inato sulla base di questa fisica e dalla conseguente teologia il timore degli dèi, E. toglie, con la psicologia che ne ricava, il timore della morte. L'anima infatti non è a non può essere che un corpo dentro un altro corpo: solo nell'involucro della carne gli atomi che la compongono sono capaci di senso: non appena la morte l'ha dissolto, anche l'anima si dissolve e con essa ogni sensibilità ( E p ., 1,65 ). La morte non è se non questa "privazione di senso": essa quindi "non è nulla per noi, giacché, quando noi siamo, la morte non v'è, e
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(fol. Alinari)

(fol. Andresan)
In alto: VIAGGIO DEI MAGI; incontro con Erode e adorazione del Bambino. Rilievi attribuiti a Giovanni di Balduccio (1347) - Milano, basilica di S. Eustorgio. In basso: ADORAZIONE DEI MAGI. Dipinto attribuito a Tiziano - Milano, Galleria dell'Ambrasisna.
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[⁰]
[⁰]: (Ed. Museo di Stato - Sezioni)
A cimicitra: ADORAZIONE DEI MAGI. Miniatura del Breviario di Salisbury o del duca di Bedford (fra il 1454 e il 1455). Parigi, Biblioteca Nazionale, ma. lat. r729a, f. 206. A destra: ADORAZIONE DEI MAGI. Maestro della Passione di Damerstadt. Acta di Assia (rec. 207) - Berdeo, Museo di Stato.
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quando c'é la morte, noi non siamo più - (Ep., III, 124; Lucrecio, III, 828 sgg.). Vero è che la morte non è temuta solo per quello che puó attenderci nell'al di là, ma anche e soprattutto in se stessa, come eterno non essere. Questo sentimento, assai diffuso, è causa, agli occhi di E., di tutte le passioni che turbano la vita dell'uomo (Lucrecio, III, 58 sgg.; Porfirio, De obat., I, 54). Contro tale timore le ragioni vanno ricavate dall'esica e precisamente dalla natura del piacere. Se il piacere infatti è perfetto nell'istante, e - tempo finito e tempo infinito hanno uguale copia di godimento * (S. C., XIX), ogni brama di immortalità è vana (ibid., XX) : nei capetti del fine, ognuno si parte dal vivere come se fosse nato allora * (S. F., 60). Di qui il * carpe diem di Orsino, di qui il Sefisores di Mercedoro, che Orsino opere nel noto verso: - ille potens sui laetusque deget cui ben in dicta dixisse vixi (Cursu, III, 29, 41). La convinzione che la morte non è nulla per noi e che - il fine che è proprio della natura umana * è raggiunto nel primo istante di vita, rende anche disprezzabile il dolore, giacché ne è lunga e lieve, e se è grave e breve (S. C., IV; Ep., III, 133) ed approda alla morte. Mentre dura, poché per E. la sensazione è in loco, e quel che prova il corpo è assolutamente distinto e indipendente da quel che prova l'anima e viceversa, e questa ha in suo potere le rappresentazioni che son la causa dei suoi affetti, il saggio non ha che da sostituire all'immagine del dolore presente quello dei piaceri passati (S. F., 55; fr. 444). Sotto questo riguardo, l'anima è l'ultima rocca del piacere del saggio, che può essere - felice anche nel taro di Fabrizio (Cicerone, Tusc., II, 17). E. ne dà esempio nella lettera scritta in punto di morte a Idomenes: - Giorno felice a insieme l'ultimo della mia vita è questo in ch'io vi scrivo. I dolori presenti alla vescica e alle vuceri sono d'intensità tale che maggiore non potrebbero raggiungerla. Ma contro tutto questo si schiera la letizia che l'anima prova in proprio al ricordo delle nostre conversazioni d'un tempo ·. Tutte la sapienza d'E. è condensata nel cosiddetto "Tetrafornaco" conservatoci da Filodemo: "Non son da tenere gli dèi: non è cosa di cui s'obbici ad aver sospetto la morte: il bene è facile e precursori: il male è facile a tollerare" (Pop. Here., 1005, col. IV, 8).
L'atomismo fisico di E. fu al suo tempo un anacronismo, non così il suo atomismo etico, che rispose a una generale tendenza della sua età e diede per la prima volta forma a uno degli atteggiamenti tipo della vita umana. I suoi discepoli lo venerarono come un nome, i suoi seguaci d'ogni secolo dell'antichità videro in lui il "rivelatore" e il "salvatore". Aspiramente lo combatterono gli stoici, i cinici, e più tardi i Padri della Chiesa. Nell'età moderna se n'è tentata più volte la riabilitazione: il Valla (nel De voluptate) si spinse a collocare la sua morale accanto a quella di Cristo. Oggi non sono pochi quelli che si esaltano al suo ascetismo, alle sue sentenze sulla amicizia, all'innocenza della sua vita. E un errore: una dottrina che pone il sommo bene nello *stabile equilibrio della carne e e ogni valore riporta ad esso, è la perfetta antitesi della dottrina cristiana. A disperdere ogni equivoco ha provveduto E. stesso proclamando "fonte e radice d'ogni bene il piacere del ventre". Ciò ch'egli intende è il piacere del a non aver fame e, e non della gola, ma la sentenza non diventa per questo migliore. Se, stando alle testimonianze, egli affermò che *il saggio morrà per l'amico*, salvò in sé l'uomo, ma mise in contraddizione il filosofo a mostrò l'insufficenza dei suoi principi.
V. Epicureismo. - Sotto questo nome s'intende ogni corrente di pensiero e ogni atteggiamento di vita che direttamente a indirettamente si lascia ricondurre ai principi della filosofia di E. o ne ripeta le dottrine. Come atteggiamento di vita esso è una delle forme più o meno irriflesse che la condotta uma-
na può assumere, e non solo non ha bisogno della corrispondente teoria, ma, ove l'attitudine manchi, quella rimane senza effetto: tale il caso di Lucrezio, che, epicureo nella dottrina, non lo è nel sentimento della vita che ne ispira la poesia. Più o meno diffuso in tutte le età, domina in quelle in cui la visione dell'universale si nasce e il senso religioso delle cose e della vita decade. Come corrente di pensiero l'epicureismo è caratterizzato da tre note: il nominalismo nella logica, il materialismo nell'ontologia e l'utilitarismo nella morale. In forme aperte e coscienti esso si ripresenta nel Rinascimento. Già nel ' 400 , come s'è indicato, Lorenzo Valla, preceduto da fugaci accenni del Petrarca, aveva tentato la prima rivalutazione di E., che tutto il medioevo aveva considerato come anticristiano (cf. Dante, Inf., X, 13) I due primi grandi epicurei per mentalità e nel centro stesso delle loro dottrine furono in Italia il Guicciardini e in Francia il Montaigne. E fu sotto l'influenza del Montaigne che il sistema d'E., salve tuttavia le principali verità della fede, risorse nella sua interezza, nell'opera del canonico provenzale Pietro Gassendi (1592-1655). Contemporaneamente in Inghilterra Tommaso Hobbes ( 1588 -1679) ne faceva la prima grande a coerente applicazione alla morale e alla politica. Particolarmente imbevute di epicureismo furono la società e la cultura francese del ' 600 e ' 700 (v. libertini). Fra i moralisti più caratteristicamente epicurei vanno ricordati il La Rochefoucauld (1613-79) e il Saint-Evremond (16131705). Forma di scienza sperimentale diede all'etica epicurea Claudio Melvètus (1715-71). Da lui derivano il La Mettrie, il D'Holbach e in Inghilterra Geremia Bentham (1748-1832). Nella corrente epicurea è l'utilitarismo del sec. XIX, che ebbe il suo più grande rappresentante in Stuart Mill.
