16, 23; I Sam. 5, 1-7; I Mach. 10, 83 sg.); ad Ascalon si esercitava il culto di Atargatis o Derlieto, denominazione più recente della dea A-
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Keflian, Philistines and other peoples "I the Levant, in The Cambridge ancient history. II. Cambridge 1926, pp. 253-94; G. Levi Della Vida, Filistri, in Ene. Ital., XV (1932), p. 237 sgg.; F.-M. Abel, Philistie, in Géographie de la Palestine, I. Parizi 1933, pp. 261-70; O. Enolédh, Philister in Pauls-Wissowa, XXLVI, pp. 2390-2401.

Agostino Bea
FilLASTRE, Guillaume. - N. a La Suze (Matne), verso il 1348. Studiò diritto, fu sacerdote e oratore di gran fama. Decano di. Reims nel 1392. Rivolò la sua personalità nel Sinodo di Parigi del 1406, dove prese le difese dell'antipapa Benedetto XIII contro i rappresentanti del re a dell'università, sostenendo che i principi non hanno diritto a giudicare le cose della Chiesa e che i concili generali non sono al di sopra del Papa.

Al tempo del Concilio di Pisa (1409) si staccò, insieme al D'Ailly, da Benedetto XIII, e fu uno dei fautori dell'altro antipapa Giovanni XXIII, che lo creò cardinale il 6 giugno 1411 . Nei Concilio di Costanza, nel quale ebbe una parte di primo piano, si schierò contro Giovanni XXIII, e, contrariamente alle opinioni vigorosamente affermate nel Sinodo parigino del 1406, sostenne la superiorità del concilio sul Papa e riusci a far approvare dall'assemblea i cinque famosi articoli, dopo aver messo d'accordo i cardinali con l'imperatore Sigismondo. Non prese parte al processo di Huss e Petit, perché malato. Rientrò nel Concilio nel 1417 e fu incaricato di ottenere le dimissioni del reato Benedetto XIII; assalse questo compito, e nella sessione 37^{°} del 26 luglio 1417 lesse lui stesso la sentenza conciliare di deposizione dell'antipapa Benedetto. Ebbe parte attivissima nel Conclave donde usci cierto Martino V, il quale gli affidò vari incarichi diplomatici in Francia a lo nominò arciprete di S. Giovanni in Laterano. M. a Roma il 6 nov. 1428.

La fama dei F., oltre alla sua politica ecclesiastica, è legata alle opere che lasciò manoscritte. I suoi sermoni sono importantissimi. Scrisse di teologia e diritto, di scienza e geografia, e redasse un resoconto assai minuscioso del Concilio di Costanza. Quotannque gli siano state mosse varie accuse, come il voltafaccia contro Giovanni XXIII che lo aveva creato sua cardinale e il rinnegamento delle opinioni, ineccepibili dal punto di vista teologico, espresse nel Sinodo parigino, pur tuttavia è scusato dalle buone intenzioni di trovare una via d'uscita per la fine dello scisma.

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Biel.: N. Valois, La France et le grand Schisme. 111-IV, Parigi 1901-1902, passim: J. Rest, Kord. F. bie sur Abretoung Johann XXIIL auf dem Kmumauer Konsil, Friburga in Bt. 1908; H. Finke, Acta Cancilii Constantinis. II, Münster 1923. p. 73 seg. Poster, I, v. indice; N. Jedin, Storia del Cavallio di T'reatu, I, trad. in., Brescia 1940, v. indice. Gennaio Anlatta

FILIION, Louis-Claude. - Esegeta, n. a St-Bon-net-de-Joux (Saône et Loire, Francia) il 25 giugno 1843, m. a Issy il 12 dic. 1927. Nel Seminario di Autun fu almeno di F. Vigouroux (v.). Dopo l'ordinazione sacerdotale ( 1867 ) si fece Sulpiziano. Inseguò dal 1871 per 3 anni nel Seminario maggiore di Reims, poi in quello di Lione. Dal 28 luglio 1893 insegnò esegesi biblica nell'Istituto cattolico di Parigi; dal genn. 1903 fu consultore della Pontificia Commissione Biblica. Dall'ott. 1906 lasciò la cattedra, ritirandosi nel Seminario d'Issy, ove si dedicò alle pubblicazioni bibliche.