Binc., Edizioni: H. Uecre, Epicureo, Lipsia 1887; id., Epikartiche Spruchsammlung (Wiener Studien, 10-12). Vienna 1888-90: Epicurus, Epistulae tres et russe sententiae.... Accedit quonologicum Epicureum Epicureum, ed. P. V. der Mochli, Lipsia 1922: Epicurus, The extant remains (con trad.), ed. C. Bailey, Oxford 1926; Epicuri et Epicureorum scripta Herculanemibus pazaris arveata, ed. A. Vogliano, Berlino 1928: A. Vogliano, Nuova lettere di E. e dei suoi scolari, Bologna 1928: id., I frammenti del XIV libro del Gesí gósous di E., ivi 1932; id., I testi dell'XI libro del Besé gósous di E., Il Cairo 1940: Epicuri Ethica, ed. C. Diana, Firenze 1948: C. Diana, Lettere di E. e dei suoi, ivi 1948. Per i frammenti ercolataci v. Herculanemium Voluminum, Collectio prior, I-XI, Napoli 1793-1853: Collectio altera, I-XI, ivi 1882-76: Collectio tertia, I, Milano 1942: Metrodori Fragmenta, ed. A. Korte, Suhrbb. f. Philol., suppl. 17 (1800): K. Kuehn, Der Epikureer Hymnarchus, dissert., Berilms 1921. Per la opere di Filodemo v. Ulepecca, I, p. 439 sgs. 234 sq. (bibl.). Per Lucrezio v. le odd. di C. Giussani, Torino 1921-23 e di A. Ernoni, Pariai 1935. Per Ciserone, De Finibus f. v. l'ed. di C. Diana, 3ᵉd., Firenze 1948. Per Diogene d'Eumanda, v, l'ed. di Joh. William, Lipsia 1907. Trad. it. di E. Bignone, E. Opere e frammenti, Bari 1920. Studi fondamentali: J.-M. Guyon, La morale d'E., 7^{2} ed., Parigi 1927: C. Bailey, The grech atomists and E., Oxford 1926; E. Bignone, L'Aristotele perduto e la formazione filosofia di E., Firenze 1936: G. Cappola, E., Milano 1942; C. Diano, La psicologia di E., in Giorn. crit. d. filoc. it., 29 (1930), p. 103 sgg.; 21 (1940), p. 131 sgg.; 22 (1941), p. 9 sgg.; 23 (1942), pp. 5 sgg., 121 sgg.. Per l'epicureismo v., oltre la citata opera del Guyan, A. Kerm. L'Epicurisme, Parigi 1929.
Carlo Diano
EPIDAURO. - Località della Dalmazia nota per il tempio d'Esculapio (oggi Cavtat-Ragusavecchia). Secondo la Vita 1. Hilarionis di s. Girolamo (PL 25, 1, 50) Ilazione vi uccide un drago e il fatto viene già da Coleti interpretato allegoricamente. Nei sec. vi è sede vescovile.
Si sono conservati i nomi di tre vescovi di questa antica città: Fabrizio (530) e Paulo (Paolo, 533) che partecipano ai Sinodi di Salona in qualità di suffraganei,
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a Florenzio al quale Gregorio Magno indirizab alcune lettere (591). Dopo la distruzione della città operata dagli Avari nel sec. viI, il vescovo Giovanni con una parte della popolazione sfuggita allo sterminio si stabilisce su uno scosceso scoglio sotto il monte Srd (S. Sergio) e fondano una nuova città : Ragusium, Ragusa i cui vescovi sono successori di quelli d'E.
Biel.: D. Faristi, Illyricum sacrum, Veneris 1780-1819. VI. pp. 4-3s.
Stefano Draganovic
EPIFANIA. - I Greci chiamarono e. la manifestazione di un dio in persona o in sogno o in miracolo, o il suo ritorno dopo un'assenza.
E. della divinità sotto forma di uccello o di figura umana è stata supposta per la religione minoica, sulla base dei monumenti figurari, ma l'affermazione è puramente ipotetica. In età storica le epigrafi e la tradizione letteraria ricordano e. di singole divinità: Apollo, Zeus e Dioniso, che si rivelava periodicamente ai suoi fedeli, ecc. E caratteristico dei Dioscuri di apparire per salvare da un pericolo, mal, ad es., nella battaglia al lago Regillo, apparizione reduplicata della e. al fiume Sagra. Ad una n. di Apollo fu attribuita nel 279 a. C. la ritirata dei Celti da Delfi senza avere saccheggiato il tempio.
Luisa Bose
EPIFANIA. - Festa commemorativa delle manifestazioni di Gesù Cristo.
I. Liturgia. - L'origine orientale della festa è indicata dal vocabolo greco: 'Eruqévera. La prima notizia della sua celebrazione è data da Clemente Alessandrino (m. es. 215) a riguarda l'uso di eretici gnostici i quali pensavano che la divinità si fosse congiunta all'umanità, in Gesù Cristo, solo al momento del suo Battesimo nel Giordano. Forse questa festa della manifestazione della divinità era praticata anche in Chiese cattoliche, ma come solennità minore. Non ne parla Origene benché avesse esplicita occasione elencando a Celso le feste cristiane, mentre nel 304 ad Eracles era considerata dies sanctus. Comunque nell'Oriente si solennizzava in questo giorno io stesso mistero commemorato in Occidente nel giorno di Natale, ed anzi ben presto ambedue le feste furono celebrate ovunque come per una specie di contraccambio: l'Oriente celebrò pure il Natale e l'Occidente anche l'E. Ma necessariamente in ambedue le Chiese l'E. divenne il giorno teofanico per eccellenza, legato quindi al mistero del Battesimo di Gesù, durante il quale il Padre celeste rese pubblica testimonianza della presenza sulla terra di suo Figlio. Per questo anche tale giorno si aggiunse a quello di Pasqua per amministrare il Battesimo ai catecumeni.
La prima testimonianza occidentale della festa è del pagano Ammiano Marcellino per Vienna nel Delfinato. Incerta è una testimonianza del Concilio di Saragossa del 380. S. Agostino e s. Leone Magno han lasciato diversi sermoni per tale giorno. Sembra però che l'Africa, Roma, Ravenna, Milano, pur ricordando il Battesimo di Gesù, forse per non esservi praticato l'uso d'umanitatrore tale Sacramento in questo giorno, fecero subito prevalere, ed in modo notevole, il mistero di un'altra teofania, quella dei Magi, dove il Cristo si era manifestato
come Re a Signore di tutte le genti. Anche i monumenti appoggiano questa tesi. Che anzi il primo a parlare delle altre teofanie, quella del Battesimo e quella delle nozze di Cana, dove Gesù compi il primo miracolo e si mosero Dio, è s. Ambrogio, nell'inno da lui composto ed usato nella liturgia milanese per tale giorno: ma queste aggiunte arrivarono a Roma soltanto dopo s. Gregorio Magno e rimasero sempre ai margini della festa. "Va piuttosto osservato come l'episodio del Battesimo di Cristo, che in Oriente ebbe la prevalenza nelle formule liturgiche, volle esprimere una grande idea religiosa, cioè le nozze mistiche di Cristo con la Chiesa, per mezzo delle quali essa acquista la spirituale fecondita di generare
## ex aqua et Spiritu
Soncto i figli di Dio. L'idea delle nozze sacre ha fatto entrare le nozze di Cana nell'oggetto della festa, e, infine, siccome il cambiamento dell'acqua in vino era considerato come un tipo dell'Eucaratio, in Gallia si aggiunse il ricordo dell'altro grande miracolo che ne fu simbolo, la moltiplicazione dei panis (Righetti, op. cit. in bibl., II, p. 76).
A questa festa
furono legate cerimonie particolari. Il Concilio di Nicea (325) aveva conferito al patriarca d'Alessandria, dove erano coltivati gli studi astronomici, l'incarico di avvisare ogni anno in quale giorno si sarebbe celebrata la Pasqua ed egli lo adempera mandando ad ogni Chiesa una "lettera festale". Nella Spagna si dava lettura del suo contenuto a Natale, ma nella Gallia ad in Italia, ad Aquileia, Milano, Roma secondo le testimonianze più antiche (già s. Ambrogio) ciò avveniva, ed è ancor fatto, all'E. subito dopo la lettura del Vangelo nella Messa, da parte dello stesso discono con melodia che richiama l'inizio dell'Emillet pesquisa.
Altra cerimonia è quella della benedizione dell'acqua in memoria del Battesimo di Gesù, celebrata in forma solenne ancor oggi dai Greci ed in passato pure in Italia nei territori della Magna Grecia. Tale acqua veniva portata nelle case, dice un antico rituale, come tesoro nobilissimo. Ciò era praticato pure nel territorio milanese e forse soltanto per attrazione del Natale, più solenne (come festa popolare) dell'E., si spostò a tale solennità.
Un'ottava dell'E. era celebrata nel sec. iv a Gerusalemme, non prima dell'vitz in Occidente. Dal 1836 a Roma l'ottavario della E. si celebra anche nella chiesa di S. Andrea della Valle (v. sotto).
Biel.: K. A. H. Kellner, L'anno ecclesiastico, Roma 1914 pp. 122-38; B. Botte, Les avistues de la Noë et de l'E., Lovanio 1932; S. Marsili, I Sacramentari e le questione di Natale e dell'E. a Roma, in Rivista liturgica, 39 (1933), pp. 325-28; 40 (1936), pp. 10-17; M. Righetti, Storia liturgica, II, Milano 1946, pp. 74-82.
Enrico Cattaneo
II. Ottavario dell'E. - E un ciclo liturgico di sacre funzioni, istituito del b. Vincenzo Pallotti a Roma nel 1836, in cui, attraverso gli splendori della liturgia latina ed orientale, con la predicazione nelle principali lingue del mondo, con la partecipazione dell'episcopato a dei collegi esteri e nazionali, mirabilmente rifulge l'unità e l'universalità della Chiesa cattolica. L'ottavario si celebra in diverse parti del mondo.
Biel.: A. Wynen, Pallottis Epiphaniefeler in Rom, Roma 1909; G. Rancechini, V. Pallotti e l'ottavario dell'E., ivi 1947. Giuseppe Rancechini
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III. Archeologia. - L'E. è la scena più rappresentata dell'infanzia del Signore nell'arte cristiana primitiva. S. Agostino spiega la predilezione per questa scena; i Magi s furono i primi tra i gentili a conoscere Cristo Signore e a queste - primatie dei Gentili meritarono di significare la salvezza di tutte le genti (Serm. 203, 3).
Al numero ternario dei Magi fanno eccezione alcuni affreschi nel cimitero ad duas laures, uno dei museaci dell'areo trionfale di S. Maria Maggiore e la capsella dei SS. Celso e Nazario in Milano, monumenti nei quali i Magi sono soltanto due; in Domitilla poi si ba une E. con quattro Magi per ragioni di simmetria. I Magi offrono oro, incenso e mirra (Mt. 2, 11). Fin dal tempo di a. Ireneo in questa triplice offerta, si riconosce l'attestazione di Calui che veniva adorato: «la mera perché Egli veniva per morire e per essere sepolto per il mortale genere umano; l'oro perché Egli è il Re del regno senza fine (Lc. 1, 33); l'incenso perché Dio si è manifestato in Giudeo (Ps. 73, 2) e si è mostrato a coloro che non lo cercavano" (Contra hasres., 3,9 ; PG 7, 870 ag.). Gli stessi concetti sono e-pressi da Pudenzio (Apoll., 642 sgg.; PL 39, 973; id., Catherer., 12, 19: ibid., 903). L'oro è presentato per primo in forma di una corona con gemma frontale (Wilpert, Sarcofagi, II, p. 284, tav. 204, 2 e 3; 222, 6 e 7; 224, 5); l'incenso è per lo più in globuli o in una pioside (id., op. cit., tav. 98); la mirra è in ampoile (id., op. cit., tav. 223, 10) o in vasi, con talvolta le cifre delle libbre (id., op. cit., tav. 219, 1: 225, 1 e 2).
La più antica rappresentazione dell'E. nota finora è l'affresco nella cosiddetta cappella greca in Priscilla che risale alla metà del sec. II (G. Wilpert, Practis pacis,

(per cartista di mana. A. P. Fratus) RriPANIA - La benedizione dell'acqua il giorno dell'E. Grottalerrata, Abbaria.

Erieania - I Magi nell'atto di offrire i loro doni. Affresco della cosiddetta Cappella greca (sec. II) - Roma, cimitero di Priscilla.