Del 1878 collaborò alla Ste Bible del Lethisileux, nel 1886 iniziò la pubblicazione del suo ottimo commento: La Ste Bible releu la Vulgate avec traduction frangnise et commentaire ( 8 voll., Parigi 1903-1904). Tra le sue altre numerose opere edite a Parigi, le più estese sono: Les netricies de N. S. Jésus-Christ (2 voll., 1909-10; Vie de N. S. Jeans-Christ (3 voll., 1922); Histoire d'itrodi ( 3 voll., 1927). Compose atlanti biblici di geografia, archeologia, scienze naturali, diversi scritti apologetici, biografie di s. Pietro e s. Giovanni. Collaborò al Dictionnaire de la Bible ed a varie riviste. Sempre fedele alla più stretta ortodossia, nelle ultime sue opere F. non appare aggiamato ai rapidi progressi delle scienze bibliche.

Biel.: A. Robert, s. v. in DBs. III, coll. 274-76.
Pietro De Ambroges
FILOGALIA (Фı入oкa入ia). - 1. Nome che designa una collezione di frammenti, in gran parte scritturistici, di Origene, raccolti da s. Basilio e da s. Gregorio di Nazianzo ca. il 358 . La personalità dei compilatori si fa sentire nella scelta dei brani, i quali sono talvolta estratti da opere perdute del gran Dottore (ed. Robinson, Cambridge 1893).
2. Si chiama anche F. una antologia ascetica dovuta al poligrafo Nicodemo l'Agiorita.

Il titolo posto dall'autore, Фı入oкa入ia vâv lepâv vqervieâv, indica il carattere dell'opera, raccolta di scritti dei «santi saggi e prudenti e e cioè di ca. 35 autori, messi in un preteso ordine cronologico, fra i quali si trovano i più celebri dell'ascetica e motrica orientale, come il grande Antonio, Evagrio, Cassiano, Nilo, Diadoco di Focida, Massimo il Confessore, Giovanni Damasceno, Simeone il Nuovo Teologo, Gregorio Palama, acc. La raccolta è interessante non solo per la raztrà dell'edizione, ma anche perché racchiude alcune opere, come quelle di Pietro di Damasco e Filemone, che non videro la luce in PG perché un incendio bruciò le motrici del vol. 162 , che doveva ospitarle. L'editio princeps della F. fu fatta a Venezia nel 1782. Un'altra ne fu fatta ad Atene nel 1893.

Biel.: Per la F. di Origene, v. G. Hardy, in DNG, VI, col. 1123; F. Piel, in DB, IV, coll. 1886-88.

Emmanuele Candal
FILOCALO, Furio Dionisio. - Rinomato calligrafo del sec. Iv. Il suo nome ricorre in fronte al calendario con cui si inizia la raccolta del Cronografo del 354 (v.). Nelle anse di una tavoletta è scritto Furius Dionisius Filocalus titulavit e sulla tavoletta stessa Valentine lege feliciter, e inoltre Valentine vivas floreas gaudeas in Deo. Questo Valentino si deve identificare con quello che dopo essere stato tribunus protectorum ex primicerio, diventa nel 349 dux Illyrici e nel 365 consularis Piceni. Era cristiano, come dice l'augurio fattogli da F. Questi doveva inoltre essere suo amico, come si rileva dal modo della dedica, anch'egli cristiano e di non bassa for-
tuna, come si rileva dalla polinomia a dall'amicizia che lo legava con papa Damaso.