Parigi 1896, pp. 24-25, tav. 7); la Madonna è assisa col Bambino sulle ginocchia; i tre Magi si appressano riverenti offrendo i loro doni. Questa scena si ripete poi in altre pitture nei cimiteri ad duas lauras, Callisto, Domitilla, Maius, Marco e Mercelliano, Trasone (Wilpert, Pitture, pp. 176-83; E. Jost, Carasterium maius. in Ric. di arch. critt., 10 [1033], pp. 12-16; A. Bosio, Roma sotterrauca, Roma 1632, p. 279), affresco poi perduto a ritornato in luce nel 1948. A 'Teano l'E. fu riprodotta in musaico sul sepolcro di una - Geminia Felicitas - del1'a. 370 (V. Spinazzola, Di ua musaico cristiano e di altre antichità nel territorio di Teano, in Notizie degli scami, 1907, pp. 607-705). Fu anche graffita sulla lastra sepolcrale d'una Severa, oggi nel Museo Lateranense (O. Marucchi, I monumenti del Museo cristiano piu lateranense, Milano 1910, tav. 57, 1). I sarcofagi cristiani offrono oltre sessanta esempi dell'E. (Wilpert, Sarcofagi, II, p. 283). In essi appaiono talvolta dietro i Magi anche i cammelli.
Nell'arte non sepolcrale la scena è scolpita in un vaso marmoreo del sec. iv acquistato dal p. Marchi per il Museo Kircheriano, ora al Museo nazionale alle Terme (R. Gorrucci, Storia dell'arte cristiana, VI, Prato 1880, p. 33, tav. 427, 5-6). Appare talvolta anche nei vetri dorati (id., Vetri ornati di figure in oro, Roma 1864, tav. 4, n. 7, 8, 9, 10). Del tutto caratteristica è la scena dell'E. nei museaci dell'eroo trionfale in S. Maria Maggiore (432-40). Su un trono gemmato è assiso il Signore in tunica e pallio, con nimbo e con una croce sul capo; dietro il trono quattro angeli altri e in alto la stella. Due Magi con tiera sul capo si appressano con i doni. L'E. è scolpita anche in uno dei pannelli della porta lignea di S. Sabina in Roma del sec. v; allo stesso secolo appartiene l'ambone di Salonicco, oggi nel Museo di Costantinopoli. Le lastre marmoree trovate a Cartagine (v.) nella basilica di Damous-el-Karita, datate tra il v ed il vi sec., offrono pure la scena dell'E. (Wilpert, Sarcofagi, III, pp. 53-55, fig. 279). E ancora in avori, come nelle capselle di S. Nazario a Milano e di Brivio, oggi al Louvre, e in alcune ampoile metalliche ora nel tesoro di Monza, in medeglie di bronzo ora nel Museo sacro della Biblioteca Vaticana (G. B. De Rossi, in Bull. arch. critt., 1^{0} serie, 7 [1869], p. 53, tav. 1, nn. 9-10).
Earisa José
IV. Arte. - Nei museaci di S. Apollinare Nuovo a Ravenna, che sono del tempo dell'imperatore Giustiniano (527-65), accanto al trono della Vergine, che ha il bambino tra le braccia e al quale s'approssimano i tre re, sono due angeli per parte. Un angelo è anche presso la Vergine nella scena raffigurante l'adorazione dei Magi nella cattedra di Massimiano pure a Ravenna.
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EriFANIA - I Magi nell'atto di offrire i loro doni. Sarcofago (sec. vi) - Ravenna, basilica di S. Vitale.
Talvolta fin dalle rappresentazioni di quella stà come in una pisside eburnea del Bargello a Firenze da assegnare al vi sec. - la scena ai complici e completa con l'altra della adorazione dei pastori. In una delle colonne istoriate del ciborio di S. Marco a Venezia, pure del sec. vi, la narrazione è invece chiara: dopo l'arrivo dei pastori si vedono apporre i Magi, uno osserva una sfera, un altro srotola un cartiglio, il terzo addita una stella. Nelle rappresentazioni orientali qualche volta alla scena dell'adorazione segue quella del ritorno dei Magi. Questi in genere sono guidati da un angelo. Tale particolare iconografico si trasferisce presto dall'Oriente anche nell'arte dell'Occidente, e lo vediamo negli affreschi dell'viri sec. in S. Maria Antiqua a nel frammento di mussico proveniente dalla cappella di Giovanni VII (705-707) nell'antico S. Pietro, oggi in S. Maria in Cosmedin, dove, accanto al trono della Vergine, oltre all'angelo è Giuseppe. Intorno al rooo la corona si sostituisce, sul capo dei Magi, alle mitra orientale, ed anche la Vergine, assume sempre più spesso quell'atrribune di regalità. Con il rifiorire delle facoltà plastiche dell'età romanica la scena dell'adorazione dei Magi assume nella scultura sempre maggiore diffusione. Così nel portale del battistero di Parma, opera di Benedetto Arzelami, così in un rilievo del sec. xit del Palazzo arcivescovile di Fano ed in un altro della Pieve d'Arezzo, ove insieme ai Magi è un angelo con il turibolo, mentre nell'architrave del S. Andrea di Pistoia, che è del i 166, i Magi che prima sono raffigurati in viaggio a cavallo si vedono poi in piedi approssimarsi al trono della Vergine. Nel pulpito della chiesa di Barge il piccolo Gesù benedice il re più prossimo a lui, mentre gli altri due si avvicinano a cavallo. Numerose sono anche le rappresentazioni della scena nella plastica del nord Europa; si ricordano le composizioni delle cattedrali di Leon, Chartres, Amiens, Parigi, Reims, ecc. Nel sec. xili poi, la scena acquista talvolta un nuovo senso naturalistico determinato dalle ormai libere facoltà di narratori, di pittori e scultori. Così a Forli, nella lunetta sulla porta del S. Mercuriale, l'incontro avviene nell'interno della casa della Vergine; uno dei re toltosi matto e coronn li ha appesi ad un attaccapanni, il secondo si è tolto già la corona in atto di risposta, il terzo se la sta togliendo. Una rievocazione del viaggio dei Magi si ha pure nella scena dell'Adorazione nel pulpito di Nicola Pisano nel battistero di Pisa (1260) ove nella stipata classica composizione trovano posto, oltre l'angelo, i tre cavalli, mentre nel pulpito della cattedrale di Siena (1266-68) lo stesso Nicola, questa volta in collaborazione
con i suoi aiutanti, accentun gli elementi naturalistici della scena a rappresenta uno dei re nell'atto di accostare alle labbra un piedino del piccolo Gesù. Lo imita il figlio Giovanni nel pulpito di S. Andrea a Pistoia. Ma la più bella di queste rappresentazioni plastiche del xur sec. era forse quella che Arnolfo di Cambio aveva composto con figura a tutto tondo per il presepe di S. Maria Maggiore a Roma e della quale esistono ancora le figure dei re a quella di Gesù. Nell'ultimo decennio del xili sec. invece, Pietro Cavallini nel mussico della fascia sottostante il semicolino absidale di S. Maria in Trastevere immagina ancora il trono in aperta campagna e i re che vi si approssimano con gesti di ossequio come nelle più antiche composizioni dell'arte cristiana.
Ma, presto, a Padova Giotto, nel 1305 , conferisce nuova suetara monumentalità alla scena ponendo la Vergine su di un musibo trono tra Giuseppe e l'Angelo, mentre uno dei re, inginocchiato, accosta alle labbra i piedi del piccolo Gesù e i suoi due compagni assistono in piedi; da presso sono due cammelli e uno staffiere. Nei rilievi della facciata del duomo d'Orietto, opera di Lorenzo Maiteni, gli angeli stendono un drappo dietro il trono della Vergine che nel tabernacolo di S. Michele a Firenze, opera di Andrea Oreigma, diviene uno scanno adorno di colonne tortili.
L'atto che uno dei re compie, in genere è più vecchio spesso barbuto, quello di inginocchiarsi presso il trono della Vergine per baciare i piedi del piccolo Gesù, diviene sempre più frequente nel xv sec. quando la composizione, dopo che Masaccio l'aveva ancora rievocata con austerissima maestosa imponenza nella tavola di Berlino, s'effolla straordinariamente e quasi frantuma in numerosi episodi, quali

(da W'ulpert, Sarcofagi, tnv. 52, 3) EriFANIA - I Magi che discutono sull'appurizione della stella che si trova in alto sopra il presepso. Particolare di un sarcofago conservato nel Museo di Arles (sec. IV).
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EPIFANIA

(101. Pies)
ADORAZIONE DEI MAGI di Lorenzo Costa (r490).
Milano. Pinacoteca di Brem.
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di evoluzione, specializandosi in grado assai elevato. Sono anche stati messi in luce casi di un phylum che prosegue la propria evoluzione in una data direzione, con appurante indipendenza da eventuali tendenze di progressivo adattamento (ortogenesi di Eisner), si che i caratteri coinvolti in questa graduale trasformazione possono talvolta altrepassare perfino le distanzioni favorevoli e divenire dispositivi manifestamente nocivi e esagerati (fenomeni di ipertalia), il che prelude all'estinzione della specie. Phyla diversi, nati da una stesso ceppo, ma tre di loro differenziatisi in senso divergente, possono evolversi successivamente sotto forma di linee parallele, in ciascuna delle quali con regolarità molto notevole possono poi comparire caratteristiche comuni (paralleliami morfologici di Colosi; omomorfie di Nevikoff). In altri phyla, tre loro non imparentati, ma secondariamente adattatisi ad uno stesso ambiente, si può arrivare ad una forte assomiglianza morfologica, per un fenomeno di adattamento e evoluzione convergente.
Allo stato attuale delle nostre conoscenze, la f. sia dei maggiori che dei minori gruppi di esseri viventi rimane ancora, per lo più, allo stato di un tentativo di sintesi morfologica. E non è ancora risolto la controversia fra i sostenitori di una natura monofiletica o polifletica dell'evoluzione: i primi ammettono che tutti gli esseri viventi derivino da un solo ceppo ancestrale, i secondi da più ceppi. Su base filogenetica è costruita però la sistematica moderna, che acquerrebbe a raggruppare le specie animali e vegetali a seconda della parentela evolutiva, e a stabilire una gerarchia ed una successione dei vari gruppi così ottenuti, rispecchiante l'ordine storico della loro derivazione genealogica qualora l'esperienza dimostrasse vera la teoria della evoluzione. Così si tenderebbe a un razionale a sistema naturale -, da contrapporre agli arbitrari a sistemi artificiali e caratteristici del periodo precedente alla teoria dell'evoluzione (v.).
Bim.: L. Colnosi. La genera des replees animales, 3 e ed., Parigi 1922; G. Heberer. Die Evolution der Organismen, Jena 1943; G. Colosi. La dottrina dell'evoluzione e le teorie coabiznoartiche, Firenze 1942; M. Sall, Le forme oaimali e le grati delle strutture, Napoli 1944; L. Moret, Monnel de bollontologie uaimale. Parigi 1948; A. Vandel, L'homme et l'e'colution, Parics 1949.
Entree Vannini
FILOLOGIA. - La f. è una disciplina che vuole ridare storicamente l'unità spirituale di un popolo attraverso le manifestazioni dell'essere suo, la poesia, le lettere e l'arte in prima linea, ma poi il pensiero, la religione, l'etica, il mito, la vita pubblica e la privata e cosi via : vuol essere insomma, quale s'intende da più d'un secolo, ricostruzione critica e storica delle età culturali d'un popolo, più direttamente delle sue espressioni artistiche, delle rivelazioni del genio individuale. In senso più stretto f. fa ed è investigazione del linguaggio soprattutto greco e romano, critica dei testi di poesia e di prosa, esegesi, valutazione letteraria ed estetica.
Per secoli il campo filologico rimase più limitato, se pure non mancarono significativi avviamenti a concezioni a visioni anche enciclopediche del vivere e del sapere antico; si restrinse allo studio formale a alla complicazione erudita. Termini tecnici per la scienza in Grecia e in Roma sono spaghetti, (sott. 22200) e grammatica (sott. 201), accanto agattati a agattato, sporadicamente anche critica e critica. In nessun luogo apparisce per sicuro con tale intendimento il termine di gakokoyia o il corrispondente di gakokoryo, giacché il nome di a Filologo e che presero Eratostene e Atoio Pretestato non indica una scienza particolare di professione, si molteplice e varia dottrina: ce in attesta Svetonio. La duplice terminologia grammatica a critica dice la sostanza della disciplina: parola scrutata nella sua intima formazione e nelle sue forme, nell'organismo sintattico, nel valore seman-
tico; creazione letteraria fissata nella genuina espressione originaria interpretata e valutata criticamente.
Per assurgere a scienza occorsero alla f. i secoli: la glossografia omerica sta agli inizi; poi subentrano i filosofi pressocettici ad affrontare il problema del linguaggio; quindi i sofisti scoprono certe categorie linguistiche, e invadono alla fonetica e alla sinonimica, come i commediografi alla critica letteraria. Un punto fermo in questo divenire è costituito dal genio di Platone e d'Aristotile, con i quali si delineano, sia pure in sede filosofica, alcune parti del discorso, le basilari: si esplora più a fondo la parola anche nella stila poetico e dell'alta prosa, si comincia a discutere di proposito sull'essenza dell'arte e della poesia; con Aristotile altresi si pongono gli elementi d'una storia del teatro con le Didascalie o liste ufficiali delle rappresentazioni drammatiche ateniesi, e s'insugura la storia della poesia.