Per Damaso infatti incise le sue celebri epigrafi con elegantissimi caratteri da se stesso inventati, mirabili per sofernita e classica perfezione di guste, contro l'uso dominante del suo tempo. Accanto ad alcune di esse si sottoscrisse: Damasi papae cultor adque amator Furius Dionisios Filocalus scriptis. E appunto questo tipo caratteristico di lettere serve a farsi riconoscere facilmente l'opera di F. e anche di Damaso. Siccome poi esso cessa poco dopo il 382 , così in quel tempo deve essere avvenuta la morte di F.

E controverso quale parte esattamente abbia avuto F. nella compilazione del Cronografo del 354. Pare sicuro che almeno il calendario sia nato opera sua e specialmente la ricca decorazione di esso (edito da J. Sirzygowski, Die Kalenderbilder des Chronographen von Jahre 354, Berlino 1888). Le altre parti della raccolta furono farne copiate e aggiornate dai suoi aiutanti, e poi legate insieme in un solo manuale storico-cronologico a uso di Valentine, a quindi F. vi ebbe solo una parte direttiva.

Biel.: A. Ferrua, F. l'amante della bella lettere, in Cfr. Catt., 1930, t. p. 35 seg. e per l'opera del colligrafo Damasceno, id., Epigrammato Damasceno, Roma 1922, p. 21 seg. Per esempi di scrittura filocaliana, v. DAMASO e cncaduarafo del 354.

Amomo Ferrua
FILOGENESI. - Nell'ambito della teoria dell'evoluzione, indica l'ordine storico secondo il quale i vari gruppi di esseri viventi si sarebbero gradualmente modificati ed evoluti. Tutte le specie animali e vegetali, attuali ed estinte, si potrebbero riunire in un enorme albero genealogico o filogenetico, nel quale tronchi comuni, corrispondenti ad antenati più antichi, si suddividono ripetutamente in rami secondari, che stanno ad indicare le forme più recenti.

La costruzione di un albero filogenetico si basa su documenti dedotti dalle discipline più diverse (dati paleontologici, anatomici, embriologici, biogeografici, fisiologici, genetici), e rappresenta perciò una sintesi completa delle nostre conoscenze zoologiche e botaniche. Sono però soprattutto le ricerche paleontologiche (Gaudry) che permettono di riconoscere il susseguirsi delle variazioni in specie affini, appartenenti a successivi strati geologici e dunque ad ère diverse; si può pertanto precisare, in modo assai obiettivo, le probabile filiazione evolutiva delle specie in serie cronologice, e riconoscere l'entità di progressivi adattamenti.

Anche l'anatomia comparata (Gegenhour) e gli studi embriologici contribuiscono a chiarire le affinità filogenetiche. Secondo una concezione di Fritz Müller ed Ernesto Haeckel (legge biogenetica fondamentale), lo sviluppo del singolo individuo (antagenesi) rappresenterebbe una breve ricapitalazione della filogenesi, a pertanto dall'esame degli stadi embrionali successivi si potrebbe risalire alla storia evolutiva della specie. Ad es., il fatto che tutti i metodi superiori attraversino processiome in fase embrionale di gastrula, starebbe ad indicare la loro discendenza dai poriferi e dai celenterati, che presentano nell'età adulta un aspetto complessivo simile a quello di tale stadio di sviluppo (teoria della gusirea, Haeckel); ed il fatto che nell'ambrione dei vertebrati superiori, a respirazione polmonare, si abbocca l'apparato branchiale, destinato a rimanere privo di funzione, indicherebbe la loro discendenza dai vertebrati inferiori, in cui tale apparato è funzionante.

Si dice ghizion una successione di specie derivata da un medesimo segno originario per diretta filiazione. E stato spesso rilevato (Bergson, Rosa, Cuénot) come ogni phylum maggiore tenda a dividersi una o più volte per dicotomia. Così nel regno animale un tronco primitive, comprendente i celenterati, si suddivide nei due grandi rami dei protostomi e dei deuterostomi (Grobben). Dai tronchi principali dell'albero genealogico degli esseri viventi, i vari gruppi sistematici a differenziazione più spiccata si distaccano però generalmente come rami laterali, che essoriscono o attenuano le loro ulteriori possibilità

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INGRESSO DI ENRICO III DI FRANCIA A VENEZIA. Dipinto di Andrea Vicentino (sec. xVI) - Venezia, Palazzo Ducale.

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ENRICO II INCORONATO DA CRISTO. fra s. Pietro e s. Paolo. Ministro del sec. XI - Monaco, Biblioteca Nazionale, cod. lat. 4456 (circ. 60).

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28 genn. 1457, m. a Richmond il 21 apr. 1509. Diserudente per parte di madre dai Lancaster, sconfitto ed ucciso Riccardo III a Bosworth, fu incoronato re il 30 ott. 1483. L'anno seguente sposò Elisabetta figlia di Edcardo IV di York, ponendo fine alla guerra delle Due Rose.

Suo obiettivo costante fu il rinsaldamento del trono, sventando le meno degii yorkisti, sostenuti da irlandesi e scozzesi, riducendo i poteri del Parlamento a vantaggio del consiglio privato e allontanando dal potere la nobiltà. Per contrastare l'espansione francese ai alleo, nel 1496 , con la Spagna, ma per non mettere a repentaglio il trono non scese a lotte aperte e preferi con abile politica matrimoniale assicurarsene l'amicizia.

Bac.: A. F. Pollard, The reign of Henry VII, from contemporary sources, Londra 1514; G. Tommerley, Henry VII, ivi 1517; C. H. Williams, England under the early Todors, ivi 1523; K. Pickthorn, Early Todor government, Henry VII, Cambridge 1511; H. M. Smith, Pre-Reformation England, Londra 1538, persica. Sulla società del suo tempo: C. M. Trevelyan. Storia della società inglese, trad. it., Torino 1948, p. 129 sgg.

Serato Cons
ENRICO VIII, re d'Inchilterra. - Secondogenito di Enrico VII, n. il 28 giugno 1491, m. il 28 genn. 1547 , divenne erede al trono per la morte del fratello Arturo (1502), e re il 2 apr. 1509, diciottenne. Aveva avuto una buona educazione, mostrava inclinazione per la teologia, la musica, la poesia, gli sporta. Con dispensa di papa Giulio II sposò la vedova del fratello, Caterina, figlia di Ferdinando d'Aragona.

Eiminati quasi tutti i ministri e consiglieri del padre nei quali punisce con la morte l'accusa popolare di rapacità, si affida ad altri consiglieri, e dal 1512 al 1529 , a Tommaso Wolsey. Diplomatico della vecchia scuola, Wolsey è, all'opposto del suo sovrano, poco aperto al tempo nuovi: è estraneo alla politica marinara, mentre E. è il fondatore di una marina regia da guerra; è estraneo alle esplorazioni, mentre E. le favorisce, almeno entro limiti che non possano allarmare la Spagna e il Portogallo. Ma per il resto si lascia guidare dal suo ministro a segue una politica di equilibrio continentale, seppur non sempre coerente e rettilineo: dapprima contro il pericolo di un predominio francese, che del resto sente anche nella stessa isola, dati i tradizionali legami fra Stasia e Francia, combatte la Francia (campagna in Guascagna, battaglia di Guinegate 1513, vittoria sugli Scozzesi a Flodden Field); poi, nel conflitto fra Carlo V e Francesco I, inclina verso quest'ultimo, ma nel 1520 si unisce all'Abbargo, per lasciarlo quando la vittoria di Pavie (1525) lo fa troppo potente in Italia e sul papato. Nell'insieme, questa politica non aveva reso molto a besterebbe già a spiegare il venir meno della fiducia del sovrano nel suo ministro. Sempre più dispotico per natura e percio insofferente del potere parlamentare, il Re, prima di tener chiuso il Parlamento quasi ininterrottamente per 14 anni, aveva potuto constatare, in varie circostanze, che quel corpo era ispirato da risentimenti antichenzali e che al bisogno avrebbe potuto valersene per imporci al clero. Ma in questi anni E. era ben lontano dall'insorgere contro l'autorità della Chiesa romana nel campo dottrinario e scriveva in questo tempo una Assertio agisca Sacramentarum contra Martinum Lecherum e si meritava da Leone X il titolo di fidei defensor.