Più oltre procedono i peripatetici sulle orme del maestro, di Aristotile: si perde in visione generale, ma si acquista nel dominio del particolare; dalla sintesi verso l'analisi, al fondamento d'ogni scienza, pur se difetti spesso il dovuto spirito di disamina. Storia letteraria (ad es., la questione dell'età di Omero e di Esiodo, e indagini sulla poesia antica, o le ipotesi ai drammi, e cioè giudizi che dei drammaturgiti si dattoro nelle competizioni teatrali); inoltre biografia e leggenda biografica dei poeti e dei filosofi, stilistica, musica costituiscono il terreno su cui spaziano gli aristotelici, Erodide Pontico, Diossoro, Cameleonte, Aristosseno, Teofrasto. Allievo di quest'ultimo è Prassifane di Rodi, che la tradizione dà come fondatore della «grammatica» scientifica dopo Aristotle, come colui che primo si disse spagatztato; egli con Ermocrate di Jaso, un dotto che sembra egualmente portasse codesto nome, fu maestro e Callimaco, il poeta e filologo alessandrino; ed ecco che il movimento culturale peripatetico sbocca diretto nella nuova scienza che in Alessandria trova in sua culla e il suo centro, e precisamente presso i bibliotecari della citrà dei Tolomei, da Zenodoto ad Aristarco. Per una scuola filologica vaste raccolte di libri erano condizione necessarie, e i Tolomei vi provvidere e vi misero alla testa profondi intenditori, quelli che della f. furono i cosestri.
Essurita ormai la grande creazione classica, era venuto il momento di raccoglierla per intero, di catalogarla, di fissarne il testo genuino, d'interpretarla, di soppesarne il valore, di linearne lo svolgimento almeno nei principali rappresentanti, di studiarne la lingua e i dialetti e la metrica, di tracciar profili degli scrittori: e questo fu l'opera della f. alessandrina. Particolarmente la critica testuale e l'esegesi furono qui una conquista per sempre: sani criteri metodici e fine intelligenza tennero a battesimo l'una e l'altra. Se oggi si legge Omero, i tragici, i lirici greci in testi relativamente corretti, lo si deve a questi uomini e ai loro successori. E come interpretazione, gli scolli ad Omero con la loro larga impronta Aristarches documentano fin dove gli alessandrini arrivarono : bandita l'allegoria, si affonda lo sguardo nella parola e nelle cose, si mira diretti a intendere e ad illustrare. Aristofane di Bisanzio eccelle su tutti per ampiezza di visioni: quale editore dell'epica, della lirica, della tragedia, della commedia, anche di Platone, quale lessicografa, quale metricologo, quale critico nelle «ipotesi anteposte alle edizioni e nei cosiddetti Canoni o classifiche di cultori dei generi letterari. Aristarco divenne nome antropometrico di critico severo.
Accanto alla alessandrina fiorisce nel mondo greco la scuola di Pergamo con caratteri distintivi suoi: di là avviatore il pensiero peripatetico, di qua l'insegnamento stoico; antesignone Cratete di Mallo (sec. II a. C.). DalTurto fra alessandrini e pergameni, rispettivamente, in fatto di linguaggio, analogisti e anomultati, vien fuori il costitucro definitivo della grammatica in senso stretto, con la sua fonetica e la sua terminologia morfologica, quella che in sostanza è rimasta fino a noi: largo contributo vi ha portato il principio sistematore della logica stoica. Il guaio della f. pergamena sta nel moralismo e allegorismo di tinta stoica, dominatore dell'interpretazione, particolarmente della omerica; Cratete non si pe-
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rita di forzare il testo dei classici alle sue interpretazioni morali a teologiche, e spregiando le fatiche e gli scrupoli di Aristarco quale curatore di testi disegna di denominarsi "popolaritudo alla maniera alessandrina, per darsi l'appellativo di agersuolo.
Dopo Aristarco e Crateto le opposte tendenze si conciliano, e sorgono ormai costruzioni e definizioni della "grammatica", come con Dionisos Traes, o Tirantione il Vecchio, o Asclepiade di Mirlea, dove si riflette egualmente l'influsso delle due scuole. Sono le divisioni a noi familiari dai "grammatici" romani; la lingua naturalmente vi ha la sua parte, ma c'è poi variamente l'esegesi, la critica testuale e la letteraria.
La f. in Roma nasce sotto l'impulso di entrambe le scuole elleniche; Crateto il Mallota insegna ivi le sue dottrine e i suoi metodi direttamente. Ed è anche qui nella f. un procedere simile a quello di Alessandria e di Pergamo, un addentrare in sguardo sull'afnoma nazionale, un fissare criticamente i vecchi testi giuridici a i letterari, e un chiosarli, un guardare alle lettere e alle tradizioni portie. Elio Stifone apre la serie dei filologi. Di li a poco troneggia Varrone suo allievo con la imponente operosità che lo contraddistingue, con la personalità d'un uomo che rivive gli ammaestramenti che venivano dalle età precedenti per trascenderli e riplasmarti d'improvito tutto personale, di coscienza umanistica a quindi di umana universalità, di dinamicità dal passato al presente. Egli è anche poeta, è prosetore, è scrittore di filosofia, di giurisprudenza, di agricoltura, di geografia, è uomo politico e tempra di lottatore; ma genio suo è di sprofondarsi nell'antico o piuttosto nella Roma che fu, per rinascitarla, nella cultura e nella civiltà, una politica, sociale, letteraria, artistica, mitica, con un occhio d'amore volto alla lingua; origine, parentele con l'eolico, col sabino, con l'ucco, alfabeto, fonetico, flessione, espressione, stile, retto uso a quindi analogia a anomalia, a cioè l'interiore regolarità del fenomeno linguistico e deviatrice forza dell'abitudine.
Intorno a Varrone, a Roma o nell'orbis romano, è una foritura di studiosi spazianti su campi filologici diversi. Vogliono essere ricordati Filosseno d'Alessandria, un etimologo che abbandona i metodi capricciosamente fantastici degli Stoici per mirare alla radice della parola e a prototipi monosillabici; Trifone, uno degli avviatori nelle indagini sintattiche, da cui partiranno i trattatisti del l'Impero; Didiuno il Calcedreo e Teone, variamente erudito il primo conforme ai gusti alessandrini, validi entrambi nell'esegesi, di che si hanno larghi e preziosi documenti in commentari rimasti. Di Romani non sia tacluto Cesare, uno dei più gentali disciplinatori e sistematori della oratio bene intina per via della analogia o delle leggi organiche a razionali del parlare; non la sua autorità soltanto di uomo e di scrittore valse qui, ma del trattatista col volume De analogia.
L'età dell'Impero vanta ancora una fervida attività originale nei primi secoli fino alla metà del sec. 111; poi è un illanguidirsi e un ristagnarsi delle forze produttive, una letteratura d'accatto salvo rare eccezioni. Tengono il campo diverse figure di Romani nel sec. 1: Eamnio Paleonone con la riforma della scuola, dove sostituisce Virgilio ad Ennio e in genere agli antichi i corifei della poesia e della prosa latina, e con la sua Ars grammatica elaborata in ogni parte, sintassi compresa, dove fra l'altro le singole terminologie sono definitivamente fissate nelle sopravvissute fino ad oggi; Q. Asconio Pediano con la dotta e chiara esegesi di Cicerone oratore; Plinio il Vecchio con acute indagini linguistiche largamente sfruttate dai contemporanei a dagli avvenire; M. Valerio Potho, un filologo di stampo alessandrino, con le edizioni critiche di Lucrezio, Virgilio, Orazio e certamente ancora almeno di Terenzio. Fra il sec. I e il in sta Svetonio con la sua solida erudizione, al quale si deve il più di quanto si sa di personale sugli scrittori dal periodo augusteo in giù, come a Varrone su quelli a lui anteriori; e poi una ricca miniera di cose culturali greche e romane. L'illustrazione dei classici si sviluppò fra i secc. I e 111 ed è l'ultima efflorescenza del genere. Dizionari atticisti ed antiatticisti sono un altro segno dell'epoca nella lotta tra purismo o fare classicheggiante ed arionesimo. Né
sia taciuta la codificazione estrema della sintassi nel mondo antico con Apollonio Discolo e della prosodia e dell'artografia con Erodiano, suo figlio. Poi di vivente f. non si può parlare: concedono i compendiatori. Solo l'esegesi e la critica dei testi biblici sorge ulteriormente, unico vero e vitale novità filologica fra i cristiani.
Ciò che segue a questi anni appartiene alla storia della cultura, non più della f., anche se fra il sec. IV ed il vi non mancano buoni raffazzonatori che dominarono le scuole del medioevo quali Donato o Prisciano. Il medioevo, un'epoca così ricca di fermenti interiori, di valori etici, religiosi e culturali, per la f. come scienza, è un libro chiuso; per la storia della sapienza e dell'idea antica ha molteplici interessi che non rientrano qui, escluso però un momento di capitale importanza : la trasmissione scrupolosa delle opere letterarie pagane e cristiane. Condottiero dell'eroica impresa in Occidente è Cassiodoro: il manochismo diviene con lui depositaria della cultura classica. Alle biblioteche monacali spetta il merito di avere salvato e tramandato il fior fiore dell'arte e del pensiero antico. Per il resto, - grammatica, la regina delle arti liberali, nel medioevo non è f., è semplicemente morfologia e sintassi, né essa conosce puna di vista nuovi fino al Dectrinio di Alessandro di Villadei (sec. xlivXIII), con cui entrano in considerazione i volgeri parlati, non più i soliti scrittori latini, e domina l'osservazione logica del linguaggio. Il medioevo bizantino compende e trasmette, come l'Occidente. Le favole di rivivimento che nei due mondi qua e là erompono riguardano solo l'amore dell'antico, non la critica e il sapere scientifico.
L'Umanesimo si annuncia raramente in Europa tra i secc. xili e xivi nasce poi col Petrarca in Italia, ed è un espandersi dell'anima verso la bellezza antica, un correr dietro sistematicamente alla riscoperta dei testi classici per farseli vicini e riviverli, per riscaldarne gli intimi sensi e le armonie. Con la venuta di Manuele Crisolara a Firenze nel 1397 ritorna in Occidente e dilaga la conoscenza del greco, una lingua che per secoli da noi era rimasta sostanzialmente morta tranne fiammelle persistenti o esplodenti in questo o in quel luogo; momento di particolare riflese, da cui il rifluire della creazione greca e classica in Italia e il tradurce. Cosi il commercio librario ha vita, e si fondano le biblioteche; l'invenzione della stampa segna qui un'epoca. L'Anima per un renovellato sapere a carattere scientifico è là : ed ecco celebrati maestri, i procedimenti critici con Lorenzo Vella alla testa, le edizioni amorosamente curate, i lessici, le grammatiche, i commenti riferiti sugli antichi; la critica letteraria si avvia a creare valori nuovi specialmente nel riapparire delle Poetica d'Aristotile. Per nomi di creatori è superfluo: in Angelo Poliziano culmina la filologia del Quattrocento; ed egli con la visione enciclopedica, che è sua, del sapere, precorre in qualche modo il periodo filologico tedesco; di fatto, è essenzialmente un critico dei testi ed un interprete.
Su queste vie allarga e approfondisce il Cinquecento italiano con sagacia, con metodo, con gusto sano, con vivacità di dottrina, con senso di arte, con assaluta padronanza e penetrazione dello strumento linguistico. Per Vettori vola sovrano fra noi. Ma dall'Italia era, dietro all'Umanesimo, lo spirito scientifico passa all'Europa; Erasmo da Rotterdam è il primo umanista e filologo di grido non italiano. Precede gli altri passi nell'evolvere le direttive nostre la Francia, che ben presto acquista una fisionomia sua, segnatamente dal maestro dei maestri, Giuseppe Giusto Scaligero, figlio dell'italiano Giulio Cesare, del codificatore del classicismo francese. Egli oltrepassa il latino classico per risalire con Varrone e Festo ai più antichi, fonda la cronologia storica, indaga con Manilio alla mano l'astrologia greco-romana; è un autentico scienzista, più volte un divinatore. Altro uomo di statura è Giacomo Cisterio, il padre dell'esegesi del diritto romano. I due Stefani, Roberto ed Enrico, legano il loro nome ai Thesauri della latina e greca, di cui solo il latino è stato superato dal Forcellini e oggi dal Thesaurus Latinae linguae. Adriano Turnocho, Dionisio Lambino, Isacco Cassubono stampano segni vivi, talora indelebili, nella interpretazione di Latini e di Greci.
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Alla Francia fa seguito l'Olando e poi l'Inghilterra, nei secc. xvir e xvili. Dotti raccoglitori di documenti e campilatori sono in genere gli Olandesi (finché non vanno a ravvisarli lo spirito di un Riccardo Bentley), ma anche eleganti versificatori in latino. Con Finglese Bentley, ancora un corifco, occhio d'indagatore, la critica si acuisce e si affila, il respiro si dilata, la mano si fa più sicuro; dialetti greci con la scoperta del digamosi emorrico, metrica terenziano, edizione di Oresio e del Nuovo Testamento, ricerche linguistiche e storico-letterarie, che valsero di esempio; tale l'opera sua di più alto significato e di maggior portata, dove anche il men buono, come l'accentuato razionalismo, può riuscire, data la viva penetrazione delle cose, fruttuoso. Mato eccelse stanno ormai davanti alla scienza dell'antichità, dieci gli Inglesi e gli Olandesi; latinità e grecità pari oggetto di investigazione. Gli Inglesi han poi questo di particolare: che i loro studi, pure scavanti nel fondo e appassionati, non sogliono segregarli dalla vita attiva per la patria: sono scienzjati e cittadini militanti.