Ciò che ve lo spinse fu una circostanza personale, nella quale egli credette di vedere offesa la sua reputazione a quella dell'Inghilterra; la questione cioè del suo divorzio o piuttosto, come egli dava a credere, della illegittimità e quindi non esistenza del suo matrimonio con Caterina d'Aragona. Per gli impedimenti di affinità, sanati dalla dispensa di Giulio II tuttavia, egli pretendeva che il matrimonio si considerasse come non mai avvenuto a alle repulse del Pontefice (luglio dei 1529) e all'incapacità del Wolsey di superarle, volle dare l'interpretazione che esse
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(per carissia di trans. A. P. Prutagi
Enrico VIII, re d'Inghilterra - Prenespirio del' Assertio agisca Sacramentarum di E. VIII d'I. - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 3731.
non fossero dettate da motivi religiosi, ma politici, dai riguardi cioè di Clemente VII verso Carlo V, vero signore d'Italia e protettore della zia Caterina d'Aragona. Nel desiderio di scioglierá da Caterina c'era la volontà di assicurare alla monarchia un erede, mentre Caterina gli aveva data solo una figlia, Maria, né l'Inghilterra aveva visto fino allora il governo di una regina. Il 3 nov. 1529 E. investe della controversia il Parlamento; e infatti il Parlamento lo sostiene in tutte le misure adottate contro il clero specialmente regolare: soppressione degli Ordini religiosi (ex. 7000 membri) e confisca del loro beni, dei quali solo una parte fu destinata ad opere di cultura, mentre il più fini in mani di speculatori; obbligo di riconoscere il Re come capo della Chiesa nazionale inglese, attenuato solo apparentemente dalla riserva "per quanto lo concede la legge di Cristo»; proibizione di insegnare il diritto canonico; del culto delle reliquie e delle immagini e delle indulgenze; dei pellegrinaggi, un tempo così numerosi e popolari, alla tomba di Tomaso Becker, dipinto ora come un ribelle; del latino come lingua del culto; introduzione della Bibbia inglese. La baldanza, il sentimento di tutto potere crebbero in E. di fronte alla scarsa resistenza del clero secolare; dove resistenza ci furono, furono represse con processi e condanne capitali (Fisher, vescovo di Rochester, sir Thomas More, ex-cancelliere), a volte anche sulla base di accuse infamanti e calunniose (abate di Glastonbury). Ci fu, tuttavia, anche

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Emirico VIII, Re b' 'Inghilterea - Explicit dell'Ameris septem Sacramentorum di E. VIII d'l. con firma autografa. Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 3731.
qualche resistenza popolare nelle contee di York e di Lincoln, soffocate nel sangue, con il concorso delle contee meridionali a della capitale Londra, dove la politica anticlericale e antinomana del Re aveva il massimo favore. Tanto il Parlamento quanto il docile clero secolare non ebbero difficoltà a sansionare il matrimonio del re con la seconda moglie Anna Bolena, a legittimare come erede al trono la figlia di questa, la futura regina Elisabetta (1534), ad approvare l'atto di supremazia che definiva tradimento il nega rela supremazia ecclesiastica del Re. Nel luglio del 1533 Clemente VII scomunicava il fidei defensor di un tempo. Ministro di se stesso dopo la disgrazia del Wolsey, concede una certa fiducia a Thomas Cromwell, ma poi lo fa giustiziare nel 1540; solo Thomas Cranmer, da lui nominato arcivescovo di Canterbury, conserva la sua fiducia fino alla morte.