L'Ottocento segna una rivoluzione spirituale, che fa della f. quello che si diceva in principio: visione integrale dell'antichità nei suo svolgimento storico, in tutte le fasi dell'essere suo, non più soltanto nelle più alte espressioni della classicità. E il momento della Germanie, che pure fin dal Quattrocento non era rimasta estranea alla indagine, ma aveva anche dato profili di cultori o amatori ben noti. Omero e la grecità ideale, Ossian, poesia primitiva, canto popolare, voce e ispirazione di natura di fronte al freddo razionalismo, nuovo concetto di storia intesa come narrazione interiore, non più di semplici fatti, critica storica poggiante salda sulle fonti, ma non in esse conclusi, si spintualmente costruttiva e fissa nel divenire dei tempi e degli uomini; tali i concepimenti e gli inapulsi che trasformano l'anima europea, letteratura, arte, pensiero, scienza. Il Vico nel Settecento è un precursore; poi vengono il Winckelmann e il Lessing; poi Herder, Niebuhr, e i legionari della palingenesi non si contano. Neoumanesimo e romanticismo dànno il colpo di grazia al vecchio classicismo. In f. l'alito rinnovatore viene da Cristiano Heyne a dalla sua scuola di Gottinga; Giorgio Snegai, Enrico Voss, Federico Augusto Wolf, i fratelli Schlegel ed Humboldt, Berrnido Niebuhr, Carlo Lachmann. Al di là di questa scuola i maestri sono: Giacomo Grimm, Francesco Bopp, Federico Diez, Federico Savigny. Dovunque fatti che assurgono a idee, a considerazione storica della totalità dello spirito, della civiltà in genere, compresa il diritto romano. Due scuole prineggiano nell'ambito dell'antichità classica : di Augusto Boeck e di Gotofredo Hermann. L'una mira più ampiamente alla vita e alla cultura dei popoli antichi, l'altra ad approfondire scientificamente la secolare tradizione filologica, e percio alla fissazione dei testi, i classici o quelli dell'età migliore innanzi tutti, e alla loro esegesi, alla lingua, alle stile, alla veracficazione. Cultori illustri si affermano quindi in Germania e nella vecchia Europa: Italia, Francia, Inghilterra, Olanda, Belgio, Paesi Scandinavi e altrove, che portano gli studi alle altezze attuali. Teodoro Mommsen è uno dei massimi costruttori.
Ora non più una f., la classica, ha vita, ma la germanica, la romanza, la slava. Precede la germanica : idea di svolgimento storico, romanticismo, grammatica comparata conducono la Germania a contemplare con metodo scientifico il proprio passato nella lingua con i suoi dialetti, nella letteratura, nell'arte, con una forte attrattiva verso il popolare e il primitivo. Avviamenti di carattere linguistico, lessicale, dialettale, grammaticale e, col sec. xvili, anche estetico precarrono in Germania, in Olanda, in Inghilterra, in Danimarca, questa profonda rivoluzione; ma essa è decisiva, Augusto Guglielmo Schlegel vuol dire storia della poesia germanica medievale; Giacomo Grimm col fratello Guglielmo saga, novella, leggenda, croica; Giacomo da solo grammatica comparata delle lingue, e mitologia, antichità, co-
stume, l'interezza della vita dei Germani nella successione storica, particolarmente nella preistoria. Al Grimm si affianca Carlo Lachmann, un antesignano come germanista con le sue originali analisi sui Nibelunghi e le osservazioni sul Hildebrandslied e sul Parzifal, ed egual posto tiene come classicista.
Anche per la f. romanza naturalmente il punto di partenza è qui, tra il '700 e l'800. Le più lontane mosse datano da un pezzo nei vari paesi neolatini; in Italia da Dante e dall'Umanesimo in giù; subentrano Spagna, Portogallo e Francia, specie la Francia del '600. Il Settecento è un risveglio in Italia e Francia, soprattutto per una approfondita conoscenza nelle lettere e per l'alta critica. Da noi domina solitario il precorritore pensiero filosofico e storico di G. B. Vico. In Francia, primo rivelatore delle vecchie civiltà, sulla scia delle nuove idee tedesche è, fra il '700 e l'800, Claudio Fauriel. Padre della f. romanza in genere, Federico Diez; quindi il fiorire delle indagini storiche, nel campo linguistico e letterario con maggiore o minore intensità fra i popoli neolatini, del pari che in terre germaniche a anglosassoni, a datare appunto dalla fondamentale Grammatica e dal Vocabolario della lingua romanza del Diez, e ancor prima dagli studi suoi sui trovatori: edizioni critiche alla base di tutto, e accanto storia del progressivo incivilimento, analisi e sintesi, poesia epica in prima linea, poi lirica, drammatica, novelistica, folkloristica, e la comparativistica, la linguistica. Anche qui nomi di risonanza, non altrimenti che nella f. classica, e di educazione classica è più di uno di questi uomini più rappresentativi.
Di data seriore e la f. slava: cooperatori cechi, polzechi e russi dietro gli insegnamenti di J. Dobrowsky, l'archegeta. Problema culturale il paleoslavo e la sua storia, e dietro ad esso l'essenza della civiltà integrale. Né solo Slavi investono questo mondo, ma Tedeschi, Francesi, Inglesi, energicamente. Fiorente si è svolta anche la f. semitica con larga partecipazione di Italiani.
Bias.: Per la f. classica: A. Gudemann, Grundriss d. Geschichte der blass. Philologie. Ligzia rpso: J. E. Sandys, History of rlarsized scholarship, 2 voll., Cambridge 1906-1908; H. Usener, Ein altes Lehrgebäude der Philologie, in Kleine Schriften, II, Ligzia 1913, p. 283 sgg.; W. Krull, Geschichte der blass. Philologie, ivi 1919; R. Sabbadini, Il metodo degli Unamisti, Firenze 1920; U. v. Villamowitz-Mcllondorf, Geschichte der Philologie, Ligzia 1921; G. Corvasoni, Linee di storia della f. classica in Italia, Firenze 1929; E. Dcerup, Perioden der Klass. Philologie, Ni-maga-Utrecht 1931; G. B. D'Alton, Roman literary theory and criticism, Londra 1931; G. Pannadi, Storia della tradizione e critica del testo, Firenze 1934, passim; W. Atkins, Literary criticism in autemite, Cambridge 1934; G. Fonsioli, Lisonnerati d'una storia della f. attraverso i secoli, in Studi di letteratura antica, I, Bologna 1946, pp. 182-336. - Per la f. germanica: R. v. Rano