Ma progredendo negli anni, il Re, sempre più dispotico, sospettoso, egoista, cupamente cinico quante la morte fra le persone che gli sono più vicine: è la sorte della seconda e della quinta delle sue sei mogli successive (Anna Bolena, 1536, a Caterina Howard, 1542); scampa la terza, Jane Seymour, che gli dà finalmente l'erede maschio (Eduardo VI) e muore di morte naturale; scampa la quarta, Anna di Clèves, che egli ripudia; a scampa l'ultima, Caterina Parr, che sa l'arte di trattare quel-
l'uomo ed ha soprattutto la fortuna di vederlo morire prima di lei. Allo stesso modo, come è tirennico nella sua vita privata, è intollerante nella vita pubblica; egli, che pur ha rotto i secolari legami del popolo inglese con la Chiesa di Roma e che in questo azione si è trovato a cooperare di fatto con i luterani e con gli altri movimenti protestanti, è invece quanto mai alieno dal tollerare protestanti nel suo Regno: li perseguita non meno dei cattolici che non accettano il distacco da Roma; rimasto, per quanto attiene al dogma e alle disposizioni canoniche, sostanzialmente cattolico (e ne è prova il Six Articles Air, che impone la dottrina cattolica della rioneustanziazione, della Comunione sotto una sola specie, del celibato dei sacerdoti), perseguita i protestanti in quanto erotici a i cattolici fedeli a Roma in quanto ribelli.

Bib.: A. F. Pollard, Henry VIII, Londra 1505: Pastor, IV, v. pp. 453-63: V. pp. 645-54: V. Hackett, Henry VIII, (v) resa (cosìsi pucalogica alcecore romanesca): G. Constant, La relorme en Angleterre. I: Le velume anglican: Hemi VIII, Paris: 1530: F. Chonberlin, The private character of Henry VIII, Londra 1552: H. Simpson, Henry VIII, (v) 1534. K. Pickthorn, Early Tudor government: Henry VII and Henry VIII, (v) 1534: C. Paris, E. VIII, a coll., Firenze 1536: H. M. Smith, Henry VIII and the Reformation, Londra 1548. Ernesto Sestan

ENRICO di Kalliar. - Cistercense, a. nel 1328 a Kalkar (Renania), m. a Colonia il 20 dic. 1408. Dopo avere studiato a Colonia e a Parigi entrò nell'Ordine nel 1365 a Colonia. Divenue priore nel 1368, e questa carica esercitò presso diversi conventi. Fra il 1375-95 fu visitatore della provincia tedesca e di quella francese. Scrisse varie opere, non tutte date alle stampe, fra cui : Exercitatorium monachale seu speculum peccatorum, attribuita da qualcuno a Dionisio il Cartusiano (Op. Min. II, Colonia 1532, coll. 494-96 col titolo di De via purgativa); Brevi historia Ordinis Cartucionis, importante perché costituisce la prima fonte della storia dell'Ordine (E. Martène, Veterum scriptorum... amplissima collectio, VI, Parigi 1729, coll. 149-216).

Bist.: F. Rutten, Heinrich Egber v. K., in LThK, IV, col. 926 se. Renata Orazi Ausonita

ENRICO di Langenstein: v. heinduche, heinRICH VON LANGENSTEIN.

ENRICO di LAUFENBERG. - Versatile poeta dell'alto mediocvo, nativo avizzero (ca. 1390), prete a Friburgo (Brisgovia), entrò nel 1445 nell'Ordine di S. Giovanni; m. il 31 marzo 1460.

Esponente di una tendenza mistico-artistica (interpretazione simbolica e allegorica delle S. Scritture) che risale ai tempi più antichi della casgesi cristiana, è curare di uno Spiegel des menschlichen Stells (1457) di 1500 versi, derivato dallo "Speculum humanae salvationis", che incontrò fortuna anche presso i laici, stante il gusto dell'epoca per la storia cristiana della Redenzione e per il simbolismo. Dal 1413 al 1460 scrisse numerosi componimenti religiosi, i più in lode della S.ma Vergine (cui è dedicato anche il Buch von den Figuren [1441], di 25.370 versi), o contraffazioni talora di conti profani. Ca. 100 di detti poemi si trovano nella raccolta di W. Wackernagel, Das deutsche Kirchenlied (II, Lipsia 1864-77, pp. 528-612.)

BibL.: E. R. Müller, Heinrich v. L., Berlino 1888: A. Jentsch, Regimen sanitaris con Heinrich v. L., Strasburgo 1908: L. Densche, a. v. in Die deutsche Literatur des Mittelalters, verinnerlexikon, II, coll. 27-35 (con bibl.). Giovanni Guerra

ENRICO di Losanna. - Oppositore della gerarchia ecclesiastica e dell'Ordine sacerdotale, n. nelle ultime decadi del soc. XI, m. dopo il 1145 . E veramente denominato: "E. l'Italiano", senza, peraltro, che la sua origine dall'Italia sia documentata; "E. di Cluny», perché benedettino, espulso dal chiostro, o "monaco nero", senza che debba senz'altro essere ritenuto un cluniacense; "E. di Lo-

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sonne ", dove dimorò prima di comparire notoriamente in Francia; "E. l'eremita ", per il suo vestiru austera, a piedi scalai, con lunga barba, una croce in mano, predicando la penitenza e vivendo alla ventura. Sommovera le folle con una seducente eloquenza popolare, facendosi credere profeta di Dio, dotato della penetrazione dei cuori. Il favore del popolo lo fece accogliere con benevolenza dal celebre vescovo Ideberto di Lavardin nella citta di Mane per la Quaresima dal 1101.

Con tattica demagogica si scaglina contro la vita mondana ed i vizi del clero e, secondo un sistema comune a questi liberi ed equivoci predicatori d'austerita, convogliava verso mari rivoluzionari e principi sacrofeosi il decederro d'una riforma evangelica, sempre vivo nella coscienza cristiana e nell'opera di autentici apostoli. Il vescovo Ideberto, di ritorno dall'Italia, ne amascherò l'ignoranza, costringendolo a confessore di non saper leggere il Breviario; tuttavia altre fonti lo dicono letterato. Denonest inoltre la sua immoralità mal celata, che gli viene rialzcolato anche da s. Bernardo, come ragione della sua cacciata dal monastero e da altri luoghi del suo vagabondaggio pseudo-apostolico. E. passò nel Pojoso, in Aquitania e nella Lingualdeca. Il vescovo di Arles lo fece comparire al Concilio di Pisa dal 1135, in cui, convinto di eresia, abiurò i suoi errori. S. Bernardo lo invitò a ritirarsi nel monastero di Clouvaux; E. invece continuò la sua propaganda antieccleziastica nel sud della Francla, abbinando la sua azione con quella di Pietro di Bruys (v.), di cui fu considerato crede e continuatore. Gli effetti erano disastrosi: il popolo abbandona le chiese, diserta le liturgie festive, disprezza i sacerdoti, trascura l'Eucarestia, il Batissimo dei bambini e gli altri Sacrament; anche i signori approfittano per saccheggiare i beni ecclesiastici e abbandonarsi alla licenza. La missione del 1145 capitanata dal cardinale legato Alberico di Ostia chiamò in aiuto s. Bernardo, che con il prestigio della sua virtù e parola riaveglio i sentimenti cristiani a arginò il male, senza taglierne tuttavia l'infezione perniciosa. E. fu arrestato dal vescovo di Tolosa e finì la vita in carcere.

Non si ha una formulazione particolare delle sue dottrine, in rapporto con quelle di Pietro di Bruys; Pietro il Venerabile (Adversus Petrobrosianus: PL 189. 723) in considera un peggioratore degli errori del suddetto e ci informa dell'esistenza di un volume che conteneva la predicazione di E. Il c. 23 del II Concilio Lateranense del 1139 condanna quegli ipocriti spirituali che rigetteremo l'Eucerstia, il Batissimo dei bambini, il sacerdozio e gli Ordini ecclesiastici, le legittime nozze. Nel manoscritto n. 3 (R. 18) della Biblioteca cittadina di Nizza si conserva un tratterello del sec. XII (E. 136b-145b) di Golleimus monachus contra Henricum seismaticum et hereticum, in cui si discute sul diritto dei vescovi e sacerdoti di essere onorati e di avere denaro, sul loro potere di sciogliere a legare, sui precetti evangelici, sul matrimonio, sull'applicazione dei meriti ai defunti. E., con una libera interpretazione delle Scritture, dovette accentuare l'opposizione al magistero dogmatico e morale delle gerarchie e all'ordinamento sacerdotale, sacramentale a liturgico della vita cristiana, arrivando conseguentemente alla contestazione delle verità dogmatiche connesse, senza costruire un sistema dottrinale ordinato. Sul terreno storico, gli enriciani prepararono gli animi ad accogliere le dottrine dualistiche dei neo-manichei o catari (v.), detti anche altigoni (v.), che invasero nella metà del 1100 le suddette regioni.

Boll.: E. Vacandard, Vie de 11 Bermard. II. Parigi 1027. pp. 212-22; F. Vernet, Henri, in DThC. VI, coll. 2178-83; Habib-Ledecca, V. pp. 710-13, 731-32; J. Guiread, Histoire de l'lopulation au moyen-dge, I. Parigi 1935, pp. 3-10 e 11-13 (dove narrando i fatti di Mena, ch'egli pone nel 1116. data abbandonata dagli storici, parla de l'bermèze Henri come se si trattasse di un altro personaggio); M. Esposito, Sur quelques écrits concernant les héritées et les hérédigues aux XIX et XXII siècles, in Revue d'hist. ecclés., 36 (1940), pp. 143-44.

Earico VIII, ne d'Inghilterra - Lettera autografa di E. VIII ad Anna Bolena - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 3731.

ENRICO di LOVANIO. - Teologo e scrittore domenicano, m. il 18 ott. 1340 (?) a Colonia o a Lovanio. Figlio della nobile famiglia lovaniesa de Calatris (vare der Kalster), E. fu priore a Lovanio nel 1292, poi, almeno tra il 1297 e il 1303, lettore a Colonia. Di lui si conoscono sentenze morali, una epistola ed una predica. Per le sue virtù venne chiamato talvolta "beato ". La tesi di W. Preger della sua amicizia con Taulero non è sostetibile.

Boll.: H. Choupet, Sancti Helgii O. P., Douai 1618, pp. 77 87; Quellen u. Forschungen zur Geschichte des Dominikanerardens in Deutschland, XV. pp. 48-49; XVI-XVI. pp. 58. 65; W. Preger, Gesch. der deutschen Mystik. II. Lipsia 1881, p. 179 sgg.; G. Meersseman, H. van den Calastre, in Archivum Fratrum Proedie., I (1951), pp. 158-80; id., in Bildungen tot von biblio grabbie von de uefert. dem. creambrid. s. n. t., pp. 35-37.

Angelo Walz
ENRICO di Lubecca. - Filosofo a teologo domenicano, n. a Lubecca ca. il 1288 , m. dopo il 1336. Fu magister theologiae già prima del 1323, ma probabilmente non a Parigi (forse a Colonia, presso le Studium generale dei Domenicani); nel 1325-36 provinciale della provincia di Sassonia, e nel 1336 ivi vicario generale. Si concecono di E. 5 Quodlibeta, disputati negli aa. 1323-26 (in parte editi da F. Mitzkat v. bibl.), e trattanti problemi di teologia, filosofia, fisica, astronomia, medicina.

Boll.: M. Gutbmann, Mittelalterliches Geistesleben, Monaco 1926, pp. 421-28; F. Mitzka, Henrici de Lübeck O. P. QO. de nota creaturarum et de concursn divina (Opuscula et textus historiam noti. elequee etiam atque doctrosam illustrantia, seria scolastica. fasc. 11), Münster 1932; P. Glorieux, La littérature modibb. tione. II (Bibl. thomiste. 21), Parigi 1032, pp. 134-37.

Anneliese Maier
ENRICO I di Magonza. - Arcivescovo d